Ben Hur scese alla porta del Khan, o albergo, dal quale, più di
trent'anni prima, erano partiti i tre saggi per recarsi a Betlemme.
Lasciò il cavallo in consegna ai suoi servi arabi, ed in breve arrivò
alla casa paterna, ove si diresse al gran salotto. Chiamò Malluch, ma
questi era assente; mandò allora un saluto ai suoi amici, il negoziante
e l'Egiziano, ma anche questi si erano fatti trasportar fuori per
assistere alla celebrazione; l'Egiziano, gli fu detto, era in uno stato
di grande debolezza e sembrava molto accasciato.
Il messo ch'egli aveva incaricato di chiedere notizie di Balthasar,
s'era rivolto alla figlia, la quale veniva così informata dell'arrivo
del padrone, ciò che probabilmente Ben Hur aveva voluto. Essa non
tardò a comparire, leggiera come una silfide nei bianchi veli che le
svolazzavano attorno avvolgendo nelle loro pieghe la sua bella persona
di Dea. Se dobbiamo dire la verità, durante l'agitazione suscitata
dai recenti avvenimenti, Ben Hur non aveva pensato che di sfuggita
all'Egiziana, ma ora, al suo apparire, in tutto lo splendore della sua
bellezza, irresistibilmente affascinato, fece per precipitarsi verso di
lei colle braccia amorosamente tese; senonchè, fatto appena un passo,
s'arrestò come se uno spettro gli si fosse rizzato sul cammino e guardò
attonito la ragazza.
Fino a quel giorno, costei aveva messo in opera tutte le arti della
più raffinata civetteria per ammaliarlo: — ogni suo sguardo era stato
una confessione d'amore, confermato da ogni suo atto. Le sue parole
blandivano dolcemente le orecchie del giovane, e gli risuonavano
continuamente nel cuore durante le lunghe ore d'assenza. Per lui la
seducente creatura pudicamente abbassava gli occhi come per celarne
le fiamme, per lui erano i versi d'amore ch'essa aveva imparato dai
menestrelli d'Alessandria e che sapeva recitare con irresistibile
grazia; per lui le esclamazioni affettuose, i sorrisi, le suggestive
strette di mano, i baci, le canzoni del Nilo, e gli studiati lenocinii
dell'abbigliamento. L'idea, antica come i più antichi popoli, che la
bellezza è il guiderdone degli eroi, non vestì mai forme così regali
come quelle che si erano a lui rivelate.
Tale era stata l'Egiziana per Ben Hur dopo la notte della gita in
battello sul lago presso l'Orto delle Palme. Ed ora?
Abbiamo già in altra parte di questo volume accennato alla duplice
natura umana in rapporto ad un argomento sacro; qui è il caso di
parlarne ancora, ma in senso ben diverso. Vi sono poche persone la cui
indole non presenti due faccie, una natura genuina, spontanea, l'altra
artificiale e finta, il risultato dell'educazione e delle circostanze,
un intonaco di orpello che spesso finisce col diventare parte integrale
dell'individuo, non meno della prima.
Lasciando ai pensatori la cura d'approfondire questo tema, diremo che
in questo momento la vera natura dell'Egiziana si manifestò nel modo
più schietto e più completo.
Le sarebbe stato impossibile di ricevere una persona estranea con
più marcata ripugnanza. Eccezione fatta d'una leggiera inclinazione
della sua testolina, di una insolita tensione delle nari e d'una
maggiore incurvatura del sensuale labbro superiore, essa presentava
l'impassibilità di una statua. Dopo una breve pausa incominciò
freddamente: — «La tua venuta è opportuna, figlio di Hur. Desidero
ringraziarti della tua ospitalità, poichè dopo la giornata di domani
non avrò forse più occasione di approfittarne.» —
Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.
Essa continuò;
— «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando
il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le
somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del
fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che
ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo
vedere a chi spetta la corona?» —
Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono
d'indifferenza — «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta
a fare la propria volontà.» —
— «Dimmi,» — proseguì essa inclinando maggiormente il capo e
sogghignando, — «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio
d'un falegname di Nazareth e non meno figliuolo di Dio, del quale tante
grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» —
Egli fece un gesto impaziente, e rispose: — «Sono forse il suo
custode?» —
La bella testa si chinò ancor più.
