Nessuno vi era uscito od entrato dal giorno terribile della
separazione. Doveva egli bussare come per l'addietro? Era inutile,
egli lo sapeva; pure non poteva resistere alla tentazione. Amrah
potrebbe udire, e guardare da una di quelle finestre o da qualche
porta. Prendendo un ciottolo, montò sul largo gradino di pietra e
picchiò tre volte. Un eco lenta rispose. Egli picchiò una seconda
volta più forte di prima; e poi ancora, fermandosi ogni volta per
ascoltare. Nessun suono ruppe il silenzio. Ritornando sulla strada egli
guardò attentamente le finestre; anch'esse erano mute e senza vita. Il
parapetto del tetto spiccava chiaramente nel cielo illuminato; nulla
avrebbe potuto muoversi senza che egli se ne fosse accorto, e nulla
realmente si mosse.
Dal lato settentrionale egli passò all'ovest, ove s'aprivano quattro
finestre che guardò a lungo ed ansiosamente, ma con lo stesso
risultato. Certe volte il suo cuore si gonfiava di desiderî impotenti;
certe altre tremava innanzi alle illusioni della sua fantasia. Amrah
non fece alcun cenno; neppure un fantasma si mosse.
Silenziosamente, allora, egli si avvicinò alla facciata meridionale.
Anche là la porta era sugellata e recava la medesima soprascritta.
L'armonioso splendore della luna di agosto, apparendo sulla cresta
dell'Oliveto, poi chiamato Monte dell'Offesa, faceva risaltare le
parole, ed egli le lesse, in preda a un'ira muta e impotente. Tutto ciò
che egli poteva fare, era di strappare l'asse dall'inchiodatura, e di
lanciarla nel fosso; poi si sedette sul gradino, e pregò Dio affinchè
affrettasse la venuta del nuovo Re. Questo sfogo lo rese più calmo; a
poco, a poco cedette alle fatiche del lungo viaggio, compiuto sotto la
sferza del sole; chinò la testa lentamente e si addormentò di un sonno
profondo.
Poco dopo, due donne discesero la strada nella direzione della Torre di
Antonia, avvicinandosi alla casa dei Hur. Esse avanzavano furtivamente,
con passi timidi, fermandosi ogni tanto per ascoltare. All'angolo del
fabbricato una si rivolse all'altra, e disse a bassa voce:
— «Eccoci, Tirzah.» —
E Tirzah, dopo aver guardato intorno a sè, afferrò la mano della madre,
e vi si appoggiò pesantemente, singhiozzando, senza profferire una
parola.
— «Andiamo innanzi, figlia mia, perchè....» — la madre esitò e tremò;
poi sforzandosi d'essere calma, continuò — «perchè quando spunterà il
giorno, ci cacceranno dalle porte della città che si chiuderanno per
sempre dietro di noi.» —
Tirzah si lasciò cadere sulle pietre.
— «Ah, sì!» — ella disse fra i singhiozzi; — «Dimenticavo. Credevo di
andare a casa. Ma siamo lebbrosi, e non abbiamo casa; apparteniamo ai
morti!» —
La madre si abbassò e la sollevò teneramente, dicendo:
— «Non abbiamo nulla a temere. Andiamo avanti.» —
E in verità, alzando semplicemente le loro mani, esse avrebbero messo
in fuga una intera legione.
Avanzandosi pian piano, rasente alla muraglia, procedettero come due
fantasmi, sinchè arrivarono alla porta, davanti alla quale esse pure si
fermarono. Vedendo l'asse, montarono sul gradino, e lessero la scritta:
_Questa è proprietà dell'Imperatore_
Allora la madre giunse le mani, e con gli occhi rivolti al Cielo,
gemette con indicibile angoscia.
