Una settimana dopo, Hermann e William picchiavano al cancello della
villetta.
In un angolo della camera larga ed ariosa era preparato il letto pel
paziente. Sopra il tavolino rotondo posto nel centro, si vedevano due
boccette con liquidi rossi e nerastri, fasce ripiegate, filacce e una
piccola borsa chirurgica.
William guardò questi apparati con occhio indifferente.
Il dottor Cymbalus gli ordinò di mettersi a letto, poi gli somministrò
il cloroformio.
Mentre Hermann, aiutato dal servo del dottore, rivoltava bocconi il suo
povero William reso insensibile, il dottore cavava fuori dalla borsina
due aghi e una lancetta, preparava due fasce e stendeva sopra cuscinetti
di filacce un po' di quei liquidi rossi e nerastri delle boccette, che
sùbito si rapprendevano.
Era soprappensiero.
— Lasciatemi solo — egli disse — e non entrate prima che io suoni.
Trascorsero dieci minuti; durante i quali Hermann, che origliava dietro
l'uscio, non sentì altro nella camera che il passo affrettato del
Dottore dal letto al tavolino e dal tavolino al letto. Benchè non
dubitasse minimamente della riuscita, era agitatissimo. Tremava, non
vedeva l'ora che l'uscio della stanza di William fosse stato aperto.
Il dottore suonò,
— Tenetevi pronti — disse, vedendo entrare Hermann e il servitore. —
Appena si sveglierà, le sue convulsioni saranno tremende.
Un lento mugolìo annunziava da lì a poco il ritorno ai sensi
dell'Usinger.
Le filaccie, trattenute da due fasce nel mezzo della spina dorsale e
all'occipite, indicavano il posto dove l'operazione aveva avuto luogo,
non vi si scorgeva traccia di sangue.
William stirò le braccia con moto convulsivo, poi le lasciò cadere come
sfinite. Tentò svoltarsi, ma non riuscì. Lo lasciarono fare. Il dottore
aveva raccomandato di intervenire soltanto nel caso che quello cercasse
di strapparsi le fasce.
Il mugolìo diventava a poco a poco un urlo prolungato. William mordeva i
cuscini, tormentava con le mani le lenzuola e le materasse, si agitava
con tutta la persona, e urlava:
— Ahi! ahi! La morte! La morte! Ahi! Ahi!
Quando videro che tentava di strapparsi le fasce, Hermann e il servo lo
afferrarono pei polsi. Era livido, con la fisonomia contratta, gli occhi
terribilmente spalancati.
— Ahi! ahi! — continuava ad urlare. — La morte! La morte!
— Vi è da temere, maestro? — domandò Hermann ansioso.
— Tutto va bene — rispose il dottore con la sodisfazione dello
scienziato che ha ottenuto una vittoria.
William restò per alcuni minuti come un corpo inerte. Il dottor Cymbalus
gli tastava il polso.
— Le convulsioni ricominciano; saranno le ultime, ma più violente.
L'accesso riprese appena il dottore aveva terminato di parlare, ma non
durò molto. William ricadde spossato.
— Lasciamolo riposare — disse il dottor Cymbalus. — Già si sviluppa la
febbre. È la Natura che si solleva contro la violazione delle sue leggi!
William dormì tranquillamente quattr'ore di fila. Quando si svegliò, i
suoi occhi smarriti si fissavano su le persone e gli oggetti
intentamente, come per riconoscerli bene; poi passava via, senza lasciar
capire se li avesse o no riconosciuti. Le sue mani brancicavano nel
vuoto, sfregavano le coperte; poi si tastava il viso, il petto, lo
stomaco, e tornava a brancicare qualcosa invisibile. La sua voce era un
lamentìo basso, interrotto, una specie di singhiozzo. Durò così due
giorni. Al terzo riconobbe Hermann e gli strinse la mano; sorrise al
dottore.
— Soffro molto — diceva; — soffro molto qui. — E indicava il petto.
— Non è nulla — rispondeva il dottor Cymbalus. — Passerà.
Quando questi gli tolse le fasce, Hermann vide su la spina dorsale e su
l'occipite di William due piccolissime cicatrici, due graffiature nere;
niente altro.
William si sentiva uscire a poco a poco da un profondo sbalordimento. Le
idee gli erravano per la mente, gli sfuggivano, gli tornavano innanzi
come nuvoloni sballottati da un temporale; poi cominciarono ad ordinarsi
simili a una folla di persone entrate confusamente in una sala che
riescano in fine a trovar tutte il loro posto. Capiva che doveva essere
accaduto qualcosa di straordinario dentro di lui; provava un vuoto
immenso e un benessere ineffabile, ma non si ricordava bene; credeva
d'aver sognato.
Hermann, il dottor Cymbalus, il letto, la stanza, l'operazione subita
non erano fantasmi creati dalla sua fantasia delirante? Si era forse
ucciso, e quello stato di calma era la sua nuova esistenza in un mondo
migliore?
Finalmente ebbe la certezza della realtà.
— _Consumatum est!_ — gli disse il dottor Cymbalus scotendo la testa
tristamente.
— Ella è il genio del bene! — rispose William.
— Dite piuttosto il genio del male, capace di distruggere e non di
edificare!
— Ah, dottore, come son lieto di non aver ascoltato i suoi consigli! Io
gusto una pace, una felicità che non credevo possibili sulla terra!