Quando Ben Hur abbandonò la stanza degli ospiti, il suo passo era meno
fermo di quando vi era entrato, e la testa gli era caduta sul petto.
Aveva fatto la scoperta che un uomo, inchiodato sul letto, con la
schiena rotta, poteva dalle nere profondità della sua anima, trarre
forze sufficienti per nuocere ai suoi nemici, e stava riflettendo su
questa scoperta.
È facile, dopo che una calamità ci ha colpiti, rivolgere lo sguardo
indietro, e scorgere tutte le fila della trama prima nascoste.
Il pensiero che egli non aveva neppure sospettato la complicità
dell'Egiziana nei disegni di Messala, e che per anni egli aveva
ciecamente fidato in lei, mettendo a repentaglio la propria vita e
quella degli amici, ferì profondamente il suo orgoglio. — «Ora mi
ricordo» — egli diceva fra sè — «che essa non ebbe una parola di sdegno
quando il perfido Romano minacciò la sua vita alla fonte di Castalia!
Io ricordo come essa lo esaltava quella notte di luna nell'Orto delle
Palme! Ed, ah...» — egli si fermò battendosi violentemente il pugno
sulla fronte — «ah! il mistero dell'appuntamento al palazzo di Idernee,
non è più un mistero per me!» —
La ferita, dobbiamo osservare, toccava il suo orgoglio e la sua vanità,
e per fortuna gli uomini non muoiono spesso di simili mali, e neppure
ne soffrono molto a lungo. Nel caso di Ben Hur, poi, v'era compenso
nella riflessione a cui egli diede voce improvvisamente esclamando, —
«Lodato sia il Cielo che quella donna non s'è impadronita maggiormente
del mio cuore! Ora m'accorgo che non l'ho mai veramente amata!» —
E come se si fosse liberato da un grave peso, arrivato con passo
leggero all'estremità del terrazzo, dove terminava la scala che metteva
sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all'ultimo
gradino s'arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa
fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L'ipocrisia
accompagna raramente l'età venerabile come la sua. Balthasar era un
uomo onesto.
Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V'era luna piena, ma
la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi
ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali
salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d'Israele. Quelle meste
armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato
nell'animo suo, e gli sembravano dire: — «Così, o figlio di Giuda, noi
facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla
patria ch'egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci
troverà pronti.» —
E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di
Nazareth.
La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre
attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa.
In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e
la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la
vecchia angosciosa domanda: — «Che sorta di uomo è egli mai?» —
Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse
meccanicamente verso il Padiglione.
— «Facciano il loro peggio;» — egli disse, camminando a passi lenti —
«io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure
fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di
là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte
le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà
un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che
anelano di morire per la libertà.» —
L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente
illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre
sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino
alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in
direzione del Mercato.
La poltrona era occupata. — «Il buon uomo è ritornato» — pensò, — «Gli
parlerò, se non dorme.» —
Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra
la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del
padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto.
Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante
in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa — la
solitudine forse, o quei sospiri — diedero a Ben Hur l'idea che quel
sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo
la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era
solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia
alla spalliera e pensò:
— «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle — nulla — se
non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa
dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è
tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami
— ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul
terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non
inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita
tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel
bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. — Nessuno sa in città che
ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa
piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con
la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una
sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma
— o maledetta maga d'Egitto! — come potrei avere il coraggio di parlare
a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace
Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» —
E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò.