È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e

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CANTONI

IL

VOLONTARIO

ROMANZO STORICO

DI

GIUSEPPE GARIBALDI

MILANO

ENRICO POLITTI EDITORE

1870

Proprietà letteraria.

Tip. GUGLIELMINI.

PREFAZIONE AI MIEI ROMANZI STORICI

Non potendo operare altrimenti, ho creduto ricorrere all'opera della

penna:

1.º Per ricordare all'Italia molti de' suoi valorosi, che lasciarono

la vita sui campi di battaglia per essa.--Alcuni son conosciuti, e

forse i più cospicui, ma molti dormono ignorati, che non furono da

meno dei primi. A ciò mi accinsi, come a dovere sacro.

2.º Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti,

e sul debito sacrosanto di compire il resto, accennando colla

coscienza del vero, le turpitudini, ed i tradimenti dei reggitori e

dei preti.

3.º Infine, per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro.

Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in un tempo in cui

credetti meglio far niente che far male.--Nei miei scritti io quasi

esclusivamente narro de' morti; de' vivi meno che mi sia possibile,

attenendomi al vecchio adagio, «che gli uomini si giudicano bene dopo

morti.»

Stanco della realtà della vita, ho creduto di adottare il genere

Romanzo storico, stimando far bene.

In ciò che appartiene alla storia, credo d'esserne stato l'interprete

fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo; poichè, massime negli

avvenimenti di guerra, si sa quanto sia difficile il poterli

raccontare con esattezza.

Circa alla parte romantica, se non ci fosse la storica, in cui mi

reputo competente, e se non mi sentissi provocato dall'insofferenza

dei vizi e nefandezze del pretismo e suoi protettori, io non avrei

tediato la gente in un secolo in cui scrivono romanzi i Guerrazzi ed i

Vittor Hugo.--Infine, propenso alla tolleranza, io scrivo più in odio

al male, che affligge l'odierna Società, che agli uomini che la

rappresentano colle denominazioni di ministri di Dio e della Corona.

_Caprera_, 15 _dicembre_ 1869.

G. GARIBALDI.

CAPITOLO I.

CANTONI IL VOLONTARIO.

Ce n'est pas vrai qu'aux rois nous ayons fait l'aumone:

Nous servions l'Italie, nous ne servions personne.

(_Autore conosciuto_)

Bello come l'Apollo di Fidia¹, come Milone di Crotona robusto²,

Cantoni, il coraggioso volontario di Forlì, destava l'ammirazione

universale degli uomini quando alla testa de' suoi militi assaltava il

nemico d'Italia, e quella delle donne,--e le donne sì che sanno

apprezzare il bello e valoroso uomo. Sulle donne dunque egli

esercitava quel delizioso fascino contro cui non varrebbero le gelose

mura degli harem³, custodite dalle guardie di Neri e dagli Eunuchi del

severo despotismo orientale, quel fascino che lega al destino del suo

idolo la più debole, la più forte, la più virtuosa, la più depravata.

ma comunque la più perfetta delle creature con cui Dio abbellì la

famiglia degli esseri animati su questa terra.

¹ Esistente nel museo di Roma.

² Milone che con un pugno uccise un bue.

³ Negli Harem i Turchi tengono le loro donne.

Vi sono degli uomini, ai quali per quanto cara ti sia l'esistenza,

l'affideresti come alla madre che ti portò in grembo.--A cotesti il

cane fido di casa tua non abbaja; i tuoi bimbi, che lo videro per la

prima volta, si rovesciano tra le sue ginocchia implorandone una

carezza. Fidente nella virtuosa sua amicizia, tu non sei geloso della

tua donna. Guai al protervo che attentasse di denigrare la tua

riputazione in sua presenza!--E se giammai l'avversità amareggiasse

l'anima tua, l'amico dividerà teco il suo pane e ti mostrerà

gratitudine per averlo preferito nella sventura.

Tale era Cantoni, figlio prediletto delle Romagne, il volontario

Cantoni, volontario e non soldato; egli serviva l'Italia, e solo

l'Italia o la causa de' popoli oppressi; egli serviva l'Italia Nazione

non i suoi reggitori, più o meno tiranni, più o meno prostituiti allo

straniero.

Finita la guerra, Cantoni tornava alle delizie del suo campo non

vasto, ma bastante alla sua esistenza, perchè lo coltivava con

energica solerzia, perchè a Cantoni bastavano i frutti del suo sudore

per soddisfare i propri bisogni.--«Conformandosi alla propria

condizione non si è mai poveri» questa era sentenza che egli aveva

imparato dall'onesto suo padre e che giammai non dimenticava.

Invano, innamorati della bella e marziale figura dell'Achille

Italiano, i soldati di mestiere lo avevano accarezzato per attrarlo

nella loro confraternita, indorata, grassa, pieghevole col potente e

coll'oppresso proterva. Egli aveva rintuzzato la bramosia dei moderni

bravi, che per soddisfare i molti loro bisogni furono obbligati di

piegare la cervice ed il ginocchio davanti al nuovo e più potente

feudalismo, di cui l'Europa altro non è che un appannaggio.

Il soldato di mestiere ha sacrificato sull'altare del ventre ogni

sentimento onesto. Egli non deve, non può aver volontà, chè il padrone

pensa e vuole per lui. Il soldato ubbidisce: il cittadino si deve

legare, fucilare, sia pure l'amico, il fratello, il padre... Il

soldato di mestiere conosce un sentimento solo, una sola legge:

ubbidire!--Lo straniero calpesta la terra italiana, beve il vino

italiano, stupra le fanciulle italiane,--una mano di prodi

insofferenti di vergogna affronta le soldatesche d'un esoso tiranno, e

pugna e muore perchè poca e male armata... il soldato italiano

dall'alto dei colli (ove il padrone col più astuto gesuitismo lo ha

collocato col pretesto di custodire l'onore italiano, ma in realtà per

far da sgherro ai propri concittadini, ed abbandonarli soli alle mani

con soldati stranieri), il soldato italiano, dico, contempla l'inegual

pugna, dice d'essere commosso, ma non può dividere le glorie ed i

pericoli dei fratelli, perchè al padrone vendette la propria

libertà.--Esso ubbidisce!--E quando gl'Italiani giacciono affamati,

egli ubbidisce al padrone che vietò loro l'ingresso del pane...

Ubbidisce al padrone intercettando armi e munizioni ai militanti

italiani, e quando questi, sudanti, spossati, sconfitti, sono cacciati

dallo straniero, il soldato italiano ubbidisce incarcerandoli...

