In quel momento una moltitudine di popolo si accalcava sotto le

finestre del palazzo e cominciava a vociferare. E se aumentasse il

disturbo dei tre nemici dell'Umanità, lo lascio pensare al lettore.

CAPITOLO VIII.

UNA DIMOSTRAZIONE.

Fatti e non ciarle, ci vogliono,

per rimediare le miserie umane.

(_Autore conosciuto._)

Ai tempi in cui scriviamo (1848) si eseguiva una dimostrazione colla

stessa disinvoltura d'una passeggiata o d'una festa da ballo. Si

diceva: «andiamo a fare una dimostrazione» e mezza dozzina di

giovinastri, accompagnati spesso da un don Gaudenzio (poichè il 48 fu

la vera _Età dell'oro_ dei preti) innalzavano una bandiera Italiana,

per lo più senza _macchia_, poichè la Monarchia è stata una necessità

a cui l'Italia si è sottomessa, ma essa mai non entrò nelle simpatie

delle popolazioni, innalzavano, dico, una bandiera e tutti gli oziosi

della città facevan coda ai dimostranti, dimodochè in poco tempo,

facendo la bolla-neve, e giungendo al punto determinato,

ordinariamente il palazzo di governo, la dimostrazione avea

ragranellato un numero considerevole di persone per lo più giovinetti

e bimbi. Non mancavano però tra i dimostranti buon numero di coloro

che vogliono acquistare la riputazione di liberali a poche spese e

fatiche, sempre pronti, cioè, a schiamazzare, strombazzare e

commettere disordini, ma assenti sempre nell'ora del pericolo sotto

l'uno o l'altro pretesto. E disgraziatamente sono moltissimi questi

ultimi.

Una dimostrazione di Ravennati però aveva qualche cosa di più serio,

che la generalità di quella sorta di assembramenti.

Come già abbiamo detto i Ravennati non sono gente con cui si burli a

buon mercato. Si distinguevano poi, all'occhio esperimentato, nella

folla buon numero di Volontari, non facili a conoscersi da stranieri

perchè senza verun distintivo, e con essi quelle bagatelle di Masina,

Risso, Ramorino, Franchi, ecc., non mancava neppure il nostro Cantoni,

tutta gente più disposta a menar le mani che a far parole. Alle grida

di: Viva l'Italia! Viva Pio IX! (era questo il grido dell'epoca,

giacchè gl'Italiani avean creduto un prete capace di liberarli!) si

aggiungeva: «Non partiranno i Volontari! Vogliamo i Volontari!» Al

primo ruggito della tempesta popolare erasi chiuso il portone del

palazzo e la guardia straniera stava nell'atrio schierata colle armi

cariche pronte a far fuoco.

«Come faremo ora, diceva il grassissimo _servo di Dio_ ai suoi

compagni che, benchè meno manifestanti paura, non mancavano d'aver

impallidito alle gride del popolo. «Come faremo noi?» ed i suoi occhi

ruotavano senza posa da Latour a Gaudenzio.

«Vostra Eminenza si mostri al balcone, disse l'astuta volpe di

sacristia, ed un sogghigno di compiacente disprezzo sfiorava la bocca

livida del Sanfedista.

«Mostrarmi io al balcone in presenza di quegli indemoniati, _libera

nos Domine_; ed un brivido, un tremore generale gl'invadeva la

corpulenta carcassa da capo a piedi. Tale è la paura della pelle di

questi rettili, il cui regno non è di questo mondo.

«Noi ci presenteremo in nome di Sua Eminenza, diceva lo straniero a

Gaudenzio. Ma questi memore ancora di quella tale bottiglia sul muso

scagliatagli dalla robusta destra di Franchi, e quasi certo che lo

stesso mobile d'individuo farebbe parte dei dimostranti, rispose:

«Presentatevi voi, Generale, che siete assuefatto (e si voleva

aggiungere e pagato), ma cambiò per paura e disse: «e distinto

nell'affrontar le battaglie.

«Fuori! fuori» urlavano intanto cento voci dalla folla da metter

addosso la terzana. «Fuori! fuori! o entreremo noi, signore Cocolle!»

