casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un
esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: «Noi soli siamo
puri, noi uomini di _principii_ republicani perchè vogliamo la
republica anche ove vi sia l'impossibilità di ottenerla.--Quanto si è
fatto per l'unificazione patria nell'alta Italia, nel centro, nella
meridionale, non solamente fu nullo ma nocivo, dicono essi.» Dante,
Macchiavelli, Petrarca, che volevano un'Italia anche col diavolo,
erano poveri visionari; solo i puri che dottrinano, ma non si muovono,
mandano alla pugna e se ne tengon lontani, ponno costituire il paese.
Per essi come per i preti, Marsala fu una sconfitta e Mentana un
trionfo.
CAPITOLO XXX.
IL RACCONTO.
La memoria venturosa
Che conserva chi va profugo
De bei dì in che lieto fu
È l'essenza della rosa
Che conserva il puro effluvio
D'un april che non è più.--
(_Aut. non noto._)
Giacomo Minuto soprannominato Brusco (ed era veramente brusco col
nemico) era uno dei 73 che vennero da Montevideo in Italia nel 48 per
prender parte alle cose patrie. E quegli Americani, com'eran chiamati
tra i Volontari, eran la maggior parte valorosi ufficiali e lo
provarono seminando le ossa su quella terra di glorie e di maledizioni
che il prete ha ridotta in covile di malandrini d'ogni nazione, e si
potrebbe dire in anfiteatro di torture, e di vergogne italiane.--
Brusco, marciando al nemico in fronte d'una colonna di militi,
ispirava loro fiducia, ed era ammirabile di valore e di sangue freddo.
Il vajuolo avea segnato il marziale suo volto, ma non alterato il suo
contegno guerriero. Alto di statura, ampio di petto e nerboruto,
questo prode figlio della Liguria era del resto un perfetto atleta.--
Nel fatale 3 giugno una palla Napoleonica forava quel petto d'acciajo
e vicino a sanare,--all'entrata dei soldati di Bonaparte in Roma nei
primi di luglio,--Brusco strappavasi dallo sdegno, gli apparecchi
della ferita, e moriva volontariamente d'emorragia.--In uno dei fuochi
di campo, Brusco, torreggiava, ed i suoi giovani compagni cogli occhi
rivolti a lui non fiatavano ascoltando il seguente racconto:
«Nella cattedrale di Montevideo (_Matriz_ come la chiamano colà) v'era
un frate, che si diceva venuto da Terra Santa, e portatore di preziose
reliquie.
«Egli era un uomo sui quaranta, corpulento e sull'ipocrita sua
fisonomia si notavano da un occhio esperto, le traccie della lussuria.
I suoi devoti li dicevano effetti d'astinenze e mortificazioni.
«L'arrivo di quell'uomo a Montevideo fece epoca, giacchè, quantunque
come la grimigna si propaghi anche là la pianta, i venuti da Terra
Santa sono poco frequenti.
«Vi sono preti, ma non fanatismo, e la popolazione è troppo libera per
soggiacere sotto l'influenza di tali impostori. Ciò per la popolazione
maschia.
«Le femmine, come dovunque, sono pascolo di birbanti, e in massima più
propense al pretismo, sia per la natura men forte delle figlie d'Eva,
sia per il culto speciale dei chercuti per il bel sesso e per ogni
godimento umano.
«E ben provò la mia bella e sventurata Dolores il culto di quello
scellerato per la libidine!--E qui s'inumidivano gli occhi del forte
milite rimembrando una creatura amata e perduta.
Dolores era un'angelica fanciulla! E Brusco a quell'esclamazione
volgeva gli occhi ad Ida, che al lato di Cantoni, ed avvolta in un
mantello del suo amante, sporgeva la sua bella testa verso il
narratore.
«Sì, anche in quei lontani paesi, vi sono delle vezzosissime donne:
sulla razza indigena e su quella più infelice ancora de' trasportati
africani primeggiano i discendenti dei conquistatori che conservano i
bei lineamenti della razza iberica, ma con accrescimento di
disinvoltura e fierezza, prodotte naturalmente da una vita libera,
cavalleresca e guerriera.
»E Dolores era uno perfetto rampollo di quella razza, facile a
discernersi dal grazioso portamento della persona, dalla capigliatura
d'ebano e dall'occhio nero arcato, di cui è difficile sostenere lo
sguardo senza sentirsi beati da moti deliziosi, irresistibili. Dolores
non era una beghina,--anzi piuttosto spregiudicata,--e siccome m'avea
dato tante prove di corrispondere all'immenso mio affetto, io non
dubitava d'aver influito a sottrarla al diabolico contatto del
prete.--(Ma quante non sono le donne che sanno il clero bugiardo, che
sono colte e che pure frequentano la maledetta bottega per abitudine,
per ipocrisia o per fini non religiosi!)--
»Quella mia carissima fidanzata lasciossi un giorno, per curiosità
donnesca, persuadere da sua zia a visitare la _matriz_ per vedervi
quel frate, di cui si raccontavano portenti, e che tanti possedeva
talismani di Terra Santa. L'astuto prete faceva poi valere tutti quei
suoi giocattoli da ciarlatano con una chiacchiera da infinocchiare
sino al delirio le sue ascoltatrici. Egli avea dei mosaici del Santo
Sepolcro, delle olive che avea lasciato Cristo nel giardino degli
Olivi, ove egli si cibò, dopo l'orazione, di quelle frutta, e che
miracolosamente si conservavano ancora intatte ai giorni nostri. Un
occhio di Santa Tecla, uno stinco di San Tommaso, che apparteneva
all'incredulo che volle toccar le piaghe del Salvatore. E credo anche
un osso del dito di Giosuè con cui quel generale ebreo fermava il
sole. Ma ciò che più millantava il mascalzone e che spacciava come
infallibilmente miracoloso era un crocifisso del legno della vera
croce, e questo potea chiamarsi il suo cavallo di battaglia, giacchè
altro non era che un magnifico pugnale a cui la parte inferiore del
crocifisso serviva di astuccio e la superiore d'impugnatura.
«Erano le cinque d'una sera di giugno quando Dolores con sua zia,
avvolte in un gruppo di donnicciuole, entravano nella cattedrale per
udire le sante parole del missionario, o, come dicono i preti, colla
modestia che li distingue: _la parola di Dio!_
«Nell'altro emisfero in giugno alle cinque della sera fa notte, e
quindi trovavasi la chiesa illuminata.
«L'uomo ha un po' dell'indole della pecora. Se le pecore si
sparpagliassero non basterebbero cento pastori per condurre un gregge,
ma ove va una van tutte, e con ciò un solo individuo può condurne
delle centinaja. E così l'uomo: se uno che passa per una pubblica via
si ferma a guardare qualche cosa, ogni ozioso si arresta, e guarda
pure alla direzione dell'occhio dello stupido od astuto. Barnum a
New-York paga della gente per rimanersene tutto il giorno a
contemplare con ammirazione affettata le grottesche pitture che
rappresentano animali o fenomeni del suo serraglio.
«Nella bottega del prete molti vanno per curiosità, altri per far
l'amore ed altri per abitudine o per pecoreggiare. Quindi anche una
coda di maschi seguiva le donne, ed io con quest'ultimi.
«Quasi vergognoso di trovarmi frammisto a gente sì poco stimabile, in
un locale che mi fa ribrezzo, io nascosi questo mio corpaccio
all'ombra d'una colonna del tempio, e, com'è naturale, il mio primo
sguardo fu d'investigazione in ricerca della donna del mio affetto.
«L'occhio d'un amante non abbisogna di bussola per dirigersi alla
meta, e poco durai a trovare la mia Dolores. Essa era seduta su d'una
panca, accanto a sua zia tra il pulpito su cui era asceso il prete e
la posizione che occupava io stesso.»
«Appena il chercuto ebbe rotato lo sguardo di falco sul gregge, egli
lo fissò sulla bella fisonomia della mia diletta con tale ardore e con
tale contegno, che se qualcuno dopo di lui mi avesse guardato in quel
momento mi avrebbe veduto cambiar di colore, movere verso il
malvivente ed inciampar nella prima panca da scuotere quanti v'eran
sopra seduti.
«Il moto mio non potea sfuggire al prete e siccome io non era più
nell'ombra, il suo occhio, distratto un momento dall'oggetto della sua
ammirazione, piombò sul mio, ed una corrispondenza d'odio mortale si
scambiò tra i due!--Ora chiederò io ai materialisti: Cosa vi sarà
nell'occhio dell'individuo che tramanda nell'anima altrui tanta somma
d'amore e d'odio? Io avrei bevuto il sangue di quel malvagio--e
lui?...
