diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad
ognuno dei loro comandi, talchè lo incaricarono anche della vigia¹
veglia a prora, occupazione penosa in una notte come quella in cui i
colpi di mare sommergevano sovente tutta la parte anteriore del legno,
e gli spruzzi arrivavano all'estremità superiore degli alberi.
¹ Veglia.--Vigilar per bastimenti a prora terra o altro.
Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro
Elia, e le sue mosse da prora a poppa, ch'egli faceva per rifocillarsi
ossia pigliar le sue misure per adempiere l'arduo disegno, non
ispiravano alcuna diffidenza alla ciurma piratesca.
Vi sono vari modi d'affrontar la morte, e comunque uno vi si
famigliarizzi, ogni modo non manca d'essere temuto dai più o meno
forti, più o meno spregiudicati, anche, credo, quando si è decisi al
suicidio. E qui devo dare un ricordo agli impostori chiamati preti,
che speculavano sulla morte, come su ogni cosa, ed accompagnandola
colle loro favole terribili d'Inferno, di Purgatorio e tante altre
menzogne hanno reso spaventevole una naturale circostanza o
trasformazione degli esseri.
L'idea d'esser tuffato cadavere in quell'onda nera e tempestosa, ed
ivi annegato non era la più piacevole cosa in un'età piena di
speranze, ma nella bilancia fra il pericolo e la gloria dell'impresa,
l'ultima vinse nell'anima generosa del giovine eroe, in cui s'era
concentrato tanto spirito dell'antica virtù romana.
Sotto il buonpresso¹ dei trabaccoli esiste per consuetudine una
mannaja, che serve a rovesciare l'albero di trinchetto quando,
sopraffatti nell'Adriatico da furiosa bora², quei legni sono obbligati
di tener all'ancora.
¹ Albero quasi orizzontale alla estremità anteriore dei bastimenti.
² Vento da Greco.
Col pretesto della veglia, Antonio potè comodamente nasconderla sotto
il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere
stava il capitano di presa, appoggiato al bottabarra¹.
¹ Pennone inferiore su cui sono invergate le vele di trabacco.
Il cuore batteva ad Elia, e ne avea ben donde comunque determinato;
egli avventò il primo colpo alla testa dell'ufficiale e lo sbagliò!
La lama della scure conficossi ben addentro nel bottabarra come si può
supporre pel colpo vibrato dal robusto braccio dell'Anconitano.
Il capitano, per fortuna di Elia, era in quel momento distratto, e
pensò fosse qualcosa caduta da riva¹ e guardò in alto verso la cima
dell'albero, mentre l'altro estraeva il ferro dal legno. Tuttociò
accadde in pochi momenti, non potè però effettuarsi senza che
l'ufficiale turco s'accorgesse della presenza d'Antonio, del suo ferro
e del contegno ostile, essendo la notte oscurissima bensì, ma il sito
alquanto rischiarato dal lume della bittacola².
¹ Di sopra.
² Sito ove si tengono le bussole.
Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla
spalla sinistra d'Elia ne innondò il corpo di caldo sangue.
Sin allora come abbiamo accennato di sopra, una certa titubanza era
mista alla disperata risoluzione dell'eroe italiano, ma il calore del
sangue gettò il fiero giovane nell'orgasmo dell'eroismo, in quel
momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue
mani con agilità elettrica e l'Ottomano cadde col cranio spaccato.
Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena
pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano.
La terribile pugna d'uno contro nove armati meritava la luce del sole,
e se quella scena di morte si eseguiva al cospetto di spettatori, o
fosse stata soltanto illuminata da fiaccole o da un incendio, essa
avrebbe sembrato una pugna di demoni contro il genio del bene
rappresentato dal giovine Anconitano.
La felice impresa coi due primi lo animò talmente che, con minor
difficoltà ch'egli non avrebbe sperato, potè disfarsi dei sette
rimanenti nemici ch'egli attaccava separatamemte, nell'angusto spazio,
tra la murata e la barca, e che trovava sonnolenti e soperchiati dalle
bevande spiritose.
Chi, come me, avesse conosciuto Antonio Elia, al solo vedere quella
bella, svelta e leonina figura, avrebbe esclamato! «Oh! quegli vale
per una dozzina!»
