Sul principio il giovine faentino, s'era quasi deciso a chiedere la

demissione e rinunziare l'esoso incarico di far parte della

guarnigione d'un ergastolo da preti. Ma avendo rinvenuto in San Leo

vari prigionieri politici, che il liberale Pio IX, non avea ancor

trovato modo di liberare, si decise di pazientare per poter esser

utile agli infelici patrioti. Supplicare il governo dei preti per la

liberazione dei generosi che languivano in carcere per la stessa causa

allora dal regnante e dal Papa millantata, era fiato sprecato, e

persuaso di ciò Leonida stava preparando la fuga di quanti amici

politici si trovavano nella fortezza. Ora poi, la faccenda si

complicava. E chi sarebbe mai la bellissima fanciulla, che con tanto

mistero erasi introdotta in castello?

Non sarà essa una nuova vittima di quei neri nemici del genere umano?

E liberarla, se essa è veramente infelice, non è opera degna d'un

giovane di vent'anni?

Oh! come il cuore batteva forte al Volontario all'idea della meditata

impresa, e l'occhio poi della fatale fanciulla avea compito la

generosa risoluzione del Romagnolo.

Nel duello successo in Cesena tra Risso e Ramorino, Cantoni era stato

uno dei testimoni di Risso, e le leggi romane, rigorose sul duello,

avevano obligato il Comandante della legione italiana a dover

condiscendere alla reclusione del Cantoni per qualche tempo per

sottrarlo a maggiori disturbi.

E qual sito di reclusione si destinò a Cantoni? San Leo--vedete che

combinazione! E chi trova in San Leo Cantoni subito giuntovi? l'antico

amico e compagno di collegio Leonida!--L'uomo è figlio della

circostanza; l'eroe d'oggi non lo sarà più domani. E dove sono i

settanta di Cairoli, i mille di Marsala, e i tanti prodi dei cento

combattimenti che si sostennero in questi ultimi tempi contro lo

straniero? Essi oggi fanno l'amore, si affollano nei caffè, nei

teatri, e molti credendo di servire la patria, hanno vestito una

livrea, servono un governo perverso e legano il padre e la madre se

sono comandati dai loro superiori. Ciò si chiama disciplina e lo

sarebbe se non si servisse il governo del privilegio. Eppure quella

stessa gioventù che domani vi farà dell'eroismo, oggi si mantiene

muta, stupefatta davanti a fatti vergognosi diretti da una mano di

miserabili faccendieri.

L'uomo, lo ripeto, è figlio della circostanza; umile, dimesso,

accovacciato e pauroso, egli passa la maggior parte della sua vita

calpestato da poca canaglia.

Ma giunga un'ora, in cui si ricordi d'esser uomo, alza la fronte, dà

una scossa alla ferrea rete, in cui lo avevano avvolto, e la frantuma

sulla cervice del malvivente che l'opprimeva.

Tale fu l'epoca del 48, e se l'Italia, invece di trovare una caterva

di moderati grandi e piccoli, avesse trovato un uomo capace di

guidarla nel modo ch'era d'uopo, essa avrebbe fatto miracoli, e non

sarebbe sempre da capo a ricominciare insurrezioni.

Gli ospiti di San Leo, prigionieri e custodi provarono pure l'orgasmo

dell'epoca, e ciò che ostava che si desse fuoco alla fortezza cogli

strumenti di tortura, d'aguzzini e diavoli, era quella specie di

rispetto che rimaneva per il Papa riformatore, sentimento però che si

affievoliva ogni giorno a misura che il prete scuoteva l'apparenza da

liberale con cui s'era mascherato sino alla fuga per Gaeta, compimento

delle negromantiche imposture.

Lascio pensare qual sorpresa fu per Cantoni d'incontrare il suo amico

in San Leo, sangue della Madonna! fu l'esclamazione di Cantoni al

ravvisare Leonida. Essi erano stati veri amici e certo sarebbero corsi

nelle braccia l'un dell'altro, benchè in servizio il secondo e

prigioniero il primo, se un certo rispetto militare non avesse

trattenuto ambedue. Essi però non mancarono di vibrarsi reciprocamente

uno sguardo d'intelligenza e massime l'ufficiale che avea qualche anni

di più del suo giovine amico, dissimulò il sentimento d'amicizia e si

ritirò nella sua stanza.

CAPITOLO XX.

L'ERGASTOLO.