È pure umiliante di dover ubbidire sempre, anche quando vi ripugna

alla coscienza! Sotto un governo eletto, la disciplina è non solo

necessaria, ma onorevole. Non così sotto un governo imposto, ove la

sorte della nascita vi dà irrevocabilmente un padrone.

Anche il volontario ubbidisce; ma quando è spinto dalla causa santa

del suo paese, o dall'umanità, allora l'ubbidienza è sacra!

La patria è in pericolo, umiliata, vilipesa, i volontari accorrono da

ogni parte della penisola, nè un solo capace di portar le armi deve

mancare.--Il nemico è battuto, il pericolo scomparso, il volontario

torna al suo focolare a lavorare al suo campo o ad attendere ad altre

occupazioni che devono fruttargli la sussistenza.--Egli nelle veglie

della sera racconta a' suoi cari la privazioni, i pericoli, le pugne

indurate a pro' dell'Italia, e colla fronte alta dice: Io nessuno ho

servito, ma il mio paese!

Com'è bella la vita dell'uomo indipendente! E per esserlo, basta

conformarsi alla propria condizione. Ma i vizj, l'amore dell'oro e

delle gozzoviglie conducono l'allettato sibarita all'umiliazione, alla

dipendenza ed al vituperio.

L'Americana Nazione ha dato negli ultimi tempi un superbo esempio per

il milite cittadino. Un formidabile esercito, d'oltre un milione di

soldati, dopo d'aver liberata la patria, torna ai suoi focolari, ed i

generali di quel brillante esercito ripigliano, senza nulla esigere,

le loro antiche professioni coll'onesto guiderdone e soddisfazione

dell'anima d'aver fatto il proprio dovere.

CAPITOLO II.

ALLE FILIGARI.

Passiamo presto e sulla punta dei piedi

quel monticino di fimo e di sangue,

che si chiama Papato.

(GUERRAZZI).

Era una sera d'autunno; sulle cime e sul pendio orientale

dell'Apennino fioccava la neve. Nel cielo non si scuopriva una nube,

perchè opaco plumbeo e grigio dal riverbero delle argentate

colline.--Il soffio temuto della Bora¹ udivasi come un lamento della

sventura tra le secolari piante della foresta. E quel lamento era

sovente frammischiato al rumore di passi di un cavallo che da Bologna

per la strada di Firenze si dirigeva alle Filigari².

¹ Vento da Greco. ² Villaggio al confine dello Stato Pontificio

verso la Toscana.

O notte tetra, fredda, terribile, come eri bella! come allettante per

il giovinetto che batteva la via per raggiungere un pugno di

Volontari, che nell'osteria delle Filigari ebbero dal Governo

Pontificio il divieto di penetrare sul territorio Romano!

Quel giovine era Cantoni--Cantoni a quindici anni era un'uomo fatto e

qual uomo fosse già lo abbiamo dipinto.--Via! Via! corsiero, il

cavaliere non iscorge i tuoi fianchi insanguinati, non la bocca

spumante.--Via! benchè fedele, coraggioso ed amato, egli a te non

pensa.--Per la prima volta, incaricato d'importante missione, egli a

te non pensa, ma compierla e sollecitamente. Soffi pure la bora e

fiocchi la neve, più che dal mantello, coperto da' suoi quindici anni

il cavaliere divora la via, e giunge finalmente alla porta

dell'osteria delle Filigari.

«Alto!» grida una sentinella, situata alla porta, ove un fuoco

continuamente ravvivato supplivagli ai panni estivi ond'era

coperto.--E quella voce dall'alto pronunziata con molta energia era

tutto quanto di militare poteva discernersi in quella poco militare

caserma.

E veramente, chi gridava «alto!» colla stessa boria d'un veterano d'un

principe, era vestito in borghese con pantaloni di tela, giacchetta di

brunella ed un cappello di paglia.--Tuttociò componea l'uniforme, per

fortuna però l'oste, che la facea da intendente generale, avevagli

prestato una delle sue coperte, che serviva di mantello al volontario,

cui toccava fare la guardia.

«Alto! Alto!» urlava quel dal cappello di paglia, vedendo come colui

che giungeva poco caso facesse della sua consegna.--Gettata via la

coperta, e dato di mano ad un forcone di legno che si trovava dietro

la porta, lo presentò al muso del cavallo, che diede un salto

indietro.

Qui successe un baccano.--Cantoni, rinvenuto dalla distrazione de'

suoi pensieri, e vedendosi davanti quel _coso_ in cappello di paglia

in tale notte che facea da militare, diede in uno scoppio tale di risa

da svegliare quanti si trovavano dormendo nell'osteria.

Franchi--poichè la sentinella altro non era che il nostro bresciano

Martino Franchi--indispettito dalle risa del nuovo arrivato era lì lì

per forarlo col suo tridente--e con quelle bagatelle di braccia il

nostro eroe stava fresco.

Per fortuna, alle risa dell'uno ed al chiasso dell'altro venne fuori

dall'osteria una mano di Volontari che s'interpose tra il robusto

Martino ed il suo giovine competitore. Cantoni profittò della calma,

saltò da cavallo, dimandò del capo, a cui vi fu condotto, e rimise

nelle sue mani un piego, ch'era stato il motivo della sua notturna

cavalcata.

«Bravi! esclamò il Comandante. Questi Bolognesi sono un gran valoroso

popolo! E se tutte le città italiane imitassero Bologna, l'Italia

sarebbe presto al suo posto tra le Nazioni, e non ludibrio d'ogni

mercenario straniero.»

«E l'hai proprio veduto penzolar dal balcone quel Latour, generale del

Papa?

«Per Dio! rispose Cantoni, l'ho veduto io stesso, e con queste mani

aiutato da un pugno di bravi giovinotti esso avrebbe capitombolato da

un balcone del palazzo di città, in un modo da consolar l'anima del

povero oppresso popolo. Ma quel brav'uomo di padre Gavazzi--sempre

generoso, quanto è buon patriota--dopo d'aver suscitato il popolo con

la sua fulminante eloquenza, si oppose alla realizzazione del volo che

si volea far spiccare al vecchio mercenario della Negromanzia.

«Ebbe però bisogno di faticar molto ed impiegare tutta l'erculea sua

forza per istrapparci la nostra preda.

Il Comandante dei Volontari osservava con compiacenza il bellissimo e

robusto romagnolo mentre favellava, e sorridendo pensava:--Ecco la

stoffa con cui senza dubbio, si formavano le antiche Legioni di Roma,

che in tempi, ove la forza del braccio era tutto, passeggiarono sulla

superficie del globo domando le più fiere nazioni!

