CAPITOLO V.

Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il

bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono

per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di

En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce,

osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono

la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger

l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede

a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di

Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.

Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso

l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine

dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi

dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.

A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il

Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche

hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.

La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata

dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale

fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli

tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non

singolarmente, ma formanti un'intera colonia.

Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi

dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione

di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.

La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente

capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un

macigno.

All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata

famiglia.

Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo,

ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal

capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in

direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.

Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.

Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia

di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la

corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.

Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo

domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella

rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più

di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori

arrivarono a frotte.

Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto

tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il

sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del

suo scopo.

La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di

casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso

alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e

ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.

Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si

può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla

padrona od a Tirzah — nulla.

Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.

Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale

come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo

grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.

Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe

andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa

decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per

rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.

Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti

giovanili si sarebbero potuti cambiare.

Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise

di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli

veniva.

Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del

solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei

Pesci.

Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire

un uomo raccontare una storia.

Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare

quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano

tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu

demolita la porta della cella numero VI.

Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei

prigionieri.

Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.

Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale

felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!

Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto

ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah

erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli

si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo

Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace,

domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro

destino sarebbe stato anche il suo.

Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?

Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità

dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione

singolare.

I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro

sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per

la giornata, dal pozzo En-rogel.

Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano,

stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona

e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non

ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio

di uno povero.

Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva

udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi

spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a

prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.

Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani

doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli

era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare

i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla

coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di

svelarlo, essa si mantenne calma.

Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona

colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì

il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a

En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime

ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava

maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in

moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il

fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a

far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero

a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri

venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra

le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da

gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri,

totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra

lettighe.

Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura,

trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.

Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi

spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici

delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla

collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che

tutti gli altri si fossero serviti.

Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva

attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata.

Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole

penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta

a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle

consuete scorrerie.

Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una

delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano

entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non

erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse

loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo

spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il

suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente

attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba,

poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono

al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse

proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli,

per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno

le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò,

ammonendole, con voce stridula:

— «Siete infette, siete infette!» —

— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli

usi dei lebbrosi.» —

Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e

l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.

— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon

pane ai lebbrosi!» —

— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, —

io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla

porta.» —

Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse

sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola,

e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo

ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella

amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di

gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo

di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria!

e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva

calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella

la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione

promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima

della donna trasalì a quella vista.

— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai

vedute. Tornerò indietro.» —

E si voltò.

— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.

L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.

— «Chi mi chiama?» — domandò ella.

— «Amrah!» —

Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle

donne.

— «Chi siete?» — ella gridò.

— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —

Amrah cadde sulle sue ginocchia.

— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a

voi!» —

E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi

avanti.

— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo

infette!» —

Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani,

singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un

tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.

— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —

— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —

L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando

indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò

vicino al cesto e lo scoprì.

— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —

Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si

rivolse di nuovo.

— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle

pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora,

riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio

che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —

La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece

strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore

che traspariva dal suo aspetto.

— «Chi sono esse?» — domandò una donna.

Amrah sommessamente rispose;

— «Esse furono una volta molto buone con me!» —

Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro.

Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido:

«Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al

cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.

— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. —

«Cuor d'oro!» —

— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.

Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete;

tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:

— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla

porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di

là.» —

Amrah giunse le mani.

— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —

— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra

le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo

so!» —

— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed

inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —

— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —

— «Sono pronta.» —

— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla,

Amrah.» —

— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —

— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi.

Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel

poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora

innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per

abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una

parola. Hai capito?» —

— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare

in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che

voi vivete!» —

— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —

La serva abbassò il capo silenziosa.

— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente.

Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto,

addio!» —

— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah

colle mani davanti al viso.

— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo

ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora

stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.

Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del

ritorno.

La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante

il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba,

benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della

cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa,

passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di

vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere

la morte.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 120 / 155 题