Elia non era alto di statura, non era un Ercole, un Anteo, ma le sue
forme avrebbero servito di modello allo scultore per scolpire Achille
o Milone di Crotona. La sua prima cura, dopo d'essersi sbarazzato dei
nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva, e
si capisce come in una notte di tempestoso scirocco, dopo d'aver
nascosto il fanale, e fatto appoggiare¹ il bastimento, non fu
difficile al trabaccolo di sottrarsi alla vista della caravella. Tolti
alcuni terzaruoli al trinchetto, e prendendo la direzione più
conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani
dal nemico. E si disse che quell'equipaggio,--come sono gli Italiani
sempre alla fine propensi i miracoli,--raccontasse che un angelo
mandato da Dio avea sterminato i Mussulmani e salvatolo dalla
schiavitù o dalla morte; che quell'angelo però era apparso sotto le
sembianze di Antonio Elia. Tale portento fu senza dubbio propagato dai
preti nell'interesse della bottega, e per menomare il merito
dell'incomparabile liberatore.
¹ Seguire la direzione del vento.
Il fatto sta, che un'impresa stupenda senza uguale nella storia dei
popoli rimase quasi ignota nella sua splendida verità, ed il Governo
del Papa, che santifica gli inquisitori e gli assassini, nulla fece
per ricompensare l'eroismo del marinaro italiano¹.
¹ Questo racconto è pura storia.
CAPITOLO XXVII.
REPUBBLICA ROMANA.
Libertà mal costume non sposa,
Per sozzure non mette mai piè.
(BERCHET).
La corruzione, arma terribile della tirannide, è giunta oggi a tal
punto in Europa da allontanare ancora per molto tempo la realizzazione
di quello stato di libertà e di prosperità generale, a cui potrebbe la
società pretendere, e che fu agognato dagli onesti di tutte le
generazioni.
Come volete libertà, se una metà di voi vuol vivere alle spalle
dell'altra? La metà gaudente impera con prepotenza sulla metà
soffrente coi mezzi che per forza estrae da questa, poichè non
esisterebbero tiranni e i loro satelliti, se il popolo non fornisse
loro, soldati, birri e danaro.
La legge! e non mi farebbe specie di udirla millantare e vociferare
dai gaudenti, e dai loro giornali salariati, ma ciocchè duole è di
udirla applaudire da certi organi della stampa periodica, che sembrano
appartenere anche essi ai soffrenti.
Ma le leggi non sono esse proposte dai rappresentanti del popolo e da
essi promulgate? quindi esse sono, nell'interesse vostro, e dei tanti
piagnoni eterni banditori di lagnanze infondate! Non festeggiate voi
lo Statuto con cui vi beò quella buona pasta di monarca, che capitanò
la rivoluzione del 21, e che vendè poi tutti coloro ch'egli stesso
avea suscitato o con cui aveva tramato la libertà della patria?
Non è lo Statuto la legge fondamentale dello Stato?
Il suo primo articolo non vi fa tutti Cattolici Apostolici Romani cioè
dipendenti da coloro che in Roma vi barattarono collo straniero
settantasette volte?
Non avete la legge sulla leva, non preti, leggi senza numero che vi
mantengono quali vi vogliono i vostri padroni, cioè poveri e
sottomessi?
La legge dunque, gridate tutti! la legge!
Una legge che pasce con un mucchio di milioni un individuo solo, di
cui in fin de' conti è manifesto che si potrebbe far senza; nè basta:
chè alla sua inutile conservazione si fanno servire l'esercito
stanziale, e gli eserciti di birri, di prevosti, di spie, d'impiegati
d'ogni specie. Tutta gente interessata all'esistenza di quel solo, ed
a cui quel solo fa parte della sostanza pubblica. Dimodochè essi, che
si potrebbero chiamare mignatte dello Stato, si sostengono a vicenda e
spolpano il popolino, che si lagna, ma paga, dà il suo sangue, e
sovente a squarcia gola grida: Viva i padroni! quando questi lo beano
della loro presenza.
A tutte queste classi d'oppressori, grandi e piccoli, aggiungete la
famiglia dei neri, che si sfama anch'essa alla mangiatoja popolare, e
che nella famiglia umana rappresenta e vale meno del majale nella
razza dei bruti, giacchè il majale, come dice Casti, tollera qualunque
governo che non lo tocchi nella pancia, come il prete, ma più del
prete è utile colle sue carni e poveretto nessuno inganna!
Leggi!... e le leggi che stipendiano i vescovi, e che vi obbligano a
pagare il debito pontificio! Bisogna coprirsi gli occhi dalla
vergogna! e ben fai, popolo, quando gridi: Viva la morte!... giacchè
col denaro con cui pasci i tuoi vampiri essi comprano armi per
combatterti, assoldano briganti, e, peggio di tutto, se ne servono per
corrompere mortalmente e materialmente. Sì! io credo che prima
dell'esistenza del Papato e compagni in Italia, la stirpe italica era
più bella di corpo, più forte e più intelligente.