Oh! i preti soli eran capaci di ridurre quel grandissimo popolo

all'infimo della scala umana... Fortuna che alcun rampollo della

stirpe antica, germoglia sempre dal seno di questa vecchia matrona,

per ricordare ch'essa fu terra di Grandi!

CAPITOLO III.

L'INGRESSO.

Ainsi qua le tyran,

L'esclave est un impie, rebelle à la Divinité!

(CHENIER.)

Da quanto si disse si comprende essere stata la missione del nostro

Cantoni quella di portare un dispaccio al Comandante dei Volontari,

per ragguagliarlo di quant'era succeduto a Bologna e chiamarlo co'

suoi militi in quella città.

E veramente il coraggioso popolo dell'8 agosto¹ sapendo trovarsi i

militi di Montevideo alle Filigari, tumultuò, recossi al Palazzo di

città e dopo d'aver minacciato il generale pontificio Latour di

precipitarlo dal balcone, ottenne la chiamata in città dei fratelli

relegati nelle nevi dell'Apennino e destituiti d'ogni più bisognevole

di vitto e di vestiario.

¹ L'8 Agosto 1848 i Bolognesi cacciarono gli Austriaci da la

loro città con eroismo sorprendente.

E n'era ben tempo. I pochi fondi, che individualmente possedevano i

volontari, erano stati raccolti in massa, con mutuo consenso per la

sussistenza comune, ed esausti.--L'imperversante stagione anticipava i

rigori, e già non solo un palmo di neve inargentava le vette dei monti

ma minacciava coprire la pianura. E con quella bagatella di panni da

state--che per la maggior parte vestivano i volontari--v'era proprio

da star freschi. Ma il SS. Padre, amorosissimo dei Cristiani, aveva

ordinato che quella parte del suo gregge, non entrasse sul sacro

territorio suo, e ciò dovea bastare.

Avanzo di cento pugne e penetrati della santa missione di redimere

l'Italia dall'impostura e dalla tirannide, que' pochi avanzi di Luino e

di Morazzone¹ erano veramente formidabili alla negromanzia.--L'Italia dal

suo canto capiva sin d'allora che tra questi campioni del diritto e

dell'onor italiano ed il prete, era questione di vita e di morte, e che

se il disonesto deve finalmente soggiacere sotto la sferza della vera

morale dei liberi, quella cloaca del Vaticano dev'essere finalmente

purgata.

¹ Terre di Lombardia ove accaddero gli ultimi combattimenti

di Garibaldi e de' suoi nella ritirata del 1848.

La maggior parte degli ufficiali appartenevano alla schiera dei prodi

venuti da Montevideo, ove avevan lasciato bella fama di loro e

fregiato il nome italiano con imperituro decoro.

Ove son essi i Settantatre Argonauti che traversaron l'Oceano per

portar all'Italia non i loro tesori, ch'essi eran poveri, ma le loro

destre, onorevolmente incallite nelle battaglie del Nuovo Mondo per la

libertà delle Nazioni?

Ove son essi? Dimandatelo al bifolco romano quando ei rintuzza la

punta del vomero nei teschi che imbiancano le zolle del suo campo, od

al Ciociaro¹ quando bestemmia per gl'inciampi che il suo cavallo trova

ad ogni passo sul vecchio Gianicolo! Le loro ossa?... Son seminate

sulla Via Scellerata e non un sasso sorge sulla sepoltura di quei

valorosi! Non un segno che mostri al passaggiero e che le distingua

dall'infinita canaglia che germogliò e si spense sulla terra dei

Cincinnati da circa diciotto secoli!

¹ Ciociaro--Pastore a cavallo.

Frattanto, Italia, sullo stesso sito ove giacciono calpestate ed

insepolte le ossa dei tuoi prodi, il tuo vampiro, il tuo mal genio, il

vituperevole prete innalza monumenti all'immorale schifoso mercenario

che ti deturpa, santifica i carnefici, canta _Te Deum_ alle sue orgie

di menzogne e di sangue!

E peggio ancora! Tu, meretrice fracida di prostituzione, ogni giorno

vai a inginocchiarti ai piedi d'uno di questi assassini de' tuoi

figli!!!

Sì! Montaldi, Masina, Daverio, Ramorino e tanti superbi e prodissimi

figli di tutte le provincie Italiane, giacciono senza sepoltura sulla

terra sventurata dei portenti e delle maledizioni!

È pur bello, massime per gli amanti di spettacoli, un ingresso in

città italiana fra gli applausi della moltitudine e i nembi di fiori

che oscurano ed imbalsano l'atmosfera!

In Bologna però--nell'ottobre del 48,--i fiori erano scarsi, ed al

diffetto supplivano le bellissime figlie di Felsina collo sventolare

dei candidi fazzoletti, e coi fervidi tramandati baci con cui esse

beavano gli arditi e poverissimi Volontari--gli stessi che dovevan poi

veder le spalle degli Imperiali Soldati del Papa, ma finire

gloriosamente sotto le mura di Roma--grazie all'indifferenza di questo

nostro popolo, sin ora almeno molto esaltato a scialaquare spettacoli

e dimostrazioni, ma parco e restìo nell'aiutare i fratelli militanti

contro lo straniero.

Lasciato l'albergo delle Filigari,--per la volontà dei fortissimi

Bolognesi,--la brigata dei Volontari s'incamminò verso la fiera

metropoli delle Romagne, e la gioventù generosa accorreva all'incontro

dei nostri prodi con bandiere ed acclamazioni, ed anelante di

congiungersi ai fratelli per finirla coll'abborrito governo dei preti.

L'ingresso fu una vera festa, i bravi popolani ed il bel sesso d'ogni

ceto accoglievano i cari Volontari con affetto ed entusiasmo

indicibile.

Solo alcune code¹ e neri, peste dell'umana famiglia, adocchiavano

furtivamente lo spettacolo da dietro i vetri delle finestre, e si

ritraevano cauti, tementi di contaminare gli occhi loro da rettili

arrestandoli nelle franche e maschie fisonomie di cotesti nemici della

menzogna e del despotismo, oppure tementi che il popolo, conscio delle

loro scelleragini, non li scovasse e li precipitasse sul lastrico.

¹ Si chiamavano code i retrivi.

Molte carrozze, uscite dalla città all'incontro dei Volontari, li

avevano accolti tutti, e così si effettuò pomposamente l'entrata in

Bologna. Uno splendido banchetto, preparato all'albergo del Leon

d'oro, completava la bella accoglienza fatta ai campioni del diritto

italiano e quivi essi discesero per rifocillarsi.