«Oh perverso! Se io avessi potuto sognare il male che tu eri per farmi
io t'avrei quella stessa sera precipitato dal pulpito, infranto il
cranio sulle lapidi del pavimento e t'avrei strappato il tuo cuore di
vipera!
«Fra Zabedeo, tale era il nome del chercuto, era perito nel mestiere e
possedeva quella sfacciata eloquenza, quella facilità di parole e di
modi che s'insinuano facilmente nel cuore delle donne, e quindi egli
non durò fatica a divenire il lione di tutte le beghine di Montevideo.
A me importava poco, ma ciò che mi premeva era la scoperta ch'io feci
delle sue insidie per sedurre la mia donna. La zia di Dolores era una
donna semplice, che amava sinceramente la nipote, ma come la maggior
parte delle vecchie, essa era un boccone da preti, cioè, avrebbe dato
ogni cosa sua a questi discendenti del serpente che sedusse la prima
donna. E quando parlava del Zabedeo lo innalzava alle stelle, e diceva
che per Montevideo quel santo padre era stato una benedizione di Dio.
E qui non posso a meno di ricordare la cocciutaggine del nostro popolo
delle campagne che da buon Italiano non manca delle furberie della
nostra razza, ma che è nello stesso tempo d'una ostinazione ne' suoi
pregiudizi da far perdere la bussola a chiunque.
«Io non ho mai potuto concepire come un contadino, che vi sa fare i
conti meglio d'un matematico, possa credere alle mille menzogne
propagate dai preti. Eppure il contadino con tutti i suoi vincoli e le
sue miserie è il più fermo sostegno del despotismo e dell'impostura.
«L'astuto prete s'era introdotto nella casa di donna Rita zia di
Dolores, con cui la mia bella fanciulla conviveva dopo la perdita dei
genitori, ed ove io mi recava ogni giorno.
«Zabedeo però che d'ogni cosa era informato e che sapeva Dolores a me
fidanzata, ed io un osso un po' duro a rodere, veniva in quella casa
quando mi sapeva assente.
«Il birbante conosceva che, qual Legionario Italiano, io non poteva in
quei giorni di pericolo per la nostra patria adottiva, trasgredire il
mio dovere di milite. Egli quindi preparava i suoi piani di seduzione
e facea le sue visite quando mi sapea di servigio.
«E di tutto ciò ero minutamente informato dalla mia Dolores, che ad
onta d'esser una semplice ed innocente fanciulla, non avea mancato
d'insospettirsi delle voglie brutali del negromante.
«Fu per me una terribile notte quella del 22 luglio 1847 in cui si
seppe che l'esercito nemico, assediante Montevideo, dovea dare un
assalto, e poi non fu che un falso allarme.
«Comunque fosse la Legione era consegnata in quartiere, pronta ad
accorrere ove il bisogno lo richiedesse, e quel pugno di giovani che
la componevano, avanzo di cento gloriosi combattimenti, passeggiava
nel quartiere desioso di menar le mani, e la popolazione, di cui
gl'Italiani meritarono la fiducia, era lieta di saperli in armi.
»In quella notte, io sergente, era stato incaricato con un picchetto
della mia compagnia di pattugliare verso la sinistra della linea di
difesa, non lontana appunto dalla casa di donna Rita. Con tutta la
disciplina militare dei Legionari quel corpo non mancava d'aver i
difetti inerenti ai volontari, cioè: certe licenze che essi, penetrati
dalla santità del loro proposito in cui la meta altra non dev'essere
che la libertà dei popoli, non dovrebbero permettersi. Il fatto sta
che siccome tutto rimase tranquillo in quella notte, stanchi di
passeggiare ci fermammo in un'osteria per bagnar il becco, ed io vi
confesso la mia debolezza incaricai del picchetto il caporale, e
m'incamminai verso la dimora del mio tesoro.
«Col cuore palpitante m'avvicinai alla porta e dico il vero, con un
certo presentimento inquietante che m'avea preoccupato tutta la sera.