Fate un fascio del governo, dei birri, dei gaudenti d'ogni specie e
d'una miserabilissima plebe, e con poche eccezioni, avrete quel
bordello che si chiama moderna civiltà.
Civiltà! gli uomini la fan consistere nel peculio, anche a spese del
prossimo, e le donne in mille frivolezze di lusso che vi
raccappricciano, ed ambedue nuotano in un mare di corruzione, in cui
l'esistenza della libertà si annega, o vi diventa impossibile.
La notte dell'8 febbrajo, prima della mezzanotte si proclama la
Repubblica a Roma dai deputati dello Stato Romano riuniti in
Costituente, e la Repubblica avrebbe durato se l'Italia ne fosse stata
degna. Ma, lo ripeto: libertà mal costume non sposa! Non è degno di
libertà il popolo che ogni giorno va a prostrarsi ai piedi d'un
impostore che si chiama prete. E non è degno di libertà il bastonato,
che si sganascia urlando: Viva i bastonatori!
Sì! in quella memorabile notte, il vecchio Campidoglio rimbombò del
maggior grido di viva la Repubblica!
L'Europa, il mondo, stupirono alla rinascenza della loro antica
metropoli, ma lo stupore passò presto, vedendo che pigmei volevano
edificare sulle rovine dei giganti.
Nel giorno seguente le fiamme dei confessionali, ammassati sulla
superba piazza del Vaticano, rallegravano le moltitudini, e
promettevano la fine dell'abbruttita servitù del popolo Italiano dalla
sudicia e corrosiva teocrazia.
Cicerovacchio, nome caro e riverito, tipo dell'operoso ed onesto
popolano, avea capitanato una brigata di Romani alla santa impresa di
bruciare quei troni della negromanzia, quella cloaca d'ogni corruzione
umana, ed il popolo buono, quando ben guidato, sotto la direzione del
suo venerando tribuno, compiva l'innocente _auto da fè_ con una calma
ilarità degna de' suoi maggiori. «Che belle fiamme spingono al cielo
questi nidi di vipere, urlava un popolano: si vede che non
economizzavano il seccante nella pittura i nostri chercuti padroni.»
»Oh! non inganneranno più le nostre donne, e non sedurranno le nostre
figlie, quei discendenti del serpente d'Eva;» esclamava un canuto
mentre gettava sull'incendio alcuni rottami dell'arche nefande.
»Ebbene! ora che il fuoco è acceso, e che non rimarranno vestigi dei
confessionali, entriamo nel tempio, e facciamo un po' di provvista per
le nostre famiglie. A che servono tutti quegli ori ed argenti con cui
sono adorni i Santi e le Madonne?»
Questa voce estranea alle moltitudini, ma nota a noi, usciva dalla
bocca fetida d'uno vestito da popolano, ma che un occhio sperimentato
avrebbe, benchè difficilmente, ravvisato che quel tale era tutt'altro.
Il prete per metamorfosi che faccia non può nascondere la sua feroce
volpina fisonomia, e se lo avvicinate, esso puzza sempre di qualche
cosa che somiglia al fetore del majale e del capro. Tale era
Gaudenzio, inviato fra questa scena di libertà popolare per eccitare
la moltitudine al disordine ed alla rapina. Le rivoluzioni, che il
popolo eseguisce contro la tirannide, sono sempre disonorate e
annientate dall'importante parte che vi sanno rappresentare i
dottrinari e gl'impostori.
E qui m'occorre lo strano paragone dell'uomo col bue. Una truppa
irrompente d'alcune centinaja d'animali vaccini, figli selvaggi
dell'immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno
uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del
macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione
indeterminata verso lo spazio.
Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga
tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso
dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato
come il filo d'erba che si sprofonda sotto l'ugna pesante. La massa
moventesi è irresistibile, e ben lo sa l'astuto cavalier conduttore:
egli non s'appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto
corsiero, docile istromento di servitù anch'esso, quando è domato
dall'uomo. E segue, e segue tenendosi su d'un fianco della truppa. E
segue, sinchè l'ostacolo d'una foltissima vergine foresta, o d'un
fiume arresti la marcia della massa informe.
Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro
conduttore dopo d'averla circondata di guardie, aspetta che passi il
bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo,
indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di
fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti
custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra
di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri
conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era
opporsi alla foga plebea dell'epoca, continuava, come già abbiam
veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed
aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello.
