Lamporecchio è la Villa Rospigliosi che sorge a cavaliere del paese,
circondata da un vasto e delizioso parco e da numerosissimi e comodi
annessi. Papa Clemente IX della famiglia pistojese de' Rospigliosi la
fece edificare col disegno del celebre Bernini; ma il gigantesco e
dispendioso progetto dell'insigne artista non ebbe compimento che in
parte, donde venne alla villa il nomignolo che porta tuttora di
_Spicchio_. Ad ogni modo, è uno spicchio imponentissimo, nel quale la
famiglia dei Principi Rospigliosi serba tuttora tutti i doviziosi
arredamenti che erano degni d'una residenza pontificia.
Prima di abbandonare le pendici del Montalbano e riprendere la strada
lungo il corso dell'Arno, osserviamo un altro pittoresco e storico
castello, LARCIANO, che sulla vetta di un alto poggetto presenta fra i
vecchi caseggiati le masse brune della sua antica Pieve e della
fortissima rocca che per il corso di varî secoli fu residenza dei
Capitani pistojesi, preposti alla guardia ed al governo di un amplissimo
territorio.
[Illustrazione: CERRETO-GUIDI--CHIESA DI S. LEONARDO--GIOV.
DELLA ROBBIA: FONTE BATTESIMALE. (Fot. Alinari).]
Soffermiamoci ora un istante a
CERRETO-GUIDI, dove ci attraggono storiche ricordanze e diverse opere
d'arte che non debbono sfuggire all'intelligente visitatore di questi
luoghi. Feudo in tempi remoti della celebre e potente famiglia dei Conti
Guidi, Cerreto ebbe in antico un forte castello sulle cui rovine sorse
una suntuosa villa medicea, la villa nella quale si svolse la notte del
16 luglio 1576 una delle più terribili tragedie registrata nella storia
dei primi Granduchi di Toscana: l'uccisione, per opera di Paolo Giordano
Orsini conte di Bracciano, dell'infedele ed infelicissima Isabella,
figlia secondogenita di Cosimo I de' Medici. Presso la villa, che
chiude, dentro le sue solide mura, il ricordo dell'esecrando delitto,
sorge la Pieve di S. Leonardo, nella quale la vista di superbe opere
d'arte ritempra e risolleva lo spirito rattristato dall'evocazione di
quell'orrendo delitto. Di questi oggetti, quello che specialmente attrae
l'ammirazione del visitatore è il fonte battesimale di forma esagona,
nel quale Giovanni Della Robbia maestrevolmente ritrasse di bassorilievo
episodi della vita di S. Giovanni Battista, circondandoli di ornamenti
di una finezza e di una grazia squisita.
[Illustrazione: CERRETO-GUIDI--CHIESA DI S. LEONARDO--NASCITA
DI S. GIOV. BATTISTA.
PARTICOLARE DEL FONTE BATTESIMALE.]
Una tavola che rappresenta la Vergine col putto, fra S. Leonardo e S.
Paolo Apostolo e che ricorda la maniera di Filippino Lippi, e un'altra
colle figure di S. Girolamo e di S. Michele, ispirate al fare del
Franciabigio, un'altra tavola col Crocifisso fra i Santi Sebastiano e
Rocco della maniera del Poccetti, il quadro della Madonna del Rosario
che può attribuirsi al Cigoli, un Crocifisso che si dice opera di
Giambologna, costituiscono il corredo artistico di quest'antica Pieve.
Abbandonato Cerreto-Guidi, il cui abitato cinge come un anello il
poggetto sul quale sorgono la villa medicea e la Pieve, torniamo sulla
riva dell'Arno ed in una rapida corsa passiamo attraverso ai popolosi
paesi che, a breve distanza l'uno dall'altro, trovansi fra la linea
delle basse colline che la valle dell'Arno dividono dal padule di
Fucecchio e l'argine del fiume.
[Illustrazione: FUCECCHIO--PANORAMA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
FUCECCHIO è il primo e il più importante di questi luoghi: importante
per dovizia di antichi ricordi storici, per pregio di fabbriche e di
opere d'arte ed anche per essere divenuto modernamente un frequente e
cospicuo emporio di commercio e di attività. In origine fu un piccolo
borgo, che si disse appunto Borgonuovo, fabbricato, insieme ad una
cospicua abbazia, dai Cadolingi, i quali adottarono più comunemente il
titolo di Conti di Borgonuovo, perchè tennero come loro preferito
soggiorno il castello da essi edificato da un lato della collinetta
sulla quale la terra di Fucecchio si distende. Di quella rocca, che la
Repubblica Fiorentina conquistò ed afforzò, sussistono ancora le
gagliarde mura e diverse torri che attorniano un'ampia casa di fattoria
oggi dei Principi Corsini.
