vicendevolmente da Cortlin e da Gaudenzio, quest'ultimo, conformandosi
agl'impegni presi sì enfaticamente col compagno, volesse condurgli in
casa la bella Bolognese. Ma nemmen per sogno! Il gesuita, padrone
d'Ida, non l'avrebbe ceduta nemmeno al Santo Padre.
«E vi pare che sia quella creatura da cedere a chicchessia? ruminava
tra sè il birbante. Un angelo simile! E che non valgo io forse
un'eminenza, da non poter come quei signori tener una vergine per
adorarla?» E qui stimolato dalla libidine, e profittando dello stato
sonnacchioso, in cui eran caduti i malandrini compagni, egli inchinò
il suo volto di serpe sulla bocca imbavagliata d'Ida e tentò baciarla.
Non l'avesse mai fatto: rinvenuta dallo stupore, e pressochè conscia
dell'infelice suo stato, la prigioniera parve elettrizzata dal
fulmine, ed un pugno sì solenne cadde sul ceffo dell'impudente
chercuto, da fargli comparire la vettura come una stanza stellata, ed
il sangue suo, massimo dal naso, imbrattò la sua schifosa sottana da
farlo sembrare un macellajo, anche nella poco illuminata carrozza.
Tornata in sè stessa, dopo quel magnifico pugno, Ida strappò i panni,
con cui l'avevano imbavagliata, e si avvinse alla portiera della
carrozza, girando fortemente colla vittoriosa sua destra la chiave del
saliscendi.
Essa era pervenuta ad aprirlo, e l'aura della libertà avea già
rinfrescato il suo volto. Ma il prete, che avea potuto mantenersi in
silenzio ad onta del gran colpo e del ceffo insanguinato, non volle
permettere la fuga della sua preda, ed afferrandola con ambe le mani,
diè in uno strido tale di ferocia da far balzare e dar della testa al
tetto della vettura ai due masnadieri.
In un momento l'infelice fanciulla fu ricacciata sul suo sedile, la
portiera richiusa, e ad ognuno degli sgherri fu ingiunto dal loro capo
di non mover la mano dal saliscendi sino a raggiungere la
destinazione.
E qual era la nuova destinazione?
Ida non la conosceva certamente, e probabilmente nessuno ancora,
giacchè Gaudenzio avea determinato la direzione a mezzogiorno, ma non
avea egli stesso fissato il sito di reclusione destinato alla bella
cattiva, avendo a sua disposizione molti conventi, fortezze e
castelli. Tale è la potenza di questa setta di demoni, indispensabili
a tutti i despotismi che servono come spie, delatori e birri, e dei
cui mezzi immensi dispongono liberamente. Io non mi accingerò a
descrivere la setta diabolica che prende il suo nome dal giusto, e che
lo prende giustamente per mascherare le sue nefandezze. Moderno
proteo, maledetto dal mondo che ne conosce le scelleraggini, esso
sparisce ove un lume di libertà si mostra che lo abbaglia e lo
annienta; ma ritemprato sulla soglia della tirannide, la spinge a
dilatarsi, la suscita, la fomenta, ove ne trova il minimo germe, e
solo quando i popoli, imbrattati della ruggine dei loro ferri, li
scuotono, l'infrangono, e ne scaraventano i rottami sui loro
oppressori, allora il proteo sveste le odiatissime sue forme, e
fuggendo l'ira giustissima degli oppressi, ricomparisce altrove, e
sotto aspetto sorridente e _moderato_ dice: «anch'io sono liberale!»
Quando l'inferno vomitava il gesuita ed il prete che son tutt'uno, ei
ben sapeva di regalare all'umanità, la quintessenza dell'orrido suo
ministero.
Il miserabile despota della Francia, sostenitore primo del gesuitismo,
vive di esso e per esso. Egli iniziò il suo impero con una menzogna:
l'_impero è la pace_! preludio d'altre infinite menzogne, mentre
sapeva non potersi sostenere senza la guerra. E tali sono la maggior
parte de' moderni potentati dell'Europa, seduti sull'ingiustizia e la
prepotenza abbisognano della nera setta, che patrocinano per ingannare
le nazioni. Non mi accingo, ripeto, a descrivere il Gesuitismo. Penne
ben altrimenti famose della mia già ne assunsero l'incarico e
svelarono i mezzi di cui esso può disporre. Spia, agente poliziesco e
pervertitore d'ogni tirannide, ma particolarmente di quella più
schifosa ed abbominevole che siede in Roma, ed a cui esso deve
ubbidienza diretta ed immediata, quando non riesce a soverchiarla a
forza d'astuzia e d'insolente impudenza.
