Leonida, dopo d'aver fatto legare e metter fuori la sbirraglia, con

una scorta di Volontari, dopo d'essersi assicurato che i marinari

preparavano l'incendio della parte legnosa delle abitazioni, e che

l'artiglieria avea ultimato il suo lavoro di mina, si recò egli stesso

verso l'abitazione del Comandante per sapere cosa vi succedeva.

Cecilia, che lo accompagnava dovunque come la propria ombra, pratica

delle stanze del Volpone, gli serviva di guida. Giunti nell'interno e

non trovando nessuno, essi si diressero in un corridojo che conduceva

all'entrata della scalinata che metteva alla torre, ove Volpone

prudentemente si ritirava nella notte.

Giunto, dopo d'aver salito la scalinata, alla porta ferrata della

torre, Leonida si mise a bussare senza cerimonie, ma inutilmente:

bussa e ribussa, niuno rispondeva. Invano egli adoperava il mazzo di

grossissime chiavi per far rumore. Niuno rispondeva, e disperando di

far aprire, egli già si disponeva a ritirarsi, senonchè prima volle

fare un ultimo tentativo, coll'artefare a voce alta le seguenti

parole: «Ebbene, giacchè non volete rispondere, voi salterete in aria

col forte.»

Queste parole ebbero l'effetto desiderato, e la porta si spalancò

subitamente. Volpone cogli occhi fuori dell'orbita uscì a precipizio

fuori esclamando: «Per amor di Dio salvatemi!» E l'uomo che con una

impassibile ferocia avea assistito ai patimenti degli sventurati per

ordine dei preti, e dei decapitati nel fondo delle loro carceri,

gettossi ai piedi del giovane Romagnolo tutto tremante, ed abbracciò

le sue ginocchia; ma questi con un ribrezzo, come se fosse al contatto

d'una vipera, ributollo, e gli disse:

«Su, codardo, fuggite, se volete salvare l'infame vostra pelle!» ed il

soldato del Papa non se lo fece ripetere; precipitandosi giù per la

scala, ove quasi si rompeva il collo, abbandonò ogni cosa per non

perder tempo, e corse fuori gridando come un'energumeno «si salvi chi

può!» Cecilia ricordò a Leonida, che dovevano trovarsi nel castello la

vecchia serva, la giovine misteriosa ed il prete venuto con essa, e

quindi ricominciarono amendue a cercare per le stanze, e per fortuna

dei malvagi, Leonida e la sua compagna capitarono così nella stanza

d'Ida:--Zambianchi, Cantoni ed Ida erano usciti,--e Gaudenzio

trovavasi indissolubilmente abbracciato alla fetente Dulcinea.

La legature del Zambianchi erano state fatte così esattamente, che

ogni tentativo per staccarsi era riuscito vano; anzi la circolazione

del sangue, impedita dalla strettezza delle legature operata da mano

di ferro, cagionando gonfiezza, diventavano così le parti strette

addoloratissime, e molti Ahi! e lamenti, ed imprecazioni erano usciti

dalle combacianti bocche dei due perversi.

In tale stato furono trovati da Leonida e Cecilia. Da principio,

all'aspetto di quelle grottesche figure e cedendo all'umana natura, i

due giunti sfiorarono le labbra alle risa, ma un senso di compassione

succedette subito, e fece che il Faentino sciogliesse ambidue;

Cecilia, però, fosse per pudicizia femminile all'osceno spettacolo, o

perchè essa conosceva esser la Susanna depravatissima donna, poco si

commosse in favore dei legati, tanto più ch'essa aveva concepito molta

repugnanza per il Gesuita senza conoscerlo. Infine, a dispetto del

demonio, a cui appartenevano le due sozze creature, furono sciolte con

ordine di uscir subito dal castello.