L'Abbazia di Borgonuovo, intitolata a S. Salvatore, sorgeva sul poggetto
chiamato di Sala Marzana e sussiste tuttora, sebbene trasformata, la sua
vetusta chiesa che della vecchia struttura conserva oggi solo poche
parti. Passata dai Benedettini ai Vallombrosani, poi alle monache, subì
alterazioni infinite e la dispersione del suo artistico tesoro. Oggi non
vi si osservano che dei dipinti del Vasari, di Francesco Mati, di
Alessandro Allori e del Pignoni.
[Illustrazione: FUCECCHIO--PORTA DI S. ANDREA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
L'Arcipretura di S. Giovanni Battista venne riedificata nel XVIII secolo
nella località stessa dell'antica Pieve divenuta troppo angusta. Al
modesto interesse del fabbricato offrono un compenso diversi oggetti
d'arte che tuttora vi si conservano: dei dipinti cioè ritenuti di Cosimo
Rosselli, di Lorenzo di Credi, di Filippino Lippi, del Sogliani, di Fra
Paolino da Pistoja, del Pontormo, di Alessandro del Barbiere, del
Biliverti.
Fucecchio, che fu costantemente fedele a parte guelfa, che accolse nelle
sue mura ospitali e li protesse, i fuorusciti fiorentini banditi dopo
Montaperti, fu teatro più di una volta di guerreschi episodi, nei quali
difese così gagliardamente la propria libertà che i nemici,
attaccandolo, uscirono scornati e sconfortati. Anche Castruccio
Castracane, che nel 1323 tentò la presa di Fucecchio, si trovò di fronte
a tale resistenza che dovette abbandonare l'iniziata impresa.
Dell'assedio posto a Fucecchio da Castruccio rimane ricordo nella porta
di S. Andrea, che il popolo chiama appunto di Castruccio, perchè contro
di quella più specialmente si rivolse la inutile furia delle milizie
guidate da quell'ardito capitano.
Palazzi antichi e di belle forme architettoniche, piazze e strade
eleganti, il vantaggio di una felice giacitura, i benefizi del movimento
commerciale, fanno ora di Fucecchio uno dei centri più notevoli del
Valdarno Inferiore.
Da Fucecchio trasse nome fin da tempo antico un vasto lago, divenuto poi
palude, che si distende nei bassi piani chiusi fra i colli del Valdarno
e le pendici dei poggi della Valdinievole. Cotesto lago fu fin da tempo
remoto occasione di cure speciali per parte degli ufficiali della
Repubblica Fiorentina, i quali dovevano provvedere a che le acque
cresciute per le alluvioni non allagassero i luoghi circostanti e
impedire che per cagione della bassura del lago esso fosse invaso dalle
piene dell'Arno; quindi più e più volte si ricorse ai più valenti
artisti perchè dirigessero la costruzione di gagliarde opere idrauliche
atte a contenere il lago ed a favorire il defluvio delle acque.
Di queste opere di architettura idraulica la più importante è il _Ponte
a Cappiano_, detto anche delle _Calle_ per cagione delle cateratte e
delle altre opere di difesa che in questo luogo furono eseguite.
Storicamente, il Ponte a Cappiano è interessante perchè fin dal medioevo
ebbe a propria difesa un castello fortissimo presso al quale più volte
vennero a sanguinose contese le milizie delle Repubbliche di Firenze,
Pisa e Lucca. Nella costruzione del ponte e delle altre difese dello
sbocco del lago, ebbero parte grandissima Antonio e Francesco da
Sangallo, entrambi architetti del magistrato della parte guelfa. Il
primo fu mandato nel 1508 a provvedere ad opere che valessero a
contenere il lago ed a far sì che da esso non sfuggisse in troppa
quantità il pesce che procurava una cospicua rendita allo stato.
Francesco nel 1530 ricostruì il ponte, il quale, sebbene abbia subìto
moderne e deplorevoli deturpazioni, è sempre importante anche dal lato
architettonico. È tutta una solida costruzione a cortina di mattoni con
un portico che protegge la strada e che si sporge dal corpo centrale del
fabbricato, chiuso alle due estremità dalle massicce torri di difesa
sovrastanti alle porte che dànno accesso al ponte.