Il Gesuita rappresenta la malizia umana: quando ai primordi della
società, un astuto poltrone capì che si poteva vivere lautamente,
ingannando, alle spalle degli imbecilli che lavorerebbero per lui,
egli fu gesuita, fu prete, fu negromante, e le moltitudini lo
venerarono. Da quando i detrattori d'Aristide gli diedero
l'ostracismo, dai farisei che crocifissero Cristo, e da questo agli
eminentissimi di Roma, che vendono la loro patria allo straniero per
nuotare in ogni specie di libidine, esiste sempre il Gesuita, e non so
se peggiori gli antichi de' moderni. Comunque sia il Gesuitismo, come
il pidocchio, si genera dal sudiciume, dall'ignoranza e dalla miseria!
Prima di quel tale pugno, Gaudenzio era stato incerto sulla scelta del
luogo di reclusione per Ida, ma dopo di quel solenne pugno, egli così
ragionò tra sè: «Altro che conventi, per quello diavoletto! Esso è
capace di mettervi fuoco, o alla peggio uscirne sotto veste di monaca
frequentatrice. Poi, quei fratacci son così ghiotti delle belle
creature, ch'è veramente un affare serio affidarlo alle loro ugne.
«A Roma!... nemmen per sogno! Fra tanti avoltoj del Sanfedismo, non
resta in mio potere 24 ore.
«A San Leo dal mio amico e protetto, cavalier Volpone. Egli è vecchio
e avarissimo, ed abbisogna del mio patrocinio per sottrarsi alle
galere, ove i suoi furti lo condurrebbero certamente.»
A San Leo dunque! ed il Gesuita si sarebbe fregato le mani come le
fregava Archimede nei suoi sublimi ritrovati, se certo agglomerarsi di
sangue nel naso non lo avesse obligato di tener la destra occupata con
un fazzoletto.
Da Ravenna a San Leo v'è un bel tratto, e certo abbisognò il Lojolesco
di tutta la sagace sua malizia, per condurre la nave a buon porto.
Egli largheggiò non poco col cocchiere, acciocchè scansasse ogni sito
pericoloso, massime poi coll'incontro dei rompicolli a camicia rossa,
per i quali il fiuto squisito a trovare birbanti è tradizionale. La
stessa prodigalità usò co' mascalzoni compagni.
Ida era guardata a vista; ove si sentiva gente, i tre le tenevan la
mano sulla bocca, anche a rischio di soffocarla.--Povera ragazza! essa
capiva che era inutile ogni conato, e si conformava alla sorte sua
sventurata. Le stesse precauzioni eran prese quando si trattava di
cambiare cavalli, e ciò succedeva possibilmente nei siti meno
frequentati.
Per pratico che fosse il cocchiere e ben pagato, egli non poteva
sempre scostarsi della grande via Emilia che percorre le Romagne dal
settentrione al mezzogiorno, e che passa per la maggior parte dello
spazio che dovea transitare la nostra comitiva per giungere da Ravenna
a San Leo, molte miglia a libeccio di Rimini e di San Marino.
Dopo d'aver percorso la strada da Ravenna a Forlì quindi a
Forlimpopoli--e come si toccavano quei poveri cavalli! e quante
promesse al cocchiere ed agli altri!--era giunta la carrozza tra
Forlimpopoli e Cesena verso le 3 pom., quando nel giro del contraforte
d'una collina, uno squillo di tromba fece un effetto tremendo fra i
tre custodi d'Ida. Essa pure ne fu scossa meravigliosamente, abbenchè
in senso contrario, riconoscendo in quel suono la tante volte udita e
cara tromba dei Volontari. La giovinetta si scosse tra gli osceni
tocchi de' suoi persecutori, come sotto l'impulsione dell'elettrico.
Il Chercuto diventò pallido come un cadavere, e s'avvinghiò
freneticamente al corpo della sua vittima, tremando e quasi
supplicandola. I masnadieri, consci del pericolo della situazione, ma
meno codardi del prete, la strinsero villanamente e s'incaricarono da
soli di guardare membra e bocca dell'infelice fanciulla.