E l'uomo e le sue tombe,

E l'estreme sembianze e le reliquie.

Della terra e del ciel travolge il tempo.

(FOSCOLO.)

San Leo ridotto ad ergastolo, ne avea assunto nell'interno la

nauseante fisonomia; il prete più ancora del tiranno, è ingegnoso per

tali specie di stabilimenti.

Al circuito esterno della mura in parte diroccate, ma tuttora

altissime, corrispondeva il cortile interno, circolare pure, con due

linee di balaustrate a ringhiere, corrispendenti a due piani

d'abitazione.

Sotto i due piani, che potrebbero chiamarsi di viventi, e che

abitavano custodi e guarnigione, ne esisteva un altro sotterraneo che

si poteva intitolare delle sepolture. Vi si scorgevano delle pusterle,

che avevano l'apparenza piuttosto di portelli da cannoni, come usasi a

bordo delle navi da guerra, che di porte d'entrata d'abitazione umana.

Eppure tali usci mettevano nell'interno di fetidi sotterranei,

testimoni secolari d'ogni scellerata atrocità dei preti, e occupati

oggi da infelici prigionieri politici, cioè da generosi patriotti

vittime del Papato, che avean cospirato contro il più abbominevole dei

governi. Alcuni di essi languivano alcuni da molti anni, quasi

dimenticati da un mondo che non dovevano più rivedere poichè se v'è

tirannide implacabile e che non perdona, essa è certamente la

teocratica, composta di gente senza cuore, senza coscienza, che

edifica la sua esistenza di menzogna sul cielo, e che più d'ogni altro

genere di perversi sulla terra si è consacrata ai godimenti mondani.

Il pian terreno, ove si entrava dunque in luridi sotterranei, era

occupato da prigionieri, e le gallerie di legno o formate da

balaustrate, con scalinata a destra e sinistra del portone d'entrata,

mettevano nella abitazione dei liberi, ed alcune stanze di questa si

concedevano a' condannati per delitti leggieri, e massime a coloro che

grossamente potevano pagare il privilegio. Quel privilegio che si

esercita spudoratamente nelle reggie, anche le più costituzionali,

perchè non avrebbe ricetto nel puzzolente recinto dell'ergastolo?

Nel fondo poi del cortile, al disopra d'alcune dozzine di gradini,

scorgevasi un pianerottolo che metteva nell'abitazione governativa del

castello, ove una porta a due finestrelle laterali adorne con tendine

bianche, annunziava la principale stazione dell'autorità suprema

dall'ergastolo, ora abitata dal Volpone, da Gaudenzio, da una vecchia

fantesca del comandante, e dalla povera Ida, rinchiusa e guardata nel

più recondito locale di quelle stanze.

Il delitto di Cantoni non essendo stato di natura politica, cioè

contrario al governo pretino, egli non fu destinato ai sotterranei

dell'ergastolo, ma ebbe uno stanzino sulla galleria superiore; non

gran cosa, ma che si poteva considerare un paradiso, paragonato alle

abitazioni degli infelici di sotto.

Eran circa le 11 della sera, quando tre piccoli colpi alla sua porta

avvisarono Cantoni d'una visita, e subito dopo il girar della chiave

nella serratura, si aperse un pochino l'uscio ed un individuo si sentì

introdursi nella stanza.

Cantoni accese un zolfanello, e così fece nell'istesso tempo

l'intruso, accendendo pure un lanternino che portava nella mano

sinistra. Al chiaror del lume, il nostro eroe riconobbe l'amico, saltò

dal letto, ove s'era coricato vestito, e si gettò nelle braccia di

Leonida che lo strinse sul seno.

Un grido di inaspettata ed ineffabile gioia fu esclamato dal giovine

prigioniero, ma l'altro più provetto, gli disse: «Zitto! per l'amor di

Dio! che se ci scoprono noi siamo proprio fritti, poichè in questo

infetto sito, meno i miei pochi Volontari, tutti sono spie, che si

fanno merito d'ogni atto del loro vile mestiere.»

