Alberto diventava più impaziente da un momento all'altro e guardava
l'orologio con certe occhiataccie... come se questo gli facesse il
dispetto di ritardargli le ore.
— Le dodici! Per arrivare alle tre di sera ci voleva addirittura
l'eternità.
Il caminetto schioppiettava nel salottino con allegra fiammata. Pareva
borbottasse: «Stai fermo, accosta la poltrona; facciamo quattro
chiacchiere sotto voce; ho tante cose a dirti!» Ma Alberto ora andava su
e giù, da un angolo all'altro; ora incollava il volto ai vetri della
finestra e guardava nella via, senza dir nulla; i passanti gli parevano
ombre.
Il cielo era grigio. Folate di nuvole scure spuntavano dietro i tetti e
andavan via di corsa, quasi avessero fretta. Quelle nuvole pregne di
pioggia, che pareva la rattenessero a stento per rovesciarla giù al
primo scoppio di tuono, Alberto la vedeva fuggire pel cielo come tanti
uccellacci di mal augurio.
Quel tempo minaccioso gli metteva l'uggia addosso.
— O perchè non splendeva una bella giornata di sole? Anche il tempo lo
contrariava, gli faceva un dispetto, gli dimezzava la sua felicità, gli
amareggiava uno dei più squisiti piaceri della sua vita di scapolo! Già,
se cominciava a piovere, col rovescione che sarebbe venuto giù, lei
avrebbe trovato una scusa per mancare alla promessa. Oh, non le sarebbe
parso vero! Se l'era lasciata strappare a stento, dopo parecchi mesi
d'insistenza, quasi per stanchezza!... La pioggia, sicuramente, sarebbe
stata un bel pretesto!
E già le prime goccie battevano sui vetri, brillavano un momentino, e
poi sbavavano.
Alberto, involtando nervosamente una sigaretta, masticava impropreri
all'indirizzo della pioggia.
*
* *
Si aggirò pel salotto a testa bassa, lentamente; prese in mano uno dei
tanti volumi buttati alla rinfusa sopra un tavolino e si sdraiò su la
poltrona, presso il caminetto. Il caminetto continuava a scoppiettare, a
borbottare con le sue lingue di fiamma.
— Inutile! non posso leggere. Le lettere mi ballano sotto gli occhi. Son
troppo arrabbiato.
E si allungava su la poltrona, abbassando le palpebre, strizzando la
sigaretta fra i denti.
— Domani alle tre!...
Se lo sentiva ripetere all'orecchio da una voce affiochita dalla
distanza, musicale, da un gorgheggio di usignuolo, da un'eco che
sembrava gli arrivasse da una profumata regione tropicale verso cui si
sentiva trasportato, come nei sogni, vertiginosamente.
— Ah quella bionda testa di donna!
Gli accendeva l'immaginazione di riflessi dorati, di rosei fulgori.
— E quegli occhi cerulei! Cerulei, limpidissimi, profondi; un'immensità
di cielo! E quelle labbra! Così sanguigne da rendere smorta la
bianchezza opalina della carnagione!
Quella testa di bionda maliarda gli faceva accenni civettuoli, promesse
che avean l'aria di voler essere ripulse, inviti che pretendevano di
parere concessioni pietose.
E il salotto gli si illuminava di un vasto incendio di sole, e il
pianoforte aperto in un angolo vibrava da tutte le sue corde un fremito
armonioso, senza che nessuno lo toccasse, per sola virtù della presenza
di lei!...
*
* *
Gran fantasticatore quell'Alberto! Glielo dicevo sempre; ma questa
volta, bisogna convenirne, aveva ragione. Nei suoi panni chi non avrebbe
fatto lo stesso? La signora Moroni era tale bellezza, da far girare il
capo a un santo e fargli perdere il paradiso.
Girare il capo, l'ho detto a posta. In quanto a farsi amare, ecco, la
signora Moroni era di quelle donne che si desiderano violentemente ma
non si amano punto. Da prima, lo confesso, non ero di questo parere, non
facevo distinzioni; confondevo scioccamente il violento desiderio con
l'amore.
— Sbagli — mi disse Alberto una sera; — c'è una bella differenza. Il
desiderio, sodisfatto, cessa, l'amore è un abbisso che non può mai
colmarsi.
— Cessa anche l'amore...
— No; il vero amore si trasforma, non cessa.