— «Ha egli distrutto Roma?» —
Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.
— «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» — continuò la
donna, — «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo?
ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter
costruire palazzi dorati!» —
Non era più ammissibile ch'essa volesse scherzare; le sue domande
erano irritanti ed il suo contegno aggressivo. Ben Hur fu posto subito
sull'avviso e disse con apparente bonarietà:
— «Oh, Egitto, aspettiamo un giorno ancora, anche una settimana, e
vedremo lui, i leoni ed il palazzo!» —
Essa proseguì senza badare al significato di quelle parole:
— «E perchè presentasi vestito così? Non son quelle le vesti dei
governatori o dei vicerè delle Indie o d'altri paesi. Mi ricordo d'aver
veduto una volta il satrapo di Teheran, con un turbante di seta, un
mantello di tessuto d'oro, con una spada dall'impugnatura e dalla
guaina talmente tempestate di pietre preziose, che n'ebbi un capogiro.
Credetti proprio che Osiride gli avesse prestato un raggio del suo
sole. — Stupisco assai che tu non sia ancora entrato in possesso del
tuo regno, di quel regno ch'io doveva dividere teco.» —
— «La figlia del saggio mio ospite è, senza volerlo, ben gentile con
me, poichè m'insegna ch'Iside può baciare un cuore senza renderlo
migliore.» — Ben Hur pronunciò queste parole con fredda cortesia. Iras,
trastullandosi con un brillante che le pendeva dalla collana, tacque
un'istante, poi riprese. — «Per un Ebreo, il figlio di Hur non manca
di spirito. Ho assistito all'entrata in Gerusalemme del tuo Cesare
sognatore, di colui che, a tuo dire, doveva proclamarsi Re dei Giudei
sopra i gradini del Tempio. Vidi la processione che l'accompagnava e
ne udii i canti; che bell'effetto facevano quelle palme agitate! Vi
cercai invano una figura dall'aspetto regale, un cavaliere porporato,
un cocchio d'abbagliante metallo, un maestoso guerriero dietro allo
scintillante scudo, gareggiante in altezza colla propria lancia.
Sarebbe stato pur bello vedervi un principe di Gerusalemme con una
coorte delle legioni di Galilea!» —
Accompagnò le parole con un provocante sguardo di disprezzo, poi diede
in uno scroscio di risa come se l'immagine da lei evocata fosse ancor
più ridicola che spregevole.
— «Anzichè un Sesostri ritornante in trionfo o un Cesare incoronato,
e con la spada al fianco, ah, ah, ah, vidi un'uomo dal volto muliebre
e lagrimoso, montato su di un somaro! Il Re! il Figlio di Dio! il
Redentore del mondo! ah, ah, ah!» —
Suo malgrado Ben Hur sussultò.
— «Non lasciai il mio posto, no, oh principe di Gerusalemme,» —
proseguì essa, senza dargli il tempo d'interromperla, — «no, non
risi, ma dissi a me stessa: Aspettiamo: nel Tempio egli si abbiglierà
come s'addice ad un eroe sul punto di prendere possesso del Mondo. Lo
vidi oltrepassare la Porta di Shushan e la Corte delle Donne. Lo vidi
arrestarsi davanti la Porta Magnifica. Il popolo assiepava il porticato
e i cortili; si affollava nei chiostri e sui gradini dei tre lati del
Tempio, e tutti trattenevano il respiro in attesa della proclamazione.
Qual silenzio solenne! ah, ah, ah, nella mia fantasia mi pareva già
di udire lo scricchiolìo del crollante edificio Romano; ah, ah, ah! O
principe, il tuo Re del mondo si avvolse nella sua veste e se n'andò
per la porta più lontana, senza neppure profferire una parola e...
l'impero Romano è ancora in piedi!» —
In pietoso omaggio ad una speranza, che in quel momento si spense del
tutto e di cui egli aveva ansiosamente seguito col cuore i fuggenti
barlumi, Ben Hur abbassò lo sguardo.