Così dicendo, l'ufficiale sedette sopra una scranna, Cantoni sul suo

letticiuolo, ed a voce sommessa cominciò il seguente dialogo: «Tu sei

proprio cascato come il cacio sui maccheroni, cominciò Leonida: qui si

tratta di distruggere questo nido di vipere, questa galera dei preti,

giacchè quanti sono qui detenuti e tormentati son tutti nostri. Qui vi

è Zambianchi, lo spauracchio dei chercuti, qui sono una ventina dei

migliori repubblicani di Roma, condannati per aver bramato la libertà

della patria, e qui alcuni infelici marinai delle nostre coste, il cui

delitto consiste nell'aver messo in salvo alcuni de' nostri migliori,

dannati a morte dalla Jena papale.» Queste parole, dette con energico

accento dal nostro Faentino, montarono talmente la testa del compagno

che, dimentico delle raccomandazioni dell'amico, alzossi da dove era

seduto, ed esclamò con vemenza: «Sangue della Madonna! andiamo subito,

io son pronto, e sai che puoi contare sopra di me assolutamente.»

«Ma per Dio! disse Leonida a voce bassa, parla piano, se no ci legano

ambedue ed addio liberazione allora!...» Quest'ultima parte del

discorso persuase più il nostro forlinese che la paura d'essere

legato, e rispose, fatto mansueto come un'agnello:

«Ebbene, guidami sul da fare, basta che non mi dimentichi, e mi privi

dell'onore di partecipare all'impresa.»

--Oh! bella, ripigliò Leonida, credi che ti dimentichi, ed appena

arrivato ti cerco per metterti a parte di tutto... Per questa notte

sarà impossibile d'operare, ma nella notte di domani, domenica, io

spero si potrà fare il colpo, e certo tu non sarai l'ultimo a menare

le mani. Ora s'avvicina la mezzanotte, tempo delle ronde, ed io sono

obbligato a trovarmi al mio posto. Addio!»

Così dicendo i due amici si abbracciarono e si divisero.

Leonida chiuse l'uscio e si ritirò al corpo di guardia per eseguire la

ronda a cui doveva conformarsi con un picchetto de' suoi Volontari,

accompagnando la ronda dei birri, che non si fidavano di visitare le

celle dei detenuti da soli.

CAPITOLO XXI.

LA LIBERAZIONE.

Chiama gli abitatori dell'ombra eterne,

Il rauco suon della tartarea tromba:

Treman le spaziose atre averne

E l'aèr fosco a quel rumor rimbomba.

(TASSO.)

Leonida nel suo soggiorno in San Leo s'era invaghito della bella

Cecilia, figlia unica del custode, e la vezzosa fanciulla avea

corrisposto al di lui affetto. Così si spiega la possibilità d'aver le

chiavi di qualunque cella dei prigionieri. Qual comandante poi della

compagnia, che formava la guarnigione della fortezza, egli poteva

chieder liberamente la chiave della Santa Barbara per fornire i suoi

militi delle munizioni necessarie.

Qui ci tocca tornare a Gaudenzio, che per alcuni giorni era stato

obbligato a letto, da un raffreddore preso nella violenta impresa del

ratto.

Ma il Gesuita era risoluto, e non voleva perdere per ciò il frutto

delle sue fatiche. Nella notte della domenica egli aveva dunque deciso

di dar l'assalto alla fortezza, e l'idea di possedere tanta beltà lo

gettava in un orgasmo indescrivibile di delizie e di timori. Poichè

sempre qualche indiavolato Martino Franchi si attraversa sul sentiero

dei godimenti terrestri dei poveri chercuti.

Il Gesuita passò tutta la giornata in pie meditazioni e nei

preparativi per l'impresa, confabulando spesso colla Susanna,

ammonendola con adequate istruzioni, e raccomandandole sopra tutto

qualche cordiale generoso, onde poterlo aiutar con efficacia nella sua

violenza, ormai tenuta per indispensabile.

Il pugno della mano gentile d'Ida non aveva lasciato traccia, solo

quel maledetto colpo di bottiglia del Franchi, benchè guarito,

riconoscevasi nell'occhio destro semi-chiuso, e da una cicatrice che

dalla stessa parte del naso gli scendeva sul labbro superiore.

Era però di carne dura il chercuto, e dopo di aver considerato la sua

brutta figura nello specchio, attillato nella più ricca delle sue

seriche sottane, pettinato ed olezzante di profumeria, egli diede in

un solenne sorriso di trionfo, tenendosi certo della sua preda.

Molt'oro aveva ringiovanito la vecchia megera, ed essa prometteva mari

e monti al dissoluto prete.

«Dunque all'opera!» disse Gaudenzio: e le due schifose creature, dopo

d'aver traccannato un raso bicchiere di Bertinoro, s'avviarono verso

la stanza d'Ida.