«Abbasso i preti! Morte ai mercenari!» urlava il popolo, mentre

difilavano verso i loro quartieri i Papalini che con due cannoni e

molto apparato di forza tornavano dalle Filigari, ove avevan compita

la missione d'impedire ai Volontari d'entrare sul territorio romano.

«Morte ai Papalini! Mettetevi alla nostra testa, Comandante, e vedrete

come aggiusteremo quella canaglia!» ed i Bolognesi non burlano quando

si tratta di fatti.

Il Comandante dei Volontari, a cui si dirigevano quelle parole

tripudiava di contento nel vedere quel buon popolo così risoluto, ma

non volle assumere la responsabilità della strage che poteva

succedere, spingendo gente inerme contro truppe straniere armate di

tutto punto.--Il banchetto proseguiva allegramente, ed i Volontari,

che da tanti giorni erano stati ridotti a dieta, si confortavano ora

con buoni cibi e con eccellenti vini delle Romagne.

Dopo la privazione si assaporarono veramente i cibi.--E che gusto

hanno essi al palato del potente che nuota nell'abbondanza e nella

lussuria, e che tanto abbisogna di stimolanti per inghiottire quelle

vivande, forse frutto di mala vita o di prostituzione? L'abitudine

costante di pietanze delicate a profusione ed il poco esercizio

rendono le vivande insipide e disgustanti. L'uomo del lavoro invece,

dopo aver faticato delle ore, assapora deliziosamente un tozzo di

pane,--e quanto eccellente trova un bicchiere di vino se può

averlo!--e se no, egli gradisce pure un gran sorso di acqua per

dissetarsi, e torna cantarellando al suo lavoro.

L'esercizio è indispensabile all'umana famiglia:--il bimbo si muove,

s'agita, s'impazienta se volete trattenerlo dal moto, anche quando è

incapace di reggersi sulle proprie gambe. La gioventù è un movimento

perpetuo: la vitalità delle membra e l'irrequietezza del suo spirito

la portano ad intraprendere qualsiasi cosa. Essa si getta

sull'immensità dell'Oceano, a cercar novità, fortune, avventure; se no

guai ai tiranni ed agl'impostori!... Insofferente d'umiliazioni e di

ceppi, la gioventù è loro naturale nemica, e cerca ogni modo di

secondare le proprie propensioni generose a menar le mani contro gli

sgherri. Solo la vecchiaia si posa;--presentendo quella transizione

della materia che si chiama morte, cambia d'indole e sostituisce alle

passate consuetudini di caccia, pesca, viaggi, avventure, gli studi, e

quello specialmente della natura. Il vecchio zoppicante, quando può

cava fosse; egli si avvicina così alla terra, a cui presto pagherà il

tributo delle sue depredazioni. Egli si avvicina all'immobilità del

cadavere, immobile sinchè la prole di vermi ch'ei genera venga a

ravvivarlo ancora. Sfamandoli--diversa dal Saturno della favola che

divorava i figli--questa prole divora il genitore, sinchè, esausto il

cibo, essa, il padre, i suoi frantumi e la sua polve rientrano

nell'infinito materiale, da dove furono tolti dalla mano Onnipotente

dell'Infinito.

La morte! quell'idea mi sorride, e fu ben provvido chi la

istituiva.--La morte! livellatrice della fortuna! asilo sicuro della

sventura!

Com'è naturale il fine dell'onesto figlio del lavoro, che passa

placidamente coll'anima tranquilla, dopo d'aver adempiuto ai suoi

doveri di figlio, di padre, di cittadino! Paragonate la fine del

giusto colla morte di cotesti oppressori delle genti, che si chiamano

Papi, Imperatori, Re, e la cui vita germogliò sulla fame, sulla

miseria e sulle sciagure del genere umano, e mi direte poi se non è

santa l'istituzione della morte!

Cadaveri! distinguetemi lo stinco del povero da quello del ricco!--il

teschio del mendico, dal teschio che portò corona!

E che sarebbe di noi, se a capo della mensa del negromante e del

tiranno non sedesse la morte? Se essa non porgesse la sua testa scarna

tra le pieghe indorate dei serici arazzi del gineceo e dell'harem?

La morte! questa trasformazione della materia, è anch'essa un composto

di bene e di male: picchiando alla porta del potente sovente ne mitiga

la ferocia.... Ed il prete, la volpe del genere umano, col suo

fantasma, cogli orrori delle sue pitture trasformò questo nostro

popolo sì grande, quando disprezza la morte, in una masnada d'imbelli

tremanti davanti all'infallibile ed inesorabile sua falce!

CAPITOLO IV.

IL GESUITA.

Quell'antipatica--vostra figura,

Desta, scusatemi,--rabbia e paura.

(Opera _Chiara di Rosemberg_.)

Vi sono individui che incontrati per la via, tu li schivi per paura di

contaminarti,--e se per sciagura ti trovi nello stesso crocchio e

seduto alla stessa mensa, la mano ti corre quasi per istinto all'elsa

del pugnale per difendere la tua vita che ti sembra insidiata da cotal

ceffo sinistro.--Il Gesuita! il Gesuita! altra anomalia umana per la

quale si diede il nome del Cristo alla più prava, alla più schifosa

delle creature--il Gesuita.

Nella sala del banchetto, ove a splendida mensa stavano seduti i

Volontari accompagnati e serviti da' migliori patriotti di Bologna,

vedeansi a capo della mensa il Comandante con accanto, alla sua

sinistra, Cantoni, in cui il primo avea già posto tutta la sua fiducia

ed affetto.--Tale è l'attrazione della virtù, del bello, del

coraggio;--ed il giovine per quel contracambio che si opera nel vero

adagio: «amor d'amor si paga,» e per l'ammirazione che suscitavano

nell'anima sua privilegiata, quegli avanzi di cento pugne venuti da un

mondo all'altro per istrappare la loro patria dalle ugne della

tirannide,--il giovine, dico, era in un estasi di felicità

indescrivibile.--Nel fondo della mensa, dirimpetto ai due già

descritti, sedea un prete, ed in quei giorni i preti si dicean

liberali e buoni patriotti, come se la cicuta potesse dar degli

aranci, e le jene degli agnelli--e la volpe la carità alle galline!

È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e se, per

ventura dell'Italia, non tornava egli presto alla sua natura di

cocodrillo, stavamo freschi,--e coll'impostore clericume sul collo per

altri secoli!