Ed i fatti, seguendo le parole, una scossa tremenda si udì alla porta

ed i cristalli dello stesso salone, ove stavano i tre in conferenza,

volarono in mille pezzi dalle sassate che i ragazzi si deliziavano di

scagliare, immensamente contenti di avere trovato l'opportunità di far

chiasso e dispetto ai chercuti, gente esosa comunque sia ed in

qualunque tempo. Vedendo che non si trattava di scherzi e che l'affare

diventava serio, il Generale ed il Gesuita lasciarono il pauroso

prelato e si avanzarono al balcone, aggirando guardinghi gli occhi

sulla moltitudine sottostante. Il mercenario indagava nella folla se

scorgeva qualche schioppo e sapeva per riputazione essere i Ravennati

buoni tiratori, e certo, quando si vende l'anima per la pancia,

quest'ultimo diventa oggetto d'idolatria, e non si rischia così _a dos

tirones_¹ come direbbero i Gauci². Il Gaudenzio, anche lui adoratore

del ventre, fece le stesse osservazioni del compagno e si rinfrancò

alquanto vedendo che non c'erano armi da fuoco tra il popolo.

Ciononostante un brivido mortale lo colse quando i suoi occhi di volpe

s'incontrarono collo sguardo scintillante e sarcastico del nostro

nerboruto Martino Franchi. Egli rimpicciolì, si rintanò nella sottana

ed involontariamente mandò la destra sulla fronte non ben cicatrizzata

ancora dal colpo ricevuto a Bologna.

¹ Facilmente o mal a proposito.

² Gente della campagna del Rio della Plata.

Franchi sogghignando fissava il Gesuita, e tra sè diceva: «Negromante,

mio se non m'inganno, oggi non si tratta di menar bottiglie, e non

dispero d'una mano di bastonate, se non ti tocca di peggio;» ed il

prete sembrava fra il rumore della folla capire il monologo ed il

sogghigno dei Volontario e ne rabbrividiva sino nel fondo dell'anima

sua perversa.

Facendo però di necessità virtù, e non volendo lasciar l'onore al

Latour di arringare il popolo, che chi sa cosa poteva succedere col

suo accento straniero, il Gaudenzio dunque, riunendo tutte le sue

forze oratorie, così incominciava:

«Signori! no, cittadini, volevo dire, (e qui risa e fischi) Sua

Eminenza m'incarica di esporvi, che è molto disposto a concedere

qualunque cosa richiesta da questa buona e fedele popolazione, ma vi

prega per ora di rientrare tranquillamente nella quiete delle vostre

abitazioni, che poi tutto si accomoderà alla meglio e conforme al

desiderio vostro!» E qui credendo d'aver fatto un portento

d'eloquenza, e vedendo la folla ascoltarlo silenziosa, si rifrancò, e

con voce assai più sicura ed energica proseguì: «Sì, cittadini, col

permesso di Dio e di Sua Santità S. Eminenza farà ogni bene, ed ogni

vant..... (voleva dire vantaggio).--«Che Eminenza, e che Santità

d'Egitto» urlava Masina con con quella sua bagatella di voce: «Corpo

della Madonna! Ciocchè vogliamo è che i Volontari non partano, perchè

a Venezia ce n'è di troppo; ed a Costantinopoli, ove veramente volete

mandarli, potete andare voi, razza di vipere!»

«No, no!» gridava la moltitudine, ed il rumore e le ondulazioni della

stessa somigliavano alla tempesta di mare.

L'astuto prete che voleva guadagnar tempo sperando, come sempre

succede tra il povero popolo, che si stancherebbe e, ripigliando la

via di casa, ognuno tornerebbe alle proprie faccende.

Ma non fu così questa volta, ed il popolo, suscitato dai Volontari,

non si contentò delle melliflue parole del chercuto, e ricominciò con

pietre nei cristalli e scosse furiose al portone. La guardia straniera

che, schierata nel cortile, si trovava pronta a far fuoco, alla

terribile scossa, temendo cadesse in frantumi il portone, e sognando

già un'onda di forsennati all'assalto, inviò una scarica all'indirizzo

del popolo, ed avendo alcune palle attraversato le parti più deboli

del portone, vari feriti caddero al di fuori.

Alla vista dal sangue, i Ravennati divennero energumeni, ed alcuni

operai avendo portato una forte e lunga scala da muratori trovata in

un cortile vicino, il popolo ed i Volontari se ne impadronirono, la

puntarono contro il portone e bilanciandola per varie volte lo

colpirono con tale furia che serrature, stanghe, ripari e tutto andò

in un fascio nell'interno dell'atrio.