*
* *
— Le due!
Agli squilli argentini dell'orologio Alberto si riscosse.
— Avea dormito? Avea sognato? Avea fantasticato?
Si sentiva intorpidito. Il caminetto rosseggiava senza fiamma; la
pioggia cadeva lentamente. Il cielo prendeva quel colore bianchiccio che
precede il sereno. Il salottino nuotava entro una luce dolce, morbida,
insinuante. Alberto se la sentiva penetrare per tutto il corpo, come il
tepore di un bagno.
Non era più impaziente. Guardava l'orologio con altr'occhio; dubitava
non andasse avanti:
— Possibile! Le due?
Quasi quasi gli dispiaceva che mancasse appena un'ora all'arrivo di lei.
— C'è da sentir fermare, da un momento all'altro, la sua carrozza al
portone... Forse non verrà nemmeno in carrozza... La prima scampanellata
all'uscio sarà la sua, certamente... Ecco, dimenticavo di lasciarlo
soltanto accostato!... Lei voleva così, per non aspettare sul
pianerottolo...
Ma rimaneva là, sdraiato, con la pianta dei piedi contro la brace, senza
trovar la forza di levarsi; giacchè bisognava andasse egli stesso ad
aprire, avendo, con un pretesto, mandato fuori di casa il servitore.
O che cosa era avvenuto dentro di lui? Ah! Di pensiero in pensiero, di
ricordo in ricordo, avea perduto di vista a poco a poco l'imagine della
sua bionda maliarda... L'avea lasciata per via, senz'accorgersene, come
un compagno di passegiata che indugi erborizzando. Si era voltato uno o
due volte, sbadatamente, senza curarsi di spettarla.... E il tradimento
gliel'aveva fatto quel brontolone del caminetto.
Quattro anni fa, nello stesso mese, alla stess'ora, con una giornata
egualmente piovosa, in quel medesimo posto.... Gli pareva un sogno!
Povera Erminia! Singhiozzava, col volto nascosto tra le mani, riversata
indietro su la spalliera della poltrona, desolatamente; e lui, pallido
come un morto, con le mani giunte in atto di preghiera, la voce turbata
dall'emozione, tentava di farle coraggio! Terribili momenti! Ma che fare
contro quella forza brutale che spezzava, a un tratto, la loro catena di
amore? Ella doveva partire col marito, senza speranza di ritorno! Quel
colpo la uccideva! Già le pareva di accomiatarsi da lui dal letto di
morte! Si sentiva schiacciato anche lui; sentiva mancarsi il respiro!
Povera Erminia! Egli lo vedeva ancora quel viso bruno e pallido,
contornato dai folti capelli neri, pieno di profonda tristezza! La
sentiva ancora quella voce soave, che sembrava scaturisse dall'intima
profondità del cuore!
Come si erano amati! Come si eran sentiti fulminare, tutti e due, la
prima volta che si eran visti!
E che delizia in quelle continue cure di eludere ogni sospetto, di
addormentare ogni malignità, in quell'inebbriarsi della poesia del loro
segreto come due giovanetti di sedici anni! E che tesori di piccole
astuzie prodigate per passare insieme intiere giornate... o anche
soltanto per vedersi mentre la gente li credeva distanti cento miglia
l'uno dall'altra.
Divine follie! Sublimi abbandoni! Ineffabili ore di scoraggiamenti, di
dubbi, di felicità spensierata! Delizie senza nome! Voluttà più dello
spirito che della carne, in quella raffinatezza, in quell'elevatezza che
scaturiva dal prepotente rigoglio delle loro anime innamorate!...
Al brontolìo del caminetto, al guizzo delle fiamme azzurrognole, ai
bagliori di oro che montavano ondulanti in alto quasi volessero scappar
via per la gola affumicata, tutto quel passato gli si risvegliava nella
memoria, viveva una vita quasi più reale di quella vissuta una volta!
— Ma che! Le due e mezzo? Di già? Certamente le lancette dell'orologio a
pendolo si scapricciavano a correre!
Così la bionda maliarda ritornava a inframettersi, importuna, tra lui e
quei cari ricordi, con la sua aureola di biondi capelli elegantemente
arruffati, la provocante serenità dei suoi occhi azzurri, le sue labbra
porporine, la marmorea candidezza del collo e del seno, con tutte le
seduzioni di cortigiana aristocratica che si concede e non si profonde,
con quei suoi capricci di sensi e quella terribile freddezza di cuore
che pareva calcolo e non era!
