LASTRA A SIGNA o A GANGALANDI.--Il più antico nome di questo castello è

quello di Lastra a Gangalandi, perchè di Gangalandi s'intitolava il

comune che aveva per centro e sede la chiesa di S. Martino a Gangalandi.

Modesto borgo posto nel luogo dove la via Pisana staccandosi dal piano

del fiume si dirigeva verso il poggio di Malmantile, la Lastra venne

dalla Repubblica Fiorentina cinta di mura e difesa da torri, quando le

milizie pisane, guidate dall'ardito condottiero inglese Giovanni Aguto,

cominciarono a scorrazzare nel 1377 per il contado fiorentino. Un più

solido e regolare sistema di fortificazioni ebbe la Lastra nella prima

metà del secolo successivo sotto la direzione di Filippo di Brunellesco,

l'architetto di S. Maria del Fiore, il quale sapeva egualmente dedicare

l'ingegno suo alle manifestazioni più geniali dell'arte, come alle opere

di architettura militare destinate a proteggere le terre della

Repubblica.

[Illustrazione: CHIESA DI S. MARTINO A GANGALANDI--TRIBUNA E ALTARE

MAGGIORE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Le fortificazioni del Brunellesco sono quelle stesse che tuttora

recingono il quieto e silenzioso castello e che per la struttura loro

ricordano quelle di Vico Pisano, una delle migliori opere di

architettura militare compiute sotto la direzione di quel sommo artista.

Le mura, munite di ballatoi sostenuti da triple mensole e da archetti,

mancano ora in gran parte del coronamento merlato, come pure sono

scapitozzate le torri delle tre porte che dànno accesso al castello.

[Illustrazione: MALMANTILE--IL CASTELLO E IL BORGO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

La Lastra, ben costruita, come tutti i paesi del contado fiorentino,

conserva alcuni edifici che presentano un certo interesse artistico. La

chiesa di S. Maria serba tracce della sua originaria struttura, possiede

un'antica tavola della Madonna ed ha all'esterno un ricordo della

famiglia Seganti che la riedificò nel 1404; il vecchio Palazzo Pretorio

ha la facciata incrostata di stemmi dei varî Podestà che vi risiedettero

ed una originale finestra del XVI secolo fatta fare nel 1565 dal Podestà

Marsilio Ficini. Dinanzi al Pretorio è un tabernacolo o maestà adorno di

un affresco della maniera di Fra Bartolommeo. Più interessante è

l'edifizio che fu un giorno lo Spedale di S. Antonio, eretto nel 1411

dai Consoli dell'Arte della Seta di Firenze per testamento di Francesco

di Leccio di S. Miniato. La facciata, che conserva intatto il suo

aspetto primitivo, è oltremodo caratteristica. Le mura sono adorne di

decorazioni policrome alla pari delle volte del portico a pilastri di

pietra che ne costituisce la parte terrena. Sotto il portico

corrispondono il dormitorio dello spedale e l'antico oratorio, sulla

porta del quale è un affresco della maniera di Bicci di Lorenzo

rappresentante la Madonna col bambino Gesù e due angeli adoranti, mentre

l'interno della chiesetta, ridotta oggi a magazzino, conserva le tracce

della sua primitiva ed elegante struttura.

Fuori del castello è un popoloso sobborgo che fiancheggia la vecchia via

Pisana, dalla quale muovono le strade che guidano a diverse vicine

località. Una delle più prossime è il leggiadro villaggio di Calcinaja,

dove sorge la chiesa di S. Stefano di antichissima origine, ma rifatta

nel XVII secolo. All'esterno della chiesa, corrispondente in un andito è

l'avanzo di un importante affresco attribuito a Buffalmacco,

rappresentante la Madonna col bambino Gesù e S. Giovanni Battista.

[Illustrazione: MALMANTILE--CHIESA DI S. PIETRO IN SELVA--AFFRESCO

SOPRA LA PORTA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

A cavaliere del castello della Lastra è il Poggio di _Monte Orlando_,

dove fu già una potente rocca dei Cadolingi che i Fiorentini distrussero

nel 1107. L'antica chiesa del castello, S. Michele, oggi annessa ad un

convento di Francescani, conserva alcuni resti della sua primitiva

costruzione.

