Alla marchesa Bellati era stata data la penitenza di _contentare
all'orecchio_.
— Oh! No, no! si rifiutava!.... Non avrebbe saputo da che parte rifarsi!
E rideva, faceva delle moine graziose, da bimba; ma il direttore del
giuoco fu inesorabile. Le porse il braccio e la condusse attorno,
aspettando ritto, serio come un ciambellano, che le persone delle quali
ella si accostava all'orecchio dichiarassero di contentarsi delle sue
proposte di penitente.
Le signore (ce n'era parecchie) si eran contentate quasi subito; la
marchesa, senza dubbio, avea saputo indovinare desiderii e aspirazioni
che, a quattr'occhi non temevano di scoprirsi. Gli uomini, meno un solo,
l'ultimo, erano stati più gentili:
— Si eran dichiarati contenti della sola vista di lei.
Restava il barone Paolo Foli, bel giovane, capo ameno, che tutte le
settimane, con tono di tragica serietà, invariabilmente soleva
ripeterle:
— Marchesa, è inesplicabile come non siate già pazzamente innamorata di
me. Questo però non impedisce che io lo sia di voi!
La marchesa, tutte le settimane, invariabilmente, gli porgeva a baciare
con affettata sentimentalità la sua manina di vedova, bianca, vellutata,
e rispondeva:
— È inesplicabile!... Ma pure è così!
Nelle serate di casa Bellati il barone Paolo Foli era chiamato
l'_inesplicabile_. La cosa sembrava non andasse oltre i limiti di un
semplice scherzo. Infatti fra gli invitati a Borzano, magnifica villa
del conte Rampa, il barone quel giorno le avea ricantato il suo
ritornello a colazione, in giardino, alla passeggiata, e, poco prima,
anche nel salotto dove tutti si erano riuniti dopo il pranzo a terminar
la serata ciarlando, facendo un po' di musica e, in mancanza di qualcosa
di meglio, svagandosi con giuochi di società.
Il barone, vedendo accostare la marchesa, si era sdraiato su la poltrona
con la fiera attitudine di un uomo molto difficile a contentare.
— Oh, sentite! — ella gli disse; — se fate lo schizzinoso, vi pianto.
— Per la grazia di Dio, c'è un direttore in salotto! — rispose il
barone.
E additava il cavalier Vergati che se ne stava là, ritto, impettito, a
pochi passi, tutto compreso della solennità del suo ufficio.
Il cavalier Vergati s'inchinò profondamente:
— Farò giustizia!
La marchesa, rassegnatasi sedette accanto al barone:
— Vi contentereste se fossi innamorata di voi?
— È poco; questo accadrà un giorno o l'altro.
— Impertinente!
— È sempre poco. Avanti.
— Se vi procurassi una bella moglie, con dieci milioni di dote?
— È troppo. La moglie mi guasterebbe i milioni.
— Dunque i soli milioni?
— Non saprei che farne; sono uomo straordinariamente virtuoso e modesto.
— Dio mio! — esclamò la marchesa impazientendosi e battendo i piedini.
— Parla di me?
— Che grullo!.. E se vi regalassi una cuoca?
— Ne ho già una in serbo, per sposarla _in articulo mortis_.
— La meritereste!
Andavano per le lunghe. La marchesa avea già fatto una trentina di
proposte, ma il barone teneva duro, divagando, rispondendo cose assurde.
— Volete che ve lo dica io quando sarò contento?
— Sentiamo; sarà una stupidaggine.
— No, la cosa più semplice di questo mondo.
— Quando? Via...
— Ma prima bisogna fare una scommessa.
— Vada per la scommessa! Auff! Che cosa dovremmo scommettere?
— Quella mano.
La marchesa si guardava curiosamente la destra additata dal barone,
voltandola e rivoltandola, senza capire.
— La vostra mano... di sposa.
— Ah! — fece la marchesa. — E in premio di che?
— Ecco — replicò il barone, accostandosele all'orecchio. — Io sarò
contento unicamente il giorno in cui vi avrò dato (notate bene) senza il
vostro consenso, senza vostra resistenza, ma tranquillamente, con tutto
il mio agio, un bel bacio su la bocca. Volete scommettere?
La marchesa, diventata rossa come una ciliegia, s'era rizzata su la
vita.
— Accetto — disse dopo un momento, con aria altiera, sorridendo. — E vi
sembra la cosa più semplice? Ma sapete che siete...?
— Il più bel giovane e l'uomo più spiritoso di tutto il creato: è la mia
opinione.
La marchesa si levò da sedere.
— Perdoni — disse il cavalier Vergati fermandola. — Il barone non si è
finora dichiarato soddisfatto.