«La porta d'entrata era chiusa col saliscendi e facilmente apertala,
traversai il cortile, e, pratico com'ero, m'avviai all'entrata d'un
salone, apersi pure ed ivi trovai donna Rita addormentata
profondamente su d'un seggiolone. La zia addormentata! e non vedo
Dolores! ciò m'insospettisce. Eran le undici della sera, io non
fiatavo, e mentre contemplavo la dormiente prestavo l'orecchio per
qualche rumore. Un ahi! un lamento!... è la voce vibrante della mia
donna, che mi sconvolge sino nell'ultima latebre dell'anima. Mi
slancio verso la porta della stanza di lei! Era chiusa! Voi mi
vedete.»--E qui il gigante della Liguria ergevasi da sembrar più alto
d'un palmo: «Voi mi vedete.»--I suoi occhi scintillavano più del fuoco
su cui s'inchinavano quei giovani nemici della tirannide grondanti di
pioggia: «Con questo corpo, e non so come, io mi lanciai contro quella
porta, che andò in frantumi, più presto che se l'avesse colpita il
fulmine. Frantumata la porta mi trovai in presenza d'uno spettacolo
ch'io vorrei scordare, ma che non posso, che mi tortura, e che mi
martella l'anima spietatamente.
»Oh! se il nemico ci avesse assaltato in quella notte io avrei messo
fine a questa vita di miserie ed almeno con gloria! La mia fidanzata,
il mio angelo, la donna del mio cuore era distesa a terra, senza
sensi, forse prostituita! e l'osceno sacerdote dell'inferno, con in
mano il crocifisso, pugnale di cui vi ho narrato, e ch'io porto qui
(battendosi sul cuore) nascosto,--reliquia di scelleggine e di
amore!--sì, il prete tenevasi dietro del letto dell'insensata, ove
s'era rannichiato all'entrata mia impetuosa.
»Armato del suo pugnale e rimesso alquanto del suo primo stupore, io
vidi nel chercuto un soggetto, che non per la prima volta trovavasi in
difficili cimenti.
»Nessuno di noi fiatava, e gli occhi roteavano nello spazio che ci
divideva ora sul corpo immobile della giovine, ed ora d'intorno, come
per cercare il destro, egli alla fuga, senza dubbio, ed io
all'assalto.
»Io sino a quel momento avevo dimenticato che non tenevo armi, e che
avevo lasciato il mio fucile con bajonetta all'osteria. Ma l'aspetto
risoluto del prete mi pose in guardia, ed una sedia spezzata mi mise
in un momento con un bastone alla mano.
»Vedendo che non si burlava, il prete aprì finalmente la fetida bocca
con queste parole: Brusco (il demonio sapeva bene il mio nome), se voi
volete lasciarmi uscire, io vi giuro che nulla si saprà dell'accaduto.
Ma se voi vi ostinate a volermi colpire, io pianterò prima questo
ferro nel cuore della donna, e poi vedremo il resto.
»In un secondo mi balenaron per la mente lo stupro, il perdono, la
vendetta,... e quest'ultima la vinse nel mio cuore, generato tra gente
che si vendica e non perdona gli oltraggi. Ed era grande l'oltraggio
di quello scellerato!
»Io volai su di lui, ma per celere che fosse il mio moto, non giunsi a
tempo per salvare la fanciulla. L'assassino, che sembrava pratico al
ferire con quel suo misterioso pugnale, lo immerse nel seno di
Dolores, e si mise subito in difesa contro me.
»Io nulla più vidi!... Strepiti di morte! sangue sparso! nulla! mi
s'appannaron gli occhi. Non so cosa gridai, cosa feci; non so perchè
anch'io non fui trafitto dal crocifisso-pugnale: ciocchè vi posso dire
si è ch'io ripresi i sensi, quando la mia bocca si posò sulle labbra
della mia donna.
»Io tenni un pezzo la mia destra sul polso di lei,--non un battito!
non un segno di vita!... di quella vita per cui avrei dato mille volte
la mia!
»Allora, colla disperazione nell'anima, calpestai rabbiosamente il
cadavere di quel nemico del genere umano, e dopo d'aver pulita la
fronte, su cui s'erano sfraccellati gli spruzzi delle cervella del
Satana, io m'allontanai da quella stanza maledetta!»
In quel momento la tromba del quartier generale suonò la sveglia,
tutte le altre trombe seguirono, e Brusco si congedò dai giovani
compagni, rimasti un momento attoniti dal suo racconto, ma poco dopo
padroni delle loro armi e pronti al loro posto di formazione.
CAPITOLO XXXI.
IL 30 APRILE.
Han combattuto; han vinto
Sotto il talon del forte
Giace il tiranno estinto.
(BERCHET.)
Sei pure un giorno glorioso, o 30 aprile 1849, in cui un pugno di
giovani Italiani, che combattevano per la prima volta, videro le
spalle dei vecchi soldati d'Africa, mandati dal Bonaparte, traditore e
corruttore dei popoli, e comandati dal figlio d'uno dei primi generali
dello zio.
