[Illustrazione: PROSPETTO DELLA CERTOSA DI CALCI.

(Fot. Alinari).]

[Illustrazione: CHIOSTRO GRANDE DELLA CERTOSA DI CALCI.

(Fot. Alinari).]

[Illustrazione: CASCINA--PANORAMA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

_Caprona_, un antico castello appartenuto un giorno a certi conti

d'origine longobarda, dove i Pisani eressero più tardi un gagliardo

fortilizio, successivamente distrutto dai Fiorentini, possiede i resti

di una antica e interessante pieve di carattere lombardo, S. Giulia. In

origine la pieve era a tre navate: forse rovinò, talchè nel XIII secolo,

utilizzando i materiali della primitiva e conservando alcune parti di

essa, si ricostruì la chiesa attuale che presenta non poco interesse.

Da Caprona comincia la Valle di Calci, in antico chiamata Valle Buja,

più tardi, in omaggio alle sue naturali bellezze, ribattezzata col nome

di _Valle Graziosa_. E più che graziosa, è veramente stupenda questa

valle, che dalle pendici del Monte Pisano scende e si apre di prospetto

a Pisa ed al mare, presentando il gajo spettacolo dei suoi inargentati

oliveti, in mezzo ai quali spiccano ville eleganti e innumerevoli

abitazioni.

Il torrente Zambra scorre nel centro della valle e colle sue acque

alimenta numerosi mulini che costituirono un giorno la più fiorente

industria di questi luoghi.

CALCI, il centro più importante della valle, il capoluogo del comune, è

un ridente villaggio che circonda una grandiosa e severa pieve di

origine anteriore al 1000, riordinata nel XII secolo. La costruzione a

tre navate ha il solito tipo comune alle chiese pisane di quel tempo; ma

più della fabbrica della chiesa, suscita il massimo interesse il

grandioso fonte battesimale marmoreo, nelle cui facce sono scolpite in

altorilievo figure e parti architettoniche e decorative da un artefice

del XIII secolo.

Calci fu da tempo remoto sotto la dipendenza degli Arcivescovi di Pisa

che ebbero il loro palagio nel superiore villaggio di Castelmaggiore e

più e più volte ebbe a soffrire saccheggi e distruzioni per opera delle

fazioni che dividevano le famiglie pisane e soprattutto delle milizie

straniere che di tanto in tanto venivano a desolare le nostre terre.

Nella Valle di Calci esistono diversi importanti edifizi religiosi.

Sotto il picco della Verruca è S. Agostino di _Nicosia_, un giorno

convento dei Canonici Lateranensi, oggi dei Francescani, che conserva

nella sua chiesa parte della struttura del XIV secolo.

[Illustrazione: CASCINA--INTERNO DELLA PIEVE DI S. MARIA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Più importante però è la CERTOSA DI CALCI, comunemente chiamata la

Certosa di Pisa. L'origine di essa data dal 1366, anno in cui, col

lascito di un ricco negoziante d'origine armena e con molte altre

offerte di cospicue famiglie, fra le quali i Gambacorti, si pose mano

alla costruzione della parte primitiva dell'edifizio. Poco dopo, colle

cospicue rendite venute in possesso de' monaci e colle offerte continue

dei devoti, si aggiunse il vastissimo chiostro, che, attorniato da

numerose casette destinate a dimora dei monaci romiti, costituisce la

parte principale, più artisticamente pregevole e più caratteristica del

vecchio monastero. Ma se si toglie questa parte che appare più leggiadra

e più singolare per l'effetto che producono i bianchi marmi dei lunghi

colonnati che si staccano dal fondo degli uliveti circostanti, il resto

si allontana totalmente dal carattere severo proprio delle antiche

Certose. Le aggiunte e le trasformazioni fatte all'edifizio nel XVII e

nel XVIII secolo, se valsero a renderlo quasi pari in grandezza alla

Certosa di Pavia, gli tolsero ogni traccia di quell'aspetto umile e

devoto che conviene all'indole di questi edifizi.