— Soddisfattissimo — rispose questi.
E si alzava alla sua volta, per inchinarsi con le braccia incrociate sul
petto come un mandarino della China.
— Ooh! — esclamarono tutti.
*
* *
Tre mesi dopo, nel salotto della marchesa Bellati, verso le undici e
mezzo di sera non restavano altre persone che il barone Foli e il suo
amico commendatore Vanzetti, un ex deputato scartato ultimamente dai
suoi elettori senza che nemmeno loro ne sapessero la ragione.
La marchesa pareva stanca dalla fatica e dalla noia di quella serata:
c'era stata troppa gente. Avea il capo grosso; si sentiva stordita. Sua
madre, la vecchia marchesa, si era già ritirata nelle sue stanze.
— O che questi due signori non abbiano nessuna intenzione di andarsene?
Se fosse soltanto il barone, lo metterei subito alla porta, dicendogli
senza tante cerimonie che casco dal sonno. Ma col commendatore!
La marchesa chiamò la cameriera e, sotto voce, ordinò le si preparasse
il letto:
— Sùbito; non ceno.... E quel commendatore che non si muove! Sembra lo
faccia a posta.
Quello ragionava di ferrovie, di esercizio privato, di esercizio
governativo, di treni che deviavano, di treni che non arrivavano più...
— Oh, il suo, il treno di quella discorsa non arrivava alla fine
davvero!
La marchesa velava uno sbadiglio. Avrebbe voluto alzarsi da la poltrona;
ma si trovava come asserragliata tra il commendatore e il barone, e le
pareva sconveniente passare in mezzo a loro....
— Se quell'altro l'avesse almeno guardata in viso! Gli avrebbe fatto un
segnale. Pareva impossibile! Un uomo di spirito come lui gustava
l'esercizio ferroviario con una voluttà!...
E i treni del commendatore continuavano a partire, uno dietro all'altro,
senza interruzione. Si scontravano, ammazzavano la gente, non si
arrestavano mai....
La marchesa avea una voglia di urlare:
— Cinque minuti di fermata!
Ma il commendatore non lo lasciava respirare; s'infuocava, apostrofava
il _Consiglio superiore del movimento_, se la prendeva col Ministro dei
lavori pubblici e gli faceva certe lavate di capo!.... Poi veniva la
volta del Parlamento.
— Tutto il marcio era lì! Non c'era più deputati, ma dei
saltimbanchi.... dei giuocatori di bussolotti!... E il paese!... il
paese!... il paese!...
La marchesa si era sdraiata su la spalliera della poltrona, con gli
occhi socchiusi, il viso nascosto nell'ombra che la ventola lasciava
cadere dal lato di lei. Si sarebbe detto che quella parola: il paese! il
paese! ripetuta dal commendatore nell'entusiasmo della sua perorazione,
avesse servito a vincere la resistenza che lei si sforzava di opporre
alla forza del sonno. Da lì a poco il ventaglio le scivolava di mano.
Il barone fe' cenno al commendatore:
— Continui a parlare.
E si alzava adagino adagino dalla poltrona.
La marchesa diè un grido e si coprì il volto colle mani.
— Occorreva di un testimone — disse il barone. — Se non vi dispiace,
caro commendatore, potrete anche esserlo, fra non molto, del nostro
contratto di nozze.
Il commendatore guardava ora lui, ora la marchesa, interdetto.
*
* *
Altri tre mesi dopo, il barone e la marchesa Bellati, diventata quella
mattina baronessa Foli, partivano verso le cinque di sera pel loro
viaggio di nozze.
Era una serata dolce. L'orizzonte si accendeva ancora delle tinte vive
del tramonto con gradazioni delicate.
Presi per mano, i due sposi si guardavano teneramente, commossi, senza
dire una parola, da vere persone felici.
Si eran voluti bene tanto tempo, in una maniera stravagante, quasi
avessero canzonato!... Ed ora, non era sogno, facevano il loro viaggio
di nozze!
La baronessa al dubbio lume della lampada del vagone sembrava una
bellezza fantastica, con quel viso che aveva sfumature e delicatezze da
pastello e, in mezzo, i grandi occhi neri un po' velati da graziosa
indolenza. Lo scialle che l'avviluppava tutta le dava aria di levantina.
Sul tardi, il barone tirò sotto il lume la tendina azzurra. Un'ombra
discreta invase il vagone. Poi scoppiò un bacio.
— Ah, cara mia! — le mormorava il barone in un orecchio. — Se tu avessi
provato la dolcezza del primo! Quella sera....
— Va là! Non dormivo! Ti volevo bene, e...
— Non dormivi?...
Il barone Paolo Foli rimase male.
Milano, 30 Novembre 1877.