[Illustrazione: CASTELFRANCO DI SOTTO--TORRE DELLE CAMPANE.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Ritornando a Fucecchio e continuando la via che parallelamente all'Arno
si dirige verso Pisa, si trova SANTA CROCE, terra ampia, popolosa, ricca
per commerci ed industrie, fra le quali primeggia quella della concia
dei pellami. Come Fucecchio, il borgo di S. Croce fu sotto la dipendenza
dei Conti Cadolingi; poi l'ebbero i Pisani che nel 1287 lo cinsero di
mura. La chiesa di S. Lorenzo è ampia e ricca d'adornamenti; ma
architettonicamente non ha importanza speciale; d'opere d'arte non serba
che una statuetta di S. Giovannino dei Della Robbia e dei libri corali
adorni di miniature del XV secolo. A breve distanza da S. Croce sorge
sulla riva dell'Arno CASTELFRANCO DI SOTTO, oggi terra elegante, ben
fabbricata, ricca di decorosi edifizi, un giorno castello forte e ben
munito, al quale dava importanza speciale la sua situazione, presso la
confluenza del canale dell'Usciana coll'Arno che formava un gagliardo
punto di difesa. Possesso antico dei Cadolingi, fu costituito in
castello, franco dalle imposizioni, nel XIII secolo, chiamandovi ad
abitarlo le popolazioni di alcune vicine parrocchie. Preso nel 1260 ai
Lucchesi dai Ghibellini guidati dal Conte Guido Novello, parzialmente
distrutto nel 1333 dalla terribile inondazione dell'Arno, cadde nel 1339
sotto il dominio dei Fiorentini, i quali lo rassettarono e lo
ricostruirono alla foggia delle loro terre del Valdarno Superiore; di
forma rettangolare, cioè, con quattro porte turrite, alle quali facevano
capo due strade che s'incrociavano nel centro, dov'era una piazza
fiancheggiata dalla Pieve e dal Palazzo Pretorio divenuto poi sede del
Comune. Le mura e le porte, per quanto rovinate, sussistono tuttora in
gran parte. La chiesa di S. Pietro di remota origine nulla conserva
della sua struttura originaria. Anche il suo corredo di opere d'arte è
ben modesto: una tavola di Alessandro Allori, una del Passignano, un
messale con miniature del XV secolo e, più importante di tutte le altre
opere, una statua di marmo di S. Pietro, caratteristica scultura pisana
del XIV secolo, oggi esiliata nel modesto cortile della canonica.
[Illustrazione: CASTELFRANCO DI SOTTO--STATUA DI S. PIETRO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Poc'oltre Castelfranco si trova sull'Arno il canale dell'Usciana, che
raccoglie le acque della Valdinievole e del Padule di Fucecchio e che
scorre ai piedi delle colline sulle quali sorgono le ville di
Montefalcone e di Poggio Adorno, in tempi remoti castelli dei Cadolingi,
poi palazzi di campagna della famiglia fiorentina degli Albizzi.
[Illustrazione: S. MARIA A MONTE--PERGAMO NELLA CHIESA DI
S. GIOVANNI EVANGELISTA.]
S. MARIA A MONTE, un grosso paese che occupa il vertice d'una fertile
collinetta che s'inalza sulla destra del canale dell'Usciana, fu uno dei
più importanti castelli del Valdarno Inferiore. Sorvoliamo sulle sue
vicende storiche, le quali non sono che la ripetizione di quelle di
tutti gli altri luoghi che per essere situati al confine di territorî di
diverse repubbliche rivali, furono oggetto continuo di aspre contese, di
avide voglie e teatro di lotte fiere e sanguinose. Feudo de' Vescovi di
Lucca, cadde diverse volte sotto il dominio ora de' Lucchesi, ora de'
Fiorentini, ora de' Pisani, fino a che per forza preponderante la
Repubblica di Firenze non lo incorporò nel suo territorio. Della sua
rocca, che occupava la sommità della collina attorno alla quale gira
come una ghirlanda il caseggiato, non restano che poche tracce, come
pochi resti avanzano delle mura e delle torri, una delle quali serve
oggi di campanile alla chiesa collegiata di S. Giovanni Evangelista.
Questa, di remotissima origine, conserva all'esterno resti della sua
originaria struttura; ma in essa più che altro importa osservare due
oggetti che ne adornano l'interno, reso insignificante dalle moderne
trasformazioni: il pergamo ed il fonte battesimale. Il pergamo di marmo,
sostenuto da esili colonnette che posano sul dorso di due leoni
accovacciati, è adorno di figure e di ornati lavorati d'intarsio e può
ritenersi come opera compiuta nel XIII secolo da quei maestri comacini
che lavorarono in molte chiese del territorio lucchese. Il fonte
battesimale di forma ottagona ha scolpito negli specchi altrettanti
bassorilievi che rappresentano il battesimo di Cristo e le Virtù
cardinali e teologali. Fu fatto nel 1463 ed il nome del suo autore,
Domenico Rosselli da Rovezzano, ricordato in una lunga ed ampollosa
iscrizione nella quale le virtù dell'artista sono agguagliate a quelle
di Fidia. Sostanzialmente però non si tratta che di un'opera poco più
che discreta.
Al di là di S. Maria a Monte, sulla vetta di un'altra collina è
_Montecalvoli_, ridente borgata che fu un giorno castello de' Lucchesi.
Fra questo castello e la bella villa di Montecchio, un giorno Grancia
dei Certosini, è un ponte moderno che attraversa l'Arno e che guida
direttamente a Pontedera.
[Illustrazione: S. MARIA A MONTE--FONTE BATTESIMALE DI
DOMENICO ROSSELLI DA ROVEZZANO.]
IV.
DA PONTEDERA AL MARE.
PONTEDERA.
Comunemente la chiamano città, perchè, come Empoli, avrebbe tutte le
condizioni per esserlo: ma le manca quello che chiameremo la
dichiarazione ufficiale, talchè le rimane la vecchia qualifica, de'
tempi del Granducato, di _terra nobile_. Città o no, Pontedera è un
centro industriale e commerciale che nel Valdarno Inferiore occupa,
senza dubbio il primo posto.
Situata in mezzo alla pianura, presso la confluenza del fiume Era
nell'Arno, essa è ben fabbricata, ha belle strade, ampie piazze,
eleganti e comodi palazzi moderni ed ogni anno estende rapidamente il
suo caseggiato, collegandosi coi numerosissimi e vasti stabilimenti
industriali che le dànno prosperità e animazione.
Pontedera è povera di monumenti d'interesse artistico: ma in compenso è
doviziosamente provvista di tuttociò che serve ai bisogni della sua vita
e del suo movimento e che le dà carattere di un vero emporio di moderna
attività industriale.
[Illustrazione: PALIOTTO DELLA CHIESA DI S. BENEDETTO A SETTIMO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Le memorie storiche di Pontedera si riassumono nelle alternative delle
lotte costanti che per il corso di varî secoli si svolsero fra
Fiorentini e Pisani. A' primi del XIII secolo, presso un umile borgo, i
Pisani inalzarono un gagliardo castello sulle rive dell'Era e
fortificarono pure il fosso Arnaccio che era come una diramazione
dell'Arno e che poteva costituire un comodo mezzo di accesso nel loro
territorio. Nel 1256 Pontedera, sebbene gagliardamente difesa, fu
espugnata dai Fiorentini ed il castello venne disfatto; nel 1290 i
Pisani poterono riprenderla, ma la dovettero ricedere tre anni dopo e,
d'allora in poi, lo sventurato paese si trovò di continuo a mutar
padrone e soggetto a sopportare tutti i danni di quelle asprissime
guerre; le fiere e crudeli vendette fecero scempio di questo luogo e de'
suoi abitanti, talchè questi per disperazione si videro costretti ad
esulare. Alla metà del XV secolo il paese era rimasto quasi deserto, al
punto che nel 1454 la Signoria di Firenze vi mandò a ripopolarlo
duecento famiglie fatte venire da diversi luoghi della Garfagnana e
della Lunigiana. L'ultima triste vicenda guerresca ebbe a subire
Pontedera nel 1554, perchè, avendo dato asilo a Piero Strozzi che colle
sue milizie francesi e senesi combatteva contro l'esercito
austro-ispano-mediceo guidato dal {116} Marchese di Marignano, fu da
costui punito colla totale distruzione delle sue mura, le quali non
vennero mai più riedificate.
