terra ed il quasi trionfante e gonfio delle proprie gesta pettoruto,
bravo del Sanfedismo. Una nube di sdegno e di risentimento abbagliò i
suoi occhi, e colla velocità del fulmine volò sull'insolente, lo colpì
con un pugno nel volto, che lo mandò gamba all'aria, s'impossessò
della clava e dopo avere amministrato alcune busse al caduto, la
infranse, e ne scagliò i rottami sull'indicente quasi cadavere. Quindi
sollevata Ida nelle robuste sue braccia, la strinse al seno come una
madre fa del bambino, e scomparve per una via di traverso, fra
l'ammirazione e gli applausi di tutta quella gioventù incantata.
CAPITOLO XI.
IL DUELLO.
È una barbarie, ma pure l'uomo
disonorato deve vendicarsi o
morire.(_Autore conosciuto._)
Era una tetra mattinata di novembre, non pioveva, ma la nebbia
scivolando sulla pianura, dell'Italia orientale, inumidiva gli abiti,
i capelli, la barba come se fosse pioggia, ma d'un modo più
dispiacevole, compenetrandovi d'un freddo brivido, ed obbligandovi a
continuo moto per non intorpidire.
Perchè non istarvene a casa in sì bruttissimo tempo nella vostra
stanza e nel vostro letto ben riscaldato, con al capezzale la vostra
Perpetua, che vi somministri una tazza di saporito cioccolate, e vi si
mostri in sè stessa come tutte le Perpetue, un vero ben di Dio di
carne e di gentilezze, direbbe uno dei nostri santi bottegai, che
hanno la modestia di chiamarsi _Uomini di Dio_, che vi comunicano la
parola di Dio, e che vi mercanteggiano Dio al prezzo che voi volete
pagarlo.
Ad altri, questi sacerdoti della menzogna abbandonano le cure e gli
stenti della vita; ad altri affrontare tempeste di terra e di mare,
solcare col sudore della fronte l'uno e l'altra per estrania la
sussistenza propria, quella della prole, e quella pure della pianta
ingorda e parassita che si chiama prete.
Sudate, faticate, cretini minchioni! ed il prete vi aprirà la via del
paradiso, ricevendovi al vostro ingresso nella vita, collegandovi al
destino della donna, congedandovi a quella transizione della materia
che si chiama morte, e raccomandandovi alla misericordia
dell'altissimo, per colpe che non sono vostre. Il prete s'è
appropriato il monopolio in tutte le più solenni circostanze della
vita, e vive grassamente, e voi, canaglia! sudate e portate l'obolo
nella sua bottega per la _maggior gloria di Dio_. Poi gridate ai
quattro venti, che siete popolo civilizzato! Il prete è ministro di
Dio, il prete, almeno lo dice e voi lo credete, con Dio confabula, ne
riceve il suo mandato di prete, l'autorità sua, i suoi attributi. E
voi lavorate, gregge! sudate sul vertice dei marosi dell'Oceano, e se
non portate la decima al prete, se la vostra donna con lui non
consolasi della vostra assenza, voi andrete all'inferno:--sempre
gregge! canaglia!
Eran sei in quella tetra mattinata di novembre sulla spianata di
Cesena; quattro, dopo d'aver con una punta di pugnale segnata una riga
sul terreno, contavano venticinque passi, percorrendo una
perpendicolare alla linea suddetta. Gli altri, due col sigaro acceso,
sembravano aspettare con impazienza il termine dell'operazione dei
quattro.
Con impazienza essi anelavano al mortale momento: Ramorino non potendo
più vivere sotto l'incubo d'un oltraggio: Risso, senza dubbio, pentito
d'aver vilipeso un fratello, ma troppo altiero per confessar la sua
colpa, era pure impaziente di terminare, comunque fosse, la terribile
situazione e farla finita.
La distanza è segnata: i padrini, mesti nel volto e dopo d'avere
inutilmente sollecitato un accomodamento, presentano ad ogni
competitore un fucile.