Ma nei dintorni della Lastra, l'edifizio più importante è la CHIESA DI

S. MARTINO A GANGALANDI, presso la quale ebbero la loro sede la Lega e

la Comunità di Gangalandi. L'edifizio assai vasto, trasformato più volte

dai restauri e dalle aggiunte, è ricco di memorie storiche e di opere

d'arte. All'esterno è dipinto a fresco un S. Cristofano del XIV secolo;

nell'interno la parte più importante è la cappella del battesimo tutta

decorata di caratteristici affreschi eseguiti attorno al 1430 da Bicci

di Lorenzo, come risulta dai documenti posseduti dalla chiesa: cotesti

affreschi, che erano stati imbiancati, vennero rimessi in luce nel 1891.

Il fonte battesimale di marmo, adorno negli specchi di graziosi

bassorilievi, fu scolpito nel 1423. Di opere di pittura esistono nella

chiesa due tavolette cuspidate di scuola gaddiana, un tabernacoletto

fiorentino del 400 e due tavole d'altare, una della maniera di Ridolfo

del Ghirlandajo, l'altra della maniera del Bronzino. Il lastrone nel

quale è scolpita la figura giacente di un gentiluomo è quello che

copriva la tomba di Messer Agnolo Pandolfini, letterato celebre ed

autore del _Governo della famiglia_, morto di 86 anni nel 1446.

[Illustrazione: INTERNO DELLA CHIESA DI LECCETO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

La tribuna dell'altar maggiore ha un bel prospetto di pietra con

eleganti decorazioni ed è adorna degli stemmi della famiglia Alberti,

circostanza importantissima questa, perchè forse lascia supporre che il

disegno possa essere opera di Leon Battista Alberti, letterato,

umanista, architetto, che dal 1466 in poi fu per varî anni rettore di

questa chiesa. Nella callotta dell'abside è un affresco della maniera di

Matteo Rosselli.

[Illustrazione: PONTE A SIGNA--INTERNO DEL PALAZZO DELLA TORRE.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

La strada Pisana, nel suo antico percorso, serpeggia pei colli a

mezzogiorno della Lastra e giunge al _Castello di Malmantile_, luogo che

ebbe una singolare importanza nelle storie fiorentine per le molte opere

di difesa fattevi erigere in più tempi e con gran dispendio dalla

Repubblica. Oggi il castello è quasi deserto e le sue pittoresche mura

turrite vanno lentamente cadendo in rovina. In compenso è popolatissimo

il vecchio borgo che conduce alla CHIESA DI SAN PIETRO IN SELVA, la

parrocchiale antichissima di questo luogo. All'esterno della chiesa sono

degli interessanti affreschi, parte della scuola de' Gaddi, parte della

maniera di Andrea del Sarto. Nell'interno è una delle solite grandi

croci dipinte della scuola di Giotto e sopra ad un altare vedesi una

tavola colla Madonna, il putto e molti cherubini, opera che ricorda il

fare di Cosimo Rosselli (XV secolo).

Presso Malmantile è la chiesa di S. Jacopo e Filippo a LECCETO, dov'è

oggi la villeggiatura del Seminario fiorentino, che occupa il luogo di

un piccolo convento eretto nel 1480 per i Domenicani di S. Marco dalla

famiglia Strozzi. La bella architettura dell'interno ricorda la maniera

di Michelozzo e sull'altare è una interessante ancona costituita da una

tavola originariamente giottesca e da due laterali della scuola del

Lippi.

Lasciando la strada vecchia Pisana che da Malmantile va a Montelupo, per

collegarsi colla strada più moderna, torniamo a questa e seguitiamone il

percorso.

[Illustrazione: PONTE A SIGNA--VILLA DELLE SELVE.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Al _Ponte a Signa_, oggi popolosa borgata posta alla testa dell'antico

ponte medievale che traversa l'Arno collegandosi colla parte bassa del

paese di Signa, merita d'essere osservato il _Palazzo della Torre_, oggi

casa modesta di pigionali, un giorno signorile dimora dei Pandolfini che

vi ospitarono per qualche ora Carlo VIII Imperatore quando, recandosi a

Firenze, dovette piegare l'orgogliosa tracotanza dinanzi alle fiere

parole del Gonfaloniere Pier Capponi. Il Palazzo della Torre, in alcune

sue parti interne soprattutto, conserva il caratteristico tipo

originale.