Eran le dieci della sera, che in decembre si può contare per ora

avanzata. La notte era piovosa, alcuni lampi seguiti da tuoni

armonizzavano coll'anima scellerata del lojolesco, e sembrava al

malvagio che la natura sconvolta volesse favorirlo nell'impresa,

coprendo alcune grida che per caso volesse tentare la derelitta sua

vittima. Alcuno crederà trovare la giovinetta inginocchiata davanti

all'immagine d'una Madonna pregando e singhiozzando. Tutt'altro!--E

qui mi conviene osservare, che il prete a forza d'ingannare il mondo,

e l'Italia lo avea gettato in un incredulo scetticismo, da dubitar

anche del vero. Dimodochè, accorgendosi che quanto insegna la bottega

pretina, è tutta menzogna, la gente rifugge anche dalla credenza d'un

Ente supremo, che le maraviglie dell'Infinito manifestano; ed Ida,

benchè giovanissima, nella sua sincera intelligenza avea capito

l'impostura del clericume, e partecipava all'incredulità invadente. Un

presentimento di sciagura però, avea tenuto insonne la nostra eroina.

Tutte le notti passate in quella sua reclusione furono inquietissime,

come si può supporre, ma particolarmente la notte della domenica al

lunedì, quel presentimento la tormentava dolorosamente.

È vero ch'essa fu trattata con ogni cura e distinzione dalla vecchia

(tali erano gli ordini ricevuti dal prete), ma benchè tanto giovane,

la squisita sua sensatezza donnesca la persuadeva della propria

infelicissima situazione.

Contuttociò Ida non disperava di resistere alle violenze. Decisa a

morire, piuttostochè di condiscendere alle scellerate libidini del suo

rapitore, essa aveva religiosamente nascosto sotto le vesti, ch'essa

non più spogliava dacchè era cattiva, una di quelle spille-pugnali,

che le Romane e Romagnuole usano generalmente. Arma unica, poichè la

vecchia aveva avuto cura di togliere dalla stanza qualunque oggetto

che potesse servir di difesa, sino le forbici.

Volpone codardo, come lo sono generalmente i birri di qualunque

despotismo, non fidandosi di star di notte nella sua stanza--giacchè

tanti rompicolli, prigionieri o liberi abitavano il castello--per lo

più passava la maggior parte di quella con un suo famiglio, abitante

la sommità d'una torre che serviva di vedetta, luogo sicuro, ed ove

con buoni cibi e vini eccellenti si passavano allegramente le ore e si

digerivano fuori della vista dei profani alcune ubbriacature,

frequenti a quel graduato soldato del Papa.

Rimaneva dunque Gaudenzio libero negli appartamenti del comando, e

colla sola Susanna, fatta sua in carne ed ossa.

Ida, che non dormiva, udì aprir l'uscio della sua stanza, ed al chiaro

d'un lume essa scoprì il suo schifoso tentatore avanzarsi coll'aria

del demonio quando tenta le anime.

In un momento essa fu in piedi sul letto, colla destra armata della

formidabile spilla, e certo il Gesuita fermossi stupefatto da tanta

baldanza e quasi rimase disperato del successo.

Vergognato però del suo timore d'una fanciulla, egli avvicinò il

letto, e con ogni parola di seduzione in cui era maestro, procurò di

rendere condiscendente la sua vittima.

«Rettile vile! esclamava la coraggiosa figlia di Bologna: essere

esecrato! ritirati! io morrò mille volte piuttosto che di cedere alle

scellerate tue brame. Vedi tu questa spilla? io cercherò il tuo cuore

di vipera, e ve la immergerò tutta!»

Io non narrerò tutte le parole dell'osceno chercuto perchè mi

repugnano, dirò soltanto ch'egli, credendo inutile ogni sua

persuasione, si decise per la violenza, e chiamò a sè l'ausiliaria sua

complice. Egli uscì per chiamarla, ma la vecchia era li fuori della

porta, e poche parole di concerto bastarono per il piano infernale

d'attacco. Ida aveva avuto la precauzione di spingere il letto alle

due pareti dell'angolo per poter ricevere il nemico di fronte, ma

l'astuto prete, accorgendosi dell'inconveniente, ajutato dalla megera

allontanò la parte posteriore del letto, dimodochè l'assalto poteva

darsi di fronte e da tergo.