Sedea dunque in fondo alla mensa il rubicondo frà Gaudenzio--mezzo

frate mezzo prete--e gesuita sino nella midolla delle ossa. Egli avea

acquistata la fama di prete a _manica larga_. Le sue messe erano

corte, andante e tollerantissimo il suo confessionale, massime quando

le penitenti erano giovani, belle e tolleranti. La sua biblioteca di

bottiglie era scelta con gusto, ed un tatto particolare aveva egli poi

per la squisitezza delle sue Perpetue.

I due occhi di lince del _Nero_ fissavansi spesso sulle fisionomie del

Comandante e del suo giovane amico. Egli col suo sguardo scrutinatore

volea penetrare in quelle anime generose e strapparne i sensi, le

mire, i progetti,--raccogliere il significato delle varie

conversazioni, che circolavano fra quella gioventù animosa, per poi

fare la sua delazione al capo--il Generale de' Gesuiti sedente in

Roma.

«Io brindo alla Repubblica Italiana!» urlava il prete, in un momento

di calma del bisbiglio della brigata.--E siccome, benchè Republicani

di cuore, forse non accetto dalla generalità era allora in Italia il

sistema Republicano--ossia il Governo della gente onesta¹, i più dei

convitati si astennero di far eco al brindisi del Gesuita. «Morte ai

retrogradi!» urlava ancora a squarcia gola il negromante, pieno di

vivande e di vino--e quasi indispettito del modesto contegno de'

commensali, scaraventava il bicchiere, che aveva innalzato, contro la

parete--E di nuovo: «Sieno fatti a pezzi come questo bicchiere,

gl'infami che non vogliono la Republica!» Qui male per il prete,

essendo passato il bicchiere sulla testa di Franchi ed avendogli

imbrattato nel viso di vino e di più macchiato un bellissimo

fazzoletto a tracolla, regalo d'una vezzosa Bolognese.

¹ Chiamo il Republicano «Governo della gente onesta» perchè

caddero le Republiche di tutti i tempi quando divennero

disoneste e corrotte.

Il nostro Bresciano diè di piglio a una bottiglia d'Asti, che si

trovava davanti, e te la infranse sul muso del prete, sconquassandogli

naso, bocca, denti, e rovesciandolo svenuto sul pavimento.

«Bel colpo!» esclamarono molti dei nostri,--perchè un prete è sempre

un prete, cioè un nemico dell'Italia--e più sommessa una voce s'intese

pure con queste parole di vero: «Vile chercuto, almeno le tue

delazioni saranno ora balbettate!» Ma il Comandante, che per la sua

posizione voleva mantenere l'ordine tra l'irrequieta sua comitiva, e

che come tutti i Comandanti aveva pure la sua dose di pedagogia,

benchè nel fondo godesse anche lui della lezione amministrata al

prete, ammonì Martino con severissimo rimprovero. Frattanto alcuni

pietosi sollevarono Gaudenzio dal suolo ed il buon Ripari, chirurgo

della Legione, dimenticando ogni giusto rancore contro la setta

scellerata, dopo d'averlo medicato alla meglio, lo fece condurre in

una stanza della Locanda, ove lo lasceremo in letto, meditando

vendetta sul suo feritore e su tutta quanta quella canaglia, com'ei

diceva, di scapestrati rompicolli.

Il buon umore, i brindisi, le ciarle del banchetto ebbero un termine

colla catastrofe del prete, ed ognuno dei tanti che si promettevano di

brindare, improvvisare, declamare poesie, diferirono ogni cosa per

miglior occasione.

CAPITOLO V.

IDA

Bella come il sorriso della natura,

in una serena e tranquilla mattinata

di maggio.

(_Autore conosciuto_.)

O donna! creatura privilegiata, riverita, adorata dall'uomo di

cuore--sovente manomessa dal codardo.

Angelo della vita!--L'uomo nella sua presunzione ideò Dio colle

proprie forme: eppure l'Onnipotente dovrebbe avere la sembianza d'una

donna, s'egli potesse aver forme. Se lo spirito deve comandare alla

materia--l'intelligenza alla forza brutale--l'uomo all'elefante--la

donna dovrebbe dirigere la famiglia umana.

Se al composto informe d'ermafroditi, che comandano all'Italia, si

sostituisse una donna, essa certamente non consentirebbe a tante

umiliazioni. Lo straniero, grazie alla concordia degli odierni

reggitori, calpesterebbe forse ancora le nostre contrade, ma almeno

con la donna governante, non complice, non traditrice de' propri

concittadini!

Ida, la bellissima tra le fanciulle di Felsina, la Bulla¹ a 14 anni,

aveva veduto il nostro Cantoni nel suo ingresso a Bologna, ed aveva

consacrato la sua bella, la sua giovine esistenza al più avvenente dei

Volontari. Colle donne bisogna essere belli, bisogna essere valorosi!

La bellezza, figlia della natura, non si comanda.--E che colpa ho io

se non nacqui bello? Ebbene tranquillatevi, non belli,--siate almeno

valorosi, buoni, gentili--e la donna generosa passerà sulle

ingiustizie capricciose della natura.

¹ Bulle si chiamano le belle fanciulle di Bologna.

Ida in Cantoni aveva indovinato l'eroe--eroe futuro, poichè egli,

anelante di pugne, a pro della Causa Santa del suo paese, ancora non

aveva assistito ad un campo di battaglia; ma la marziale fisionomia

del Romagnolo non ingannava certo, e col suo tatto d'intelligenza

donnesca, la bella fanciulla aveva scandagliata sino nel fondo

quell'anima privilegiata.

Il giorno in cui i Volontari da Bologna si dirigevano verso Ravenna,

un ragazzo sui quattordici anni avvicinava la staffa del Comandante e

diceva: «Comandante arruolatemi tra i vostri militi»--«Come vuoi

arruolarti, bambino. Tu sei troppo giovine!»--E quello in uno scoppio

di pianto, ma sì sentito, sì commovente da intenerire una tigre,--e

certo non era una tigre il Comandante de' Volontari,--talchè mosso a

compassione dell'addolorato giovinetto, rivolto al Cantoni, disse:

Ebben che venga, esso stia con Aguilan ai bagagli.»

Ida, vestita da uomo, seguiva così Cantoni alla coda della colonna,

ove Aguilan trovavasi con un cavallo di rimonta del Comandante ed un

mulo carico dei poveri bagagli dello stesso.