Sì! fu un bel giorno, e sino dall'alba un sergente nemico,
inginocchiato ai piedi del comandante della Legione Italiana chiedendo
la vita (come se avesse da fare con selvaggi) vaticinava la vittoria
della giustizia. «Rialzati, figlio d'una nobile nazione e soldato d'un
tiranno» disse il comandante al sergente, porgendogli la mano.
«Rialzati! noi non calpestiamo i caduti, non trucidiamo i vinti.--E
male per noi! Forse un giorno spinti dai vostri insulti e dalla
disperazione, noi vi sfideremo a morte. Ma no, meglio così, poveri
ingannati!»
Richieri di Nizza, fratello d'uno dei feriti di Sant'Antonio, posto in
imboscata sulla strada di Castel Guido, mise in fuga una squadra di
esploratori Napoleonici, prese loro cavalli ed armi e ne condusse vari
prigionieri al quartier generale della legione.
Il generale Oudinot, secondo il costume dei nostri vicini assuefatti a
disprezzarci, sbarcato a Civitavecchia, marciò subito su Roma, quale
facilissima preda. Egli s'era fatto precedere dai soliti fallaci
proclami, in cui i soliti amici liberatori venivano a Roma per
salvarla. La risoluzione di resistere, presa dal Governo romano, fu
lodevolissima e degna d'un popolo che risorge alla vita dei liberi.
Forti, o deboli, picchiar sempre i prepotenti stranieri, e picchiando
si ottengono sempre migliori risultati, che curvando il collo al
giogo. Almeno si scansa il sogghigno di disprezzo, che più del ferro
colpisce gli umili calpestati.
E la risoluzione di resistere fu accolta dai Romani e massime dalla
gioventù italiana di tutte le provincie, con un entusiasmo
indescrivibile. Ma altro è entusiasmo, di cui sono sempre prodighi
gl'Italiani, altro è quella maschia costanza, di cui abbiam dato sì
poche prove sin ora, senza di che non si giunge ad ultimare le grandi
imprese.
Poi, ognuno tirava il carro dal proprio lato in questa povera
penisola, senza curarsi di stringerci subito in un fascio, e far testa
insieme alla prepotenza straniera.
Piemontesi, veneti, toscani, napoletani, ciascuno pensava per sè; e
poco importava della sorte dei fratelli, che pure pugnavano per la
stessa causa.
I re, si sa, temendo più il popolo dello straniero, desideravano la
caduta di Venezia e di Roma. Ma gli stessi archimandriti di queste due
e della Toscana fecero forse quanto potevano alla difesa comune? La
storia risponderà.
Il Governo repubblicano, emanato dal suffragio libero ed universale
del popolo, quantunque composto di gente onesta, era viziato dalla sua
stessa natura.
Triumvirato! e quali tradizioni ha nel nostro paese il triumvirato,
fuori della guerra civile e della tirannide? Eppure tale fu la forma
di governo adottata da uomini pieni di buona volontà e patriottismo,
ma traviati dalla presunzione del Mazzini, che senza avere la capacità
di comandare, non tollera la direzione altrui, o gli altrui consigli.
E senza voler manifestarsi capo assoluto, egli è assolutissimo, e
direi quasi un secondo infallibile.
Se Mazzini più che triumviro, dittatore reale di Roma, avesse avuto le
doti ed il coraggio di un dittatore, e dittatore si fosse fatto
proclamare, cosa non difficile in quei giorni di pericolo, ciò avrebbe
incontrato il gradimento dei buoni. Io credo, che se la Repubblica
Romana non si sosteneva indefinitivamente, certo essa più lungamente
avrebbe durato, e più degnamente sarebbe caduta. E caduta l'ultima,
dopo Venezia e l'Ungheria.
Saffi ed Armellini eran patriotti distinti e virtuosi, ma questi due
triumviri, siccome la maggior parte degli uomini che componevano la
costituente romana, anche buoni ed intemerati, abbisognavano di ciò
che si vuole in tempi urgenti, cioè una mente risoluta e ferrea con
pieni poteri, e Mazzini, che non l'avrebbe tollerata, non era l'uomo
da supplirla.
Comunque fosse, il 30 aprile fu un bel giorno! un giorno glorioso per
le armi italiane!
Il generale Avezzana, veterano di cento battaglie ed una delle glorie
più pure del nostro risorgimento, trovandosi alla direzione del
ministero della guerra, organizzò la difesa della città eterna con
molta maestria, ad onta dei pochi mezzi di cui disponeva, e delle
insufficienti forze repubblicane, che non bastavano certamente a
guarnire l'immensa estensione delle mura di Roma.