— «Che cosa c'è mamma? Tu mi spaventi!» —
Lentamente essa rispose: — «Oh! Tirzah, i poveri muoiono! Egli è
morto!» —
— «Chi, mamma?» —
— «Tuo fratello! Tutto gli fu tolto — tutto — perfino questa
casa!» —
— «Povero!» — disse Tirzah con sguardo smarrito — «Egli non potrà mai
aiutarci.» —
— «E allora, mamma?» —
— «Domani, domani, figlia mia, troveremo un posto presso la strada, e
chiederemo l'elemosina come fanno i lebbrosi; mendicheremo.» —
Tirzah si appoggiò di nuovo alla madre e con voce fioca bisbigliò:
— «Morire, morire!» —
— «No!» — disse la madre con prontezza. — «Iddio ha fissata la nostra
ora, e noi siamo credenti in Dio. Lo rispetteremo anche in questo.
Andiamo.» —
Ella afferrò la mano di Tirzah mentre parlava e insieme voltarono
l'angolo ovest della casa, sempre rasentando il muro. Non trovando
alcuno proseguirono fino all'altro angolo sfuggendo il chiaro di luna,
che illuminava tutta la facciata meridionale e parte della strada.
Ma il desiderio della madre era forte. Lanciando uno sguardo indietro
ed in alto verso le finestre, entrò nell'area illuminata attirando
seco Tirzah; allora apparve in tutto il suo orrore la loro afflizione
— le labbra e le gote screpolate, gli occhi cisposi, le mani scarne;
le ciocche di capelli indurite da una materia ripugnante, e, come le
loro ciglia, spaventosamente bianche. Nè era possibile il poter dire
quale fosse la madre, e quale la figlia; ambedue sembravano vecchie e
cadenti.
— «Zitto!» — fece la madre — «V'è qualcuno coricato sul gradino —
un uomo. Facciamo il giro e avviciniamoci.» — Esse attraversarono la
strada, rapidamente, e tenendosi nell'ombra, proseguirono fin davanti
alla porta, ove si fermarono.
— «Egli dorme, Tirzah!» —
L'uomo rimaneva immobile.
— «Rimani qui, mentr'io tenterò d'aprire la porta.» —
Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò
l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in
quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il
fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve
chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì;
guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli
occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da
Tirzah.
— «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo
fratello!» — sussurrò sommessamente.
— «Mio fratello? Giuda?» —
La madre le afferrò la mano con veemenza.
— «Vieni» — ella disse, sempre a voce bassa e concitata: — «andiamo
a guardarlo insieme — ancora una volta, una volta sola — poi, o Dio,
aiuta i tuoi servi!» —
Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose
come fantasmi.
Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si
fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in
alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la
trasse indietro.
— «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo
infette!» — ella sussurrò.
Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.
Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte
erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi
biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi;
la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola.
Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama la
struggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo
al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza!
Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo,
o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in
questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto,
può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la
infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la
salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per
la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse
sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante
che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra
madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio,
e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di
un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta
l'anima sua in quei baci.
Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e
l'udirono mormorare in sogno:
— «Dov'è la mamma, Amrah?» —
E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi
ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare
un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore
scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.
Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno
pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah,
si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per
stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la
strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo
in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche
miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di
un amore come il loro.
Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve
sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la
scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura
piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita
decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di
verdura.
Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò;
poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada
camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò
alla porta, aprì facilmente lo sportello e mise la mano nell'apertura.
Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa
senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per
entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per
dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo
vedersi.
Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione
soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare
in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare
storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli
la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare
e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente
ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della
donna.
— «Amrah! O Amrah! sei tu?» — egli disse.
La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo
piangendo di gioia.
Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio
viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una
gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.
Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:
— «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti
prego.» —
Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.
— «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in
casa.» —
Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre,
indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:
— «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»
Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.
Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto
diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.
Perciò l'amore vinse.
Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva
sempre più.
— «Stavi per entrare,» — egli continuò vedendo che il battente era
aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. — «I
Romani — la maledizione di Dio cada su di loro, — i Romani mentirono.
La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» —
Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole
nell'oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai
più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra.
Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova
ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e
cacciate dalla città a sassate.
— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie,
uscirono dalla città.