ROBBIA: DOSSALE D'ALTARE. (Fot. Alinari).]
Seguendo per un piccolo tratto il corso del fiume Elsa, che dai monti
senesi reca all'Arno l'abbondante tributo delle sue acque limpidissime,
troviamo la chiesa di _Pianezzole_ o del _Terrafino_, la quale possiede
un pergamo che riproduce esattamente nelle sue forme architettoniche e
decorative quello che Benedetto da Majano fece in S. Croce di Firenze
per i Mellini, salvo che vi mancano i bassorilievi negli specchi.
Ascendiamo il declivio di un poggetto che sporge fra le valli dell'Elsa
e dell'Arno, e ci troveremo a Monterappoli, modesto ma pittoresco
villaggio che fu un giorno capoluogo di un comune assorbito più tardi
dal maggior comune di Empoli. A Monterappoli sono due chiese: S. Lorenzo
e la Pieve di S. Giovanni Evangelista. La prima non ha d'importante che
un affresco botticellesco rappresentante S. Sebastiano; la seconda
invece conserva all'esterno le forme eleganti e le originali e
caratteristiche decorazioni di una chiesa di carattere lombardo.
Facciata, fianchi, abside sono a cortina di mattone con leggiadre
ornamentazioni e nell'architrave della porta sussiste un'iscrizione che
ricorda il nome dell'artefice che ideò e costruì il pregevole edifizio,
un Bonserio lombardo, il quale dev'essere stato uno dei tanti maestri
comacini chiamati ad esercitare l'arte loro in Toscana.
[Illustrazione: S. MINIATO--DALLA CHIESA DI S. PIETRO ALLE FONTI.
(Fot. Alinari).]
Presso Monterappoli, sul cocuzzolo di una bassa collina, un vecchio e
caratteristico castello prospetta la sua fronte merlata verso la valle
dell'Arno. È il castello del _Cotone_ posseduto in antico dalla potente
famiglia fiorentina degli Spini, poi dagli Scarlatti, celebrato dal Redi
nel suo _Ditirambo_ per la squisitezza dei vini prodotti da que'
prosperosi _grappoli_ dai quali il vicino Monterappoli trasse il nome e
lo stemma.
SAN MINIATO.
All'estremità occidentale del piano empolese, sopra il vertice ondulato
di un poggio che a guisa di sprone si protende verso la valle dell'Arno,
distende la lunga linea dei suoi edifizi la città di San Miniato,
alternativamente chiamata _al Tedesco_ e _al Fiorentino_, capoluogo di
un vasto circondario della provincia di Firenze. La lunga e irregolare
distesa delle sue case biancheggianti, interrotta di tanto in tanto
dalla massa grandiosa di chiese e di palagi, coronata di torri e di
campanili, segue le sinuosità del monte ed a chi la guarda da lontano dà
l'idea che San Miniato sia una ampia e popolosa città. Invece, San
Miniato, se possiede una storia e tradizioni gloriose da fare invidia a
centri molto più importanti, non può considerarsi che come un
lunghissimo borgo che di tanto in tanto si allarga per costituire delle
piazze e che si dirama in piccole e brevi strade minori.
[Illustrazione: S. MINIATO--CATTEDRALE. (Fot. Alinari).]
San Miniato non ha che 3500 abitanti o giù di lì, ma, in compenso, offre
l'aspetto e l'importanza di una piccola capitale, di un centro di
movimento e di affari tutt'altro che insignificante, essendo sede di
numerosi uffici pubblici. Ma queste sue qualità, diremo così, officiali,
sono di gran lunga superate dalle attrattive che San Miniato offre per
la sua meravigliosa situazione, per la vaghezza dei giardini che
l'allietano, per la ricchezza infinita di edifizi e di opere d'arte che
la rendono una delle più simpatiche e delle più leggiadre fra le città
secondarie della Toscana.
[Illustrazione: S. MINIATO--CATTEDRALE--FRAMMENTO DELL'ANTICO
PULPITO. (Fot. Alinari).]