I mercenari avevano appena ricaricate le loro armi, quando l'onda del

popolo li assaliva e si contentava di disarmarli. La foga della

corrente si sparse su per le scale, e in un momento tutto il palazzo

fu invaso dalla moltitudine.

Il prelato ebbe la fortuna di cadere nelle mani di Tommaso Risso,

valorosissimo ufficiale, ma incapace, come si disse, di offendere una

mosca. Il Risso, vedendo il polputo prete in atto supplicante

inginocchiato davanti a un'immagine del Cristo, lo protesse e lo

difese contro chi voleva manometterlo; Latour fu meno fortunato.

Masina e Cantoni avendolo raggiunto nelle vicinanze del balcone ove il

Generale s'era mostrato al popolo, lo respinsero verso lo stesso, lo

cavalcarono sulla balaustrata e, siccome un sacco d'immondizie, lo

scaraventarono in giù colla testa prima. Per fortuna del mercenario il

balcone era sostenuto da spranghe di ferro, ed egli, fatto agile dal

pericolo della pelle, e potendo abbrancarsi alle stesse, e ad alcune

persiane del piano terreno, potè giungere sul pavimento mal concio di

contusioni, ma colla pelle salva. Essendo i più furiosi dei

dimostranti nel palazzo, Latour ebbe agio così di ritirarsi nella

caserma de' suoi soldati.

Per minute indagini che si facessero nel palazzo, non si potè

rinvenire il Gaudenzio. Franchi n'era disperato, ed andava frugando in

ogni più recondito angolo, sotto i letti, fra i depositi di carbone e

di legna, pestando colle sedie alcuni mucchi di lana da far materassi

che si trovavano nelle stanze delle fantesche. Gli appartamenti della

Perpetua cardinalizia poi furono manomessi, frugati, rifrugati, e

sconvolti da far svenire quella santa fanciulla di Sua Eminenza.

Insulti però alle donne non se ne fecero, e se qualche giovinastro un

po' scapestrato si accingeva a passar la mano sulla liscia e rosea

guancia dell'appetitosa favorita del prelato, i più attempati e serii

dimostranti li rimproverarono aspramente.

Franchi, Masina, Cantoni anelanti e stanchi delle indagini operate per

trovare il Gesuita, si disponevano a sgombrare il palazzo e ritirarsi,

quando passando i tre davanti alla porta della stanza abitata dalla

vecchia serva confidente del Cardinale, a cui faceva anche le funzioni

di direttrice dell'Harem, Franchi s'accorse della vecchia che stava

seduta filando seta. E siccome gli sembrò cosa straordinaria tale

occupazione in casa d'un prete che vive nell'ozio per la maggior

gloria di Dio (guardate sacrilegio!) Franchi, dico, si avvicinò,

corrugò le ciglia e piantò due occhi di falco sul ceffo della vecchia,

che se non possedevano l'acuta virtù d'un pugnale, ferivano però come

un pugnale Gaudenzio (perchè altri non era la vecchia), atterrito

dallo sguardo del formidabile nemico, impallidì, (e ce ne voleva per

far impallidire quella faccia avvinata)! tremò di tutta la persona e

s'inginocchiò boccone davanti il Volontario.--«Cima di birbante!

(esclamò Martino) e sei proprio tu! Tu finalmente e vestito da donna,

scorpione!» E Masina, Cantoni, Peralto, Brusco accorsi alla gioconda

notizia, che si propagò in un baleno nella moltitudine, sulla stessa

sedia, ove stava seduto il _collo torto_, lo innalzarono, e

trasportarono in trionfo fuori del palazzo. Quivi un contadino che si

affaticava a traversare la folla con un somarello scarico per

guadagnar la campagna fu sequestrato, ed alle acclamazioni universali

il Gesuita avvelenatore fu inforcato sul discendente di Mida, che

esaltato dal chiasso della moltitudine si accinse a ragliare

spaventosamente ad edificazione e divertimento massimo dei monelli,

che per compire l'opera regalavano il prete con tomatesi, radici,

torsi di cavoli e sonorissimi fischi.

