CAPITOLO VI.

Ben Hur scese alla porta del Khan, o albergo, dal quale, più di

trent'anni prima, erano partiti i tre saggi per recarsi a Betlemme.

Lasciò il cavallo in consegna ai suoi servi arabi, ed in breve arrivò

alla casa paterna, ove si diresse al gran salotto. Chiamò Malluch, ma

questi era assente; mandò allora un saluto ai suoi amici, il negoziante

e l'Egiziano, ma anche questi si erano fatti trasportar fuori per

assistere alla celebrazione; l'Egiziano, gli fu detto, era in uno stato

di grande debolezza e sembrava molto accasciato.

Il messo ch'egli aveva incaricato di chiedere notizie di Balthasar,

s'era rivolto alla figlia, la quale veniva così informata dell'arrivo

del padrone, ciò che probabilmente Ben Hur aveva voluto. Essa non

tardò a comparire, leggiera come una silfide nei bianchi veli che le

svolazzavano attorno avvolgendo nelle loro pieghe la sua bella persona

di Dea. Se dobbiamo dire la verità, durante l'agitazione suscitata

dai recenti avvenimenti, Ben Hur non aveva pensato che di sfuggita

all'Egiziana, ma ora, al suo apparire, in tutto lo splendore della sua

bellezza, irresistibilmente affascinato, fece per precipitarsi verso di

lei colle braccia amorosamente tese; senonchè, fatto appena un passo,

s'arrestò come se uno spettro gli si fosse rizzato sul cammino e guardò

attonito la ragazza.

Fino a quel giorno, costei aveva messo in opera tutte le arti della

più raffinata civetteria per ammaliarlo: — ogni suo sguardo era stato

una confessione d'amore, confermato da ogni suo atto. Le sue parole

blandivano dolcemente le orecchie del giovane, e gli risuonavano

continuamente nel cuore durante le lunghe ore d'assenza. Per lui la

seducente creatura pudicamente abbassava gli occhi come per celarne

le fiamme, per lui erano i versi d'amore ch'essa aveva imparato dai

menestrelli d'Alessandria e che sapeva recitare con irresistibile

grazia; per lui le esclamazioni affettuose, i sorrisi, le suggestive

strette di mano, i baci, le canzoni del Nilo, e gli studiati lenocinii

dell'abbigliamento. L'idea, antica come i più antichi popoli, che la

bellezza è il guiderdone degli eroi, non vestì mai forme così regali

come quelle che si erano a lui rivelate.

Tale era stata l'Egiziana per Ben Hur dopo la notte della gita in

battello sul lago presso l'Orto delle Palme. Ed ora?

Abbiamo già in altra parte di questo volume accennato alla duplice

natura umana in rapporto ad un argomento sacro; qui è il caso di

parlarne ancora, ma in senso ben diverso. Vi sono poche persone la cui

indole non presenti due faccie, una natura genuina, spontanea, l'altra

artificiale e finta, il risultato dell'educazione e delle circostanze,

un intonaco di orpello che spesso finisce col diventare parte integrale

dell'individuo, non meno della prima.

Lasciando ai pensatori la cura d'approfondire questo tema, diremo che

in questo momento la vera natura dell'Egiziana si manifestò nel modo

più schietto e più completo.

Le sarebbe stato impossibile di ricevere una persona estranea con

più marcata ripugnanza. Eccezione fatta d'una leggiera inclinazione

della sua testolina, di una insolita tensione delle nari e d'una

maggiore incurvatura del sensuale labbro superiore, essa presentava

l'impassibilità di una statua. Dopo una breve pausa incominciò

freddamente: — «La tua venuta è opportuna, figlio di Hur. Desidero

ringraziarti della tua ospitalità, poichè dopo la giornata di domani

non avrò forse più occasione di approfittarne.» —

Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.

Essa continuò;

— «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando

il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le

somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del

fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che

ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo

vedere a chi spetta la corona?» —

Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono

d'indifferenza — «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta

a fare la propria volontà.» —

— «Dimmi,» — proseguì essa inclinando maggiormente il capo e

sogghignando, — «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio

d'un falegname di Nazareth e non meno figliuolo di Dio, del quale tante

grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» —

Egli fece un gesto impaziente, e rispose: — «Sono forse il suo

custode?» —

La bella testa si chinò ancor più.