Non era la prima scena di questo genere che accadeva al Gesuita--oggi

più rare, ma che dovevano essere infinite al tempo della maggior

potenza di questa peste del genere umano, quando giunto un frate alla

porta d'una casa vi lasciava le pantofole, e con ciò faceva sacra la

casa da lui frequentata, e poteva sedurre o violare a suo piacimento

la moglie o la figlia del padron di casa, obbligato anch'esso di

fermarsi sul limitare. Oppure quando invaghito d'una bellezza,

fanciulla generalmente (perchè il chercuto di quei tempi voleva roba

verde), egli la faceva consapevole delle sue voglie, e se

resistivagli, l'accusava all'Inquisizione come eretica, ed era

bruciata.

Oh! io raccapriccio, e dico sovente tra me: Come! come si può lasciar

passeggiare un prete, e vivere nel consorzio umano!--Eppure noi

vediamo oggi ancora, il nostro popolo genuflesso a' piedi di quei

cannibali, ed il più dispregevole de' governi, umiliato davanti al

despota di Roma e pascerlo d'oro italiano, per comprare mercenari,

birri e carnefici.

Neppure questa scena d'infamia noi narreremo! La donna--certamente la

più perfetta delle creature,--caduta nello stato d'abrutimento in cui

si trovava la complice del Gesuita, è tuttociò che si possa incontrare

di più degradato. Essa come il verme, si pasce nel letamajo della

corruzione, vi tripudia e vi trionfa quando può accrescere d'una

infelice il novero delle sue prostitute. Oh se vi fosse al mondo un

governo che si occupasse di morale!... Ma che! I governi hanno altre

cure, per la loro conservazione in un'esistenza da sibariti edificata

sulle miserie dei popoli.

Ad onta della sua risoluzione di morire, Ida non morì, e dopo d'aver

lottato quanto essa umanamente poteva, ed aver tentato di suicidarsi

quando la difesa divenne impossibile essa finalmente cadeva esausta

tra le braccia della venduta Susanna, e quasi allo stesso tempo era

stretta dagli osceni abbracciamenti del Gesuita.

Giunti a questo stadio, e mentre il Satiro di Roma disponevasi

all'atto nefando, la porta della stanza spalancossi, e chi comparì per

il primo agli occhi del prete spaventato fu la bella, maestosa e

terribile figura di Zambianchi.

Zambianchi di Bologna era uno di quei tipi d'uomo, formati per imporre

rispetto. Alto di statura e tarchiato, ogni sua sembianza, ogni suo

moto avea l'impronta della forza, ed egli era veramente d'una

robustezza straordinaria.

Di carattere serio e taciturno, l'autorità sua era aumentata da

foltissima barba nera, che ne copriva il volto sino al limitare degli

occhi. Implacabile odiatore di preti era anche crudele, quando poteva

saziare la sua brama di vendette contro quei ministri di Satana, come

egli li chiamava. Infine egli si poteva considerare il simbolo della

coscienza nazionale verso la setta pervertitrice.

Affettuosissimo e buono verso i suoi amici, egli come tutti gli

uomini, era un composto di bene e di male;--onestissimo poi, ed

incapace di eccessi, fuorchè contro i preti ch'egli odiava con tutta

la forza dell'anima sua. Infine la maschia ed imponente forma del

bolognese si affacciò come la befana agli occhi dell'indecentissimo

Gesuita, e--quasi colpito dal fulmine,--le sue braccia, che come

tanaglia stringevano Ida, caddero in uno stato apoplettico, ed il

codardo con un senso immenso di paura s'accovacciò davanti alla fatale

apparizione. Un'aura di miracolosa liberazione rinfrancò l'anima della

bella fanciulla, ed una seconda apparizione, comparsa dietro il

colosso bolognese, completò la metamorfosi dalla morte alla vita. Un

grido di stupore e di gioja, un precipitarsi nelle braccia l'uno

dell'altro fu in un momento, e per un momento quasi si dimenticò

l'orrore del principio di quella scena di delitto!

Cantoni era la seconda apparizione, e lascio figurare la sorpresa a la

gioja della povera Ida nel passare dal diabolico strettojo del prete

nella braccia dell'uomo del suo cuore.

CAPITOLO XXII.

LA CATASTROFE.