Un fucile? diranno i duellanti scandalizzati--e perchè no? un fucile,
quando si ha voglia di ammazzarsi, basta che sieno armi uguali, e poi
sia pure un cannone.
Dunque un fucile, e gli avversari marciano l'uno contro l'altro collo
stesso sangue freddo con cui avrebbero camminato ad un pubblico
passeggio. A dieci passi Ramorino si ferma, e punta il suo fucile al
corpo di Risso, questi più veterano, e forse più destro e forte
dell'altro ha già la bocca dell'arma nel petto dell'avversario; ma un
sentimento di rimorso, quello giungere all'insulto l'omicidio, lo fa
titubare, l'arma è rialzata, e la palla sfiora appena la parte
superiore del capo. Non così Ramorino, la sua palla colpisce e
traversa il cuore del competitore; povero Risso! egli, avanzo di tanti
combattimenti, coperto di tante onorevoli cicatrici¹, cade per non più
rialzarsi e muore senza un solo lamento.
¹ Storico; nella pugna delle tre Cruces a Montevideo, Tommaso
Risso aveva ricevuto una ferita, quasi mortale nel capo, e solo
la robustezza della sua fisica costituzione potè salvargli la vita.
Il 3 giugno 1849, in Roma, Ramorino, mortalmente ferito da una palla
bonapartesca, chiede ai compagni perdono per la morte del suo fratello
d'armi, a cui aveva tolto l'onore immortale di cader sul Gianicolo,
alla difesa della Roma ideale!
Della Roma ideale! non di quel putrido postribolo, che la menzogna,
l'odio straniero e la corruzione hanno ridotto in un ammasso di
pestilenza tale da ammorbare non l'Italia sola, già da tanto tempo
infetta, ma il mondo intero.
CAPITOLO XII.
I VOLONTARI NELL'ESERCITO ROMANO.
Libertà non fallisce ai volenti.
(ALFIERI.)
I Volontari! Ognuno non deve voler la libertà del suo paese? Il suo
paese onorato e non insudiciato da soldati stranieri, da preti e da
traditori? Perchè si deve affidare l'esistenza della patria ad un
pugno di militi obbligati, e ad un altro di Volontari? Ad alcune
migliaja infine, mentre siamo in tanti milioni collo stesso obbligo,
collo stesso interesse?
Eppure va sempre così, ed i pochi e i migliori marciano eroicamente al
martirio per la causa di tutti, mentre le moltitudini si affaccendano
in isterili schiamazzi e dimostrazioni, o si occupano indifferenti dei
loro affari. Dal 48 al 68, i Volontari fecero qualche cosa, ma il loro
numero fu sempre insufficiente. Nel 60, periodo più brillante della
loro carriera e dopo la splendida battaglia del Volturno, essi non
giunsero ai quattordicimila, numero insufficiente per poter segnar la
via del dovere ad un governo sempre ipocrita, sempre perverso e sempre
nemico e disposto all'esterminio dell'elemento volontario, ove questo
avesse voluto resistere all'indole dispotica e prostituta dello
straniero. Ne abbiamo una prova nel famoso dispaccio del Cialdini al
Buonaparte:
«Noi marciamo su Napoli con quarantamila uomini, a combattervi la
rivoluzione personificata in Garibaldi».
E che dovevano fare i Volontari? imberbi la maggior parte, poco
organizzati, e già minati in ogni modo dal più corruttore dei Governi
con agenti suoi d'ogni specie?