Dio mio! che bella coppia camminava silenziosa l'uno accanto

all'altra! Cantoni, benchè d'un anno solo più avanzato, superava quasi

di tutta la testa la sua vezzosissima compagna.--Egli di quando in

quando l'adocchiava, sentiva un indefinito interesse per lei, ma altro

non era; chè nei suoi sogni di battaglie, di glorie il giovine

Forlinese poco si curava d'affetti che non fossero di bellicosa

natura.

Altro era l'affetto sentito da Ida.--Nel suo cuore d'angiolo l'amore

era stato originato da quel santo sentimento ch'è la libertà patria,

la sua indipendenza dallo straniero, il suo onore ogni giorno

contaminato da una casta di codardi che l'educazione pretina ha

impiantato in Italia sotto il titolo di Moderati. Ed in Cantoni essa

credeva (e non s'ingannava) d'aver trovato il suo ideale, cioè il

giovine insofferente di vergogne, pronto sempre a correre ove era

chiamato dalla causa sacrosanta dell'Italia.--Poi quella figura del

Romagnolo era così bella! così marziale, che non è strano se immenso

amore e voluttà s'eran diffusi nel cuore della giovinetta, e fervevano

nel suo seno, mentre avvicinavasi e camminava a fianco di colui, che

colla velocità dell'elettrico, dal suo occhio scintillante avea

stillato nell'anima sensibile della sua adoratrice tutto il fascino

d'un assoluto impero.

Essa pure adocchiava il suo idolo camminando, ma il suo occhio

d'improvviso s'adombrava, i suoi piedi più non sentivano il suolo

calpestato--e barcollando, quasi precipitava boccone sul davanti della

via senza la robusta destra del Romagnolo che la sorreggeva. Ida era

confusa, ma felice! e di quella felicità più pura, più sublime, direi

quasi, la sola: quella che risiede nella immaginazione e nella

speranza! E qual altra felicità esiste sulla terra!

Aguilan, il nero, era uno di quelle paste d'uomini che natura formò

per essere amati. Tranquillo, buono, freddo al pericolo era prevenente

per tutti coloro che sapevano destare la sua simpatia.--Il suo colore

era il puro nero ebano, senza mescuglio, colore che vale il biondo ed

il bruno delle diverse razze europee. Aguilan era di forme atletiche e

perfetto cavaliere, non di quei ridicoli cavalieri, di cui son sempre

piene le quarte colonne del giornali ufficiali, e che non si sa perchè

diavolo sieno stati creati cavalieri, ma cavaliere nel vero senso

della parola, cioè di coloro che quando inforcano un cavallo,

v'innamorano per la leggiadria ed il garbo con cui si lanciano e si

posano in sella.

Egli era nero, ma non africano; nato nella campagna di Montevideo da

genitori africani, possedeva la venustà delle forme caratteristiche

del creolo. Destinato sin dall'infanzia per domatore di cavalli nella

Estancia¹ dal generale Aguilan,--di cui i parenti del nostro nero

erano schiavi, poi liberati dall'avvenimento della Republica--egli

avea passata tutta l'attiva sua gioventù in quell'arduo e marziale

maneggio. Domatore di cavalli non era strano ch'egli fosse perfetto

cavaliere. E chi ha percorso l'America Meridionale ricorderà, che gran

parte dei domatori appartengono alla razza nera, certo indebitamente

per tanto tempo disprezzata e manomessa.

¹ Estancia stabilimento pastorizio.

Aguilan ricevendo gli ordini del suo capo--trasmessi da Cantoni--fissò

i grandi e foschi suoi occhi nella bella figura del nuovo assistente e

con un sorriso benevolo lo accolse. Poi una lagrima cristallina

discese dalla sua pupilla, di fuoco.--Forse l'incantevole volto della

giovinetta lo trasportava in quell'istante tra le bellissime creole

d'una patria ch'egli non doveva rivedere mai più. Povero Andrea!

Aguilan cominciò subito ad iniziare Ida nei doveri dell'acquistata

carica, cioè: la conduzione e cura dei bagagli del quartier generale.

Grande era la felicità della nostra eroina! essa aveva ottenuto il suo

intento e trovato l'adorato de' suoi pensieri.--Viveva una vita

d'avventure, di pericoli, di gloria accanto a colui che padroneggiava

l'intiera sua anima e la cui vista era divenuta il supremo bisogno

della sua esistenza.

In quei giorni sui giornali di Bologna si leggeva il seguente avviso:

«Chi potesse dar notizie d'una giovinetta sui quattordici anni--di

statura media--occhi e capelli neri--viso regolarissimo--svelta e

robusta della persona, infine di bellezza piuttosto rara, non solo

solleverà una famiglia onesta di questa città da immenso cordoglio, ma

riceverà una ricompensa adequata al servizio reso.»

Io lascio pensare a qual disperazione trovaronsi i genitori della

fanciulla quando un giorno si succedeva all'altro senza veruna nuova

di lei che idolatravano.--Ida, o non lesse l'avviso, o leggendolo si

contentò di bagnarlo d'alcune lacrime di reminiscenza e di rimorso, ma

non cambiò di proposito. I figli generalmente poco o nulla

corrispondono all'amore degli autori della lor vita...

CAPITOLO VI.

FISIOLOGIA ITALIANA.

La pianta uomo nasce più robusta

in Italia che in qualunque altra

terra. Gli stessi atroci delitti che

si commettono ne sono una prova.

(ALFIERI.)

E ben diceva il grande Astigiano!

Nella storia dei popoli nessuno certamente può vantare tanto genio,

tanta grandezza--e nello stesso tempo tanta abbiezione e tanti

misfatti come questo pezzo della superficie del globo tanto favorito

dalla natura.

A canto della Roma antica,--la più splendida, la più stupenda parte

della storia umana,--la Roma moderna!... quell'amalgama informe

pestilenziale di menzogne, di prostituzione, di servaggio, di

degradazione umana!

A canto delle grandissime figure degli Archimedi, dei Camilli, dei

Galilei, degli Alfieri--il miserabile spettacolo di buffoni negromanti

e d'un popolo in preda alle più vili superstizioni, sempre venduto e

sempre prostrato ai piedi dei neri trafficatori della sua libertà e

dell'onor suo, e per ciò sempre disprezzato, sempre servo e sempre

vile!

A canto a una schiera di volontari, di martiri, d'eroi--da onorare il

genere umano--una turba di codardi, di prezzolati, di prostituti,

sempre pronti ad inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi!

Una plebe poi a nessuna seconda per intelligenza e per malizia, ma che

oggi ancora si affolla come molti secoli indietro, non solamente nella

bottega del prete, troppo angusta per contenerla, ma nell'atrio, nel

peristilio, e stendendo sovente la sua coda cenciosa e sudiciosamente

cattolica, sino ben lontano nella strada o sulla piazza.