I pochi e poco numerosi corpi di Volontari che assistettero a quella
magnifica pugna, di molto inferiori di numero al nemico, combatterono
valorosamente e come si combatte contro ladri che invadono la propria
casa.
Una delle buone disposizioni del generale Avezzana fu quella di
occupare le posizioni esterne del monte Gianicolo fuori di Porta San
Pancrazio. Le ville Corsini, Panfili, ed altre, situate sui vertici di
quelle dominanti colline, presentavano una difesa imponente, coi loro
solidi edifizi, coi recinti delle loro mura, ed i superbi secolari
boschi che le adornano. Baldanzoso, il nemico avanzavasi sulla strada
di Castel Guido verso porta Cavalleggieri, ed alle 10 antim. spiegava
le sue teste di colonne, ed assaliva risolutamente, protetto dalle sue
artiglierie messe in posizione.
Venendo da Castel Guido a porta Cavalleggieri si lasciano a destra le
alte posizioni del Gianicolo, e trovandosi la Legione Italiana su
quelle alture, essa colse l'opportunità d'un attacco di fianco sulla
destra dei napoleonici.
I soldati nemici, già impegnati all'assalto della porta suddetta,
vedendosi bruscamente attaccati sul loro fianco destro e potendo
combattere un avversario non coperto da mura, fecero fronte a destra,
ed il combattimento impegnossi furioso contro i legionari assalitori.
Ivi presero parte, colla Legione Italiana, la Legione Romana, i
Volontari d'Arcioni ed altre piccole frazioni di corpi.
Marrocchetti, Galletti, Arcioni, che comandavano i tre corpi suddetti,
gareggiarono di valore e d'intrepidezza.
Il capitano Montaldi, uno dei migliori ufficiali di Montevideo, fu il
primo che diradò le file di quei reduci valorosi. Alla testa della sua
compagnia egli attaccò la destra nemica con tale impeto che la fece
piegare sino sulle sue riserve. Ma vergognato di cedere davanti a sì
picciol numero di Volontari, il nemico, rimesso dal suo stupore,
caricò la compagnia con forza decupla, l'avvolse, ed il prode Montaldi
cadde, vendendo ben cara la vita. Egli cadde nelle braccia di Cantoni,
che sdegnoso di tenersi al quartier generale, avea accompagnato
Montaldi, quando questi riceveva l'ordine d'attaccare. Il valoroso
Martino Franchi, che trovavasi in ajuto di Montaldi colla propria
compagnia, sostenne l'urto del nemico sino a raccogliere le reliquie
dei compagni sopraffatti da sì numeroso nemico. Molti caddero di
quella intrepida compagnia, e Cantoni, dopo d'aver sorretto il suo
comandante, fu rovesciato egli pure da una palla alla tempia. Le
colonne bonapartesche che s'avanzavano su Roma, eran tutte guidate da
preti, che marciavano come guide alla loro testa, col crocifisso alla
mano. Uno di queste guide, alto e corpulento, che precedeva la colonna
del centro, fu da Cicerovacchio additata al generale Avezzana, e
questi, che in quel momento trovavasi in una batteria comandata dal
tenente Bovi, esclamò: «Bovi! che bel colpo», e Bovi che amava i preti
come il diavolo l'acqua benedetta, appuntando un suo cannone da 9 in
bronzo, lo diresse con tanta destrezza, e con tanta esattezza riuscì
la mira, che la palla portò prete, sottana e crocifisso, tutto in un
mucchio tra le fila della testa di colonna, ove fece una vera strage,
e per compiere il miracolo, il crocifisso conficossi nell'occhio
destro del colonnello Devot, che avea perduto il sinistro all'assalto
di Costantina.
«Bravo Bovi! esclamò il fondatore di Tampico¹. Bravo! e se in tal modo
fossero accolti il Papa e Bonaparte, questa povera Italia cesserebbe
d'esser lacerata e disonorata.»
¹ Avezzana.
Il combattimento del 30 aprile durò molte ore: i Bonaparteschi,
battuti di fronte dalla nostra artiglieria delle mura, e fucileria, di
fianco dai corpi volontari che occupavano le posizioni esterne del
Gianicolo, finirono per ritirarsi in disordine, lasciando nelle nostre
mani 500 prigionieri circa.