Avendo Leonida compiti i tanti doveri di direttore dell'impresa,

scendeva nel cortile, ma nel mettervi piede, qual fu la sua sorpresa

vedendo tutto l'edificio illuminato dall'incendio e Cantoni solo nel

mezzo che accorreva verso di lui eccitandolo ad uscire subito, perchè

non v'era tempo da perdere. Veramente il fuoco progrediva

spaventosamente tra il legname delle vecchie gallerie, e lo scroscio

delle superiori cadendo in tizzoni sopra le inferiori già infuocate,

con immenso fracasso faceva un finimondo.

I due amici con Cecilia ebbero appena tempo di precipitarsi verso il

portone d'entrata, ed uscire salvi all'aria libera, che già le fiamme

della galleria e delle scalinate s'eran comunicate alle diverse

casupole di legno, che nelle vicinanze dell'ingresso servivano di

corpi di guardia pei birri e la guarnigione.

A pochi passi dal ponte levatojo essi raggiungevano Zambianchi ed Ida,

che Cantoni avea lasciati per soccorrere l'amico. E Leonida disse

loro: «Allontaniamoci e presto;--lo scoppio delle polveri non può

tardare.»--E realmente giunti che furono ad un migliajo di passi una

terribile esplosione si udì dietro loro, e voltandosi stupefatti essi

videro nell'aria i frantumi dell'ergastolo volare come le projezioni

d'un vulcano nelle sue fiere eruzioni.

Un nembo, che in quell'ora innalzavasi dall'Appennino alla parte

opposta ai nostri osservatori, frammischiava le sue lingue di fuoco ed

il rimbombo del tuono allo sconquasso spaventoso che il ricettacolo

della tirannide operava, squarciando le latebre dell'atmosfera.--La

notte inganna l'occhio: sovente un cespuglio a pochi passi, sembravi

un monte distante, ed il monte a grande distanza vi sembra vicino ad

ostruirvi il sentiero. Tali apparivano gli spettri delle macerie

lanciate nell'aria dalla potenza della polvere ed i maggiori che più

atterrivano gli astanti erano lontani, mentre i minori che non si

scoprivano, e quindi non spaventavano, giungevano ad oltrepassarli e

colpire nelle loro vicinanze, ciocchè obligò i nostri amici ad

allontanarsi di fretta dalla scena di distruzione. Tale appariva forse

il cono tronco di San Leo quando era fumajuolo della terra.

CAPITOLO XXIII.

I RACCONTI.

Je vous raconterai l'historie du marié.

(VOLTAIRE)

Era una mattina di dicembre dopo una notte tempestosa, ed in quella

mattina il sole, come dicono i contadini, _s'era mostrato dalla

finestra_, per nascondersi ancora e lasciar alle nubi, con pioggia o

senza, l'intero dominio del firmamento.

In un albergo a' piedi del monte San Leo era giunta tanta gente in

quella notte che la maggior parte era stata obbligata di alloggiare di

fuori, ossia di accamparsi, e per poter resistere alla pioggia ed al

freddo tutta la legna dell'albergatore era stata poca per soddisfare

ai suoi bisogni, talchè uno steccato di legno che racchiudeva un

orticello, avea pur servito a supplire la mancanza.

Al primo chiaror dell'alba due individui si erano avvicinati ad un

crocchio di Volontari. Ravvolti nel loro tabarro e nascondendo con

esso tutta quella parte che l'uomo, nell'ignorante sua presunzione,

chiama immagine di Dio, ma che in quei due era piuttosto l'imagine del

demonio, fingendo infine di nascondere il volto dal freddo lo

nascondevano in realtà per la paura di esser riconosciuti.

Il Gesuita ed il mercenario dei gesuiti il Volpone,--tali erano i

nostri due sconosciuti,--avevano avuto cura di scansare il crocchio di

Zambianchi, che al chiaror pallido d'un fuoco ravvivato a stento,

sembrava una colonna frammezzo ai suoi uomini, a Leonida, Cantoni,

ecc. Ma a tergo di essi e dei volontari loro, poichè difficile sarebbe

stato di penetrare nella falange serrata dei miseri intirizziti dal

freddo, essi potevano rimanersi celati.