Nella fisiologia della nostra penisola, perciò che riguarda la parte

fisica del nostro popolo, vi sono pure dei contrasti sorprendenti.

Voi trovate degli individui ben formati e robusti in ogni provincia

siccome degli aborti, dei gobbi e dei deformi. Un po' di colli torti

nella generalità, ma ciò non è strano coll'educazione del prete, atto

per eccellenza ad insegnare l'ipocrisia, i baciamani e le

genuflessioni.

Tale enorme differenza poi degli individui, nel fisico e nel morale

proviene anche dal sistema di privilegio che signoreggia nella

penisola. Mentre, per esempio, si muore di fame nel mezzogiorno, si

scialaqua, si festeggia, si fan tornei al settentrione.--E guai a chi

ardisse di entrare nelle sale e dire che piove! Convien dire: «_che vi

ha bagnato il sole_» foste voi stato schiacciato dalla grandine!

Comunque sia l'Italia solo abbisogna d'un Governo--poichè tale non può

chiamarsi quel conventicolo d'uomini miserabili che la ressero sinora.

Con un Governo essa potrebbe paragonarsi alle prime nazioni in mare ed

in terra. E se le masse sono ignoranti, superstiziose od imbelli, ogni

provincia produce sempre uomini che onorano l'umanità per genio, per

valore e straordinaria intelligenza.

E sicuramente mentono coloro che per scusare la perversità o la

nullità del Governo, vi cantano su tutti i tuoni che in Italia mancano

uomini. È anzi il privilegio di questa terra infelice d'aver prodotto

delle colossali individualità ne' suoi tempi anche più depressi e più

abbietti. E se ne volete una prova, cercatela in quei tempi non di

grandezza--ov'essa non tollerava paragoni sulla superficie del

globo,--ma ne' bassi tempi, quando divisa in cento parti, solcata da

vari e numerosi eserciti stranieri, essa vi gettava ancora sulla

bilancia degli uomini illustri i Dante, i Doria, i Montecuccoli, i

Filiberti--e finalmente il gran zio del piccolo bastardo--che oggi ha

aggrapato la sua mania di tirannide, alla vile tirannide del prete

proprio nel cuore della penisola.

Bologna mantiene giustamente il primato sulle altre città delle

Romagne. La sua forte e numerosa popolazione ha dato in ogni

circostanza prove d'energia e di patriottismo da collocarla non

seconda a nessuna delle Metropoli Italiane.

Nell'8 agosto del 1848 Bologna aveva imitato ben degnamente la superba

Capitale della Liguria nel 1746;--e nel 1849 essa combattè

valorosamente ancora contro gli stessi nemici, e se non fossero state

le cabale di quegli sciagurati uomini che si chiamano Moderati--e che

nel solo Bene sono Moderati davvero--Bologna avrebbe schiacciato una

seconda volta gli esosi soldati dell'Austria. Ma ecco un altro

contrasto un'altra anomalia di queste nostre Città Italiane. A canto

ad un popolo valoroso e liberalissimo, voi trovate _un'altra classe_

reazionaria e vigliacca con tanta energia nel male quanta ne ha nel

bene il povero popolo.

Tale è Bologna.--Non così Ravenna. In quest'ultima città, quasi unica

in Italia, io ho trovato un'armonia tra ogni ceto di cittadini da far

meraviglia certamente.

Bologna aveva due circoli--in quei tempi di animazione generale

(1848)--uno Nazionale e l'altro Popolare, in guerra accanita l'uno

coll'altro, e due giornali _malva_ entr'ambi, perchè sostenuti dai

moderati. Ravenna aveva un circolo solo, un giornale solo, un ceto

solo, spettacolo unico in Italia ove tante discordie esistono sempre.

Non spie, poichè se fatalmente una ne compariva, giustizia era presto

fatta.

Tutti sanno quanto i Ravennati sieno buoni cacciatori; pochi ve n'è

che non sieno muniti del fucile a due colpi con cui si esercitano

nella vicina Pineta, nei laghi, e nelle valli. Comparisce una spia, e

non è difficile a sapersi in una città ove la popolazione è così

concorde ed unita, s'istituisce un comitato segreto incaricato di

vigilarla, ed accertarsi delle sue funzioni. Una volta certi ch'è una

spia, si tira a sorte a chi tocca prender l'impegno di sbarazzarne la

città. E non è di notte nè col pugnale che si castiga una spia, ma in

pieno giorno, frammezzo alla popolazione, che conscia per lo più, o

presentendo la sorte del colpevole, lo sfugge come cosa pestifera. Un

colpo parte ed attraversa il cuore del maledetto agente della

tirannide, ed il feritore mette il suo fucile in ispalla e torna a

casa. Non v'è pericolo di trovare un delatore in quel popolo: esso

farebbe presto la fine della spia.

CAPITOLO VII.

DA BOLOGNA A RAVENNA.

La calunnia è un venticello

(_Il Barbiere._)

Masina, il bello e prode figlio di Bologna, s'era unito ai Volontari,

e ne fu sino alla morte il più audace e più valoroso commilitone.

Masina, fortissimo soldato della libertà, avea fatto la guerra di

Spagna, giovanissimo, e vi si era distinto. Esso era uno di quelle

nature per cui il mondo è angusto. Idolatra delle avventure guerriere,

vi si gettava a testa bassa, e certo il suo eroico valore dovea presto

vedovarne l'Italia! Masina moriva sui gradini di Villa Corsini il

giorno 3 giugno 1849, nell'assalto dato dalla I. Legione Italiana e

dai bersaglieri di Manara, e cadeva primo fra i primi in

quell'infausta mattinata, ove con un tradimento¹ Oudinot decideva

della sorte di Roma. Amato e riverito dai Bolognesi, Masina aveva

proposto al Comandante dei Volontari di attaccare le truppe papaline

co' suoi e il popolo. Ma questi non aveva creduto a proposito di

farlo. Il movimento non sarebbe stato d'impossibile riuscita, ma si

credeva troppo isolato e non si fece.

¹ I Francesi, battuti ed inseguiti sino al Castel Guido, il 30

aprile, tornarono su Roma, ingrossati a più di 40 milia uomini,

e mentre avevan trattato un armistizio sino al 4 giugno,

assaltarono traditoriamente gli avamposti Italiani nella

notte dal 2 al 3 e per sorpresa s'impadronirono di Villa

Corsini, chiave della difesa di Roma, e che non fu più

possibile di riprendere, assaltandola tutto il giorno 3.