— «Ha egli distrutto Roma?» —

Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.

— «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» — continuò la

donna, — «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo?

ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter

costruire palazzi dorati!» —

Non era più ammissibile ch'essa volesse scherzare; le sue domande

erano irritanti ed il suo contegno aggressivo. Ben Hur fu posto subito

sull'avviso e disse con apparente bonarietà:

— «Oh, Egitto, aspettiamo un giorno ancora, anche una settimana, e

vedremo lui, i leoni ed il palazzo!» —

Essa proseguì senza badare al significato di quelle parole:

— «E perchè presentasi vestito così? Non son quelle le vesti dei

governatori o dei vicerè delle Indie o d'altri paesi. Mi ricordo d'aver

veduto una volta il satrapo di Teheran, con un turbante di seta, un

mantello di tessuto d'oro, con una spada dall'impugnatura e dalla

guaina talmente tempestate di pietre preziose, che n'ebbi un capogiro.

Credetti proprio che Osiride gli avesse prestato un raggio del suo

sole. — Stupisco assai che tu non sia ancora entrato in possesso del

tuo regno, di quel regno ch'io doveva dividere teco.» —

— «La figlia del saggio mio ospite è, senza volerlo, ben gentile con

me, poichè m'insegna ch'Iside può baciare un cuore senza renderlo

migliore.» — Ben Hur pronunciò queste parole con fredda cortesia. Iras,

trastullandosi con un brillante che le pendeva dalla collana, tacque

un'istante, poi riprese. — «Per un Ebreo, il figlio di Hur non manca

di spirito. Ho assistito all'entrata in Gerusalemme del tuo Cesare

sognatore, di colui che, a tuo dire, doveva proclamarsi Re dei Giudei

sopra i gradini del Tempio. Vidi la processione che l'accompagnava e

ne udii i canti; che bell'effetto facevano quelle palme agitate! Vi

cercai invano una figura dall'aspetto regale, un cavaliere porporato,

un cocchio d'abbagliante metallo, un maestoso guerriero dietro allo

scintillante scudo, gareggiante in altezza colla propria lancia.

Sarebbe stato pur bello vedervi un principe di Gerusalemme con una

coorte delle legioni di Galilea!» —

Accompagnò le parole con un provocante sguardo di disprezzo, poi diede

in uno scroscio di risa come se l'immagine da lei evocata fosse ancor

più ridicola che spregevole.

— «Anzichè un Sesostri ritornante in trionfo o un Cesare incoronato,

e con la spada al fianco, ah, ah, ah, vidi un'uomo dal volto muliebre

e lagrimoso, montato su di un somaro! Il Re! il Figlio di Dio! il

Redentore del mondo! ah, ah, ah!» —

Suo malgrado Ben Hur sussultò.

— «Non lasciai il mio posto, no, oh principe di Gerusalemme,» —

proseguì essa, senza dargli il tempo d'interromperla, — «no, non

risi, ma dissi a me stessa: Aspettiamo: nel Tempio egli si abbiglierà

come s'addice ad un eroe sul punto di prendere possesso del Mondo. Lo

vidi oltrepassare la Porta di Shushan e la Corte delle Donne. Lo vidi

arrestarsi davanti la Porta Magnifica. Il popolo assiepava il porticato

e i cortili; si affollava nei chiostri e sui gradini dei tre lati del

Tempio, e tutti trattenevano il respiro in attesa della proclamazione.

Qual silenzio solenne! ah, ah, ah, nella mia fantasia mi pareva già

di udire lo scricchiolìo del crollante edificio Romano; ah, ah, ah! O

principe, il tuo Re del mondo si avvolse nella sua veste e se n'andò

per la porta più lontana, senza neppure profferire una parola e...

l'impero Romano è ancora in piedi!» —

In pietoso omaggio ad una speranza, che in quel momento si spense del

tutto e di cui egli aveva ansiosamente seguito col cuore i fuggenti

barlumi, Ben Hur abbassò lo sguardo.