E qui devo ricordare una circostanza della mia vita a cui la seguente

francese poesia potrà ben applicarsi (parlando degli uomini).

«Je crois voir des forcats, dans leur cachot funeste

«Pouvant se secourir, l'un sur l'autre acharnés,

«Combattre avec les fers dont ils sont enchainés.

In una foresta d'America, essendomi trovato in una marcia di notte

staccato dal corpo di marina che comandavo, stanco ed incerto del

sentiero per l'oscurità e la pioggia mi avvicinai ad un crocchio di

soldati che erano pervenuti ad accendere il fuoco, e chiesi un

tizzone;--mi fu negato, pregai ma invano;--colla sciabola alla mano

allora, e con due coraggiosi che mi sostenevano, giungemmo ad ottenere

il desiderato tizzone, ma dopo una mano di busse che potevano riuscire

in rissa mortale.

Gaudenzio e Volpone dunque, dietro l'usbergo dei Volontari serrati in

gruppo, stettero sicuri mentre durava l'oscurità della notte, ma

appena il primo lume dell'aurora apparve nell'oriente, essi capirono

che la loro posizione non era sicura, e come due ombre lasciarono il

crocchio dei Volontari, rasentarono quello di Zambianchi, ove il

chercuto gettò un'occhiata d'inferno sul bellissimo volto della nostra

eroina, e si dileguarono nella campagna.

Era gran giorno, tutti quei di fuori brulicavano come un formicajo

intorno ai fuochi che si mantenevano a stento, e stendevano sulle

poche fiamme le mani per riscaldarsi, oppure presentavano i piedi

addolorati pensando di migliorarne la condizione. Dimodochè vedevasi

un movimento continuo ed udivasi un bisbiglio da stordire. Ognuno

narrava la catastrofe della notte con più o meno eloquenza. Molti la

chiamavano un castigo di Dio contro i preti, che tanta gente avevano

fatto soffrire in quella spelonca maladetta. E siccome l'uomo si

compiace sempre nello straordinario e portentoso, molti raccontavano

d'aver udito delle strida sotterranee tremende, ed altri d'aver

veduto nell'aria gli spettri, che dovevano essere le vittime

dell'Inquisizione, e d'averle udite maledire alla setta nera e

scellerata che le torturò, le distrusse, ed esiste per la sventura

di questo infelicissimo popolo.

Quei di dentro all'incontro, che avevano potuto carpire un letto, una

tavola, una panca e qualche cosa da mangiare e da bere, russavano fuor

di modo. Tra quei di fuori trovavansi Zambianchi, Leonida, Cantoni e

le due fanciulle, a cui s'era riunito Paolo, il sergente d'artiglieria

già menzionato.

Gli altri capannelli eran formati generalmente dai più disciplinati

dei Volontari che, coll'esempio del loro prode capo, preferivano

affrontare il rigore della stagione.

I birri erano stati rinchiusi in uno stanzone a pian terreno

dell'albergo. «Come diavolo è andato tutto questo?» chiese Leonida a

Paolo, Volevate dunque arrostirci anche noi dentro quel maledetto

ergastolo: «Sangue della Madonna! (che anche Bolognese era il nostro

artigliere) cosa volete che vi dica! quei benedetti marinari han

guastato tutto colla loro ubbriachezza, e poveretti! l'han pagata!

»Son dunque rimasti là?» interruppe Leonida con impazienza.