L'origine sua si perde nel mistero de' tempi lontani, e le vicende della
sua storia molteplici e fortunose mal si riassumerebbero in questa
modesta illustrazione. Forse fu qui un villaggio o _vico_ romano al
quale si sostituì nel basso medioevo un castello posseduto da nobili
Longobardi. Certo è che fin dal secolo IX, dopo una non breve permanenza
fattavi da Ottone I Imperatore, San Miniato, che dal titolare
d'un'antica chiesetta ebbe nome, divenne la residenza d'un
rappresentante o Vicario degl'Imperatori di Germania che in Toscana ne
tutelava l'autorità e gl'interessi. Gli abitanti però male si
assoggettarono al dominio della signoria straniera e per due volte, nel
XII e nel XIII secolo, devastarono e abbandonarono la loro terra,
andando a popolare due sottostanti borghi della pianura: Vico Wallauri
che si chiamò poi San Genesio e Santa Gonda. Ma irrequieti, desiderosi
di libertà e d'indipendenza, si rivolsero anche contro chi li aveva
ospitati, e, distrutto San Genesio, annientato il borgo di Santa Gonda,
tornarono al loro dolce colle, contendendo i diritti degl'Imperatori e
de' loro Vicarî.
Riuscirono così ad acquistarsi una certa autonomia, perchè
gl'Imperatori, pur di non perdere quella specie di vedetta che nel cuore
della Toscana rappresentava tuttora quell'autorità feudale che sfuggiva
loro dalle mani, cercarono di cattivarsi l'animo dei Sanminiatesi e
permisero loro di costituirsi in libero comune, il quale, proprio sotto
gli occhi del Vicario Imperiale, giunse fino a far parte della lega
guelfa.
Federigo Barbarossa e poi Federico II dimorarono lungamente nella loro
rocca, esercitarono di lassù l'autorità loro, tentarono di raccogliere e
di animare le forze del partito ghibellino; ma la marea guelfa incalzava
senza tregua e nello stesso castello di San Miniato s'accendevano di
continuo le contese più violente fra i partigiani delle due opposte
fazioni. Il potere imperiale scomparve travolto dall'irruenza di parte
guelfa ed i Fiorentini, profittando delle discordie intestine che
agitavano senza tregua l'ultimo propugnacolo dell'autorità
degl'Imperatori, strinsero d'assedio il castello, lo espugnarono e nel
1369 lo aggregarono senz'altro al territorio della loro potente
Repubblica.
[Illustrazione: S. MINIATO--CHIESA DI S. DOMENICO--TAVOLE DI
ROSSELLO DI JACOPO FRANCHI E AFFRESCO DEL XV SECOLO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Il castello di S. Miniato ebbe in origine modesta estensione e le sue
solide mura racchiudevano appena il cocuzzolo del poggio sul quale
sorgeva la rocca imperiale. Di questa rocca, che fu gettata al suolo ed
abbandonata, altro non resta oggi che l'alta e smantellata torre, che,
simbolo di una potenza e di una grandezza tramontate, domina una gran
parte del Valdarno e le vicine valli dell'Elsa e dell'Evola. Su quel
prato deserto e silenzioso dove crescono e prosperano i fiori, a formare
uno strano contrasto collo squallore di quel cupo rudere, fu la
residenza degli orgogliosi Imperatori tedeschi, fu la dimora dei loro
Vicarî e fra quelle mura, oggi rase al suolo, si svolsero truci e
misteriosi drammi. Di uno, specialmente, è giunto fino a noi il ricordo,
tramandato dagli storici: la fine infelicissima di Pier della Vigna, il
celebre ministro di Federigo II, che caduto in disgrazia del suo
signore, fu qui tratto in catene nel marzo del 1249 e barbaramente
acciecato, sicchè in un impeto di disperazione si uccise fracassandosi
il cranio contro le pareti del carcere.
[Illustrazione: S. MINIATO--CHIESA DI S. DOMENICO--AFFRESCO E
TAVOLA DEL XV SECOLO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Accanto alla torre eccelsa, dall'alto della quale lo sguardo può errar
liberamente attraverso a mezza Toscana, sono stati incisi a ricordo del
caso pietoso i versi di Dante:
«Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cuor di Federigo e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi
che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi».
[Illustrazione: S. MINIATO--CHIESA DI S. DOMENICO.
MONUMENTO A GIOVANNI CHELLINI. (Fot. Alinari).]
Poco al disotto della rovina della Rocca, è la Cattedrale dedicata a S.
Maria e a S. Genesio per rievocare il ricordo della chiesa di Vico
Wallauri e quasi ad espiazione dell'ingratitudine che i Sanminiatesi
addimostrarono per quel borgo ospitale. La facciata della chiesa, a
cortina di mattoni, serba le tracce delle trasformazioni e degli
ampliamenti succedutisi dal XII al XVII secolo. Degli ornamenti di
terracotta stampata, delle scodelle di majolica infisse nella cortina
sono i resti della primitiva facciata. Nell'interno la chiesa è stata
modernamente rifatta. Delle opere d'arte il corredo è piuttosto scarso.