Intanto a poca distanza si sviluppava il superbo corpo dei Volontari,
in numero allora di ottocento uomini, composto per la maggior parte
della gioventù scelta d'ogni provincia italiana. Ed era quella
gioventù che i preti spacciavano per ladri e malviventi!!
I Volontari avevan meriggiato a destra e sinistra della strada, e la
tromba suonava a raccolta per pigliar la marcia verso Cesena.
Era piacevole spettacolo per anime patriottiche il vedere quella vispa
e coraggiosa gioventù, che abbandonando gli agi d'una vita splendida,
s'incamminava a spargere il proprio sangue per la redenzione della
patria! Oh! si può essere superbo d'aver guidato sui campi di
battaglia quella eletta parte della Nazione!
Così non dicevano i traditori, di cui disgraziatamente abbonda ancora
questa terra infelice!
Se un pittore avesse potuto penetrare collo sguardo in quel momento
nell'interno della carrozza, ove stavano i quattro viaggiatori,
sicuramente egli ne avrebbe ricavato uno sbozzo da non invidiare
qualunque dei più interessanti.
Abbisognava la robustezza dei due ladri della nostra eroina, per
trattenerla dal precipitarsi fuori del veicolo. Essa avea tentato
quanto era umanamente possibile ad una fanciulla di quattordici anni;
morsi, graffiature, pugni, contracambiati con minacce di morte degli
assassini e da brutalissime violenze per impedirla di muoversi, e
sopratutto di gridare.
La colonna dei Volontari sfilava sullo stradale e la carrozza doveva
fronteggiarla necessariamente in quasi tutta la sua estensione;
Gaudenzio, con una mano all'insanguinato naso, teneva coll'altra la
fanciulla per il vestito; ma macchinalmente, poichè l'indecente prete
era più dell'altro mondo che di questo dalla paura. L'occhio
stralunato di quel perverso misurava il numero dei Volontari, ma senza
fissarsi in nessun degli individui che componevano il corpo, ognuno
gli sembrava ugualmente formidabile e spaventoso. Era atterrito,
convulso, nessuno ei fissava! quando un grido come di morente,
sgorgato dalla gola del ministro di Satana, provò ch'egli avea
distinto qualcuno. E veramente la bella e gioviale fisionomia di
Martino Franchi, su quella magnifica quadratura di spalle s'era
riflessa nell'occhio del prete, ed avea fatto nell'anima sua perversa
l'effetto della testa di Medusa. La reminiscenza di quel terribile
colpo di bottiglia, e l'orrida scena di Ravenna si affacciarono alla
mente sua, come se fossero per ripetersi in quel momento. L'occhio di
Franchi colpì l'occhio sinistro del Chercuto, ma colla mano sul volto,
pallido e sfigurato com'era, non fu possibile riconoscerlo. Guai! se
Martino lo avesse indovinato! Altro che bottiglia, e cavalcata di
somaro!
L'ombra del gigante Bresciano (poichè gigante era sembrato Franchi
allo spaventato Gaudenzio) dileguossi finalmente, grazie alla solerzia
del cocchiere che toccava i cavalli maladettamente. E dileguossi pure
la momentanea speranza dell'infelice fanciulla. E Cantoni, che cento
volte avrebbe dato la vita per liberarla, occupato a mettere in ordine
i bagagli del Quartier generale in ajuto di Aguilan, e che dovevano
seguire la colonna appena s'era accorto del passaggio di quel veicolo
sullo stradale, ove ne passavano tanti. Il delitto dunque favorito
dalla fortuna, procedeva la sua via scellerata, trascinando seco
l'innocenza, per sacrificarla alle mostruose sue libidini. Che il
vizio, la violenza, la tirannide, l'impostura trionfino qualche volta
sulla terra, ciò non deve impedire alla virtù di seguire il suo
sentiero seminato di spine, impavida e colla fronte alta: Dio paga
tardi, ma paga giusto.
CAPITOLO XVII.
SAN LEO.
. . . . O Mantovan! io son Sordello
Della tua terra, e l'un e l'altro abbracciava.
Ahi! serva Italia di dolor ostello,
Nave senza nocchiero in gran tempesta,
Non donna di provincie, ma bordello!