»Rimasti sì, ed a quest'ora fatti cenere, o volati nelle nubi» rispose

Paolo. «Essi, digiuni da tanto tempo di bevande spiritose, che non

potevano comprare quando eran detenuti, perchè senza soldi, avendo

ricevuto la chiave della cantina per prepararvi delle materie

incendiarie, vi si sono ubbriacati talmente con vino ed acquavita che,

avendo perduto i sensi, diedero fuoco senz'ordine. Quando io giunsi in

cantina, trovai quei delfini nuotanti in un mare di bevande spiritose,

movendosi come granchi sulle quattro gambe, e siccome il fuoco faceva

immenso progresso, io corsi al mio posto ad accendere i lanciafuochi

che dovevano incendiare le polveri.

«Uscendo dalla stanza attigua alla Santa Barbara m'imbattei della

vecchia Susanna, carica d'ogni bene di Dio. Io la vidi cadere sotto il

peso del suo carico, che non voleva abbandonare anche a rischio di

rompersi il collo od abbruciarsi. Ma io aveva altro da fare che

occuparmi di quella schifosa creatura, e così la lasciai e corsi per

la mia propria salvezza fuori del ponte, e di là giù per la china.

«E ben mi valse non fermarmi di più, giacchè giunto a cento passi del

castello, ebbe luogo l'esplosione, e vi assicuro io ne campai per

miracolo. Era un cadere di massi o di rottami intorno a me da fare

spavento, ma per fortuna io m'ero gettato dietro un terrapieno della

strada, ed a tale precauzione io certamente devo la vita.»

»Ma, Paolo, non calcolasti bene la durata dei lanciafuochi, lo

interrompea Zambianchi, e l'esplosione fu anticipata.»

»I lanciafuochi erano esattamente calcolati, ma io credo sieno le

fiamme invadenti dovunque che ne hanno sollecitato ed accelerato il

consumo.

«Comunque sia il salto fatto da quell'orribile ricettacolo

dell'Inquisizione è stato magnifico, e così succeda ad ogni ergastolo

della tirannide. Ed altro dispiacere non sento che per la morte dei

due bravi marinari, ch'erano eccellenti patrioti. Toltomi dalla

protezione del terrapieno, dopo gli effetti della esplosione, io mi

precipitai in giù per allontanarmi da quella scena d'orrore, e

sbalordito dai lampi, dai tuoni e dal cataclisma che ancor mi

risuonava nell'orecchie, inciampo, e quasi mi fracasso il muso contro

un paracarri. Io avevo inciampato in qualche cosa di voluminoso, ma

molle, che mi aveva destato ribrezzo nello stesso tempo e timore. Mi

volgo indietro, ed in quel momento un chiarissimo lampo illumina le

sembianze informi della megera, ch'io aveva veduto poco prima nel

recinto del forte. Essa, benchè cadavere, stringeva ancora tra le sue

mani, che sembravan tanaglie, alcuni frantumi degli oggetti che avea

tentato di portar via.

«Tutto ciò accadde in un volgere d'occhio, e ripresi la mia corsa

precipitata verso il basso senza più volgermi indietro.

«Chi diavolo avrà sciolto quel boja d'un prete? interrogò Zambianchi,

poi ch'egli non è andato in aria legato alla sua Dulcinea?--Son io!»

disse Leonida senza malizia, ma dopo d'aver udito ch'egli era stato il

rapitore ed il persecutore d'Ida, il bravo ufficiale manifestò molto

pentimento.

«A proposito del prete, disse Paolo: voi avrete udite le grida di

_salva chi può_ di quel valoroso soldato del Papa ch'era il Volpone!

Ebbene, poco dopo io ho veduto il nero spettro del Gesuita seguire

frettolosamente la stessa direzione.»

Un brivido mortale corse per le ossa della povera Ida, udendo che il

suo tentatore era in salvo, ed amorosamente essa appoggiossi a Cantoni

come volesse richiederne la protezione.

CAPITOLO XXIV.

FUGA A GAETA.

Pape Satan! Pape Satan!

(DANTE.)

Fu verso quest'epoca la fuga a Gaeta del più abbominevole degli

impostori, ciò valse a Leonida per far dimenticare la sua colpa d'aver

distrutto un propugnacolo della tutt'altro che Santa Sede.