A Palermo, il Governo sardo, col pretesto dell'annessione, aveva già
suscitato il popolo per arrestarvi i Volontari, e d'intelligenza col
Borbone, che tradiva, e del Bonaparte, che inviava i suoi vascelli
nello stretto di Messina, quel miserabile Governo tentava di soffocare
nella culla la stupenda impresa, che doveva finalmente costituire
l'Italia, aspirazione nazionale di tanti secoli, e rendere inutili gli
sforzi del despotismo davanti alla coraggiosa risoluzione d'un pugno
di prodi. Allora il Governo sardo ammucchia tutt'i suoi cagnotti in
Napoli, e mentre inganna il Borbone con volpine trattative
diplomatiche, fomenta una rivoluzione per rovesciarlo e per annientare
l'azione dell'esercito del popolo dieci volte vincitore.
I destini d'Italia però la volevano costituita e contro la ferrea
volontà dei Mille di Marsala infrangevansi tutte le astute gesuitiche
trame del consesso dei Sanfedisti. E non credo ingannarmi dicendo:
_consesso dei Sanfedisti_. Sotto il loro capo naturale, il 2 dicembre,
poichè la meta della spedizione non si limitava certamente a Napoli,
bensì mirava a Roma, e quindi a Venezia, se il popolo italiano,
anzichè pascersi di ciarle e di evviva, l'avesse presa sul serio.
Meno dunque l'inesperto Francesco II, tradito dalle volpi del
settentrione, che lottava debolmente per il suo trono, tutto il
despotismo e sanfedismo d'Europa era contro noi; e senza saperlo
l'esercito italiano andava a pugnare contro fratelli, ad impedire che
si facesse l'Italia. A Napoli, spettacolo unico! sette individui
dell'esercito liberatore, innoltravansi nella maggior metropoli
d'Italia, ed i soldati del Borbone, stupiti da tanta baldanza,
presentavano loro le armi. I Volontari intanto non erano
quattordicimila mentre avrebbero dovuto oltrepassare i centomila. Le
Marche e l'Umbria, la cui liberazione altro non fu che una conseguenza
delle stupende vittorie dei Volontari, non ne fecero nemmeno una
parola, anzi acclamarono i grandi trionfi della monarchia. Il resto
d'Italia, invece d'obbligare il Governo a lasciar proseguire i
Volontari vincitori, almeno sino a Roma, si trincerò nel dolce far
niente, e le botteghe dei preti si stiparono di devotissima
ciurmaglia, sino negli atrii e vestiboli, per rendere grazie a Dio
d'aver conservato all'Italia il suo maggior nemico, la causa di tutte
le sue vergogne e sciagure.
Dopo la morte del Rossi, i Volontari furono dunque accolti
nell'esercito romano, ossia esercito del Papa. Ma il Papa l'iniziatore
delle riforme? il Papa liberatore? Il monte Bianco va a moversi e
marciare avanti, almeno così credevano i nostri stupidi concittadini.
E lo vedremo tra poco scappar vestito da donna, andare a congiungersi
al suo collega di Gaeta e dimandar perdono al mondo d'essere stato
capace d'un'idea generosa, o d'averla finta.
Ciocchè fosse il Governo di Roma nel periodo che seguì la morte del
Rossi lo provano i fatti seguenti:
Mentre i Volontari erano accolti nell'esercito romano, sotto il nome
di 1.ª legione italiana, il Governo di Roma imponeva loro di non
oltrepassare i cinquecento, e quindi di sospendere l'arruolamento, ma
siccome quel numero era già superato, un nuovo ordine del ministero
della Guerra ordinava di non passare i mille. Di più! (non vi è trama
che non fosse ordita contro i Volontari dal Governo dei preti)
ordinava di lasciarli mancare d'ogni cosa necessaria, di calunniarli
nello spirito delle popolazioni, dipingendoli come un accozzaglia di
ladri, briganti e rotti ad ogni sfrenatezza. _Nemici della religione_,
era il titolo più mite. Talchè dovendo essi passare per Macerata nella
loro gita a Roma, questa chiuse loro le porte. Promettere loro le
armi, e non darle mai, sotto uno, or sott'altro pretesto; così le
vestimenta; chiamarli a Roma, ma mentre erano in marcia, farli
retrocedere sulla via di Fermo; infine, accoglierli per non urtare
l'opinione pubblica favorevole ai Volontari, ma fare ogni sforzo per
screditarli ed annientarli se possibile. Tale era la condotta del
governo.
In tali condizioni, e colla pazienza d'uomini risoluti a servire la
causa santa del loro paese, la 1.ª legione italiana organizzavasi, e
preparavasi all'epopea gloriosa della difesa di Roma ove, sovente
vincitrice, essa doveva finalmente soccombere sotto il peso di quattro
eserciti nemici, mantenendo però alto onore del vessillo italiano.
CAPITOLO XIII
LA SCOPERTA,
Passa la bella donna e par che dorma.
(TASSO.)
Non era morta Ida, ma svenuta sotto il colpo brutale dello sgherro del
prete; Cantoni, come abbiam veduto precedentemente, l'avea sollevata
dal suolo, dopo d'averla vendicata, e la trasportava nelle braccia
come una madre la sua creatura.
La trasportava, ma i bàttiti del cuore della fanciulla, giungevano nel
fondo dell'anima sua con un effetto irresistibile. Esso aveva
presentito il suo carico! E quando, deposta sul letticciuolo d'una
fruttaiuola, la cui bottega aperta aprivasi per la prima a Cantoni;
quando sciolta la rossa camicia, egli scopriva i pomi eburnei, che con
mano maestra aveva scolpito natura, quel collo, quelle carni delicate,
quel declivio di spalle che con qualche cosa di virile, avea pure
tutta la squisitezza della più bella delle figlie d'Eva, oh! allora
l'anima del giovine volontario nuotò in quel mare di delizie, che si
solca nei primi stadi della vita, forse unicamente felice, del primo
amore, ove tutto sorride, ove i godimenti sognati si presentano
avvolti dall'involucro divino della speranza e dell'ideale, scevri
dalle brutture d'una realtà che sfuma, si dilegua, s'annienta, come il
fumo di un sigaro, lasciando dietro sè lo sconforto, e sovente
l'indestruttibile rimorso. Poichè, che sono i godimenti della vita?
Cantoni si sentì indissolubilmente vincolato alla bellissima creatura
che gli giaceva davanti, e rimase ivi a custodirla come un tesoro.
Com'era egli superbo d'averla difesa, salvata! Chi avrebbe allora
osato insultare ancora quella sovrana del suo cuore? Oh! l'uomo sotto
la potenza del primo amore, vale dieci. E quel sentimento, decrepito
come sono, mi risospinge verso un'età, in cui anch'io mi sentiva
moltiplicato, impavido a qualunque evento, ed ora davanti a me,
terribile realtà! le avventure, le speranze, le glorie crollate sotto
il peso degli anni e dei disinganni...
Quando, passato lo svenimento, Ida riaprì gli occhi alla luce, essi si
fissarono in quelli passionati del suo liberatore, e con un moto
spontaneo protese le sue braccia verso di lui. Cantoni inchinossi al
delizioso invito, le sue labbra collaronsi sui coralli della bella
bocca, ed un nettare d'essenza divina si trasfuse nelle arterie di due
esseri fortunati. Sarà questo la vita? Oh sì! il resto è miseria!
Questa interessantissima scena non era sfuggita all'occhio penetrante
della buona Teresa, la fruttajuola. Essa le ricordò forse alcune scene
della sua vita giovanile, e godette del contracambio amorosissimo
della bellissima coppia. Con tale prevenzione dell'ospite, non fu
difficile a Cantoni d'interessarla alla sua giovine amante; Teresa
incaricossi volonterosa di custodire Ida nella convalescenza, e
Cantoni, pieno di gratitudine per quella donna, staccossi alfine dal
suo tesoro, e corso al suo posto nella Legione, ove lo chiamavano le
trombe a raccolta.