Io la vorrei deserta (Italia)

I suoi palagi infranti,

Ed io dell'Alpi all'erta

Le sue città fumanti

Scorgere, e con sardonico

Sorriso contemplar,

Pria che vederla trepida

Sotto il baston di un Vandalo.

(_Autore conosciuto._)

Leonida, pria delle 10 di quella sera tutto avea preparato per mandare

in frantumi San Leo, l'ergastolo scelto dall'Inquisizione per le sue

nequizie. Egli coll'ajuto di Cantoni e di Cecilia, che lo provvide

delle chiavi, schiuse le carceri ai detenuti che riuniti ai suoi

Volontari, ebbero presto buon mercato di quanti birri albergavano in

fortezza, e legatili colle mani dietro, li fece condurre sotto guardia

fuori del recinto delle mura.

Un sergente d'artiglieria, che per essere un patriota provato fu messo

nel segreto della congiura, dopo d'aver sparso nella Santa Barbara

alcuni barili di polvere, internò nella stessa un lanciafuoco¹, lo

concatenò con altri bastanti a raggiungere una stanza contigua, e dopo

d'averne calcolato la durata sino all'esplosione, ne diede avviso

all'ufficiale, e si tenne in seguito pronto a dar fuoco.

¹ Lanciafuoco tubo circa 20 pollici lungo, formato di materie

incendiarie, che serve di miccia per dar fuoco ai cannoni,

e che, acceso, meglio della miccia mantiene la fiamma.

Ai due marinari, che si trovavano tra i detenuti politici, Leonida

avea dato l'incarico di spargere nelle gallerie e sotto alle scalinate

di legno quanti stracci potevano raccogliere intrisi nell'acquavita,

spiriti, ecc.

A Zambianchi e Cantoni, egli avea raccomandato il comandante Volpone,

e noi abbiam già veduto come miracolosamente essi capitarono, dopo

d'aver cercato invano il mercenario nella stanza d'Ida, che salvarono

dal vituperio e dalla morte. A Cantoni sembrava un sogno di avere

contribuito alla di lei salvezza.

Ida era fuori di sè, sorrideva amorosamente al suo amante, ne palpava

le guancie, come per assicurarsi della realtà dell'essere suo, lo

accarezzava, piangeva, s'inginocchiava ai suoi piedi, serrandone le

ginocchia e baciandole.--Poverina! essa credeva non esser più degna di

lui, essendo stata trovata in sì oscena compagnia. Ma Cantoni avea

troppo buon senso per dubitare di lei, ed in un lampo riconobbe quanto

era accaduto pria che Ida gliene facesse il racconto.

Zambianchi entrato per il primo, avea sorpreso il prete nell'opera

indecente, e siccome pratico del mondo e de' suoi vampiri, indovinò

egli pure che una scena di violenze sulla bella fanciulla s'era a lui

presentata.

«Sempre gli stessi servi del demonio! cominciò Zambianchi diretto al

prete.

«De' vivi inferno! un gran miracol fia

«Se Cristo seco alfine non s'adira»

questi versi del Petrarca si contentò di recitare al perverso, il

nostro Bolognese, parco com'era di parole, ma nello stesso tempo

mettendogli la mano nel colletto dell'abito (che sembrò a Gaudenzio

sentirvi la zampa d'un leone) egli lo trasse dietro il letto ove si

trovava Susanna colla pallidezza della morte sul volto.

«Fermi! gridò loro Zambianchi, mentre a strisce stracciava le lenzuola

del letto. E quando ebbe preparato un bel numero di strisce, egli

cominciò a legar la vecchia ed il prete, dimodochè i due volti si

toccassero. Legò le destre prima, poi le sinistre braccia, a scandalo

del sacerdote consacrato alla purificazione dell'anima e del corpo,

ginocchio con ginocchio, e più insopportabile ancora al Gesuita fu di

trovarsi colla bocca su quella della vecchia, che puzzava come un

cadavere. Zambianchi era stato accuratissimo nella legatura, acciocchè

i due volti combaciassero esattamente.

Il povero Gaudenzio, che aveva creduto di passare una notte di

paradiso, col più bel tipo di fanciulla che natura avesse formato, era

obbligato di odorare il putrido fiato d'una maledetta, ributtante

vecchia. E così lo lasciarono, ed uscirono con Zambianchi, Cantoni e

la salvata sua amante per cercare i compagni, che da parte loro non

rimanevano colle mani alla cintola.

Cantoni il volontario · 第 5 / 13 段