CAPITOLO VII.

Quando Ben Hur abbandonò la stanza degli ospiti, il suo passo era meno

fermo di quando vi era entrato, e la testa gli era caduta sul petto.

Aveva fatto la scoperta che un uomo, inchiodato sul letto, con la

schiena rotta, poteva dalle nere profondità della sua anima, trarre

forze sufficienti per nuocere ai suoi nemici, e stava riflettendo su

questa scoperta.

È facile, dopo che una calamità ci ha colpiti, rivolgere lo sguardo

indietro, e scorgere tutte le fila della trama prima nascoste.

Il pensiero che egli non aveva neppure sospettato la complicità

dell'Egiziana nei disegni di Messala, e che per anni egli aveva

ciecamente fidato in lei, mettendo a repentaglio la propria vita e

quella degli amici, ferì profondamente il suo orgoglio. — «Ora mi

ricordo» — egli diceva fra sè — «che essa non ebbe una parola di sdegno

quando il perfido Romano minacciò la sua vita alla fonte di Castalia!

Io ricordo come essa lo esaltava quella notte di luna nell'Orto delle

Palme! Ed, ah...» — egli si fermò battendosi violentemente il pugno

sulla fronte — «ah! il mistero dell'appuntamento al palazzo di Idernee,

non è più un mistero per me!» —

La ferita, dobbiamo osservare, toccava il suo orgoglio e la sua vanità,

e per fortuna gli uomini non muoiono spesso di simili mali, e neppure

ne soffrono molto a lungo. Nel caso di Ben Hur, poi, v'era compenso

nella riflessione a cui egli diede voce improvvisamente esclamando, —

«Lodato sia il Cielo che quella donna non s'è impadronita maggiormente

del mio cuore! Ora m'accorgo che non l'ho mai veramente amata!» —

E come se si fosse liberato da un grave peso, arrivato con passo

leggero all'estremità del terrazzo, dove terminava la scala che metteva

sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all'ultimo

gradino s'arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa

fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L'ipocrisia

accompagna raramente l'età venerabile come la sua. Balthasar era un

uomo onesto.

Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V'era luna piena, ma

la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi

ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali

salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d'Israele. Quelle meste

armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato

nell'animo suo, e gli sembravano dire: — «Così, o figlio di Giuda, noi

facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla

patria ch'egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci

troverà pronti.» —

E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di

Nazareth.

La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre

attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa.

In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e

la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la

vecchia angosciosa domanda: — «Che sorta di uomo è egli mai?» —

Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse

meccanicamente verso il Padiglione.

— «Facciano il loro peggio;» — egli disse, camminando a passi lenti —

«io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure

fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di

là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte

le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà

un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che

anelano di morire per la libertà.» —

L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente

illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre

sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino

alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in

direzione del Mercato.

La poltrona era occupata. — «Il buon uomo è ritornato» — pensò, — «Gli

parlerò, se non dorme.» —

Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra

la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del

padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto.

Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante

in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa — la

solitudine forse, o quei sospiri — diedero a Ben Hur l'idea che quel

sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo

la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era

solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia

alla spalliera e pensò:

— «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle — nulla — se

non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa

dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è

tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami

— ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul

terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non

inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita

tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel

bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. — Nessuno sa in città che

ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa

piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con

la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una

sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma

— o maledetta maga d'Egitto! — come potrei avere il coraggio di parlare

a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace

Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» —

E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 144 / 155 题