Nè gli argomenti di Balthasar, nè i miracoli compiuti in sua presenza
avevano mai sortito l'effetto di porre così spiccatamente in rilievo
la contestata natura del Nazareno. Dopo tutto, il miglior modo per
arrivare alla percezione di ciò che è divino, è lo studio di ciò che
è umano. Nelle cose che trascendono l'intelligenza umana possiamo
sempre riprometterci di trovar Dio. Così, nella descrizione fatta
dall'Egiziana della scena in cui il Nazareno volse le spalle alla
Porta Magnifica, l'azione principale rimaneva affatto inesplicabile se
la si considerava da un punto di vista puramente umano. Come parabola
rivolta ad un popolo amante di parabole, quell'atto insegnava ciò che
Cristo aveva così spesso affermato, e cioè che la sua missione non era
politica. Questi pensieri attraversarono con la rapidità di un baleno
la mente di Ben Hur, ma allo stesso tempo si radicarono fermamente nel
suo cuore. Gli sembrò di vedere l'uomo dal volto dai capelli femminei
farsi vicino a lui, piangendo, — abbastanza vicino per lasciare una
traccia del suo spirito dietro di sè.
— «Figlia di Balthasar,» — egli disse con dignità. — «Se questo è
il giuoco di cui tu parlavi, prendi pure la corona, — essa è tua.
Ma bastino le vane ciancie, e veniamo ad una conclusione. Che tu
hai uno scopo, sono certo: esponilo, ed a questo io darò risposta;
poi lasciamoci, e ciascuno vada per la sua strada. Parla: io ti
ascolto.» —
Essa lo fissò con occhio intento, forse misurando la forza della sua
volontà, poi disse, freddamente:
— «Tu hai il mio permesso — va.» —
— «La pace sia con te» — egli rispose.
Quando stava per passare sotto alla portiera, essa lo richiamò.
— «Una parola!» —
Egli si arrestò dov'era e la guardò.
— «Hai riflettuto a ciò ch'io so sul conto tuo?» —
— «O bellissima Egiziana» — egli disse, ritornando indietro, — «che
cosa sai mai degli affari miei?» —
Essa lo guardò distrattamente.
— «Tu sei più Romano, o figlio di Hur, che tutti i tuoi
connazionali.» —
— «Sono così diverso dagli altri Ebrei?» — egli chiese con indifferenza.
— «I semi de'i sono tutti Romani ora» — essa riprese.
— «Mi dirai dunque che altro hai appreso sul conto mio?» —
— «Questa tua somiglianza non è senza effetto sopra di me, e potrebbe
indurmi a salvarti.» —
— «Salvarmi?» —
Le rosee dita giuocherellavano distrattamente coi ciondoli scintillanti
della sua collana, e la sua voce era molto dolce e carezzevole; solo
il leggero battere del suo sandalo sopra il pavimento, lo ammoniva di
stare in guardia.
— «C'era una volta un Ebreo, un forzato sfuggito alle galere,
che uccise un gladiatore nel Palazzo di Idernee,» — essa cominciò
lentamente.
Ben Hur trasalì.
— «Questo medesimo Ebreo uccise un soldato Romano sulla piazza del
Mercato, qui in Gerusalemme; questo stesso Ebreo possiede tre legioni
di Galilei pronte ad arrestare il Governatore Romano questa notte:
questo stesso Ebreo ha stretto alleanza con varî principi per una
sollevazione generale contro Roma; uno dei suoi alleati è lo sceicco
Ilderim.» —
Avvicinandosi a lui, essa gli sibilò nell'orecchio;
— «Tu hai vissuto in Roma. Supponiamo che queste cose vengano ripetute
ad alcune persone di nostra conoscenza... Ah — tu cambi colore?» —
Egli si ritrasse da lei, con l'espressione che possiamo immaginare sul
volto di un uomo, che credendo di scherzare con un gattino, si trova
improvvisamente d'aver fra le mani una tigre. Essa continuò:
— «Tu sei stato nell'anticamera imperiale, e conosci il ministro
Seiano. Supponiamo che, con le prove alla mano — o anche senza le
prove — gli si dica che questo Ebreo è l'uomo più ricco d'Oriente —
anzi di tutto l'impero. I pesci del Tevere mangerebbero di grasso quel
giorno, non è vero? E mentr'essi banchettano, o figlio di Hur, — ah,
quale splendore regnerebbe negli spettacoli del Circo! Divertire il
popolo Romano è un'arte difficile, procurarsi il denaro per divertirlo
è un'arte ancora più raffinata; e quale artista ha mai eguagliato
Seiano?» —
La commozione di Ben Hur al cospetto della profonda abbiezione che
queste parole rivelavano, non era tale da oscurargli la memoria. La
scena della sorgente, sulla strada verso il Giordano, gli riapparve
davanti agli occhi; ed egli si rammentò il sospetto che gli era
venuto intorno alla fedeltà di Ester. Con la medesima convinzione, e
forzandosi di parer calmo rispose:
— «Per farti piacere, o figlia d'Egitto, io riconosco la tua abilità,
e devo confessare che io sono interamente nelle tue mani. Potrei
ucciderti, è vero, ma sei una donna. Ma non dimenticarti che il deserto
è pronto ad accogliermi; e quantunque Roma sia assai destra nella
caccia all'uomo, dovrebbe seguirmi a lungo prima di prendermi, perchè
in quelle steppe vi sono selve di lancie e boschi di rovi, e la sabbia
è clemente al Parto invitto. Nelle maglie della tua rete, zimbello
e gonzo delle tue arti, un diritto mi rimane tutt'ora: Chi ti riferì
tutto ciò che sai di me? Nella fuga e nella cattività, nell'ora della
morte persino, mi sarà di consolazione pensare che ho lasciato al
traditore la maledizione di un uomo che ha vissuto una vita di tossico
e di fiele. Chi mi ha tradito?» —
Fu arte, fu espressione sincera, il volto dell'Egiziana si atteggiò a
commiserazione.
— «Vi sono al mio paese, o figlio di Hur,» — essa disse — «operai che
fanno dei quadri raccogliendo le conchiglie variopinte sparse qua e
là sulla spiaggia dopo una tempesta, sminuzzandole, e ordinando le
schegge sopra tavolette di marmo. Vedi tu quale insegnamento contiene
quest'arte per coloro che vanno in cerca di segreti? Ti basti sapere
ch'io raccolsi un cumulo di piccole circostanze ora da una persona
ora da un'altra, e che, con un pochino di perseveranza riuscii a
connetterle ed a coordinarle, esultando della riuscita come solo può
esultare una donna che viene ad avere nelle proprie mani la fortuna
e la vita di un uomo...» — qui s'arrestò e si volse dall'altra parte,
come per celargli un subitaneo accesso d'emozione, poscia affettando
uno sforzo di penosa risoluzione, completò la sua frase — «un uomo di
cui essa non sa che cosa vuol fare.» —
— «No, questo non basta,» — replicò Ben Hur, insensibile a quella
manovra, — «non basta. Devi decidere subito ciò che vuoi fare di me.
Potrei morire domani.» —
— «Verissimo,» — fece ella vivamente e con enfasi, — «dunque ti dirò
che qualche cosa appresi dallo sceicco Ilderim una notte ch'egli
giaceva presso mio padre nel deserto. Era una notte tranquilla e io
poteva udire attraverso la tenda ogni parola mentre ascoltavo i garriti
degli uccelli, il ronzio degli scarafaggi e il sussurro del vento.» —
Sorrise, come compiacendosi della poetica improvvisazione, poi continuò
— «Altre piccole cose, semplici particolari da incastrare nel quadro,
mi vennero da...» —
— «Da chi?» —
— «Dallo stesso figlio di Hur.» —
— «E da nessun'altra fonte?» —
— «No.» —
Hur trasse un sospiro di sollievo; lasciò cadere in tono d'indifferenza
un — «grazie,» — poi disse tranquillamente:
— «Non è bene far attendere Sejano. Il deserto è più pietoso. Di nuovo
dico: O Egitto, pace!» —
Fino a quel momento egli era rimasto a capo scoperto, ma ora prese
il fazzoletto che gli pendeva dal braccio, ed avvolgendosi il capo,
fece per partire. Essa io trattenne con un gesto rapido, e nella sua
impazienza tese una mano verso di lui.