— Ed essa doveva occupare in quel giorno, in quell'ora, lo stesso posto
della sua povera morta? Di lei che gli avea fatto provare le gioie più
grandi e il più grande dolore della sua vita?... Ora che rimormoravano
pel salotto quegli addii dolorosi, pur troppo gli ultimi?... Ora che gli
si rinnovavano dentro l'orecchio quei singhiozzi soffocati dai baci più
strazianti che mai scoccasse bocca di donna?.... No! No!
Quell'inatteso rifiorire di un affetto da lui creduto già inaridito;
quei ricordi di sensazioni che diventavano in quel momento sensazioni
immediate, lo sbalordivano, gli davano la tortura di un rimorso, gli
producevano un improvviso disgusto.
Una gentile tenerezza gli si affollava al cuore da ogni parte del corpo;
le pupille gli nuotavano in qualche cosa che aveva la soavità delle
lagrime; i suoi nervi erano sopraffatti da una lassezza deliziosa,
ch'egli si rimproverava fiaccamente:
— Debolezza di fanciullo!
Intanto l'assaporava con gusto, come un frutto conservato fuori
stagione...
*
* *
Una scampanellata arditissima, nervosissima, lo fece balzare in piedi.
— Era lei! La desiderata da tanto tempo! Lei, il fascino irresistibile
della carne, per cui gli eran divampati nel sangue ardori così divoranti
da farlo soffrire come se gli fossero corsi dei carboni accesi per le
vene!...
Il campanello tornò a squillare, più nervoso.
Senza coscienza di quel che facesse, tremante dall'emozione, in punta di
piedi, Alberto era arrivato fino all'uscio; ma nello stendere la mano al
paletto:
— Vile! — sentì gridarsi dal profondo del cuore.
E il suo braccio si arrestò quasi paralizzato, mentre il petto gli
ansava forte, e le gambe gli si piegavano al fruscìo di quella veste e
al lieve rumore di quei tacchi che si allontanavano per la scala.
*
* *
Verso le undici, Alberto entrava nel salotto della signora Moroni.
Il Palloni andatogli incontro, lo aveva tratto in disparte:
— Briccone! Ho un tuo segreto in mano; ma non temere, sarò discreto.
E siccome Alberto lo guardava negli occhi:
— C'incontrammo per le scale — gli sussurrò all'orecchio — ma feci le
viste di non riconoscerla. Io andavo dai Cerri al primo piano.
Alberto gli rispose con un'alzata di spalle.
La signora Moroni era splendidissima. Egli la guardava affascinato:
— Com'era stato sciocco quella mattina! Oh, ma un'altra volta non
avrebbe fatto l'imbecille!...
E cercava una scusa, quando la Moroni gli accennò di accostarsi.
— Come si chiama quel rimedio contro il mal di capo che voi vantate
tanto? Voglio sperimentarlo. Che giornataccia! Credevo di ammattire!...
Ne ho avuto per sette ore!... Quel rimedio è proprio efficace? Il
dottore dice di no. Ma io voglio provarlo di nascosto del dottore... Chi
sa? Potrà giovarmi davvero! Si chiama?...
— Guarana — rispose Alberto, inchinandosi dopo averla guardata negli
occhi.
— Che bel giovane! — disse la signora Uzelli alla Moroni, mentre Alberto
si allontanava.
— Imbecille, come tutti i bei giovani! — replicò questa seccamente.
*
* *
Al tocco dopo la mezzanotte Alberto era ancora al Club disteso sul
canapè, con le gambe allungate, le braccia incrociate su lo stomaco e la
testa abbandonata su la spalliera.
— Un poema, caro amico! — gli diceva sotto voce il Gardini. — Un vero
poema! È arrivata in casa mia alle tre e mezzo, inaspettata come
un'apparizione...
Il Gardini parlava da una mezz'ora, profondendosi in esclamazioni,
perdendosi in un lirismo di frasi e di gesti da far comprendere, povero
diavolo! che aveva bisogno di uno sfogo perchè la sua felicità non lo
uccidesse...
Ma Alberto si era quasi sùbito inabissato di una rêverie così profonda
da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico.
Milano, 15 Dicembre 1877.