[Illustrazione: CASCINA--CHIESA DELLA MADONNA DELL'ACQUA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Il suo prospetto grandissimo, esuberante di decorazioni marmoree di un

gusto esageratamente barocco, l'ampio scalone a più rampe che dà accesso

alla chiesa, le sale interne sfarzosamente decorate, gli ampi corridoi,

le scale comodissime, le logge e le terrazze ampie, più che l'aspetto di

un edifizio monastico presentano quello di un palazzo signorile, per non

dire di una reggia. Fu l'architetto milanese Carlo Zola che ridusse in

tal guisa la vecchia Certosa, mentre artisti chiamati dai monaci da ogni

parte d'Italia profondevano a dovizia gli ornamenti e le decorazioni

nella chiesa e nel monastero. Dell'arte pura e corretta de' tempi più

felici, ben poche tracce sussistono, fra le quali è da annoverarsi il

coro dei conversi, adorno di leggiadre tarsie, distrutto parzialmente da

un incendio sviluppatosi pochi anni indietro.

[Illustrazione: PIEVE DI S. CASSIANO A SETTIMO.

(Fot. Alinari).]

La chiesa conserva nella volta la sua struttura organica; ma le pareti

ha tutte ricoperte di affreschi macchinosi e di uno stile che colla

semplicità primitiva forma il contrasto più stridente. Dipinti di

notevole pregio sono quelli di Baldassarre Franceschini di Volterra, di

Francesco Vanni, di Bernardino Poccetti, di Onorio Marinari, di Agostino

Veracini. La maggior parte delle decorazioni murali devesi a Stefano

Cassiani discepolo del Poccetti, ad Antonio Rossi e Francesco Caroli

bolognesi e ad altri artefici che i Certosini chiamarono da Milano.

[Illustrazione: CHIESA DI S. CASSIANO A SETTIMO--ARCHITRAVE

DELLA PORTA PRINCIPALE. (Fot. Alinari).]

In complesso dunque, se ne togli il bellissimo chiostro che rispecchia

tutta l'eleganza dello stile toscano del XV secolo, ogni altra parte

dell'immenso edifizio non presenta che l'accozzo di manifestazioni

dell'arte decadente, di un'arte suntuosa, ma priva dell'alito del genio.

Restano a celebrare la fama della Certosa la sua grandiosità e

gl'incanti della sua splendida giacitura, in questa valle deliziosa, di

prospetto al mare, in mezzo alle onde del quale, nelle serene giornate,

spunta la massa azzurrognola dell'isola di Gorgona che Papa Gregorio XI

concesse nel 1374, insieme al romito monastero, che ne occupava la

sommità, ai Certosini di Pisa.

[Illustrazione: CHIESA DI S. CASSIANO A SETTIMO--ARCHITRAVE

DI UNA PORTA LATERALE. (Fot. Alinari).]

Ripassando l'Arno e proseguendo oltre Pontedera il cammino verso Pisa,

dobbiamo soffermarci a CASCINA, popoloso paese, già forte castello che

sorge nel centro di uno dei comuni più densi di popolazione. Cascina

presenta da lungi l'aspetto di una corona civica, perchè conserva in

gran parte la cerchia delle sue mura di mattone, dalle quali s'inalzano

a intervalli regolari le torri di difesa. In origine era un borgo

aperto, esposto di continuo ai danni delle guerre e delle scorrerie. I

Lucchesi lo danneggiarono nel 1295, le milizie della Lega Guelfa lo

posero a sacco nel 1328; due volte nel 1341 e nel 1362 lo presero i

Fiorentini, i quali, il 28 luglio 1364, riportarono in questo luogo sui

Pisani una celebre vittoria che valse a far aggiungere fra i Santi

protettori di Firenze S. Vittorio ed a far celebrare annualmente in

cotesto giorno feste e palii. I Pisani si decisero allora a fortificare

convenientemente il borgo di Cascina e nel 1385 lo circondarono di mura.

Ciò non valse però ad assicurare il loro dominio su questo luogo, perchè

nel 1499 i Fiorentini l'assalirono, lo presero e lo incorporarono nel

loro territorio.

Degli edifizi di Cascina il più importante è la Pieve di S. Maria, la

quale, a differenza delle altre pievi, anzichè fuori delle mura, si

trova nell'interno del castello. È a tre navate divise da colonne di

cipollino e di granito con variati capitelli ed esternamente è tutta

rivestita di marmi bianchi e neri, foggiati secondo i caratteri comuni a

tutte le chiese del territorio pisano, sorte intorno al 1000.

Nessun'opera di notevole importanza si conserva in questa chiesa. A

Cascina ebbero una chiesa ed un ospizio dedicato a S. Giovanni i

Cavalieri Gerosolimitani: ma, soppresso quell'ordine, l'edifizio fu

venduto a privati che ridussero la chiesa a magazzino. È deplorevole che

da anni ed anni nessuno sia riuscito a riparare a questa

ingiustificabile noncuranza e che si lascino rapidamente deperire i

pregevolissimi affreschi che Martino di Bartolommeo da Siena vi dipinse

nel 1396.

[Illustrazione: ESTERNO DELLA BADIA DI S. SAVINO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Attorno a Cascina, lungo le vie che solcano in ogni senso il piano

popolatissimo, sorgono numerose chiese di antichissima origine e che

conservano non poche tracce del loro aspetto primitivo, come

Marcianella, S. Lorenzo alle Corti, S. Jacopo e Maria a Zambra, S.

Giorgio ecc. Appena fuori di Cascina è la chiesa della Madonna

dell'Acqua, elegante tempio a forma di croce greca, che fu ricostruito

nel XVIII secolo col disegno del celebre architetto P. Ximenes.

[Illustrazione: INTERNO DELLA BADIA DI S. SAVINO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Ma, nel comune di Cascina meritano più che altro la nostra attenzione la

chiesa della Madonna del Piano, ora S. Benedetto a Settimo, e la Pieve

di S. Ippolito e Cassiano a Settimo. La prima, completamente ricostruita

in epoca moderna, è interessante solo per le opere d'arte che vi si

conservano, fra le quali va ricordato anzitutto un paliotto di marmo

mischio, sul quale sono stati fissati bassorilievi, statuette, ornati

che in origine dovevano far parte di un dossale d'altare, stupenda opera

di scuola pisana de' primi del XIV secolo; va pure ricordata una tavola

rappresentante S. Filippo Benizi, che i frati Serviti, ai quali fin da

tempo remoto apparteneva la chiesa, avrebbero commesso ad Andrea del

Sarto. Più importante dal lato architettonico è l'altra chiesa di S.

Cassiano, che conserva intatto il carattere solenne e al tempo stesso

elegante e suntuoso delle vecchie pievi pisane, che avevano la forma

comune alle basiliche latine. Internamente è a tre navi, divise da archi

che si svolgono sopra a colonne ed a pilastri, mentre nella parte

esterna è tutta rivestita di marmi disposti con singolare armonia, ed ha

le porte decorate di architravi nei quali maestro Biduino da Pisa scolpì

con ingenua semplicità la risurrezione di Lazzaro, l'ingresso di Gesù in

Gerusalemme ed una caccia di draghi. Nella chiesa, unica opera

meritevole di speciale ricordo, è un bassorilievo della maniera di

Andrea Della Robbia rappresentante S. Giovanni che battezza Gesù Cristo.

[Illustrazione: S. MICHELE DEGLI SCALZI PRESSO PISA--FACCIATA

E CAMPANILE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Un altro insigne monumento sorge poco lungi di qui in mezzo alla

pianura; è la celebre Badia di San Savino che s'inalza imponente sopra

ad un'altura artificiale. Nel 780 si ha ricordo che essa venne fondata

da tre nobili fratelli pisani; ma, danneggiata dalle inondazioni

dell'Arno, fu rifatta in luogo più adattato e convenientemente sollevata

dal livello della pianura nel XII secolo. Prima dei Benedettini, poi dei

Camaldolesi nel 1175, fu ricchissima di beni di suolo, di opifici, di

mulini e questa sua ricchezza le fece subire la sorte comune alla

maggior parte delle opulenti abbazie: quella di esser ridotta a commenda

e destinata a saziare l'avidità di cardinali e di prelati benaffetti che

in ogni modo ne sfruttarono le rendite. Papa Eugenio IV nel 1439 la

restituì ai monaci; ma nel 1563 venne soppressa dal Granduca che ne

concesse il pingue patrimonio all'Ordine militare di S. Stefano. Vista

da lungi, la badia ha l'aspetto di un fortilizio, chiuso da un

rettangolo di mura che racchiudono un terrapieno sul quale sorge la ben

proporzionata chiesa di stile lombardo del XIII secolo. Dall'abside,

s'inalza maestoso il campanile a forma di grandiosa e massiccia torre,

traforata da ogni lato da numerose finestre. Senza cessare di servire ad

uso monastico, la Badia di S. Savino venne adattata anche ad uso

militare, perchè, data la sua posizione, poteva dominare facilmente i

piani e le vie adiacenti e, prima i Pisani nel XIV secolo, poi i

Fiorentini in epoca successiva, vi aggiunsero importanti opere di

difesa.

[Illustrazione: S. MICHELE DEGLI SCALZI--PARTICOLARE DELLA PORTA.]

Siamo giunti così al Piano di Pisa, una delle località della Toscana più

dense di popolazione, più fitte di abitazioni che si aggruppano in

borghi, in villaggi, in casali, l'uno coll'altro collegati in guisa da

costituire quasi un insieme colla città. Qui però ai ricordi e ai

documenti della storia e dell'arte passata si sostituisce interamente lo

spettacolo di una modernità piena di vita e di movimento. Campagne che,

coltivate con grande amore, forniscono in grande abbondanza i più

deliziosi prodotti della terra; opifici, dove migliaja di operai sono

impiegati a tessere manifatture, tele, a trar la seta e ad esercitare

industrie molteplici e fiorentissime.

Tutto questo movimento rumoroso, gajo, attraente, fa capo alla città di

Pisa, dalla quale si partono, come tanti raggi che si prolungano poi

nell'ampia distesa della pianura, borgate interminabili.

Attorno alla città, che ebbe un giorno tanta potenza sulla terra e sul

mare, che fu centro splendidissimo dell'arte, tornano a rivedersi le

belle chiese nelle quali domina sempre costante, diremo anzi sempre

uniforme, quel carattere che di qui si espanse poi a Lucca, a Pistoja ed

in altre parti della Toscana, ed in specie poi in quelle dove il

sentimento ghibellino, prevalente nella politica, sembrava associarsi

anche, alle manifestazioni dell'arte.

[Illustrazione: S. MICHELE DEGLI SCALZI--BUSTO DEL REDENTORE.]

Bisognerebbe ricordar molte delle chiese di remota origine che attorno a

Pisa conservano tuttora in tutto o in parte l'originalità della loro

forma e delle loro decorazioni; ma l'argomento e la frequenza degli

esempi ci porterebbero tropp'oltre i nostri confini. Da questa ghirlanda

artistica, che forma degno complemento alla monumentale imponenza della

città, non cogliamo che pochi fiori, limitandoci ad additare come tipi

interessanti e caratteristici e di epoche differenti dell'architettura

pisana: la chiesa di S. Michele degli Scalzi, di un insieme armonioso,

singolare specialmente per le belle sculture bizantineggianti del 1204

che ne adornano la porta, la chiesa di S. Jacopo a Orticaja, severa

costruzione in pietra del XIII secolo, e quella di S. Croce in

Fossabanda, nella quale si uniscono tracce dell'architettura del XIV e

XVI secolo ed opere d'arte di notevole pregio, fra le quali emerge la

bella tavola del portoghese Alvaro Pirez d'Evora.

Al di là de' lunghi sobborghi, Pisa spicca sul puro orizzonte del vicino

mare con tutta la pompa della sua artistica bellezza, irta di cupole, di

campanili, di torri, di palazzi maestosi che parlano tuttora della

magnificenza e degli splendori di un passato glorioso.

[Illustrazione: CHIESA DI S. CROCE A FOSSABANDA--TAVOLA DI

ALVARO D'EVORA.]

