Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il
bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono
per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di
En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce,
osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono
la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger
l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede
a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di
Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.
Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso
l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine
dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi
dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.
A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il
Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche
hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.
La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata
dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale
fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli
tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non
singolarmente, ma formanti un'intera colonia.
Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi
dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione
di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.
La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente
capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un
macigno.
All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata
famiglia.
Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo,
ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal
capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in
direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.
Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.
Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia
di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la
corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.
Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo
domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella
rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più
di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori
arrivarono a frotte.
Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto
tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il
sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del
suo scopo.
La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di
casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso
alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e
ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.
Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si
può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla
padrona od a Tirzah — nulla.
Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.
Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale
come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo
grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.
Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe
andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa
decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per
rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.
Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti
giovanili si sarebbero potuti cambiare.
Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise
di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli
veniva.
Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del
solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei
Pesci.
Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire
un uomo raccontare una storia.
Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare
quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano
tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu
demolita la porta della cella numero VI.
Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei
prigionieri.
Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.
Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale
felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!
Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto
ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah
erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli
si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo
Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace,
domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro
destino sarebbe stato anche il suo.
Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?
Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità
dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione
singolare.
I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro
sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per
la giornata, dal pozzo En-rogel.
Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano,
stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona
e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non
ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio
di uno povero.
Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva
udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi
spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a
prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.
Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani
doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli
era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare
i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla
coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di
svelarlo, essa si mantenne calma.
Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona
colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì
il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a
En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime
ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava
maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in
moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il
fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a
far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero
a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri
venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra
le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da
gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri,
totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra
lettighe.
Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura,
trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.
Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi
spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici
delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla
collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che
tutti gli altri si fossero serviti.
Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva
attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata.
Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole
penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta
a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle
consuete scorrerie.
Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una
delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano
entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non
erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse
loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo
spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il
suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente
attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba,
poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono
al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse
proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli,
per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno
le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò,
ammonendole, con voce stridula:
— «Siete infette, siete infette!» —
— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli
usi dei lebbrosi.» —
Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e
l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.
— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon
pane ai lebbrosi!» —
— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, —
io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla
porta.» —
Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse
sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola,
e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo
ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella
amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di
gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo
di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria!
e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva
calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella
la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione
promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima
della donna trasalì a quella vista.
— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai
vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle
donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a
voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi
avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo
infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani,
singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un
tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —
L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando
indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò
vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si
rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle
pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora,
riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio
che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece
strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore
che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
— «Esse furono una volta molto buone con me!» —
Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro.
Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido:
«Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al
cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. —
«Cuor d'oro!» —
— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete;
tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla
porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di
là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra
le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo
so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed
inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla,
Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi.
Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel
poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora
innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per
abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una
parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare
in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che
voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente.
Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto,
addio!» —
— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah
colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo
ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora
stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del
ritorno.
La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante
il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba,
benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della
cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa,
passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di
vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere
la morte.