— «Fermati,» — gridò.
Egli si volse, senza toccarle la bella mano scintillante di gioielli, e
non gli fu difficile comprendere che il colpo di scena tenuto finora in
riserva stava per iscoppiare.
— «Fermati, e non diffidare di me, oh figlio di Hur quando ti
dichiaro di sapere la tua relazione col nobile Arrio. E per tutti gli
Dei dell'Egitto, giuro ch'io fremo pensando a te, così avvenente e
generoso, in potere di un ministro spietato. Tu hai passato parte della
tua gioventù negli atrii della gran capitale; pensa qual contrasto sarà
per te la vita del deserto. Oh, ti compiango, sì, di tutto cuore ti
compiango! Fa soltanto quanto ti chiedo e, lo giuro per Iside sacra! io
ti salverò!» —
Parole insinuanti, pronunciate in tono supplichevole, cui la bellezza
prestava irresistibile fascino!
— «Quasi, sì, — quasi ti crederei» — mormorò con voce incerta Ben Hur,
nel cui seno un dubbio lottava ancora, coll'impulso che lo spingeva a
cedere.
— «La vita ideale della donna è una vita d'amore; la più gran felicità
per l'uomo sta nel vincere se stesso, ed è questo, oh principe ch'io ti
domando.» —
Essa parlava rapidamente, e con insolito calore; mai essa gli era
apparsa più seducente.
— «Tu avevi una volta un amico,» — essa continuò — «un amico di
gioventù. Scoppiò fra voi un dissidio e diveniste nemici. Egli ti
offese, e dopo molti anni lo incontrasti nel Circo d'Antiochia,» —
— «Messala?» —
— «Sì, Messala. Tu sei il suo creditore. Perdona il passato.
Ridiventagli amico, e restituiscigli la fortuna perduta nella grande
scommessa. Salvalo! — I sei talenti sono una bagatella per te, mentre
lui... Ah, egli è un uomo rovinato. O Ben Hur, principe magnanimo, per
un Romano della sua schiatta la povertà è peggio della morte: Salvalo
dalla miseria!» —
Se la rapidità delle sue parole erano un semplice artificio allo scopo
di non lasciargli il tempo di pensare, fa duopo ritenere ch'ella
ignorasse o avesse dimenticato, esservi certe commozioni affatto
indipendenti dal pensiero, che penetrano senza preavviso alcuno e sono
irremovibili. Mentr'essa parlava, parve a Ben Hur di vedere il volto
di Messala dietro le spalle dell'Egiziana e l'espressione del Romano
non era certamente quella di un mendicante o d'un amico; le labbra
del patrizio erano sempre atteggiate al solito sorriso sardonico, e lo
sguardo nulla aveva perduto della sua irritante alterigia.
— «L'appello è già stato deciso allora, e per una volta almeno
Messala è stato sconfitto. — Andrò a scrivere nel mio diario il
grande avvenimento, che un Romano ha pronunciato giudizio contro un
Romano! Ma dimmi, fu Messala a mandarti a me con questo messaggio, o
Egitto?» —
— «La sua è una nobile indole, e alla stregua di essa giudicò la
tua.» —
Ben Hur prese la mano poggiata leggermente sopra il suo braccio.
— «Dal momento che tu sembri avere rapporti di così intima amicizia
con lui, bella Egiziana, dimmi, credi che egli farebbe per me ciò che
egli mi chiede, in caso che le sorti fossero invertite? Rispondimi, per
Iside! Rispondimi, se ami la verità!» —
La mano e lo sguardo insistevano del pari che la voce.
— «Oh! — essa cominciò — egli è...» —
— «Un Romano, stavi per dire; significando con ciò, che io, un Ebreo,
non posso paragonarmi a lui; che, essendo Ebreo, io devo restituirgli
i miei guadagni, perchè egli è Romano. Se tu hai altro da dire, o
figlia di Balthasar, spicciati, spicciati; perchè, per il Signore
Dio d'Israele, questo mio sangue comincia a bollire, e potrò forse
dimenticare che tu sei una donna, e bella! Io non vedo che la spia
di un padrone doppiamente odioso perchè mio nemico e perchè Romano.