Traversata la città, l'Arno distende il suo letto in mezzo alla pianura

che insensibilmente discende fino al mare e le sue acque lentamente

lentamente lambiscono le ripe erbose della tenuta reale di S. Rossore e

l'argine sul quale passa la strada che conduce alla Marina di Pisa. Alla

sua sinistra lascia il popoloso borgo e la vecchia chiesa trasformata di

S. Giovanni al Gatano, un giorno detta dei Gaetani dal nome della

cospicua famiglia, che ne fu patrona, mentre dal lato destro passa

dinanzi al villaggio di Barbaricina, al quale han dato modernamente una

celebrità universale le diverse e riputate scuderie di cavalli da corsa

che vi sono state impiantate, e poi alle Cascine Vecchie ed alla parte

meridionale di tutta l'ampia tenuta reale conosciuta sotto il nome di

San Rossore.

[Illustrazione: REALE TENUTA DI S. ROSSORE--GRUPPO DI PINI.

(Fot. Alinari).]

Questo nome è di antichissima origine e derivò dal titolo di un vetusto

monastero di Benedettini fondato nel 1084 e dedicato a San Rossore o San

Lussorio come si diceva allora.

Da Pisa al mare la distanza è di oltre nove chilometri, mentre ne' tempi

più remoti risulta dalla testimonianza degli storici che essa era appena

di due miglia e mezzo; così il breve tratto del fiume, più ristretto,

più profondo, era, più di quel che sia oggi, propizio alla navigazione,

tanto che le galere della Repubblica e più tardi {143} quelle

dell'Ordine di S. Stefano, potevano venir comodamente fin nell'interno

della città, dov'era un ampio e ben munito arsenale.

[Illustrazione: REALE TENUTA DI S. ROSSORE--VIALE DI PINI.

(Fot. Alinari).]

I detriti dei due grandi fiumi, l'Arno ed il Serchio, che hanno le foci

a breve distanza fra loro, la mobilità del fondo arenoso del mare, sono

le cause del progressivo e continuo accrescersi della spiaggia, la quale

d'anno in anno allontana sempre più il mare dalla città che fu un giorno

una delle più grandi potenze marittime d'Italia.

[Illustrazione: UNA VEDUTA DI MARINA DI PISA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Per farsi un'idea di questo notevolissimo guadagno fatto dalla terra sul

mare, basterà ricordare la tradizione secondo la quale San Pietro,

venendo d'Antiochia, approdò colla sua nave nel luogo dove, a ricordo

dell'avvenimento, venne inalzata la stupenda basilica di S. Piero a

Grado; e rammentare ancora come il monastero benedettino di San Rossore

ed altro convento intitolato di S. Croce a Foce d'Arno fossero sulla

riva del mare; mentre oggi tutte queste località sono distanti appena

quattro chilometri da Pisa. Il mare formava allora attorno alla bocca

dell'Arno una vasta e profonda insenatura, ad una estremità della quale

era il Porto Pisano, così celebre nei vecchi ricordi della storia del

medioevo.

Oggetto di lunghe e controverse discussioni è stata la designazione

esatta della località dove Porto Pisano era posto; ma ogni dubbiezza è

venuta a mancare, allorquando dal carattere delle costruzioni, dalla

loro disposizione e dai tradizionali ricordi si è potuto dimostrare come

la torre del Marzocco ed i resti d'altre torri che sorgono appena fuori

di Livorno dal lato di tramontana, altro non fossero che le gagliarde

fortificazioni inalzate a difesa del porto che era sicuro asilo delle

galere della potente Repubblica, che di là mossero più volte a

combattere quelle della rivale Genova. Del carattere di queste

fortificazioni servono a dare un'idea abbastanza chiara le riproduzioni

che possiamo offrire di Porto Pisano, tratte dagli affreschi del

Camposanto di Pisa e da un antico marmo che si conserva nel Museo di

Genova.

La pianura fra Pisa ed il mare è oggi occupata da un lato da campi

ubertosi, dall'altro dalle boscaglie, dalle praterie e dai lunghi e

pittoreschi viali di San Rossore, un delizioso luogo di caccia, dove la

selvaggina indisturbata popola e rallegra le fitte selve e le tranquille

rive dei laghetti e dei canali. La tenuta di San Rossore, che fu in

origine una delle tante bandite della casa granducale toscana, acquistò

fama ed importanza nel periodo in cui Firenze fu capitale d'Italia.