Più interessanti d'ogni altra cosa sono tre parti degli specchi del
vecchio pergamo, scolpiti di bassorilievo colla rappresentazione
dell'Annunciazione ed uno stemma; interessanti per antichità loro e
perchè sono illustrati da iscrizioni che ne riassumono la storia. Le
sculture sono di Giroldo di Jacopo da Como, scultore lombardo che lavorò
al Duomo di Milano, alla Certosa di Pavia, al Duomo di Lucca, a Massa
Marittima, alla Badia di Montepiano ed in altre località della Toscana;
furono eseguite nel 1274 a tempo del Podestà Ugo de' Cancellieri da
Pistoja. Una tavola dipinta nel 1463 da Neri di Bicci, il fonte
battesimale di marmo che potrebbe attribuirsi a Pagno Portigiani
discepolo di Donatello, che si sa aver lavorato a San Miniato, ed una
piletta del XV secolo, completano il patrimonio artistico del Duomo. Il
campanile di mattoni era una delle salde e gagliarde torri del vecchio
castello, del quale facevano parte i palazzi vicini, oggi del Vescovado
e della Sottoprefettura.
Più importante della Cattedrale è la chiesa di S. Francesco che maestosa
s'inalza dalle balze del monte, sostenuta da sproni e da arcate di
proporzioni gigantesche. Cominciata a costruire nel 1343 sul luogo di un
antico oratorio, la chiesa di S. Francesco restò compiuta nel 1480 e
della costruzione sua originaria serba tuttora in gran parte i
caratteri. Non così sono giunti fino a noi i molti oggetti d'arte e le
decorazioni che, a similitudine di tutte le altre chiese francescane,
dovevano adornarla. Unico resto delle sue dovizie artistiche sono de'
frammenti di un bellissimo affresco gaddiano (che decorava un giorno la
sala del Capitolo), oggi quasi nascosti in uno stambugio al disotto del
campanile.
[Illustrazione: S. MINIATO--CHIESA DI S. DOMENICO--TAVOLA
DEL XV SECOLO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Ma quello fra gli edifizi religiosi di San Miniato che presenta grande
importanza artistica, non tanto per i pregi architettonici, quanto per
la ricchezza infinita delle opere d'arte che vi sono raccolte, è la
chiesa dei Domenicani intitolata ai Ss. Jacopo e Lucia. Pur essa, alla
pari di quella di S. Francesco, sorge dalla balza del monte, sostenuta
da immensi piloni. In origine era a tre navate, oggi è ad una sola ed
ampia nave con cinque cappelle di carattere ogivale. Essa fu cominciata
a costruire nel 1330 dai frati Domenicani di Firenze e le più illustri e
potenti famiglie di San Miniato la corredarono di cappelle, ricche di
pregevolissimi affreschi che nei tempi della decadenza artistica
scomparvero sotto il bianco.
[Illustrazione: S. MINIATO--CHIESA DI S. DOMENICO--GIOV. DELLA
ROBBIA: ANNUNCIAZIONE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Recentemente però, importanti restauri sono stati eseguiti a questa
chiesa, restituendo all'aspetto originario le tre cappelle di prospetto
e rimettendo in luce non pochi affreschi interessantissimi. Quelli della
cappella degli Armaleoni, che rappresentano storie della Madonna, sono
della scuola dei Gaddi ed appartengono forse a Niccolò di Piero Gerini.
In fondo alla chiesa poi, dov'erano in origine due cappelle, sono venuti
in luce altri interessanti affreschi che possono attribuirsi a qualche
scolaro dell'Angelico che li eseguì sotto la guida o l'ispirazione del
maestro. Per dovizia {093} di opere d'arte la chiesa dei Domenicani può
considerarsi come il museo cittadino. Tolte dalla sagrestia e dalle
altre parti del convento e disposte convenientemente nella chiesa, esse
sono ora oggetto della giustificata ammirazione del visitatore. Vi sono
tavole e frammenti di ancone di scuola giottesca, altre de' primi del XV
secolo attribuite a Rossello di Jacopo Franchi, diverse della maniera di
Fra Giovanni Angelico. Ma l'opera più interessante è la tavola che è
stata posta a decorazione della cappella degli Armaleoni, nella quale le
figure della Vergine in trono col bambino Gesù e dei santi Sebastiano,
Rocco, Giovanni Battista e Martino vescovo mostrano tutta la leggiadrìa
dell'arte fiorentina del 400.