Egli col cuore lacero seguiva il corpo dei Volontari verso Roma, ove
lo lasceremo assaporando l'odio, le calunnie e le velenose
insinuazioni dell'astuto nemico d'Italia, il prete.
CAPITOLO XIV.
LA CONFESSIONE.
Invenzione diabolica, la confessione
è il mezzo più potente
di corruzione del Chercuto.
(_Autore noto._)
Sì! la confessione è l'arma più terribile nelle mani della
Negromanzia. Colla confessione il prete padroneggia la donna e
possiede il segreto delle famiglie. Con ciò egli serve il suo Ordine
non solo, ma il despotismo, di cui è la vera polizia segreta, il più
solido piedestallo. Teresa, la fruttajola era un carattere buono,
compassionevole, stimata da quanti la conoscevano. Ma che serve essere
buoni in questa povera Italia, ove il prete è _curatore delle anime_?
Il prete curatore delle anime, equivale a pervertitore, e così è
spiegata l'opinione del grande Astigiano, che teneva la _pianta uomo_
in Italia per robustissima, ma suscettibile dei più grandi delitti.
Così in Spagna, ed in tutt'i paesi dominati dal prete. La buona
Teresa, dunque, era devota, come lo sono la maggior parte delle nostre
donne del popolo, e aggravata nella coscienza per l'ospitalità data a
due scomunicati (tali eran chiamati i Volontari dal Sanfedismo e dai
suoi addetti), Teresa non mancò al dì seguente di andare a prostrarsi
ai piedi del confessore, il parroco della Cattedrale, a chiedergli
perdono ed assoluzione del suo peccato.
La povera Teresa era stata combattuta tutta la notte, tra la
generosità della sua natura, e gli scrupoli, che con tant'arte
ingenerano i neri nell'anima delle ignoranti donnicciuole. Infine gli
scrupoli la vinsero e la trascinarono nella bottega, ove si vendono la
_remissioni_ de' peccati, a prezzi correnti, ed in ragione, diretta o
composta del merito e dell'età della penitente.
Il prete, dopo d'aver udito le parole di pentimento dell'infelice
donna, disse che non valeva pentimento di parole, perché il peccato
era troppo grave, ma astinenza non so per quanti mesi, e recitare una
infilzata di _Ave_ e di _Pater noster_ da far perder la pazienza a
dieci Gesù Cristi. Poi, in considerazione della di lei assiduità alle
funzioni religiose ed alla parola divina (cioè la parola del prete, e
presto vedremo quanto divino era questo furfante), la raccomandava
alla misericordia di Dio, senza però concederle l'assoluzione, ch'ei
riservava per il compimento delle sue penitenze e l'espulsione della
scomunicata da casa sua.
A pranzo, seduti in fronte l'uno dell'altro, don Cortlin parroco della
Cattedrale, e la vecchia nostra conoscenza, Gaudenzio (che dopo la
catastrofe del giorno antecedente, s'era rifugiato in casa del
confratello). Tra un fiasco e l'altro d'eccellente Bertinoro, cogli
occhi accesi ed il naso rosso come un peperone, impegnarono la
seguente conversazione:
«Ma sai, Gaudenzio, che oggi tra le nostre stupide pecore, me n'è
capitata una veramente graziosa? Una buona fruttajuola per nome Teresa
mi ha confessato d'aver accolto in casa sua due di quegli scapestrati
di Camicie Rosse, e che uno di essi, dopo d'essere passato per le fasi
d'uno svenimento, si scoperse esser una fanciulla di circa quattordici
anni, d'una bellezza rara, che il maschio lasciò la femmina in
custodia della Teresa, e partì colla Legione per Roma.
«Corpo di bacco! esclamò il Gesuita, illuminandosi alla narrazione del
compagno. Ma quella ragazza è un boccone da sessanta, amico mio,
nonchè degna di noi, ma degna del primo prelato della Metropoli. Io
non ho mai veduto forme più svelte, ed un viso! che se fossimo ancora
ai tempi beati, in cui i cherubini scendevano sulla terra, io la
crederei un messo di Dio!»