Al disopra del borgo del _Ponte_, in mezzo alla rigogliosa vegetazione

di una collina deliziosa, sorgono la chiesa e la villa delle _Selve_. La

prima, eretta dai Carmelitani nel XIV secolo, si presenta ora sotto la

veste sfarzosa del secolo XVII, mentre della sua antichità non serba che

il bel lastrone sepolcrale del Beato Paganini scolpito nel 1383. La

prossima villa delle Selve ha il tipo elegante delle signorili dimore

campestri della nobiltà fiorentina e fu così ridotta dai Salviati negli

ultimi del XVI secolo.

[Illustrazione: CHIESA DI S. MARTINO A GANGALANDI--TAVOLA DEL

XV SECOLO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

II

DA SIGNA A EMPOLI.

SIGNA.--L'origine di quest'antico castello, oggi paese popoloso ed

animato, è incerta, com'è restata nel mistero l'etimologia del nome col

quale esso è distinto fin da tempi remoti. In antico esso ebbe fra i

paesi toscani importanza non comune per ragioni militari ed al tempo

stesso per cause di commercio. Situato nel luogo dove fin dal secolo XII

esisteva l'unico ponte che fra Firenze e Pisa attraversasse il fiume

Arno, nel punto dove facevano capo numerose ed importanti strade, il

castello di Signa, piantato sul colle che dominava la confluenza del

Bisenzio nell'Arno, fu considerato come un baluardo di guardia e di

difesa del territorio fiorentino ed al tempo stesso come sede di uno dei

più cospicui mercati di Toscana, perchè qui facevano sosta le merci che

per mezzo del fiume o delle vie meglio praticabili venivano dirette a

Firenze.

[Illustrazione: SIGNA--PANORAMA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche.)]

Quel ponte, che fu la prima origine dello sviluppo di questo castello,

abbattuto dalle piene, sarebbe stato rifatto nel 1252 per opera

soprattutto dell'influenza esercitata da un famoso pellegrino ed

ospitaliero di Pescia, il Beato Allucio, al quale premeva soprattutto di

salvaguardare la vita dei numerosi pellegrini, che allora vagavano per

l'Italia, dai pericoli ai quali erano esposti dovendo traversar l'Arno

in tempo di piena su chiatte sdrucite o su trasandati passatoi di

legname. E il ponte medievale di Signa, per quanto più volte modificato

e allargato, è appunto quello stesso che collega tuttora i capoluoghi

dei due comuni di Lastra e di Signa.

Signa, fatta forte dai Fiorentini, più che altro perchè potesse opporsi

alle invasioni dei Pisani, sofferse per opera di questi le più

disastrose vicende e Castruccio Castracane, condottiero delle milizie di

quella Repubblica, sdegnato per la resistenza trovata nei difensori del

castello, ne smantellò nel 1325 le mura, abbandonò gli abitanti agli

orrori del saccheggio e ruppe perfino il ponte sull'Arno.

[Illustrazione: SIGNA--CHIESA DI S. LORENZO--PERGAMO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Cessato il triste periodo delle lotte, Signa accrebbe notevolmente la

sua importanza commerciale e divenne il centro più cospicuo di una

fiorente industria tutta toscana: la lavorazione della paglia da

cappelli. Anzi il Proposto Lastri, nel suo giocoso poema sul _Cappello

di paglia_, la chiamò: _L'industre Signa, onor del Tosco regno_.

Del vecchio castello, che occupava il piano superiore della collina a

piè della quale si distende oggi la parte più moderna e più popolosa del

paese, non restano che una caratteristica porta castellana e varî tratti

di mura. La vecchia Pieve di S. Lorenzo che, secondo l'antico costume,

era fuori delle mura del castello affinchè ne' tempi guerreschi il fonte

battesimale restasse libero agli abitanti della campagna, è oggi un

semplice oratorio. Però se essa ha perduto i titoli ufficiali, conserva

in molta parte la sua severa struttura e nell'interno un pregevole

pergamo dell'XI secolo ed i resti di molti e notevoli affreschi che ne

adornavano le pareti. L'attuale Pieve di Signa è dedicata a S. Giovanni

Battista e fin da tempo lontano fu di patronato del Capitolo della

Cattedrale fiorentina, del quale si vede sulla facciata lo stemma

elegantissimo di terracotta invetriata. L'interno, originariamente a tre

navate, ha subìto infinite trasformazioni, nelle quali sono stati però

preservati gli oggetti d'arte che l'adornavano. Di questi, due

specialmente meritano di essere ricordati: il bel fonte battesimale del

1480 ed un elegante ciborio che ricorda la maniera dei Da Majano.