Quella fuga avea lasciato perplesso il governo di Roma, e poco o nulla

esso si occupò della narrata catastrofe.

I birri furono lasciati liberi, e si volsero alla loro vita da birri.

E cosa doveano fare? Un birro nulla sa fare in questo mondo, se non se

di prendere la livrea, e cader sul collo dell'innocente o del ladro,

come la mannaja del carnefice. E tuttociò alla voce onnipotente di chi

lo paga, poco importa se il danaro della sua mercede provenga

dall'innocente o dal ladro.

Egli ubbidisce al padrone, e ciò si chiama disciplina, e sovente onor

militare, principali puntelli del despotismo. Ed una spia od un birro

trovano facilmente impiego in Europa, ai tempi che corrono. Così non

succede in America, ove la prima dote dell'individuo è il lavoro.

Miseria e corruzione:--ecco l'appannaggio di questo vecchio mondo, ove

i privilegiati nella società devono vivere nell'ozio e nelle

dissoluttezze, mentre il resto deve sudare per mantenerli ricchi,

grassi, e corredati di quella nube di satelliti, che contentandosi di

roder l'ossa sotto la tavola dei padroni, si prostituiscono ad ogni

ufficio più vile e più scellerato.

Leonida, dopo d'aver riunito i suoi Volontari, dispiacentissimo di

lasciar gli amici, e benedetto dai prigionieri, ch'egli avea liberati

con tanto coraggio e tanta abnegazione, s'incamminò verso Roma, ove si

trovava la Legione Romana, ed era seguito da Zambianchi e da

Paolo.--Cantoni ed Ida s'avviarono verso Macerata a raggiungervi la

Legione Italiana.

Macerata è quella città, se ben si ricorda, che avea chiuso le porte

ai Volontari; la popolazione era stata subornata contro essi dai preti

che rappresentavano i Volontari come tanti malfattori. Ma meglio

informata, la città stessa inviò una deputazione al comandante

pregandolo di favorirla colla presenza del corpo nel recinto delle sue

mura.

Malfattori, eh! preti? malfattori i Mameli, i Masina, i Montaldi; quei

bei tipi della gioventù Italiana, per cui la patria doveva andar tanto

superba? Giovani che riunivano all'intelligenza caratteristica della

razza latina, il freddo eroismo sui campi di battaglia.

E voi seminavate sul loro sentiero la calunnia, cocodrilli! nemici

d'ogni virtù, patrocinatori d'ogni vizio, crittogama, scabbia, peste

delle nazioni, che mi fa credere aver le nazioni bisogno di scabbia e

di peste, e che perciò vi mantengono in luogo di distruggervi, come si

fa dei rettili e degli insetti, certo meno nocivi di voi!

Ho detto insetti, e veramente, se vi sono due esseri somiglianti

nell'ufficio loro e nella loro derivazione, essi sono certamente il

prete e l'insetto.

L'insetto deriva dal sudiciume dell'animale, il prete dall'ignoranza

crassa.

L'insetto si ravvolge e tormenta l'uomo od il bruto, e non fa lo

stesso il prete?

CAPITOLO XXV

DA MACERATA.

Io l'infinito qui contemplo

scevro dalla menzogna.

(_Autore conosciuto_)

L'arrivo di Cantoni ed Ida tra i Volontari della Legione Italiana in

Macerata fu una festa, tanta era la simpatia che godeva la bellissima

coppia in mezzo a quella ardente e valorosa gioventù.

Correvano le feste natalizie che, comunque sia nell'interesse del

clero il solennizzarle, io non biasimo, essendo l'anniversario della

nascita del Cristo, che contribuì non poco a propagare il dogma

dell'emancipazione umana.

Riuscirebbe anche arduo il contrariare tali vecchie consuetudini

radicate nel popolo e consacrate da tanti secoli.