[Illustrazione: S. MINIATO--SALA DEL CONSIGLIO NEL PALAZZO
COMUNALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
[Illustrazione: S. MINIATO--CAPPELLA DEL LORETINO--ALTARE.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Interessante è pure la tavola del XV secolo che adorna la vicina
cappella, un giorno dei Samminiati.
In questa stessa cappella è il monumento funebre di Giovanni Chellini,
celebre medico fiorentino morto nel 1468. È un'opera incompleta, perchè
il frontespizio è un'aggiunta posteriore, il medaglione colla Vergine e
il bambino è un calco di stucco ed il fondo del vano è deturpato da
goffe e volgari decorazioni moderne che dovrebbero esser tolte.
Tradizionalmente, il cenotafio si attribuisce a Donatello e al discepolo
suo Pagno Portigiani che lavorarono insieme a San Miniato; ma
l'attribuzione regge difficilmente alla critica, perchè, alla morte del
Chellini, Donatello era decrepito ed il Portigiani pure era già molto
vecchio.
[Illustrazione: S. MINIATO--PALAZZO GRIFONI.
(Fot. Alinari).]
Altra opera di pregio singolare è un tondo di terracotta invetriata
rappresentante l'Annunciazione, leggiadrissimo lavoro di Andrea o,
meglio, di Giovanni Della Robbia, proveniente dalla soppressa chiesa
monastica di S. Martino. Al disotto del piano della chiesa è l'ampia
cappella di S. Urbano, tutta decorata di buoni affreschi del XVI secolo.
Grandiosi palazzi di buona architettura sorgono sulle piazze e lungo le
strade pittoresche di questa quieta e caratteristica città.
Il Palazzo Comunale, fondato nel XIV secolo per uso di residenza de'
magistrati cittadini, non ha esternamente interesse di sorta; ma
nell'interno conserva intatto il salone o l'Udienza del Consiglio,
salone che pochi anni addietro venne convenientemente ristaurato. In una
delle sue pareti è un affresco della maniera dei Gaddi dipinto nel 1393
a tempo di un vicario di casa Guicciardini e rappresenta la Vergine in
trono, circondata dalle Virtù Teologali. Tutte le altre pareti e le
vôlte sono adorne di stemmi e d'imprese dei Vicarî della Repubblica
Fiorentina.
[Illustrazione: S. MINIATO--CAPPELLA DI FORTINO--TAVOLA DELLA
SCUOLA DEL GHIRLANDAJO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Al pianterreno, sotto la sala del Consiglio, è l'Oratorio della Madonna
di Loreto detto del Loretino, che serviva alle cerimonie religiose
pubbliche e private della magistratura cittadina. La cappella è di forma
graziosa e ricca di adornamenti che un recente incendio espose ai più
gravi rischi. Le pareti sono adorne di affreschi assai deteriorati della
prima metà del XV secolo e l'altare di legname è di squisitissimo e
delicato lavoro del XVI secolo. Framezzo alle leggiadre decorazioni
intagliate e dorate è un gradino con piccole storie che sanno della
maniera di Ridolfo del Ghirlandajo o del Sogliani. Il bel cancello di
ferro battuto che chiude la cappella porta il nome dell'artefice, Lello
di Siena.
[Illustrazione: CASTELLO DI MONTEBICCHIERI PRESSO S. MINIATO.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Dei palazzi privati, il più vasto e il più artisticamente pregevole è
quello Grifoni, oggi Catanti, di severa architettura toscana del XVI
secolo. Giuliano di Baccio d'Agnolo ne fece il disegno per Messer
Ugolino Grifoni monsignore d'Altopascio e il Vasari dice che «fu cosa
magnifica». Pur troppo il lungo abbandono ha ridotto oggi la facciata in
condizioni deplorevoli. Artisticamente importanti sono anche il palazzo
Formichini, già Morali, del XVI secolo, quello Salvadori, già Franchini,
Del Campana, già Roffia, e quelli che furono un giorno dei Borromei e
dei Buonaparte, celebri famiglie sanminiatesi, posti sulla piazza del
Tribunale.