Popolarmente la Pieve di Signa è nota col nome della _Beata_, perchè

custodisce le spoglie di una beata Giovanna da Signa, alla quale venne

in questa stessa chiesa dedicata una cappella che Bicci di Lorenzo

decorò di affreschi. Ma ora gli affreschi sono nascosti da telai, mentre

altri che adornavano varie parti dell'edifizio sono scomparsi sotto lo

scialbo. La chiesa di S. Maria in Castello che esisteva nel X secolo è

affatto rimodernata e conserva appena una tavoletta ed un affresco del

XIV secolo.

[Illustrazione: SIGNA--PIEVE DI S. GIOVANNI BATTISTA--FONTE

BATTESIMALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

A Signa, la valle dell'Arno si trasforma completamente di carattere. Non

più il fiume errante in mezzo all'ampia pianura limitata da poggi

lontani; i poggi convergono invece verso il fiume, lo stringono fra le

balze e i dirupi e sembra quasi che vogliano sbarrargli la via.

Il punto più angusto di questo tratto della valle è la gola della

Golfolina o Gonfolina, dove un masso gigantesco detto delle _Fate_,

sporge verso il fiume, spingendosi quasi attraverso alla strada tagliata

alla base del monte. La località è orrida e pittoresca al tempo stesso e

quel masso che fin da tempo remoto si trova designato come la Pietra

Golfolina, è stato oggetto delle più fantastiche supposizioni de' vecchi

scrittori. Molti di essi, a cominciare dal Villani, han detto che il

monte che chiudeva la valle formando ne' piani sotto a Firenze come un

gran lago, venne artificialmente tagliato per dar esito alle acque ed il

volgo designò anche il santo che per opera miracolosa ruppe le aspre

rupi e regalò all'agricoltura ampi terreni già lacustri. La scienza però

ha facilmente dimostrato come fossero invece da accogliersi le ragioni

di altri scrittori i quali affermavano che il taglio della Golfolina

fosse naturale risultato delle corrosioni prodotte dalle acque nelle

pietre arenarie che costituivano una potente barriera attraverso alla

valle.

La stretta della Golfolina è formata dai poggi di Malmantile e di

Artimino, alla base dei quali si cavano in gran quantità pietre che

servono specialmente ai bisogni dell'edilizia fiorentina, dando vita ad

una fiorente e profittevole industria.

Sul poggio, a piè del quale scorre l'Ombrone Pistojese, che porta

all'Arno il tributo cospicuo delle acque dell'Apennino, sorgono il

castello e la villa d'Artimino. Il castello, che oggi serba solo il

ricordo delle sue antiche fortificazioni, era fino dal 1000 uno dei

fortilizi a difesa del territorio della Repubblica Pistojese. Presso

alle sue mura sorse fino dal X secolo la Pieve di S. Leonardo, edifizio

che conserva in parte la struttura di quel tempo lontano e che possiede

qualche opera d'arte d'un certo interesse.

[Illustrazione: PONTE A SIGNA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

La villa d'Artimino, oggi di proprietà dei conti Passerini-Bartolommei,

fu una delle più splendide e più gradite residenze dei sovrani Medicei.

Si racconta che il Granduca Ferdinando I, cacciando nel vasto parco che

si distendeva dalle pendici del Monte Albano fino all'Arno, si

soffermasse su di un'altura, dalla quale egli, compreso di profondo

entusiasmo, potè profonder lo sguardo attraverso ad un ampissimo

panorama e seguire i capricciosi serpeggiamenti dell'Arno da Firenze

fino a Empoli. Parve a lui che nessun'altra località potesse prestarsi

per crearvi un delizioso soggiorno ed al suo architetto favorito,

Bernardo Buontalenti, che faceva parte della festosa brigata di

cacciatori, comandò di costruirvi con ogni maggior sollecitudine un

palazzo campestre. E la villa d'Artimino sorse difatti nel 1594 in quel

luogo dov'era un giorno il vecchio castello.

[Illustrazione: IL MASSO DELLE FATE O DELLA GOLFOLINA.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

L'edifizio fu degno della signorile opulenza della corte Granducale. Un

ampio rettangolo con due torri ai lati, un'elegante loggia nella

facciata, attorno un prato sorretto da gagliardi bastioni, di fianco

tutti i fabbricati per il servizio, per la paggeria, per il materiale

occorrente alle cacce e delle ampie scuderie. Nell'interno vasti e

severi saloni decorati di pietrami, colle pareti rivestite di cuoi e di

stoffe e corredati di tutte quelle comodità e di quelli ornamenti che si

addicevano ad una corte divenuta famosa per il suo gusto artistico, per

la sua magnificenza ed il suo sfarzo.