Cortlin, da vero corsaro pratico in tali faccende, spalancando tanto
d'occhi, rispose a Gaudenzio:
«Ma questa è preda, che non dobbiamo lasciarci scappare, fratello mio;
essa viene proprio dal cielo, e tanto più benvenuta e saporita, che
queste nostre donne ci hanno proprio condannato alla continenza,
dacchè tutta la canaglia d'Italia ha preso il fucile o la sciabola. Le
femmine, accese anch'esse di spirito bellicoso, non vogliono più
sapere di sottane, abbenchè noi siamo i veri liberatori d'Italia.»
«Trovato!» esclamò il Gesuita, scintillando di lascivia e di vino, e
radiante per il concetto infernale, che finiva di solcargli la mente,
gettò la destra sul calice pieno, e dopo di averlo tracannato d'un
sorso, così continuò!
«Caro Cortlin, io già vi devo gratitudine per l'ospitalità sì
generosamente concedutami, e voglio ricambiarvi col servigio della mia
pratica, in quest'avventura veramente deliziosa; solo chiedo per
guiderdone alle mie fatiche la mia parte di preda.»
«Ma vi pare, mio caro Gaudenzio, ch'io sarei tanto egoista da privarvi
della vostra parte! Anzi a voi la più squisita, maestro mio!»
«Oh no! gridò Gaudenzio avvinazzato, io sono sempre per l'umiltà
cristiana, e mi contenterò di poco.»
E nell'anima loro, i due perversi, meditavano l'inganno reciproco.
CAPITOLO XV.
IL RATTO.
La più grande guerra, nella più
remota antichità fu cagionata
dal ratto di Elena.
(_Autore conosciuto._)
Pioveva dirottamente, anche questa era una rigida notte di novembre, e
nelle vie di Ravenna, massime dopo la partenza dei Volontari, poca o
nessuna gente s'incontrava fuori di casa alle 10 pomeridiane.
Ravenna ha una popolazione seria, non chiassona. Benchè al mezzogiorno
dell'Eridano, essa ha tutta la fisionomia dei popoli più
settentrionali dell'Italia.
Eran dunque le 10 della sera, quando una carrozza a due cavalli si
fermava davanti la porta della fruttajola Teresa. Tre uomini ne
scendevano avvolti nei loro mantelli, salivano la gradinata del
porticato, ed al coperto della pioggia, passeggiavano di fronte alla
porta suddetta, conversando a voce sommessa, da non potersi
distinguere le parole a poca distanza.
Una vecchia donna, scendeva pure dal veicolo, anch'essa nascosta in un
grande sciallo di lana e giunta appena alla porta di Teresa, bussò tre
colpi colla mano, e porse l'orecchio, per accertarsi s'era stata
intesa di dentro.
Nessuna risposta, e la vecchia ripeteva le busse, ma invano. Alla
terza prova finalmente essa fu più felice, ed un «Chi è?» rispose alle
sue battute. «Son io! monna Teresa,» rispose con voce melata
l'ambasciatrice del Don Cortlin. «Ma chi è? io non vi conosco, ed a
quest'ora non apro.» Si rispondeva recisamente di dentro.
«Io sono Perpetua, e mi manda qui Don Cortlin, per comunicarvi cose di
grande importanza e che riguardano voi, mia cara Teresa.»
Il nome di Perpetua, ch'essa conosceva, di Don Cortlin, e massime le
comunicazioni importanti che stimolavano la sua curiosità donnesca,
fecero sì che la nostra fruttajola, dimenticando ogni scrupolo
sull'inviolabilità di casa sua nella notte, spalancò la porta, ed
ammise in casa la vecchia.