Subito fuori della città, dal lato di ponente, è il R. Conservatorio di
S. Chiara, dove fu un monastero eretto nel secolo XIV dalla famiglia
Portigiani. Sull'altar maggiore della chiesa è una bella tavola
dell'Empoli rappresentante la Concezione. Di eleganti forme ogivali è
l'attigua sagrestia, un giorno chiesa dedicata a S. Maria Maddalena,
fondata nel 1352 dai Bonincontri; sull'altare è una delle migliori
tavole di Lodovico Cardi da Cigoli raffigurante Gesù Cristo che appare
alla Maddalena sotto le spoglie di un ortolano.
[Illustrazione: CIGOLI--TABERNACOLO NELLA CHIESA DI S. GIOV.
BATTISTA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Proseguendo la via, si trova la piccola chiesa di S. Maria del Fortino,
leggiadra costruzione del XIV secolo che era già annessa ad uno
spedaletto, oggi distrutto. Sull'altare esiste l'antica tavola
danneggiata assai dall'umidità e dall'incuria. Nel centro della tavola,
in una specie di tabernacolo sostenuto da angeli volanti, è la Vergine
col bambino Gesù; in basso stanno S. Sebastiano, S. Bartolommeo, S.
Cosimo, S. Damiano e S. Caterina d'Alessandria; è opera assai importante
di scuola del Ghirlandajo.
Nei dintorni di San Miniato, fra le valli dell'Arno, dell'Elsa,
dell'Evola e dell'Era, sorgono villaggi, castelli e casali che fecero
parte del territorio della piccola repubblica costituitasi dopo la
decadenza del dominio imperiale e molti di essi offrono tuttora un
interesse speciale per i resti di antiche rocche, per edifizi di
carattere medioevale, per le chiese di bella costruzione e non
sprovviste di qualche pregevole opera d'arte.
[Illustrazione: MONTOPOLI--LA ROCCA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Fra i castelli, quello che conserva maggiormente l'originario carattere,
colla vecchia cinta di mura e le torri di difesa, è _Monte Bicchieri_,
che per lungo corso di secoli appartenne ai Compagni, la cospicua
famiglia fiorentina dalla quale nacque Dino, il celebre storico. Fra le
chiese va ricordata la Pieve di S. Giovanni Battista a Corazzano, severa
costruzione di laterizio del XI secolo, nella quale sono da ammirarsi un
singolare affresco colla Vergine, opera del XV secolo, ed
un'interessante tavola della maniera di Alessio Baldovinetti.
De' castelli sanminiatesi uno dei più importanti è CIGOLI, in antico
Ceuli, noto più specialmente sotto il nome di Fabbrica di Cigoli. Nel
luogo della rocca è oggi la splendida villa Sonnino, che porta appunto
il nome di Castelvecchio. L'ampia Pieve di S. Giovanni Battista, che
nonostante le infinite trasformazioni, serba ancora tracce della sua
ricostruzione del XIII secolo, perchè l'origine sua data dall'VIII
secolo, ebbe annesso un convento di frati Umiliati che fu soppresso
prima del XV secolo. Opera fatta eseguire dagli Umiliati è lo stupendo
tabernacolo di pietra che racchiude un'antichissima immagine della
Madonna. Squisiti lavori ornamentali che evocano la maniera del
fiorentino Neri di Fioravanti ne adornano le singole parti, indegnamente
ricoperte da una moderna quanto vandalica verniciatura. Nell'imbotte di
questo tabernacolo, che venne eretto nel 1381 da sette frati Umiliati,
sono i resti d'interessanti affreschi della maniera di Agnolo Gaddi.
[Illustrazione: VINCI.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Seguitando la linea dei colli, che con leggiadra ondulazione seguono
paralleli il corso dell'Arno, si trova MONTOPOLI, graziosa e ridente
terra che si distende ai piedi di una piccola collinetta sulla quale
s'inalza la torre dell'orologio, avanzo della potente rocca che fin dal
tempo remoto, in cui dominavano questi luoghi i Vescovi di Lucca, stette
a guardia e difesa de' popoli vicini. La Repubblica Fiorentina accrebbe
straordinariamente le fortificazioni di Montopoli che rappresentava come
un punto avanzato all'estremità del suo territorio e per mezzo di un
arco arditissimo che passa al disopra del Borgo Vecchio, collegò la
rocca alle nuove mura castellane. Un incendio desolò il paese, arse la
rocca, fece cader parte delle mura ed oggi del grandioso fortilizio non
rimangono che la torre isolata e l'arco pittoresco. La Pieve di S.