Non è questa la storia d'Italia da diciotto secoli?
La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani,
sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso
l'immensa mole, capo d'opera d'arte e di corruzione umana, per mettere
ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio
tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla
inquieta, ma docile all'autorità dell'onesto archimandrita. «Siam qui
noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà
della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti
per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori
dell'arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più
remota posterità?»
E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io
confesso esser di altra opinione.
Se l'Italia invece d'essere un pantheon di memorie e d'opere insigni,
fosse un po' men ricca d'arte ma più robusta, cioè in luogo di templi,
avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse
cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d'esser mancipia
dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di
limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero
scaraventato nell'incendio quante mitre insudiciano grottescamente le
grandiose opere d'arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche
a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde
del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico
dell'Italia.
Comunque sia la parola autorevole di Cicerovacchio fermò la
moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo
tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti¹ scoppiò nella folla
dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero
più e gridassero meno di noi moderni italiani.
¹ Vero nome di Cicerovacchio.
Il rapitore d'Ida, che s'era innalzato sulla punta dei piedi per
gettare tra il popolo l'eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin
piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che
sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia
figura di Martino Franchi, illuminata dall'incendio, non avesse avuto
luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella
tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò
sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte
a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo
dell'inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma
d'alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.
CAPITOLO XXXVIII.
DAVERIO.
Il mortale.
Non vive ei forse anche sotterra quando
Gli sarà muta l'armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de' suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d'amorosi sensi.
(FOSCOLO.)
La proclamazione della Repubblica Romana trovò la Legione Italiana a
Rieti, ov'essa era stata inviata dal Governo provvisorio in
osservazione contro le minaccie d'invasione borbonica. Alcune opere
leggiere di difesa si eressero per precauzione alla frontiera che
divideva il Pontificio dal Napoletano, ed il genio dei Volontari era
diretto da Daverio, giovane ingegnere. Il tipo dei Manchi e dei
Daveri, è preculiare all'Italia: il suo popolo, lo confesso con
dolore, è corrotto dall'educazione pretina, ma come qualche volte in
una notte tempestosa il navigante è rallegrato dalla comparsa d'alcuni
astri, che sembrano fuggire, inseguiti dalle nere nubi che li
nascondevano, così questa terra classica partorisce qua e là certe
individualità speciali e privilegiate che fanno dimenticare
l'abbruttimento delle masse e la malvagità di chi le deprava.--Avete
osservato nel vostro consorzio degli uomini quel giovine dal volto
d'angiolo, che come il sembiante ha l'anima, che nelle risse, ove di
rado si trova, parteggia per il debole, che si precipita nell'onda per
salvare la vita d'un naufrago, che marcia sempre tra i primi in una
carica di Volontari contro il nemico, ultimo nelle ritirate, che mai
non murmora per disagi o fame, che cade ferito senza un lamento, e che
il giorno delle ricompense si ritrae e lascia fregiare il petto d'un
ciondolo o d'una fettuccia a coloro che forse avevan veduto il nemico
da lontano, e sdegna di partecipare a quelle mercedi, a quelle
medaglie, a quelle croci con cui il despotismo di quasi tutti i paesi
s'è fatto un baluardo, quasi inespugnabile, di vanitosi satelliti?
Ebbene, quel giovane, sì valoroso, sì bello, sì modesto, che prese
parte a tutte le pugne italiane, dalle barricate di Milano, al fatale
3 giugno, ove lasciò gloriosamente la vita, quel giovine è Daverio, il
Lombardo, oggi occupato alle opere di difesa della frontiera romana,
presso Rieti, e che vent'anni di lotta non hanno potuto cancellare
dalle vergogne italiane.
Sì! vive anche sotterra Daverio, vivono i valorosi suoi compagni
caduti sulla terra romana, e vivranno e saran ricordati alle genti
sino alle più remote generazioni, quando il fiume della ragione,
signoreggiando l'Italia, ne lavi le brutture di diciotto
secoli;--quella fascia azzurra, che circonda i monti e l'Infinito!
E chi oserebbe trovarvi un limite? Colui che di mondi seminò
l'Infinito, ne segnò l'orbite e le leggi regolatrici, n'è la mente, lo
spirito, l'intelligenza, l'anima,--è l'Infinito.
E l'anima mia, che penetra nelle latebre dell'Infinito, non lo può
definire, ma lo concepisce, e ne regge una particella materiale,
infinitamente minima, è essa stessa mente, spirito, intelligenza,
parte dell'Infinito? Sì! io credo all'immortalità dell'anima, e mi
compiaccio nell'idea che mia madre al mio capezzale, mio padre ed i
miei cari, martiri d'una causa santa, corrispondano ancora all'affetto
mio.