Il buffone, che dalla paura aveva dissennato quasi in principio, si

rinfrancò ora vedendo la cosa prendere la fisionomia d'una burla. E

così fu veramente: il popolo, distratto dall'avvenimento carnevalesco,

dimenticò l'oggetto della dimostrazione e giungendo l'ora tarda,

ognuno procurò di ricondursi a casa, ove lo aspettava la cena e il

dolce riposo. E così finiscono generalmente le tempeste popolari:

molte parole, molto chiasso e fatti insignificanti. Il despotismo e

l'impostura le paventano, ma ormai, fatti baldi dalla consuetudine di

vederle abortire, le osservano, vi frammischiano i loro segugi, i loro

pervertitori dementi, col titolo di moderati e preti liberali e fanno

tributare dai loro organi officiosi onore alla moderazione e sagacia

delle autorità governative che hanno saputo rintuzzar il popolo e

richiamarlo al dovere senza spargimento di sangue. La miseria, in cui

hanno cura di mantenere la maggioranza, l'obbliga ad occuparsi di ben

altro che di politica, ed in tal modo deplorabile si va avanti in

Italia nell'abbiezione e nel disonore.

Intanto il Gesuita, dopo d'aver percorso gran tratto delle vie di

Ravenna, vedendosi lasciato con soli alcuni monelli, scavalcò l'asino,

s'introdusse in un portone, svestì gli abiti da donna, e favorito

dalle prime tenebre della notte, si rifugiò nel suo alloggio a

meditare nuove scelleraggini.

CAPITOLO IX.

ROSSI.

Se non vi fossero schiavi, non vi

sarebbero tiranni, e non vi sarebbero

tiranni se non vi fossero

satelliti!

(_Autore conosciuto_.)

La tirannide è figlia della corruzione dei popoli, e quanto più una

nazione è demoralizzata, tanto più facile riesce al despotismo di

aggiogarla.

Su mille individui novecento e più cercano un impiego, e novecento

genitori sono felicissimi quando lo trovano per i figli, poco importa

se sia per fare il birro o l'usciere.

Dal becchino al capo dello Stato tutti sono impiegati o cercano

d'esserlo. Riesce ad una metà della Nazione di viver grassamente per

isgovernare ed impoverire l'altra. E poi tutti ci vengono a rompere le

scatole colla libertà, l'eguaglianza e la fratellanza umana!!

È pure sconfortante ma vero: il solo che vuol libertà è lo schiavo!

Chi vuole uguaglianza è il povero! Fate lo schiavo padrone, ed il

povero ricco. Il primo sarà spesso più severo del tiranno. Ed il

povero, divenuto ricco, vorrà misurare col bastone l'uguaglianza tra

lui ed i miserabili suoi antichi consorti.

Eppure noi non dobbiamo disperare d'un avvenire migliore ove si

pervenga a menomare i pervertitori dell'umana famiglia, neri,

ciondalati o in livrea. Ma sicuramente ci vuole uno o più cataclismi,

che scuotano l'umanità sino alle fondamenta e ne scaraventino alla

superficie elementi più idonei al perfezionamento delle razze.

Passandomi per la mente l'educazione del popolo, in predicamento

universale, come rimedio ai mali umani (e confesso, essere in fondo

della stessa idea), la misantropia, figlia forse degli anni e dei

malanni, mi presenta la seguente quistione: Ma gli educati sono essi

migliori degli altri? I letterati, i dottori sono forse migliori delle

plebi?

Oh si! io ne conosco dei buoni, ne conosco che preferiscono ogni

privazione al prostituirsi davanti alle brutture della terra, ma sono

pochi infelicemente. E se si volesse cercare della gente onesta non ne

manca anche in questa Italia infelice.

Ma il timone della nave è guasto. Rattopparlo? È troppo marcio per

poterlo emendare. Cambiarlo? Sì! cambiarlo è l'unico rimedio. Faccenda

ardua, lo capisco dalla massa di corruzione accumulata tra queste

belle e sventurate popolazioni.

Infine non disperiamo, giacchè al male si conosce il rimedio, la cui

applicazione giunge sovente quando è meno aspettata.

La notizia della morte di Rossi a Roma e la vittoria del popolo sui

mercenari pontifici troncarono quello stato d'incertezza febbrile e di

pericolo permanente in cui si stava a Ravenna di venir alle mani colla

truppa.

Il Governo Pontificio voleva imbarcare i Volontari col pretesto

d'inviarli a Venezia, ma in realtà per isbarazzarsene. Il popolo non

voleva che fossero imbarcati, allegando con ragione esser i Volontari

assai più utili per difendere la linea del Po, minacciata dal

vittorioso Radescky.