(DANTE)
A poche miglia da San Marino verso libeccio si scorge uno di quei
monti, che per poche nozioni geologiche che si abbia di questo nostro
pianeta, altri non può a meno di figurarvi un antico e spento fumajolo
nella terra. Spento, non più fumante, perchè il tempo lo smorzò colle
sue _fredd'ali_, lasciando intatta tra i cataclismi e gli
sconvolgimenti la sua conica forma, caratteristica del Vulcano.
La terra si spegne, dicono gli scienziati. Corpo intieramente igneo
una volta, essa va riconcentrando le sue voragini di fuoco ognor più
lontano dalla superficie, più circoscritte quindi, e quindi con minor
bisogno di fumajoli o crateri di Vulcani indispensabili alle
esalazioni del grandissimo focolare.
Di tali fumajoli spenti è coperta la superficie del globo, e tali sono
le maestose cime delle Alpi, delle Ande, e mi figuro dell'Imalaja,
figlia primogenita forse delle spaventose convulsioni del terribile
elemento, che rode senza posa le viscere di questo minore ruotatore
dello spazio.
La terra si raffredda, si spegne, e chi ne dubita? Essa fra alcuni
secoli sarà una ghiacciaja, dico fra alcuni secoli, perchè cosa sono i
milioni di secoli paragonati all'eternità?
I corpi morti vi si conserveranno di più, ma morti! dall'issopo al
cedro, dalla formica all'elefante, dallo schiavo al tiranno, ma morti!
perchè nulla potrà vivere su questa superficie cristallizzata. E
poi...
L'uomo e le sue tombe
E l'estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel travolge il tempo.
(FOSCOLO)
La terra si raffredda, si spegne! Il ghiaccio su tutta la sua
superficie seppellirà le reliquie di ogni animazione. Piante d'ogni
specie: dall'abete maestoso, che corona le falde di monti, all'umile
gramigna che tappezza le valli, dalle ossa dello schiavo a quelle del
padrone, tutto frammisto, tutto sconvolto, tutto coperto, forse
eternamente, da una crosta di cristallo forse eterno!
E la terra continuerà a ruotare nello spazio, non più abitata da
formiche e da genti, ma da individui ancora della famiglia infinita di
mondi, con cui l'Onnipotente popolò l'Infinito.
E l'uomo si affatica, si travaglia, si tortura, come se la vita sua
d'un secondo dovesse durare eternamente.--Il despota, il prete, più
astuti, più malvagi del resto della famiglia umana, la ingannano, la
rubano, la fanno infelice, per godere alcuni secondi d'una vita
scellerata a spese degli stupidi che credono le loro menzogne e dei
codardi, che in luogo di liberarsi, rovesciandoli nella polve, si
accovacciano ai loro piedi tremanti, o, vestendo una livrea, li
ajutano ad impoverire e stremare la povera gente!
Che siano attivi od estinti, i vulcani conservano generalmente la
forma conica-tronca, e se curiosi a vedersi sono quelli che
s'innalzano dal seno dei laghi, come i due bellissimi che adornano il
lago di Nicaragua nell'America centrale, nol sono meno i tanti che
sporgendo le altissime loro cime sugli Oceani, incantano il navigante
rallegrato ed attonito, colla loro forma graziosa, la loro eterna
verdura, se sotto la zona torrida. Tali sono gli altissimi coni del
gruppo di Lipari, delle Marianne dell'Indiano arcipelago, e tanti
altri. La forma conica-tronca del fumajolo della terra si è costituita
quando l'esplosione vulcanica squarciò la crosta del globo e vi formò
il cratere, oppure quando il cratere rovente, come succede ad ogni
materia in ebollizione, forma vortice in cui la materia o lava emessa,
uscendo dal tubo si sparse intorno ed accrebbe progressivamente la
base, le falde, e l'orlo dell'orifizio. I secoli poi si incaricarono
d'innalzare quei tumuli ad orifizio od orifizi, e ne spinsero molti ad
altezze smisurate, come l'Etna, l'Ecla, il Viejo, ecc. che altro non
sono se non se agglomerazione delle materie ignee vomitate dai vulcani
e precipitate verso la base, estendendole sugli strati successivi
raffreddati ed aumentando sempre più lo spessore totale della crosta
vulcanica e la sua altezza.--Sono essi, vulcani più antichi, che
datano la loro origine forse dall'incandescenza terrestre, quando,
cioè, questo nostro parco di delizie e di miserie, era un mare di
fuoco. Allora bolliva questa superficie come qualunque altro fluido,
ed emetteva quegli sporgenti orifizi che formarono i presenti fumajoli
spenti od attivi.