Tutto il male consiste nella gestione che gli impostori si sono

assunta di mercanteggiare Dio, e prostituirlo nella loro bottega che

chiamano chiesa.

È ormai provato che Cristo giammai non si chiamò Dio; anzi, agli

adulatori che non mancavano nella famiglia degli usuraj come nel resto

della famiglia umana, e che volevano deificarlo, egli rispondeva: «Io

sono figlio dell'uomo.»--Più secoli dopo i preti, cioè gl'impostori

delle Nazioni, col ritiro degli Dei dall'Olimpo, che avevano fatto il

loro tempo, e che il tempo con le sue ali spazzava, i preti, dico,

avevano bisogno d'una nuova bottega, e chi meglio del Redentore degli

schiavi (tanto simpatico alle popolazioni oppresse dai corruttissimi

tiranni di Roma) per edificare un nuovo _caravenseraï_¹ sulle rovine

dell'antico? Quindi miracoli, deificazione di Cristo, Verginità di

Maria ad onta d'aver partorito un bellissimo maschio, ed infine tutta

quella sequela di favole e di menzogne con cui cullano, martoriano ed

insanguinano il genere umano da tanti secoli. Favole e menzogne che si

conoscono sotto il titolo di Religione Cattolica Apostolica Romana, la

quale costituisce il primo articolo dello Statuto d'una Nazione che

chiamasi libera e civile!

¹ Mercato di merci portate dalle carovane in Oriente.

Il cattolicismo andrà, speriamo, presto travolto in un fascio co' suoi

antecessori dell'Olimpo, ecc., e surrogato da quella Babilonia di

sette che si chiama Protestantismo, e che si compone di botteghini,

botteghe e bottegoni, alquanto men cattivi della gran cloaca di Roma,

ma infine preti, nemici e perturbatori della fratellanza umana.

È consolante però, ed onorevole per l'umanità l'innalzamento d'uomini

coraggiosi che sui rottami delle botteghe pretine e delle loro

rivelazioni o menzogne, edificano il tempio della Ragione e del Vero.

Tempio che posa le sue fondamenta sull'Infinito, tocca colla cupola

l'Infinito, ha per luminari i fati e l'intelligenza universale, ed

infine per regolatore l'Infinito.

A Macerata la Legione si accrebbe di alcuni marinari della Squadra

Sarda che, stanchi della vergognosa inerzia in cui eran tenuti in

Ancona, mentre potevan salvare la militante Venezia, disertavano dai

legni da guerra e furtivamente arruolavansi tra i Volontari. La

Legione Italiana fu pur pregiata d'un nobilissimo acquisto nell'epoca

stessa:--Antonio Elia,--popolano e marino, è certamente la più bella

figura che la storia degli uomini virili d'Italia possa presentare al

mondo.

CAPITOLO XXVI.

ELIA IL MARINARO ITALIANO

Un sasso

Che distingua le mie dall'infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte.

(FOSCOLO.)

Ed un sasso non copre ancora le ossa dell'immortale e valorosissimo

difensore d'Ancona, mentre in Roma s'innalzano monumenti agli

assassini, e nel resto d'Italia a genti che non altro merito hanno che

d'esser nati in una culla d'oro comprata colla fame del popolo!

Era una notte di forte scirocco, e nell'Adriatico una di quelle notti

lunghe invernali che incanutiscono la chioma all'ardito marinaro delle

coste italiane. Nuvoloni neri neri, precipitati dall'impeto del vento,

sembravano voler inghiottire due legni, l'uno grande caravella turca¹

e l'altro un trabaccolo d'Ancona² sua preda, che ambi tenevano il

traverso colle loro vele di cappa ed aspettavano vento favorevole per

recarsi in Africa, ove vendere la preda, e come schiavi gl'infelici

che formavano l'equipaggio del trabaccolo.