I mercenari consegnati nei loro quartieri, coi cannoni pronti, e

miccie accese, erano disposti a precipitarsi al primo segno sulla

popolazione. I coraggiosi Ravennati, poco curanti sulla minacciosa

soldatesca, riunivano, preparavano fucili, e lavoravano giorno e notte

per far cartuccie.

Ravenna presentava una fisonomia eccezionale: poca era la gente che

s'incontrava per le strade, e quei pochi scivolavano sul pavimento

come se fosse infiammato, guardandosi attorno per non essere sorpresi.

Il contegno di quella prode popolazione era quale si può desiderare

per le contingenze patrie dell'avvenire.

I poveri che, com'è naturale, non trovavan lavoro, eran soccorsi

d'ogni bisognevole cosa dai ricchi, e questi non sdegnavano

d'accogliere alla loro mensa il figlio del povero. Stupendo

spettacolo, ed esempio da imitarsi dovunque in Italia se si vorrà

veramente raggiungere la meta d'una ricostituzione nazionale! Fra i

Volontari era una smania indescrivibile di venir alle mani coi soldati

del papa. In quei dì essi avevan ricevuto alcuni vecchi fucili, sorte

che poi toccò ai Volontari di tutt'i tempi, cioè, di aver sempre,

grazie alla malevolenza dei governanti, i peggiori fucili dello Stato.

Ma che importava! poveri giovani! sin da allora essi si accostumavano

a non contare il nemico, i disagi, il pericolo e le scelleraggini dei

traditori sempre pronti a venderli ai nemici dell'Italia.

Era veramente stupenda l'attività che regnava nel quartiere dei

Volontari. Il capo fra mezzo ai militi, e gli ufficiali pure desiosi

di pugna a pro di quella patria, ch'essi eran venuti a servire

attraversando l'Oceano, narravano ai giovani le gloriose fazioni di

guerra combattute dalla Legione Italiana di Montevideo. L'eroico

combattimento di Sant'Antonio, ove 180 Italiani e 20 Montevideani

avevano sostenuto in campo aperto una pugna di 10 ore contro 1500 dei

migliori soldati del tiranno di Buenos-Ayres. Fatto d'armi che valse

alla legione Italiana l'insigne onore della destra dell'esercito nelle

rassegne, per decreto del Governo della Repubblica. Il combattimento

del Dagman era pure descritto in tutt'i suoi particolari. Ivi la pugna

non fu ardua come in Sant'Antonio, ma più brillante.

Nel fatto d'armi del Dagman, circa 100 legionari Italiani, in quattro

sezioni serrate in massa stretta, solida, mobile in tutti i sensi,

sostenevano gli urti ripetuti di cinquecento uomini della miglior

cavalleria del mondo nelle vaste pianure dell'Uruguay, senza verun

ostacolo da ripararsi, e finivano per sbaragliare il nemico,

meravigliato da tanto valore.

Il coraggio, il sangue freddo dei legionari Italiani in quelle ardue

pugne furono così straordinari, da corroborare l'opinione generale del

valor italiano e spingere il loro comandante a qualunque straordinaria

impresa, a cui i militi volontari corrisposero sempre quando, lontani

dai tristi, non erano sotto l'immediata influenza di traditori, che

parte per gelosia delle onorevoli gesta dei Volontari, parte per

soddisfare la loro indole birresca e prostituita vorrebbero vederli

screditati e perduti.

Colla morte di Rossi e la vittoria del popolo Romano si dileguò la

tempesta e non si parlò più d'imbarcare i Volontari.

Io non ho conosciuto Pellegrino Rossi, ne intesi però a parlare come

di capacità non comune in economia politica, ed anche come un uomo di

Stato. Conformandosi però ad essere ministro del Papa, egli perdette

ogni prestigio. Comunque fosse, la sua morte tolse i Volontari al loro

stato di proscrizione, e ci fece ammettere all'alto onore di

appartenere all'esercito Romano, col nome di 1.ª legione Italiana.

CAPITOLO X.

RISSO E RAMORINO.

Qual fia ristoro a' dì perduti! Un sasso

Che distingua le mie dall'infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte?

(FOSCOLO.)