All'incontro si accettarono le proposizioni del Governo Pontificio che

furono le seguenti: «Dirigersi a Ravenna e di là a Porto Corsini, ed

imbarcarvisi per Venezia a spese di detto Governo.»

Ma la calunnia di quei maestri d'ogni inganno e d'ogni impostura, che

si chiamano preti, avea già deturpata la riputazione dei Volontari

Italiani, dipingendoli come un'accozzaglia di banditi, rotti ad ogni

vizio e spensieratezza. Dimodochè si seppe subito che il Governo di

Manin, a Venezia, avea fatto sapere a Ravenna che i Volontari non

sarebbero stati ricevuti. Saputasi dal popolo di Ravenna cotesta

decisione, quei bravi popolani, sdegnarono di vedere una mano di

giovani, consacrati alla libertà italiana e venuti sì da lontano,

obbligati di rifugiarsi in Turchia, perchè tutti i sedicenti governi

liberali d'Italia li cacciavano. E tale sarebbe stata la loro sorte se

una circostanza imprevista non la cangiava, come vedremo più avanti.

In una stanza del palazzo Guiccioli di Ravenna, ove abitava il Legato

Pontificio, cardinale Sardella, trovavansi a colloquio collo stesso il

generale Latour e don Gaudenzio, il prete liberale che già conosciamo.

«Questo popolo mi mette in fastidio, diceva l'astuto prelato.--Esso fa

poche parole, poche millanterie, ma se si mette in capo d'eseguire

qualche cosa, la fa a dispetto di qualunque pericolo.--Così non sono

molte delle popolazioni Italiane:--molto chiasso, molte ciarle e fatti

pochi.»

«Ecco adesso incaponirsi a non voler lasciar imbarcare i Volontari; ma

vi sembra, generale! Cosa diavolo voglion far qui di quella banda di

scapestrati?»

«E così li abbiam dipinti io ed i miei agenti, eminenza! sclamava il

rubicondo don Gaudenzio,--l'esaltato gesuita republicano--siccome

ladri, gente rotta ad ogni vizio e sopratutto, nemici acerrimi della

religione.--(E qui stava sul suo cavallo di battaglia il negromante.)

«Ma questi romagnoli sono teste dure che solo col piombo ponno

ammollirsi e se non si pigliano delle misure energiche, io temo che

questo nostro triregno versi in grande pericolo.»

«Alla sordina, ed un poco ogni notte, noi abbiam riunito in questa

città i due reggimenti che occupavano le Filigari e Bologna» diceva il

generale Latour. «E si può contare astutamente su questi stranieri;

essi sono i più fidi alla Santa Sede; e quando si sa che alcuno si

ammala del morbo di libertà--oggi venuto in moda,--esso s'invia al

corpo di spedizione per Venezia. Quando Vostra Eminenza dunque, voglia

giungere a qualche fatto energico ponga pure ogni fiducia nelle mie

truppe.»

«Oh, generale! voi non sapete che razza sono questi Romagnoli. Poi ai

Volontari si son riuniti quel fazioso di Masina co' suoi lancieri,

quel furioso di Bonnet da Comacchio ed un capitano Mambrini con molti

Mantovani.--Non è vero don Gaudenzio?»

«Non solamente è vero» rispondeva la spia in sottana, «ma vi so dire

che in Ravenna giorno e notte si stanno fabbricando cartuccie¹, e che

vi esistono fucili sufficienti per armare Volontari e popolazione.»

¹ Storico.

A queste spaventevoli notizie gli occhi del grasso prelato ruotavano

nell'orbite foschi ed infuocati: quasi per istinto appoggiò le due

mani sui lati del seggiolone in atto di alzarsi e fuggire, ma

sopraffatto dal peso corporeo, si lasciò ricadere, e le polpute sue

mani sostaronsi a sostegno della pancia (santuario della negromanzia)

alquanto scomposta dall'unico movimento, e vi rimasero come per

proteggere quel fetente ricettacolo, ove finalmente vanno ad

avvolgersi e seppellirsi, sotto gli auspicii della menzogna, pudore,

coscienza e dignità umana! Vedendo Sua Eminenza spaventata l'astuto

Gesuita volle profittarne: «E non vi sarebbe modo» diceva il birbante

«di sbarazzarsi di tutta questa canaglia, colla volontà e permesso di

Dio» (sacrilegio perenne di questi assassini che fanno Dio complice

dei loro misfatti?) «Non vi sarebbe, dico, qualche mistura nel cibo da

provvedersi? La causa della nostra religione è tanto santa, tanto

gradita al Padre Eterno che l'olocausto di alcuni rompicolli sarebbe a

lui piacevole.» E qui citò in latino un buon numero di passi delle

loro favole--ove Dio per fare piacere ad un popolo di vagabondi usurai

sacrificava altri popoli innocenti.

Il prelato, spalancando tanto d'occhi al ritrovato infame del suo

perverso collega, raggrinzò le labbra fingendo disapprovazione, ma

dagli occhi suoi traspariva certo godimento dell'anima sua da

cocodrillo. Al mercenario pure non dispiaceva la gesuitica scoperta,

ma per mantenere quella presuntuosa superiorità che la dappocaggine

dei discendenti degli Scipioni ha concesso ai mercenari stranieri in

questo sventurato paese: «Viva Dio, esclamava, alzandosi dal

seggiolone in tutta l'altezza della sua statura al disopra

dell'ordinario,--«Viva Dio! le carabine de' miei soldati potranno

presto mettere all'ordine questi briganti! (e se non avesse parlato in

presenza di due indigeni egli avrebbe magnificato il suo discorso con

_brigands d'Italiens_, frase favorita con cui ci onorano generalmente

i nostri vicini d'oltr'Alpi.)

«Sì, ma questi briganti, signor Generale (ripigliava il Loyolesco),

sono gente risoluta che conoscono ed hanno odorato la polvere un

tantin più che l'ha fatto Vostra Signoria Illustrissima al pacifico

servizio e viver beato di Sua Santità. E poi sono sostenuti da una

popolazione che non burla e di cui sino i bambini sanno maneggiare il

fucile.»

Il soldato in livrea colla solita aria di Rodomonte lisciava i baffi,

sollevava il capo e sembrava minacciar le nubi.--Il porporato

continuava a fissare spaventato il Gaudenzio, ma un sintomo evidente

di terrore invadeva il concistoro.

Cantoni il volontario · 第 1 / 13 段