Nè gli argomenti di Balthasar, nè i miracoli compiuti in sua presenza

avevano mai sortito l'effetto di porre così spiccatamente in rilievo

la contestata natura del Nazareno. Dopo tutto, il miglior modo per

arrivare alla percezione di ciò che è divino, è lo studio di ciò che

è umano. Nelle cose che trascendono l'intelligenza umana possiamo

sempre riprometterci di trovar Dio. Così, nella descrizione fatta

dall'Egiziana della scena in cui il Nazareno volse le spalle alla

Porta Magnifica, l'azione principale rimaneva affatto inesplicabile se

la si considerava da un punto di vista puramente umano. Come parabola

rivolta ad un popolo amante di parabole, quell'atto insegnava ciò che

Cristo aveva così spesso affermato, e cioè che la sua missione non era

politica. Questi pensieri attraversarono con la rapidità di un baleno

la mente di Ben Hur, ma allo stesso tempo si radicarono fermamente nel

suo cuore. Gli sembrò di vedere l'uomo dal volto dai capelli femminei

farsi vicino a lui, piangendo, — abbastanza vicino per lasciare una

traccia del suo spirito dietro di sè.

— «Figlia di Balthasar,» — egli disse con dignità. — «Se questo è

il giuoco di cui tu parlavi, prendi pure la corona, — essa è tua.

Ma bastino le vane ciancie, e veniamo ad una conclusione. Che tu

hai uno scopo, sono certo: esponilo, ed a questo io darò risposta;

poi lasciamoci, e ciascuno vada per la sua strada. Parla: io ti

ascolto.» —

Essa lo fissò con occhio intento, forse misurando la forza della sua

volontà, poi disse, freddamente:

— «Tu hai il mio permesso — va.» —

— «La pace sia con te» — egli rispose.

Quando stava per passare sotto alla portiera, essa lo richiamò.

— «Una parola!» —

Egli si arrestò dov'era e la guardò.

— «Hai riflettuto a ciò ch'io so sul conto tuo?» —

— «O bellissima Egiziana» — egli disse, ritornando indietro, — «che

cosa sai mai degli affari miei?» —

Essa lo guardò distrattamente.

— «Tu sei più Romano, o figlio di Hur, che tutti i tuoi

connazionali.» —

— «Sono così diverso dagli altri Ebrei?» — egli chiese con indifferenza.

— «I semi de'i sono tutti Romani ora» — essa riprese.

— «Mi dirai dunque che altro hai appreso sul conto mio?» —

— «Questa tua somiglianza non è senza effetto sopra di me, e potrebbe

indurmi a salvarti.» —

— «Salvarmi?» —

Le rosee dita giuocherellavano distrattamente coi ciondoli scintillanti

della sua collana, e la sua voce era molto dolce e carezzevole; solo

il leggero battere del suo sandalo sopra il pavimento, lo ammoniva di

stare in guardia.

— «C'era una volta un Ebreo, un forzato sfuggito alle galere,

che uccise un gladiatore nel Palazzo di Idernee,» — essa cominciò

lentamente.

Ben Hur trasalì.

— «Questo medesimo Ebreo uccise un soldato Romano sulla piazza del

Mercato, qui in Gerusalemme; questo stesso Ebreo possiede tre legioni

di Galilei pronte ad arrestare il Governatore Romano questa notte:

questo stesso Ebreo ha stretto alleanza con varî principi per una

sollevazione generale contro Roma; uno dei suoi alleati è lo sceicco

Ilderim.» —

Avvicinandosi a lui, essa gli sibilò nell'orecchio;

— «Tu hai vissuto in Roma. Supponiamo che queste cose vengano ripetute

ad alcune persone di nostra conoscenza... Ah — tu cambi colore?» —

Egli si ritrasse da lei, con l'espressione che possiamo immaginare sul

volto di un uomo, che credendo di scherzare con un gattino, si trova

improvvisamente d'aver fra le mani una tigre. Essa continuò:

— «Tu sei stato nell'anticamera imperiale, e conosci il ministro

Seiano. Supponiamo che, con le prove alla mano — o anche senza le

prove — gli si dica che questo Ebreo è l'uomo più ricco d'Oriente —

anzi di tutto l'impero. I pesci del Tevere mangerebbero di grasso quel

giorno, non è vero? E mentr'essi banchettano, o figlio di Hur, — ah,

quale splendore regnerebbe negli spettacoli del Circo! Divertire il

popolo Romano è un'arte difficile, procurarsi il denaro per divertirlo

è un'arte ancora più raffinata; e quale artista ha mai eguagliato

Seiano?» —

La commozione di Ben Hur al cospetto della profonda abbiezione che

queste parole rivelavano, non era tale da oscurargli la memoria. La

scena della sorgente, sulla strada verso il Giordano, gli riapparve

davanti agli occhi; ed egli si rammentò il sospetto che gli era

venuto intorno alla fedeltà di Ester. Con la medesima convinzione, e

forzandosi di parer calmo rispose:

— «Per farti piacere, o figlia d'Egitto, io riconosco la tua abilità,

e devo confessare che io sono interamente nelle tue mani. Potrei

ucciderti, è vero, ma sei una donna. Ma non dimenticarti che il deserto

è pronto ad accogliermi; e quantunque Roma sia assai destra nella

caccia all'uomo, dovrebbe seguirmi a lungo prima di prendermi, perchè

in quelle steppe vi sono selve di lancie e boschi di rovi, e la sabbia

è clemente al Parto invitto. Nelle maglie della tua rete, zimbello

e gonzo delle tue arti, un diritto mi rimane tutt'ora: Chi ti riferì

tutto ciò che sai di me? Nella fuga e nella cattività, nell'ora della

morte persino, mi sarà di consolazione pensare che ho lasciato al

traditore la maledizione di un uomo che ha vissuto una vita di tossico

e di fiele. Chi mi ha tradito?» —

Fu arte, fu espressione sincera, il volto dell'Egiziana si atteggiò a

commiserazione.

— «Vi sono al mio paese, o figlio di Hur,» — essa disse — «operai che

fanno dei quadri raccogliendo le conchiglie variopinte sparse qua e

là sulla spiaggia dopo una tempesta, sminuzzandole, e ordinando le

schegge sopra tavolette di marmo. Vedi tu quale insegnamento contiene

quest'arte per coloro che vanno in cerca di segreti? Ti basti sapere

ch'io raccolsi un cumulo di piccole circostanze ora da una persona

ora da un'altra, e che, con un pochino di perseveranza riuscii a

connetterle ed a coordinarle, esultando della riuscita come solo può

esultare una donna che viene ad avere nelle proprie mani la fortuna

e la vita di un uomo...» — qui s'arrestò e si volse dall'altra parte,

come per celargli un subitaneo accesso d'emozione, poscia affettando

uno sforzo di penosa risoluzione, completò la sua frase — «un uomo di

cui essa non sa che cosa vuol fare.» —

— «No, questo non basta,» — replicò Ben Hur, insensibile a quella

manovra, — «non basta. Devi decidere subito ciò che vuoi fare di me.

Potrei morire domani.» —

— «Verissimo,» — fece ella vivamente e con enfasi, — «dunque ti dirò

che qualche cosa appresi dallo sceicco Ilderim una notte ch'egli

giaceva presso mio padre nel deserto. Era una notte tranquilla e io

poteva udire attraverso la tenda ogni parola mentre ascoltavo i garriti

degli uccelli, il ronzio degli scarafaggi e il sussurro del vento.» —

Sorrise, come compiacendosi della poetica improvvisazione, poi continuò

— «Altre piccole cose, semplici particolari da incastrare nel quadro,

mi vennero da...» —

— «Da chi?» —

— «Dallo stesso figlio di Hur.» —

— «E da nessun'altra fonte?» —

— «No.» —

Hur trasse un sospiro di sollievo; lasciò cadere in tono d'indifferenza

un — «grazie,» — poi disse tranquillamente:

— «Non è bene far attendere Sejano. Il deserto è più pietoso. Di nuovo

dico: O Egitto, pace!» —

Fino a quel momento egli era rimasto a capo scoperto, ma ora prese

il fazzoletto che gli pendeva dal braccio, ed avvolgendosi il capo,

fece per partire. Essa io trattenne con un gesto rapido, e nella sua

impazienza tese una mano verso di lui.

— «Fermati,» — gridò.

Egli si volse, senza toccarle la bella mano scintillante di gioielli, e

non gli fu difficile comprendere che il colpo di scena tenuto finora in

riserva stava per iscoppiare.

— «Fermati, e non diffidare di me, oh figlio di Hur quando ti

dichiaro di sapere la tua relazione col nobile Arrio. E per tutti gli

Dei dell'Egitto, giuro ch'io fremo pensando a te, così avvenente e

generoso, in potere di un ministro spietato. Tu hai passato parte della

tua gioventù negli atrii della gran capitale; pensa qual contrasto sarà

per te la vita del deserto. Oh, ti compiango, sì, di tutto cuore ti

compiango! Fa soltanto quanto ti chiedo e, lo giuro per Iside sacra! io

ti salverò!» —

Parole insinuanti, pronunciate in tono supplichevole, cui la bellezza

prestava irresistibile fascino!

— «Quasi, sì, — quasi ti crederei» — mormorò con voce incerta Ben Hur,

nel cui seno un dubbio lottava ancora, coll'impulso che lo spingeva a

cedere.

— «La vita ideale della donna è una vita d'amore; la più gran felicità

per l'uomo sta nel vincere se stesso, ed è questo, oh principe ch'io ti

domando.» —

Essa parlava rapidamente, e con insolito calore; mai essa gli era

apparsa più seducente.

— «Tu avevi una volta un amico,» — essa continuò — «un amico di

gioventù. Scoppiò fra voi un dissidio e diveniste nemici. Egli ti

offese, e dopo molti anni lo incontrasti nel Circo d'Antiochia,» —

— «Messala?» —

— «Sì, Messala. Tu sei il suo creditore. Perdona il passato.

Ridiventagli amico, e restituiscigli la fortuna perduta nella grande

scommessa. Salvalo! — I sei talenti sono una bagatella per te, mentre

lui... Ah, egli è un uomo rovinato. O Ben Hur, principe magnanimo, per

un Romano della sua schiatta la povertà è peggio della morte: Salvalo

dalla miseria!» —

Se la rapidità delle sue parole erano un semplice artificio allo scopo

di non lasciargli il tempo di pensare, fa duopo ritenere ch'ella

ignorasse o avesse dimenticato, esservi certe commozioni affatto

indipendenti dal pensiero, che penetrano senza preavviso alcuno e sono

irremovibili. Mentr'essa parlava, parve a Ben Hur di vedere il volto

di Messala dietro le spalle dell'Egiziana e l'espressione del Romano

non era certamente quella di un mendicante o d'un amico; le labbra

del patrizio erano sempre atteggiate al solito sorriso sardonico, e lo

sguardo nulla aveva perduto della sua irritante alterigia.

— «L'appello è già stato deciso allora, e per una volta almeno

Messala è stato sconfitto. — Andrò a scrivere nel mio diario il

grande avvenimento, che un Romano ha pronunciato giudizio contro un

Romano! Ma dimmi, fu Messala a mandarti a me con questo messaggio, o

Egitto?» —

— «La sua è una nobile indole, e alla stregua di essa giudicò la

tua.» —

Ben Hur prese la mano poggiata leggermente sopra il suo braccio.

— «Dal momento che tu sembri avere rapporti di così intima amicizia

con lui, bella Egiziana, dimmi, credi che egli farebbe per me ciò che

egli mi chiede, in caso che le sorti fossero invertite? Rispondimi, per

Iside! Rispondimi, se ami la verità!» —

La mano e lo sguardo insistevano del pari che la voce.

— «Oh! — essa cominciò — egli è...» —

— «Un Romano, stavi per dire; significando con ciò, che io, un Ebreo,

non posso paragonarmi a lui; che, essendo Ebreo, io devo restituirgli

i miei guadagni, perchè egli è Romano. Se tu hai altro da dire, o

figlia di Balthasar, spicciati, spicciati; perchè, per il Signore

Dio d'Israele, questo mio sangue comincia a bollire, e potrò forse

dimenticare che tu sei una donna, e bella! Io non vedo che la spia

di un padrone doppiamente odioso perchè mio nemico e perchè Romano.