Ma questa non entrava sola, poichè quasi pestandole la gonna, seguiva
il gesuita Gaudenzio, e dietro a lui, due malandrini, il di cui ceffo,
benchè a metà nascosto dal tabarro, li costituiva degni seguaci del
Lojolesco.
Teresa diede un grido nel vedersi la casa invasa da quella masnada. Ma
la vecchia per prevenire ulteriori scene, avvicinò subito la
fruttajuola, e con piglio amichevolissimo esclamò: «Non vi sgomentate,
mia buona Teresa, che questa è tutta gente da bene, gente con _timor
di Dio_! ed incapace di farvi alcun male. Noi siamo inviati dal signor
Curato, che ben sapete quanto vi stima, e che non permetterebbe certo
che vi si toccasse un capello.»
«Ma per amor di Dio, Perpetua, ditemi allora subito di che si tratta,
poichè non vorrei si dicesse domani per Ravenna, che la mia onorata
casa, sia stata di notte frequentata da tanta gente sconosciuta.»
«Ma vi ripeto; insisteva Perpetua, ch'è onoratissima gente,» ed andava
a proseguire una filastrocca in elogio della gesuitica comitiva e del
suo padrone, quando Gaudenzio, impaziente di venire in possesso della
sua preda, urlava con voce stentorea:
«Ma finitela, vecchia pettegola, che non siamo venuti qui per udire i
vostri squarci d'eloquenza, ma per ubbidire agli ordini del reverendo
Curato Cortlin, e salvare l'anima di questa sua pecorella dalle mani
del demonio.» E siccome nella sua breve dimora in quella stanza, egli
già aveva scoperto il ricovero d'Ida, dietro un'alcova, su d'un
modesto lettuccio, fece un segno ai due malandrini di avvicinarlo, e
così facendo lui stesso, essi in un momento furono in possesso della
fanciulla, che fasciarono in un mantello, e trasportarono subito nella
carrozza, trovandosi soltanto i tre con Ida, e lasciando la Perpetua
coll'incarico di persuadere Teresa, che salvatori mandati dal cielo
eran venuti per il bene dell'anima sua, gravemente compromessa
dall'aver dato rifugio ad una giovine scomunicata.
Tale è l'impudenza di questa razza scellerata di vipere, e tale è
l'infernale malizia con cui sanno maestrevolmente coprire col manto
dell'ipocrisia ogni orribile delitto, compiendo in faccia al mondo le
loro lascivie, le loro nefandezze, nascoste da un pretesto di tendenze
al bene, alla moralità, e consacrate dal nome dell'onnipotente, che
questi sacrileghi deturpano e prostituiscono incessantemente!
Tali questi ministri di Satana. Attizzavano i roghi, vi precipitavano
migliaja d'innocenti, ed ascendevano poi il pulpito, ove proclamavano
al mondo la loro pietà religiosa, e gli atti atroci che avevan
commesso per la maggior gloria di Dio! E ci sarà ancora una donna
italiana che vada a prostarsi ai piedi di questi velenosi nemici del
genere umano!
CAPITOLO XVI.
LA CATTIVITÀ.
Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage,
Dieu fit la liberté, l'homme a fait l'esclavage.
(CHENIER.)
Il colpo ricevuto da Ida, che la condusse svenuta in casa di Teresa; e
quindi nelle ugne di Gaudenzio, era stato, come abbiam veduto, un
colpo sulla testa, che l'avea fortemente stordita, ma fortunatamente
non offesa mortalmente. Dimodochè con 24 ore di riposo essa sarebbe
forse stata ristabilita da poter seguire il corpo dei Volontari, e
l'uomo a cui essa si trovava vincolata per la vita, ora più che
dall'amore il più fervido, da gratitudine immensa.
Ma così non doveva essere; appena rinvenuta dallo stordimento, e
quando essa cominciava a prender qualche riposo, noi l'abbiam veduta
rapire proditoriamente, ed involata dal dissoluto seguace di Loyola,
rimanendo assolutamente in suo potere in una carrozza.