Stefano a Montopoli nei fianchi e nell'abside presenta le forme ed i
caratteri delle chiese in laterizio del XIII secolo. Nella chiesa del R.
Conservatorio di S. Marta è la tavola della Resurrezione, una delle
opere più felici di Lodovico Cardi da Cigoli.
[Illustrazione: VINCI--PANORAMA.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
Da Montopoli è a breve distanza il lungo e popoloso borgo di _S. Romano_
che si specchia nell'Arno e che possiede una chiesa francescana di
origine antica, ma modernamente sopraccaricata di decorazioni.
Proseguendo la via Pisana, traversato il torrente Chiecinella che segna
il confine fra le provincie di Pisa e di Firenze, si trovano prima
_Castel del Bosco_, dove nessuna traccia rimane del gagliardo fortilizio
pisano presso il quale avvennero sanguinosi conflitti, e poi il paese
della _Rotta_, centro di una fiorente fabbricazione di laterizi, che col
proprio nome perpetua il ricordo di una terribile alluvione nella quale
l'Arno, abbattuti gli argini, invase la pianura fino a Pontedera.
Ma, giunti a questo punto, occorre retrocedere fino a Empoli e, varcato
il comodo ponte moderno che attraversa l'Arno, compiere una rapidissima
visita ad alcuni de' più importanti luoghi che sorgono fra le pendici
del Monte Albano e dei poggi delle Cerbaje e la riva destra del fiume.
[Illustrazione: VINCI--ORATORIO DELLA SS. ANNUNZIATA--FRA
PAOLINO DA PISTOJA (?): L'ANNUNCIAZIONE. (Fot. Alinari).]
VINCI merita uno speciale ricordo, perchè all'incanto della sua
giacitura, alle memorie storiche de' tempi lontani, può unire anzitutto
il vanto di aver dato i natali ed il nome ad un genio meraviglioso, a
quel sommo Leonardo che, nell'arte come nelle scienze, raggiunse
l'apogeo della gloria. La famiglia di Ser Piero da Vinci, notajo
fiorentino che fu padre di Leonardo, ebbe nel castello e nei dintorni
diversi possessi dei quali è notizia negli antichi catasti; ma se non
può stabilirsi in modo assoluto il luogo dove quel genio venne alla
luce, è pure da accogliersi come più probabile la supposizione che nella
sua infanzia egli abitasse nella località chiamata Anchiano, dov'erano
una casa e due poderi appartenenti fin da tempo remoto alla sua
famiglia. La chiesa di S. Croce a Vinci non ha importanza di sorta; in
compenso merita di essere visitato il leggiadro oratorio della SS.
Annunziata dov'è una tavola che è stata soggetto di molti e
contradditorî giudizi intorno alla sua attribuzione: l'Annunciazione che
oggi si è concordi ad assegnare a Fra Paolino da Pistoja.
La vecchia e cadente rocca di Vinci, forte maniero, un giorno dei
signori d'Anchiano consorti degli Adimari, divenne dipoi fortilizio
della Repubblica Fiorentina che ne accrebbe l'importanza. Oggi non è che
una maestosa mole in isfacelo, che serve di malsicuro e meschino asilo a
povere famiglie di braccianti.
[Illustrazione: LAMPORECCHIO--VILLA ROSPIGLIOSI.
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]
LAMPORECCHIO, ampio e popoloso villaggio che sorge in una valle alle
pendici del Montalbano, vicino ai resti di alcune torri di vedetta
inalzate dai Pistojesi, non ha grande importanza artistica; viceversa è
famoso nelle tradizioni gastronomiche popolari per la bontà di certi
piccoli cialdoni, chiamati _brigidini_, che i suoi abitanti vanno a
cuocere a tutte le fiere della nostra regione, formando la delizia de'
ragazzi. La Pieve di S. Stefano, che ora si ricostruisce di nuovo in
forma molto più vasta e ricca, possiede un grandioso e complicatissimo
altare in terracotta invetriata de' tempi di Andrea e Giovanni Della
Robbia. Rappresenta la Visitazione di S. Elisabetta, i Santi Rocco e
Sebastiano ed è straordinariamente ricco di decorazioni ornamentali.
[Illustrazione: CERRETO-GUIDI--PANORAMA DALL'ORATORIO DI
S. LIBERATA. (Fot. Alinari).]