CAPITOLO XXIX.
IL GENERALE AVEZZANA.
Libertà va cercando che è si cara,
Come sa chi per lei vita rifiuta.
(DANTE.)
Una delle grandi figure della rivoluzione Italiana è certamente il
generale Avezzana, questo valoroso milite della libertà umana,
favorito dalla natura di belle forme e di robustezza della persona, lo
è similmente nelle doti dell'anima. Basta dire che i suoi nemici,
altro difetto non trovano in lui, che d'esser troppo buono! cioè di
essere troppo propenso ad esaudire una richiesta ed a dividere il suo
pane con chi ne abbisogna.
Tali qualità d'un animo ben fatto riunite ad una tempra ferrea e ad
una bravura a tutta prova doveano naturalmente fare del generale
Avezzana l'idolo dei suoi subordinati.
Egli apparteneva alla schiera de' prodi che traditi da uno spergiuro
emigrarono nella Spagna con Pacchiarotti nel 1821, e che vi fecero
bello il nome Italiano, pugnando per gli stessi diritti che avean loro
fruttato l'esilio. L'invasione francese nella Penisola Iberica,
cacciava Avezzana in America, ove tanto si distinse nelle guerre
Messicane con isplendide vittorie e colla fondazione di Tampico, oggi
secondo porto marittimo di quella repubblica. Per la Legione Italiana
l'avvenimento d'Avezzana al ministero della guerra in Roma fu una vera
fortuna. Il corpo dei Volontari, pel quale nutriva avversione e
diffidenza il governo che precedette la Repubblica, era mantenuto
lontano da Roma, e con molta difficoltà esso avea le cose più
necessarie alla vita del milite.
La Legione passò vari mesi dell'inverno senza capotti, e più della
metà era armata di lancie quando fu chiamata alla capitale per
partecipare alla difesa contro l'esercito di Bonaparte. Ma, giunto
Avezzana al governo, essa ebbe subito il necessario.
Era una notte d'aprile, la Legione partita da Rieti marciava su Roma,
e questa era la prima notte di campo che induravano i Volontari, e ben
rigida. Oggi, inaridito dagli anni, una notte tempestosa passata allo
scoperto mi raccapriccia, ma più giovane, io ho goduto allo spettacolo
d'una notte nella foresta illuminata da un fuoco che si doveva
difendere e sostenere in vita lottando col temporale.
Pioveva a dirotto, e le frondi dell'annose quercie battute del vento
aumentavano gli effetti della pioggia. Per fortuna il proprietario del
campo, ove i Volontari pernottavano, ci avea regalati di una magnifica
pianta, che diede legna sufficiente per tutta la notte a tutti i
militi.
Era ammirabile veder quella gioventù grondante acqua, continuamente
occupata ad attizzare il fuoco che la pioggia persisteva a spegnere,
sollazzarsi allegramente con facezie e racconti graziosi come se fosse
seduta a lauto banchetto.
Tutt'a un tratto si udiva il grido: «acquavita!» e gl'inesperti che
correvano alla direzione di quel grido rimanevano delusi ed eran
l'oggetto delle beffe dei differenti crocchi, che non s'eran mossi e
che pure avrebber lavato volontieri la gola con un bicchierino di
qualunque cosa. Allora come per indifferenza all'ingannevole burla,
gl'ingannati intuonavano un inno patriotico, in sostanza più atto a
riscaldarli del sognato cordiale e tutti allegramente facevano coro
con entusiasmo da dimenticare i disagi della notte.
La guerra è vergognosa cosa per una società che si chiama civile, e
non si comprende perchè gli uomini devano reciprocamente uccidersi per
intendersi. Ma quando disagi, pericoli, morte devono affrontarsi per
la libertà del proprio paese o dell'altrui, allora la guerra diventa
santa e la soddisfazione di coscienza che si prova paga con usura ogni
patimento.
Tale era certamente la situazione morale di questi coraggiosi militi,
e se il silenzio regnava tra alcuni dei numerosi fuochi, ciò era
cagionato dall'attenzione prestata dai giovani ai racconti d'episodi
per lo più guerreschi ed emancipatori dei più provetti.
La scuola pratica toccata alla gioventù Italiana in questi vent'anni
dal 48 al 68 è stata molto giovevole, e certo la parte più brillante
di tale periodo tocca ai Volontari.