Spicciati, ti dico.» —

Essa si liberò della sua mano, facendo un passo indietro nel cerchio di

luce, e con tutta la malignità della sua natura raccolta negli occhi e

nella voce, disse:

— «Vile bevitor di feccie, cane Israelita! Nella tua smisurata

presunzione tu hai creduto che io potessi amarti dopo aver veduto

Messala? I pari tuoi sono nati per strisciare a suoi piedi. Ed ora

ascolta: Egli sarebbe stato contento che tu restituissi i sei talenti;

ma io ti dico che ai sei devi aggiungerne venti — venti, mi intendi tu?

Uno per ogni bacio che tu gli hai rubato, quantunque col mio permesso.

Io t'ho seguita con protestazioni d'affetto ho simulato un'amore

che non sentivo, ho sopportato la tua compagnia così a lungo, per

servire Messala. Il negoziante è l'amministratore della tua fortuna.

Se per domani, a mezzodì, egli non ha la tua cambiale in favore del

mio Messala per ventisei talenti — nota la somma! — avrai da fare con

Sejano. Sii saggio. Addio.» —

Mentre essa si avviava all'uscio, egli le si piantò innanzi,

sbarrandole il cammino.

— «Il vecchio Egitto vive in te!» — egli disse. — «Sia che tu veda

Messala domani o dopodomani, qui o in Roma, fagli questa ambasciata:

Digli che ho ricuperato tutto il denaro, compresi i sei talenti, di cui

egli mi spogliò, confiscando i miei beni paterni; digli che, superstite

alle galere a cui mi condannò, nel pieno vigore delle mie forze, io

rido della sua miseria e del suo disonore; digli che io credo che

quella infermità di corpo che lo astringe, eterno invalido, alla sua

poltrona, e che il mio braccio cagionò, è la maledizione del nostro

Signore Iddio d'Israele, giusta ricompensa pei suoi delitti contro i

deboli e gl'infelici; digli che mia madre e mia sorella, ch'egli fece

rinchiudere in una cella nella Torre d'Antonia affinchè vi morissero

della lebbra, sono vive e guarite, grazie alla potenza del Nazareno

che tu disprezzi; digli che per colmare la coppa della mia felicità,

esse sono state restituite alle mie braccia, e che nel loro affetto io

troverò largo compenso alle impure passioni che tu rechi a Messala;

digli — e questo anche per tuo conforto — o tigre in forma d'angelo,

digli, che quando Sejano verrà a spogliarmi, egli non troverà nulla,

perchè l'eredità ch'io ebbi dal duumviro, compreso la villa di Miseno,

è stata venduta, e il ricavo della vendita è fuori della sua portata,

in giro pei mercati del mondo, sotto forma di tratte; e che questa

casa, e i beni, e le merci, e le navi, e le carovane, che ogni giorno

portano a Simonide così principeschi guadagni, sono protetti da una

salvaguardia imperiale, perchè una testa più saggia della tua ha

trovato il prezzo dei favori di Sejano, e il ministro preferisce un

guadagno onestamente procurato, a tesori macchiati di sangue; digli,

che se anche non fosse così, se il denaro ed i beni fossero tutti miei,

egli non ne avrebbe la benchè minima parte, perchè, quando, trovasse le

nostre tratte Ebraiche, e obbligasse i detentori a consegnare le somme

equivalenti, un altro mezzo mi rimane — un atto di donazione a Cesare;

— questo almeno appresi negli atti della grande metropoli; digli infine

che, insieme alla mia sfida, io non gli mando la mia maledizione a

parole, ma quale migliore espressione del mio odio eterno, io gli

invio qualche cosa che sarà per lui la somma di tutte le maledizioni;

e quand'egli ti vedrà ripetere questo messaggio, figlia di Balthasar,

la sua astuzia Romana gli indicherà ciò ch'io intendo di dire. Ora va,

come io vado.» —

Egli la condusse verso l'uscio, e sollevando la cortina con cerimoniosa

cortesia, la lasciò passare per la prima.

— «La pace sia con te» — egli disse, mentre essa spariva.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 143 / 155 题