Vittorio Emanuele la tenne come suo ordinario e gradito soggiorno e,

lontano dagli splendori della reggia, cercò fra que' boschi annosi e le

praterie infinite le quiete gioje della vita borghese. Spogliato d'ogni

pompa e d'ogni apparenza regale, egli trovava in mezzo alle bellezze

campestri di San Rossore le soddisfazioni più semplici e più gaje, lieto

di vivere della vita stessa de' quieti e modesti abitatori di quei

luoghi. Fu allora che vennero eretti in varie parti della tenuta edifizi

dalle forme gaje ed eleganti, leggiadri riposi di caccia e quel

vaghissimo casino del Gombo, allietato dalla solenne maestà del mar

Tirreno e dalla gioconda bellezza dell'ampio parco.

San Rossore offre infatti le attrattive più gentili, più originali, più

caratteristiche, giacchè la rigogliosa vegetazione delle piante

tropicali, la presenza di mandre di dromedari e di cammelli gli dan la

parvenza di una fertile plaga della costa africana.

Lungo la spiaggia, una fitta e ampia pineta che si distende sulle due

rive dell'Arno e si collega da un lato con quella di Viareggio e

dall'altro si spinge verso Livorno, offre l'asilo più gradito nelle

calde giornate estive e sparge in mezzo all'aere purissimo gli acri e

salutari profumi delle resine.

Alla foce del fiume, le due rive opposte presentano un singolare

contrasto che parrebbe il riassunto, la sintesi delle bellezze naturali

infinite dei luoghi che l'Arno attraversa nel suo lungo percorso.

Da un lato i boschi folti e quasi impraticabili, le praterie popolate di

greggi, i viali interminabili, silenziosi e deserti, i casini campestri

circondati dalla lussureggiante vegetazione, dai fiori rigogliosi e da

una quiete alta e profonda che simboleggia la natura nella sua calma più

completa.

[Illustrazione: MARINA DI PISA--FOCE DELL'ARNO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Dall'altra sponda, è rappresentata in tutta la sua gajezza, in tutto il

suo splendore l'eleganza e la giocondità della vita moderna. Dove non

erano che uno squallido e melanconico fortino per la guardia della costa

e poche casupole di boscajoli, abbandonate in mezzo alla fitta pineta e

sulle arene continuamente percosse dal mare, è ora una delle più belle,

delle più ridenti, delle più sfarzose stazioni balneari. La costa renosa

formicola di stabilimenti balneari, di padiglioni, di baracche che

accolgono nuvoli di bagnanti, che offrono un allegro e piacevole asilo

ad una colonia {146} numerosa: viali lunghissimi, ai quali fanno capo

una quantità di strade, passano in mezzo a palazzi sfarzosi, a leggiadre

palazzine, a pettegoli villini..... Marina di Pisa è oggi un paese,

quasi una cittadina, gaja ed animata, che in pochi anni ha

prodigiosamente prosperato in quel lembo del litorale toscano e che

simboleggia il lusso, l'allegria, il benessere e l'animazione.

Fra la quiete solenne di San Rossore e la festiva giocondità di Marina,

l'Arno passa muto e silenzioso; striscia come un serpe fra le alte erbe

e fra i cespugli delle sue rive, si allarga formando isolotti e canali

che servono d'asilo alla selvaggina ed ai pesci insidiati dall'umana

voracità, si dibatte contro le onde incalzanti del mare, tanto che si

direbbe un gigante moribondo che oppone gli ultimi suoi sforzi al fato

inesorabile che lo condanna.

Ma l'Arno è ormai scomparso: il Tirreno l'ha travolto ed inghiottito nei

suoi vortici misteriosi.

[Illustrazione: GENOVA--RACCOLTA DEL PALAZZO BIANCO.

SCOLTURA DEL 1290 RAPPRESENTANTE IL PORTO PISANO.]

Il Valdarno da Firenze al mare · 第 6 / 6 段