¹ Legno con cui i Barbareschi pirateggiavano nel Mediterraneo.

² Legno mercantile.

Una pioggia sottile e gli spruzzi del mare che il vento saettava negli

occhi degli individui di guardia, tormentavano le veglie¹ e rendevano

l'osservazione da prora difficilissima.

¹ Vedette, che vigilano da prora nella notte.

La caravella, che aveva catturato il trabaccolo, a bordo del quale era

stato messo un capitano con otto uomini, mantenevasi al vento della

sua preda colle sole vele di cappa¹, e ad onta dell'oscurità della

notte e del tempo pessimo con fanali e molta attenzione procurava di

tenerla alla vista.

¹ Sugli alberi di giorno ed in altre parti a bordo di legni

da guerra. Vele da temporali.

Tutto l'equipaggio cristiano del trabaccolo era stato chiuso nella

stiva incatenato, e solo il novizio di bordo di diciotto anni era

stato lasciato sulla tolda per coadjuvare l'equipaggio turco nelle

manovre e porgere allo stesso quanto richiedeva.

I Maomettani erano stati forse colpiti dalla svelta e maschia

fisonomia del novizio, e come uomini maneschi e fatti alle pugne, essi

avevano con lui simpatizzato e preferitolo per compagno.

Male per loro! Nell'animo di quell'imberbe certo essi non potevano

leggere e capacitarsi del suo disperato coraggio.

E che colpa ho io se non nacqui pittore da delineare dovutamente la

bellissima fisonomia del mio giovane anconitano? Amante del bello e

del buono però in tutta la mia vita ho prediletto specialmente il tipo

del marinaro italiano. Per vero vi ponno essere al mondo degli uomini

di mare più orgogliosi per grandezza nazionale, e con giustizia, ma

certamente non migliori e più graziosi del marinaro italiano.

Avete veduto, o gentili visitatrici delle coste del Mediterraneo, quel

bello e grazioso giovine, a camicia rossa di lana, pantaloni azzurri,

cappello di paglia o incerato, cinto dall'elegante fascia orientale¹

dondolarsi nel guscio, nella barchetta, o nella gonda² mossa e

travagliata dai flutti, con tanta eleganza, garbo ed agilità, quanta

ne sfoggiate voi in una festa da ballo, coll'ammirazione e spesso la

disperazione di chi vi contempla?

¹ Pochi sono i marinari che viaggiano in Levante e non

acquistano una fascia o cintura di lana.

² Nomi delle barche in generale o palischermi.

Ebbene, colla stessa agilità, coraggio, e disinvoltura, l'ho veduto io

danzare sui pennoni d'una nave quando battuta dalla tempesta essa

sembra agitarsi in una caldaja bollente.

Tale era il diciottenne Antonio Elia in quella notte di scirocco,

fatto servo alla fiera ciurma dei pirati che della sua sveltezza e

virilità s'innamoravano. E male per loro! ripeto.

Eran le 10 d'una sera autunnale. I pirati, dopo d'aver cenato

lautamente quanto lo permetteva il tempo e la non soverchia abbondanza

di provviste del trabaccolo, ed alla barba di Maometto tracannato

quanto potevano portarne d'un barrile di discreto Marchigiano, si

accovacciarono alla meglio sotto vento della barca, situato nella

tolda nel bel mezzo del bastimento tra un albero e l'altro, ed

assicurato con ride, risse e paranchi¹, precauzioni indispensabili nei

temporali.

¹ Carrucole in cui si passano corbe, ride e risse, corde

pure di assicurazione, o legature.

Ambi i bastimenti, destinati per la costa d'Africa, campeggiavano¹ col

contrario vento, ed essendo la caravella più potente e veliera

manovrava per mantenersi vicino alla sua preda; questa da parte sua,

altro fare non poteva che tenersi quanto possibile al vento.

¹ Posavano contro il vento contrario.

Cantoni il volontario · 第 6 / 13 段