Spicciati, ti dico.» —
Essa si liberò della sua mano, facendo un passo indietro nel cerchio di
luce, e con tutta la malignità della sua natura raccolta negli occhi e
nella voce, disse:
— «Vile bevitor di feccie, cane Israelita! Nella tua smisurata
presunzione tu hai creduto che io potessi amarti dopo aver veduto
Messala? I pari tuoi sono nati per strisciare a suoi piedi. Ed ora
ascolta: Egli sarebbe stato contento che tu restituissi i sei talenti;
ma io ti dico che ai sei devi aggiungerne venti — venti, mi intendi tu?
Uno per ogni bacio che tu gli hai rubato, quantunque col mio permesso.
Io t'ho seguita con protestazioni d'affetto ho simulato un'amore
che non sentivo, ho sopportato la tua compagnia così a lungo, per
servire Messala. Il negoziante è l'amministratore della tua fortuna.
Se per domani, a mezzodì, egli non ha la tua cambiale in favore del
mio Messala per ventisei talenti — nota la somma! — avrai da fare con
Sejano. Sii saggio. Addio.» —
Mentre essa si avviava all'uscio, egli le si piantò innanzi,
sbarrandole il cammino.
— «Il vecchio Egitto vive in te!» — egli disse. — «Sia che tu veda
Messala domani o dopodomani, qui o in Roma, fagli questa ambasciata:
Digli che ho ricuperato tutto il denaro, compresi i sei talenti, di cui
egli mi spogliò, confiscando i miei beni paterni; digli che, superstite
alle galere a cui mi condannò, nel pieno vigore delle mie forze, io
rido della sua miseria e del suo disonore; digli che io credo che
quella infermità di corpo che lo astringe, eterno invalido, alla sua
poltrona, e che il mio braccio cagionò, è la maledizione del nostro
Signore Iddio d'Israele, giusta ricompensa pei suoi delitti contro i
deboli e gl'infelici; digli che mia madre e mia sorella, ch'egli fece
rinchiudere in una cella nella Torre d'Antonia affinchè vi morissero
della lebbra, sono vive e guarite, grazie alla potenza del Nazareno
che tu disprezzi; digli che per colmare la coppa della mia felicità,
esse sono state restituite alle mie braccia, e che nel loro affetto io
troverò largo compenso alle impure passioni che tu rechi a Messala;
digli — e questo anche per tuo conforto — o tigre in forma d'angelo,
digli, che quando Sejano verrà a spogliarmi, egli non troverà nulla,
perchè l'eredità ch'io ebbi dal duumviro, compreso la villa di Miseno,
è stata venduta, e il ricavo della vendita è fuori della sua portata,
in giro pei mercati del mondo, sotto forma di tratte; e che questa
casa, e i beni, e le merci, e le navi, e le carovane, che ogni giorno
portano a Simonide così principeschi guadagni, sono protetti da una
salvaguardia imperiale, perchè una testa più saggia della tua ha
trovato il prezzo dei favori di Sejano, e il ministro preferisce un
guadagno onestamente procurato, a tesori macchiati di sangue; digli,
che se anche non fosse così, se il denaro ed i beni fossero tutti miei,
egli non ne avrebbe la benchè minima parte, perchè, quando, trovasse le
nostre tratte Ebraiche, e obbligasse i detentori a consegnare le somme
equivalenti, un altro mezzo mi rimane — un atto di donazione a Cesare;
— questo almeno appresi negli atti della grande metropoli; digli infine
che, insieme alla mia sfida, io non gli mando la mia maledizione a
parole, ma quale migliore espressione del mio odio eterno, io gli
invio qualche cosa che sarà per lui la somma di tutte le maledizioni;
e quand'egli ti vedrà ripetere questo messaggio, figlia di Balthasar,
la sua astuzia Romana gli indicherà ciò ch'io intendo di dire. Ora va,
come io vado.» —
Egli la condusse verso l'uscio, e sollevando la cortina con cerimoniosa
cortesia, la lasciò passare per la prima.
— «La pace sia con te» — egli disse, mentre essa spariva.