Leopoldo I, un principe dalle grandi vedute, un umanista che concepiva

ed attuava le più ardite riforme, che rifuggiva dal fasto tradizionale

dei suoi antecessori, non sentì per Artimino le attrattive entusiastiche

di Ferdinando I e se ne sbarazzò senza rimpianto, concedendola ai

marchesi Bartolommei.

Dalla Golfolina fino a Montelupo la valle dell'Arno continua ad essere

angusta e serrata dai poggi, che con ripido declivio scendono fino al

fiume, formando di tanto in tanto delle pittoresche e leggiadre

vallicelle popolate di villaggi, di chiese, di ville.

[Illustrazione: LA VILLA D'ARTIMINO (DA UNA STAMPA DI G. ZOCCHI

DEL XVIII SEC.).]

Fra le località più interessanti di questo tratto della valle, alcune

meritano uno speciale ricordo. Poggio alla Malva, ridente villaggio

quasi arrampicato sulle pendici di un verdeggiante poggetto ed abitato

da una popolazione di cavatori di pietra, ha nella sua chiesa di S.

Stefano una bella tavola del XV secolo. Di faccia, sull'opposta riva

dell'Arno, nelle cui acque tranquille si specchiano i suoi bruni

fabbricati medievali, è il borgo di Brucianese, uno dei vecchi

porticciuoli fluviali, dal quale trasse origine la famiglia fiorentina

dei Pandolfini. Su di un colle vicino è la sua vecchia chiesetta, S.

Maria a Lamole, nella quale due belle tavole, una di scuola

botticellesca e l'altra della maniera di Filippino Lippi, subirono la

mutilazione delle parti estreme per essere adattate dentro i barocchi

pietrami di due altari. Sulla destra dell'Arno è la vecchia Badia di S.

Martino in Campo, di faccia, sull'opposta riva, la deliziosa villa di

Luciano degli Antinori, un giorno fortilizio degli Strozzi. Nel piano

poi, lungo la via Pisana si distende il lungo borgo di Sanminiatello,

nel quale le case si alternano colle fornaci che producono in gran copia

orci, vasi e terraglie d'uso comune.

Sanminiatello costituisce come un sobborgo del vecchio ed interessante

castello di

MONTELUPO.--Un modesto gruppo di case, che, secondo gli storici, si

diceva in antico Malborghetto, esisteva nel luogo dove i Fiorentini, per

tener testa ai Pistojesi ed ai Conti di Capraja loro alleati, eressero

nel 1204 un forte e ben munito castello che custodisse il passo

dell'Arno e l'accesso nella valle della Pesa. Colla costruzione di

questo castello, piantato sulla vetta di uno scosceso poggetto, proprio

dinanzi al vecchio fortilizio di Capraja, nacque anche il dettato

fiorentino:

Per distrugger questa _capra_ non ci vuole che un _lupo_.

[Illustrazione: VEDUTA DELL'ARNO E DEL BORGO DI BRUCIANESE.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Montelupo non ha grande importanza nella storia della nostra regione,

perchè domati gli orgogliosi Conti di Capraja e caduta la loro residenza

in possesso dei Fiorentini, si ridusse ad un modesto luogo

d'osservazione affidato alle cure di un castellano e di pochi soldati

che dovevano soprattutto guardare il ponte che attraversava il fiume

Pesa.

Però più che per le vicende storiche, Montelupo acquistò importanza per

la copia di fabbriche e di fornaci dalle quali uscivano terraglie e

maioliche formate col limo dell'Arno.

Erano in generale oggetti d'uso comune, caratteristici per forma, ma

rozzi di fattura; però vi fu un lungo periodo di anni nel quale il gusto

ed il sentimento artistico influirono anche su questa industria paesana,

la quale diffuse dovunque piatti con figure dipinte, grossolane immagini

sacre e specialmente una quantità di piccoli vasi da vino e da acqua

chiamati boccali, divenuti così comuni, che per denotare cose

universalmente note si soleva dire che erano scritte anche sui boccali

di Montelupo.

[Illustrazione: L'ARNO PRIMA DI MONTELUPO.

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

La storia della ceramica di Montelupo meriterebbe una diffusa

illustrazione che nel caso nostro sarebbe superflua ed inopportuna:

basterà rilevare che allo sviluppo artistico di questa produzione locale

influirono specialmente gli artefici che, chiamati qui da Faenza fino

dal XV secolo, seppero imprimerle il gusto e la leggiadrìa proprî di

quell'arte fiorentissima nella loro città. Montelupo ha saputo serbare

fino a' nostri tempi una certa supremazia in tal sorta di lavori, e se

negli ultimi tempi il sentimento artistico cedette completamente il

posto ai generi d'uso comune, oggi quel sentimento torna ad allietare i

prodotti delle sue vecchie fornaci.

Edifizi d'importanza speciale non esistono in questo pittoresco luogo.

Il Palazzo Pretorio, oggi del Comune, non serba che gli stemmi di alcuni

Podestà che vi risiedettero, il vecchio castello e la chiesa che vi

stava dentro non son più che un ammasso di rovine, e nulla

d'interessante si riscontra nemmeno nella casa dove la tradizione

afferma avesse i natali Baccio da Montelupo, valente scultore della

prima metà del XVI secolo.

[Illustrazione: MONTELUPO. (Fot. Alinari).]

La Pieve di S. Giovanni Evangelista, riedificata nel XVIII secolo, non

ha altro d'importante che alcune opere d'arte che vi furono trasportate

dalla cappella della rocca e dalla vetusta Pieve di S. Ippolito, che

sorge a qualche distanza dal castello. Di queste opere le più importanti

sono due antiche tavole: una che rappresenta l'incoronazione della

Vergine in mezzo ad angeli e a cherubini, opera della prima metà del XV

secolo; l'altra nella quale sono raffigurati la Vergine ed il bambino

fra i Santi Lorenzo, Giovanni Battista, Agostino e Rocco, dipinto

pregevolissimo per composizione, per disegno e per colorito, che può

ritenersi uscito dalle mani di Sandro Botticelli.

La vecchia Pieve di S. Ippolito, posta a breve distanza da Montelupo, a

destra della Pesa, è un edifizio dell'XI secolo, colle mura a filaretto

di pietra e le finestrelle a feritoja. Nell'interno, in gran parte

trasformato, non rimane che un grandioso ciborio di marmo colla

raffigurazione dell'Annunciazione e una grande dovizia di leggiadri

adornamenti che ricordano la maniera di Mino.

[Illustrazione: PIEVE DI S. IPPOLITO IN VAL DI PESA PRESSO

MONTELUPO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Sant'Ippolito è posta lungo la via che guida in Val di Pesa, una vallata

fertile ed ubertosa, sparsa di castelli e di località importantissime

per ricordi storici, ricca di palagi campestri e di chiese che accolgono

larga dovizia di opere d'arte. Ma Val di Pesa per queste ragioni ha dato

argomento ad interessanti studi illustrativi, nè consentirebbe il cenno

fugace che potremmo qui dedicarle. Ad ogni modo, trattandosi di località

non troppo lontana dalla valle dell'Arno, non sappiamo resistere al

desiderio di additare uno dei luoghi, che nei rispetti dell'arte, come

in quelli della storia, offre una speciale attrattiva; vogliamo dire il

castello di Monte Gufoni, la forte residenza degli Acciajuoli, dimora di

Messer Niccolò Gran Siniscalco del Regno di Napoli, quando deliberò la

costruzione della celebre Certosa del Galluzzo, la villa mirabilmente

splendida e suntuosa di quella potente famiglia, ridotta oggi ad un

modesto asilo di numerose famiglie. Lo abbiamo fatto anche per offrire

ai nostri lettori la riproduzione di una bella stampa dello Zocchi,

dalla quale si può avere un'idea della grandiosità e delle bellezze

della villa e del superbo parco che un giorno l'allietava.

[Illustrazione: MONTELUPO--CHIESA DI S. GIOVANNI EVANGELISTA.

BOTTICELLI: MADONNA COL BAMBINO E SANTI. (Fot. Alinari).]

Ed ora, chiusa questa breve divagazione, ritorniamo senz'altro sulle

rive dell'Arno.

Dice un vecchio dettato fiorentino:

Da Montelupo si vede Capraja,

Dio fa le persone e poi le appaja.

Il Valdarno da Firenze al mare · 第 2 / 6 段