E un sasso non distingue l'ossa dei valorosi ufficiali delle legioni

Italiane di Montevideo, che solcarono l'Oceano per venir a tingere del

loro nobile sangue le zolle della terra maledetta! Oh sì! maledetta

fosti, terra di Roma, dal giorno in cui diventasti il covile delle

volpi e dei cocodrilli, dal giorno in cui con nera sottana furono

scaraventati dalla mano di Lucifero, in una tempesta di maledizione

universale, per vendicare l'umanità soggiogata, afflitta, contaminata

dai superbi e corrotti dominatori del mondo!

Sì! solo i preti potevan essere un castigo adeguato a tanta nequizia!

Solo i preti colla pestifera loro bava potevano avvelenare, deturpare

il grandissimo popolo, e subbissarlo in quella cloaca di prostituzione

e d'infamia, a cui non arrivò nessuno dei popoli della terra!

Sì! solo i preti potevano sorridere, tripudiare, farsi belli per la

sventura della loro terra natia, colla menzogna, colla corruzione ed

il vassallaggio allo straniero! Solo i preti!

E Gaudenzio fra loro, vipereo rappresentante della setta viperina, che

abbiano lasciato scivolando dall'asino, e quatto quatto, tra gli

andirivieni della folla, guadagnar un sicuro ricovero. E chi nel 48

non avrebbe ricoverato un prete, un liberatore?

Poichè liberatori erano i preti nel 48. Il _Sommo_, il _Santo_, forse

in una delle più squisite ispirazioni del demonio, avea progettato

alcune delle velleità de' suoi antecessori, cioè: non di liberare ma

di unificare queste sparse membra dell'irrequietissima famiglia

italiana sotto l'impero delle chiavi. E stava fresca l'Italia se

unificata dai negromanti! Ciò certamente avrebbe prolungate le sue

miserie ed il suo servaggio per alcuni secoli.

Gaudenzio dunque avea osservato che dopo d'essere perseguitato e poi

abbandonato dalla folla capitanata da Franchi, chi succedeva a questo

nelle funzioni di capo-popolo, o piuttosto di capo-bimbi, poichè, come

abbiam detto, la folla dei maggiori d'età erasi dileguata e solo

rimaneva quella dei monelli e dei giovani imberbi, era il nostro

Cantoni al cui fianco, seguendolo come la propria ombra, veniva

l'inseparabile Ida. Il gesuita birbante non aveva perduto il sangue

freddo, in tutto l'ardore del battibuglio, che seguì la sua ascensione

sul bucefalo, e mentre la faceva da vittima, sporgendo il collo torto

sul destro lato, egli non mancava di adocchiare da ogni parte, e

capacitarsi dello stato delle cose.

Un incidente, che poi ebbe esito fatale, aveva distolto il Franchi e la

maggior parte dei Volontari dallo spettacolo Gaudenziano: un alterco era

succeduto tra Tommaso Risso e Ramorino, ambi ufficiali di Montevideo, ed

ambi valorosissimi: Risso avea sferzato Ramorino sul volto in un momento

di furia, e Gaudenzio nell'anima sua perversa avea sorriso sull'avvenuto,

sembrandogli già di vedere sul volto degli antagonisti la piacevole

fisionomia d'un cadavere. Cantoni e la sua fedele compagna erano intesi a

perseguitare il prete, e questi, sbrigato dalla temuta presenza di

Franchi, avea potuto inquisitoriamente vibrare il suo occhio di lince

sulla bellissima coppia, indovinando il sesso della nostra eroina, e

comprendendola nella cerchia delle sue infernali lucubrazioni.

In quel momento un agente di polizia papalina, che sin a quel punto

aveva temuto d'innoltrarsi nella folla dei vigorosi Ravennati e

Volontari, vedendo che l'assembramento era quasi totalmente composto

di monelli, s'avanzò tra questi e cominciò a fare il gradasso,

mulinando un nodoso bastone.

Il poliziotto, come generalmente è quella casta di gente destinata

all'ordine pubblico, che all'opposto altro non è in generale che il

custode della preponderanza e prepotenza della classe privilegiata, il

poliziotto dunque alterato dal vino, era un robusto cagnotto, ed

avendo riconosciuto l'efficacia delle sue ammonizioni nella giovine

brigata, vi prese gusto, s'entusiasmò ed alquanti suoi colpi offesero

alcuni dei ragazzi. Uno di quelli villanamente vibrato sulla testa

d'Ida, col rovesciarla al suolo fuor di sensi fece accorto il Cantoni

del pericolo della sua gente e della villania poliziesca.

Cantoni il volontario · 第 2 / 13 段