Il vulcano spento di San Leo conta tra i minori dei giganti della
terra, non manca però di celebrità nella storia dei delitti umani:
Esso ha servito, come tant'altre eminenze, al ricovero di prepotenti,
che dall'alto dei loro nidi d'aquile piombavano sulle sostanze, o
rubavano le donne, maltrattando gli uomini od uccidendoli. In quelle
epoche remote ebbero origine molte feodali famiglie, quelle, cioè, i
cui titoli non nacquero da compra con denaro accumulato dall'usura o
da servilismo prodigato ai potenti.
La feodalità moderna¹ è più moderata. Essa dissangua le Nazioni come
l'antica, ma con più astuzia. È più ricca di quella per l'acrescimento
delle popolazioni di servi, delle produzioni e del commercio,
profittando delle propensioni dei popoli a costituirsi in grandi
nazionalità, per non soggiacere ai capricci di vicini potenti.
¹ I Regnanti.
La feodalità monarchica ajutata dal prete, ravvolse le genti d'Europa
in una nube tale di menzogne e di corruzione, da far prender loro per
una situazione di progresso, uno stato vero di tirannide, più odioso
delle antiche, perchè mascherata da istituzioni sedicenti liberali, ma
più perfida e più menzognera.
CAPITOLO XVIII.
IL BIRRO.
Qualunque sia governo al porco piace,
Anche a furia che sia di bastonate
Mangiar, bere e dormir, lasciato in pace.
(CASTI.)
Era nei primi di dicembre 1848, il tempo corrispondeva alla stagione.
La sera era tetra per una caligine fitta ed oscura, che se non era
pioggia, ti bagnava almeno quanto quella e ti penetrava colla sua
umidità ributtante sin nella midolla delle ossa facendoti rabbrividire
disgustosamente. La rocca di San Leo, posta sul cratere del vulcano
spento alla sommità della montagna, era intieramente avvolta nelle
nubi. Ma quando questa era cacciata dalla bora con impeto, scopriva al
viaggiatore attonito quel lurido propugnacolo della tirannide pretina,
come un fantasma che appariva e si nascondeva secondo la maggiore o
minore densità delle nubi.
Una carrozza a quattro cavalli saliva la strada a chiocciola che
conduceva alla fortezza, e giunta vicino al ponte levatojo, ne
scendeva un individuo avvolto nel mantello, ed essendosi egli
avvicinato alla sentinella, questa gli intimò di fermarsi e chiamò il
caporale che comparve subito, ed al quale il nuovo venuto diede
l'incarico di avvertire il comandante.
Il maggiore Volpone, comandante dell'ergastolo, era a tavola, e questa
sorta di gente lascia difficilmente la tavola, a meno che non sia per
l'arrivo d'un superiore per strisciargli davanti o per un pericolo
qualunque.
Avendo fatto del ventre la loro deità, guai a chi viene a disturbar
costoro, mentre stanno seduti al santuario della loro adorazione, e
perciò quando l'ufficiale di guardia al portone d'entrata giunse ad
avvisare il comandante che un individuo arrivava per vederlo, il
maggiore disse con mal piglio: «Che aspetti! questa gente coglie
sempre per incomodarti l'ora in cui uno sta a tavola sollazzandosi
alquanto e rifocillandosi dalle fatiche della giornata.»
Grandi fatiche veramente sosteneva quel carceriere dell'Inquisizione
vigilando e tormentando una quantità di sventurati che la malvagità
pretina avea rinchiuso in quell'ergastolo, col delitto di non aver
voluto credere alla menzogna, di aver amato la libertà d'Italia, e
congiurato per rovesciar la più schifosa di tutte le tirannidi.
Questo ragionamento faceva forse il giovine mentre ubbidiva agli
ordini del superiore.
Sceso ed uscito dal ponte, egli recò a Gaudenzio (poichè altri non era il
nuovo venuto), l'ingiunzione del comandante, ma il Gesuita, arruffando il
naso dal dispetto, però moderandosi subito, e fingendo gentilezza,
ipocrisia in cui sono maestri i settari di Sant'Ignazio,--disse
all'ufficiale:
«Non vorrebbe lei esser tanto compiacente di recare o mandar al
comandante questa carta?»