[Illustrazione: PONTEDERA--PALAZZO PRETORIO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: PONTEDERA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Due soli fra gli edifizi di carattere pubblico presentano in Pontedera
un certo interesse artistico: il Palazzo Pretorio, elegante costruzione
de' primi del XVII secolo, munita di un originale e grazioso campanile e
che accoglie sotto la sua loggia iscrizioni e stemmi che illustrano la
storia locale; e la vecchia chiesa dei Ss. Jacopo e Filippo, eretta nel
XIII secolo, ma completamente rifatta e decorata nello stesso secolo
XVII. D'opere d'arte non v'è grande abbondanza: una tavola della maniera
del Sogliani, nella quale sono effigiati la Vergine col bambino e i
santi Jacopo e Filippo, una statua in legno del XV secolo rappresentante
S. Lucia e alcuni dipinti del XVII secolo di secondario interesse. A
Pontedera fu iniziata, oltre mezzo secolo addietro, la costruzione di
una nuova e grandiosa chiesa di stile classico; ma, compiuta alla meglio
la decorazione interna, si lasciò in tronco il resto e chi sa quando si
troverà il modo di portare a termine la fabbrica.
[Illustrazione: PALAJA--CHIESA PLEBANA DI S. MARTINO.
(Fot. Alinari).]
A Pontedera ha il suo sbocco l'ampia valle del fiume Era che nasce ne'
monti di Volterra, una valle pittoresca, popolata di grossi e
interessanti paesi, piena di ricordi delle aspre lotte che anche qui si
svolsero violente fra Fiorentini e Pisani dal XIII al XV secolo. Ed
anche in questa valle frequentatissima, specialmente per il concorso che
richiamano annualmente le celebri terme di Casciana, l'artista e lo
studioso avrebbero modo di trovare il più vivo godimento, tanti sono gli
edifizi che ricchi d'opere d'arte sorgono framezzo agli opulenti vigneti
che ricoprono le deliziose colline. Come una semplice parentesi aperta
in mezzo all'escursione del Valdarno, vogliamo però ricordare uno de'
luoghi più attraenti di quella valle: il vecchio paese di Palaja, per
aver modo di additare due chiese monumentali che rappresentano tipi
singolari dell'architettura del XIII e del XIV secolo: la vecchia Pieve
che fu modernamente restaurata del tutto e la Pieve di S. Andrea, nella
quale, oltre al gentile aspetto esterno, sono da ammirare i resti di un
bell'altare della maniera di Giovanni Della Robbia.
[Illustrazione: PALAJA--PIEVE VECCHIA DI S. MARTINO VISTA DA TERGO.
(Fot. Alinari).]
Da Pontedera in poi, la valle dell'Arno si apre per costituire come un
immenso triangolo di pianura che ha per base la costa del Tirreno e per
lati la linea lontana delle colline pisane e gli sproni dell'aspro monte
Pisano al quale l'Arno si accosta così da lambirne le balze dirupate.
Dal lato di mezzogiorno, le colline popolate di paesi e di villaggi
segnano una linea quasi uniforme, lontana lontana e dietro ad essa
sorgono maestosi il monte di Volterra e le alte vette de' poggi della
Maremma. Dai piedi de' colli fino alla riva dell'Arno ed al mare si
distende la pianura immensa, paludosa e squallida in parte, e verso
l'Arno invece, fertile pei campi sterminati, in mezzo ai quali,
caratteristica speciale di questa località, s'inalzano frequenti, a
gruppi o isolati, esili e bruni cipressi.
La destra riva dell'Arno presenta un insieme più pittoresco, più
solenne, più imponente.
[Illustrazione: VALDARNO INFERIORE--MONTE DELLA VERRUCA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Il monte della Verruca, che si stacca come uno sprone della catena de'
monti pisani, presenta la sua massa bruna per le selve che lo rivestono
e sembra sfidare l'urto delle acque agitate dell'Arno e l'ira delle
procelle. Sulla cima di quell'aspro picco, posati come il nido
dell'aquila sopra un cumulo di massi scoscesi, sorgono imponenti i resti
della rocca della Verruca, un fortilizio rettangolare con quattro
bastioni sugli angoli che oggi non racchiude più che ruderi informi,
frammisti a sterpi e a roveti, ingigantiti in quella solitudine
raramente turbata dai rumori mondani.
La rocca della Verruca era fin dal X secolo di dominio imperiale e fu
concessa nel 996 alla Badia di Sesto nel Lucchese; ma nel XIII secolo la
Repubblica Pisana, riconosciuta l'utilità di creare su quel picco una
specie di vedetta che, dominando le valli e i monti d'intorno, potesse
vegliare alla guardia dello stato e tener d'occhio i movimenti delle
vicine repubbliche, eresse colà un gagliardo fortilizio. Nelle aspre
guerre coi Fiorentini, questi spinsero nel 1431 le loro milizie fin su
quella vetta, affinchè smantellassero quelle fortificazioni, che essi
più tardi, nel 1503, per l'identico scopo ricostruirono e resero più
potenti.
Oggi, come abbiamo detto, sulla cima quasi inaccessibile della Verruca
non son che laceri avanzi: quelli della fortezza e, vicino ad essi, i
resti dell'antichissima ed ampia Badia di S. Michele che, per pochi
secoli dopo il mille, fu asilo romito di rari monaci Benedettini.
[Illustrazione: VICO PISANO--MURA E ROCCA.]
Se aspra e selvaggia è la parte superiore di questo sprone del Monte
Pisano, sono in compenso floridissime e ridenti le pendici che da
oriente e da ponente scendono con dolce declivio verso i piani
adiacenti. Alle quercie, ai lecci, alle piante che vegetano spontanee
nei boschi, sottentrano vere selve abbondanti di ulivi che costituiscono
la ricchezza di questa parte del territorio pisano. Celebri sono infatti
i prodotti che in gran copia escono dagli uliveti di Buti, di Vico
Pisano e di Calci, i capoluoghi dei tre comuni che attorniano il monte
della Verruca.
[Illustrazione: VICO PISANO--ANTICHE FORTIFICAZIONI.]
VICO PISANO, al quale si giunge rapidamente da Pontedera, dopo aver
traversato il lungo borgo di Calcinaja, è uno dei luoghi più
interessanti della regione toscana, non tanto per la giacitura sua
felicissima, quanto per i grandiosi avanzi delle sue fortificazioni,
degne di essere additate come uno degli esempi più completi e più
perfetti dell'architettura militare del XIV e XV secolo. Del XIV secolo
era la vecchia rocca pisana sulla punta superiore del colle, ma poi nel
secolo seguente fu, insieme al castello, munita di nuove mura e di una
quantità di torri e di bastioni collegati fra loro per mezzo di un
comodo ballatojo. Le fortificazioni di Vico Pisano sono un documento
parlante, un monumento della competenza profonda che in simil genere di
costruzioni possedeva uno de' più grandi artisti del rinascimento,
Filippo di Brunellesco, al quale la Repubblica Fiorentina affidò
l'incarico di assicurarle, con ogni mezzo che fosse a sua conoscenza, il
possesso del castello conquistato. Oltre alle {122} {124} mura, alla
rocca, alle torri, alle porte, Vico Pisano possiede un palazzetto
pretorio che ricorda la struttura originaria del XIV secolo ed un'ampia
e bella Pieve di carattere simile a quello di molte importanti chiese
del territorio pisano, sorte nel XI e XII secolo.
[Illustrazione: ULIVETO--VEDUTA GENERALE.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: ULIVETO--VEDUTO DALLA PARTE DELL'ARNO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: CAPRONA--CHIESA DI S. GIULIA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Il colle sul quale sorge il castello di Vico, s'inalza dall'ampia
pianura che, fino alla metà del secolo scorso, era occupata in gran
parte dal lago di Bientina, un lago che avendo carattere palustre,
rendeva malsana un'ampia plaga di campagna adiacente. Mercè le opere
grandiose eseguite dal governo toscano, oggi il lago si è ridotto ad un
modesto ed innocuo deposito di acque, che un ampio canale trasporta
direttamente al mare, passando di sotto all'alveo dell'Arno, ed i
terreni palustri fecondano le messi rigogliose ed i prosperi vigneti.
[Illustrazione: CALCI--VEDUTA DEL TORRENTE ZAMBRA COL
PONTE VECCHIO. (Fot. Alinari).]
La base meridionale del poggio della Verruca si spinge quasi a picco
fino al fiume, lasciando appena adito alla strada che ne collega i paesi
situati sulla riva destra. A piè delle balze, formate di gigantesche
rupi, dalle quali si cava quella qualità di pietra arenaria chiamata
_verrucano_, è il villaggio d'Uliveto, al quale han dato modernamente
importanza le terme cui convengono annualmente numerosi bagnanti a
fruire dei benefizi di abbondanti acque minerali e termali che sgorgano
dalle viscere del monte.
[Illustrazione: CALCI--CHIESA DI S. GIOVANNI.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]