L'ufficiale fissò i suoi negli occhi del chercuto, ch'ei riconobbe,
benchè camuffatto in un mantello borghese, fece un sogghigno come se
volesse dire: «Tu non m'inganni, birbante!» ma siccome egli era
gentile davvero, e troppo giovine per usare uno sgarbo a chicchessia,
s'incaricò della carta e ritornò dal maggiore. Appena veduta la firma
del Gesuita suo prottettore, il gaudente s'alzò di botto ed esclamò
con voce commossa:
«Ah! questo è un amico mio, fatelo pure entrare!»--«Amico suo! che
roba!... disse fra sè l'ufficiale, e ritornando a Gaudenzio,
l'introdusse subito.
Lascio pensare al lettore quale sarà stata la conversazione dei due
birbanti; mille scuse per parte del mercenario per aver fatto
aspettare il suo prottettore, ed umore condiscendente di questo, che
sentiva di avere bisogno del protetto per portare la sua avventura
galante alla fine.
«Sembrami meglio aspettare l'oscurità della notte, per introdurre la
ragazza in castello, diceva Volpone: a quest'ora i corridoj, il
cortile e le gallerie sono troppo popolate e tutti s'accorgerebbero
d'ogni cosa.»--«Che oscurità d'Egitto,» urlava il prete; impaziente
d'avere la sua vittima a disposizione. «Non avete in castello una
lettiga coperta, una portantina, un seggiolone che si possa coprire?»
Io non voglio nojarmi nè nojare colla conversazione oscena dei due
perversi, dirò soltanto che batti e ribatti, Gaudenzio si attenne
all'opinione dell'altro, cioè d'aspettare la notte, che non era
lontana per introdurre Ida nella fortezza.
E la notte venne, umida, cupa, fredda, e l'infelice fanciulla fu
portata in uno dei migliori, ma più reconditi appartamenti del
castello. Ma per segreto che fosse il trasporto, fatto con ogni
precauzione, la bella fisonomia di Ida non era sfuggita all'occhio
penetrante del giovine ufficiale.
CAPITOLO XIX.
INCONTRO FELICE.
Amicizia del Ciel, prezioso dono,
Io cederei per un amico un trono.
(JOUNG.)
Chi fosse il giovine ufficiale, che noi trovammo di guardia all'arrivo
d'Ida a San Leo, lo diremo in due parole. Leonida C., appartenente a
una delle più cospicue famiglie di Faenza, appena ventenne prese parte
ai movimenti insurrezionali che tanto scossero l'Italia sul principio
del presente anno e che continuavano tutt'ora con minore fervore
bensì, secondo il carattere degenere e poco costante di questi moderni
discendenti degli Scipioni.
Leonida, elettrizzato siccome tutta la gioventù di quell'epoca,
impugnò le armi e corse a raggiungere quel pugno di prodi, che col
generale Ferrari e poi a Venezia tanto si distinsero. Ma Leonida aveva
una madre che lo adorava; essa, donna d'alti sensi e generosa, avrebbe
dato cento figli per la liberazione della patria, ma Leonida era
figlio unico e di fisico un poco gracile, benchè d'animo fortissimo.
Avea di più contratto le micidiali febbri di Malghera, ov'era stato di
guarnigione. Di più si sapeva generalmente essere troppo numerose le
forze che occupavano Venezia, ed intenzione di quel Governo di
diminuirle.
Spinta da tali considerazioni la signora C. recossi nella città delle
Lagune, e tanto fece presso quelle supreme autorità da ottenere il
rinvio del figlio, al che Leonida stesso acconsentì, colla condizione
che sua madre accorderebbe il suo arruolamento nella Legione Romana,
allora in formazione sul continente.
Il governo del Papa aveva destinato un distaccamento di tale legione a
San Leo e, contrariamente all'inclinazione di Leonida, a lui toccò
l'esoso incarico di far da carceriere ai prigionieri dei preti.
Condizione degradante è veramente quella degli eserciti moderni,
destinati per la difesa della patria, a dover servire di birro ai
capricci di mascherato despotismo, opprimendo quello stesso popolo
ch'essi dovrebbero proteggere e difendere!
Da pochi giorni dunque era entrato Leonida in San Leo di guarnigione,
quando giunse la rapita nostra eroina.