Il sole tramontava dietro le montagne che proiettavano le loro ombre
gigantesche sopra l'Orto delle Palme, e al brevissimo crepuscolo
successe rapidamente l'oscurità della morte. I domestici portarono
nella tenda quattro candelieri di bronzo e li posero sul tavolo, uno
per ciascun angolo. Ogni candeliere aveva quattro braccia, e da ciascun
braccio scendeva una piccola lampada d'argento. La luce brillante
illuminava il gruppo che continuò la conversazione iniziata parlando in
dialetto siriaco, famigliare alle popolazioni d'Oriente.
L'Egiziano raccontò la storia dell'incontro dei tre nel deserto,
e convenne con lo sceicco che fu in dicembre, ventisette anni fa,
quand'egli e i suoi compagni, fuggendo da Erode, chiesero ospitalità
alla sua tenda. Il racconto fu ascoltato con intenso interessamento;
gli stessi domestici, indugiavano più che potevano per afferrare ogni
dettaglio. Ben Hur lo accolse come si conveniva ad un uomo che udiva
una rivelazione di grande importanza per tutta l'umanità e specialmente
pel popolo d'Israele. Nella sua mente, come vedremo, andava formandosi
un'idea che doveva mutare tutta la corrente della sua vita, ed
assorbire tutte quante le sue forze.
Le parole di Balthasar fecero una profonda impressione nel giovine
Ebreo, il quale non dubitò per un istante della verità di quanto aveva
udito.
Per lo sceicco Ilderim la storia non era nuova. L'aveva udita
raccontare dai tre sapienti in circostanze che non permettevano il
dubbio. Vi aveva creduto ed aveva scampato i fuggiaschi dall'ira
d'Erode. Oggi uno dei tre sedeva nuovamente, ospite riverito, al suo
desco, e le sue labbra ripetevano la medesima narrazione. Ma nella
mente di Ilderim quei fatti non avevano l'importanza con cui apparivano
a Ben Hur. Egli era un Arabo, e l'interessamento suo non poteva che
essere d'ordine generale; Ben Hur invece era Ebreo.
Fin dalla culla egli aveva inteso parlare del Messia; gli studi nel
Collegio lo avevano reso famigliare con tutto ciò che riguardava
l'Essere, che formava insieme la speranza, il timore e la gloria
speciale del popolo eletto; i profeti lo avevano annunziato; e il suo
avvento formava il tema di interminabili disquisizioni da parte dei
Rabbi; nelle sinagoghe, nelle scuole, nel Tempio, nei giorni di festa e
di digiuno, in pubblico ed in privato, i dottori lo predicavano, finchè
tutti i figli d'Abramo, qualunque fosse la loro condizione, vivevano in
aspettazione del Messia, e spesso con ferrea severità disciplinavano la
loro vita in conformità a quell'evento.
Certamente v'erano molti dubbi ed incertezze e grandi controversie fra
gli Ebrei medesimi circa il Messia, ma le controversie vertevano sopra
un solo punto: quando sarebbe venuto?
Unanime poi era la persuasione fra il popolo eletto, che, qualunque
fosse l'ora della sua venuta, egli sarebbe stato il _Re degli Ebrei_,
il loro Re politico, il loro Cesare. Egli avrebbe guidate le loro
armi alla conquista della terra, e pel bene loro e in nome di Dio,
vi avrebbe dominato in eterno. Su questa credenza, i Farisei o
Separatisti — questa parola aveva un senso più politico che religioso
— fantasticavano negli anditi e intorno agli altari del Tempio, e vi
avevano costruito sopra un edificio di speranze più colossali dei sogni
del Macedone. Quelli non abbracciavano che la terra; il loro edificio
copriva la terra e toccava coi suoi pinnacoli il cielo. Nella audace,
sfrenata fantasia di quell'empio egoismo, Iddio onnipotente doveva
essere un semplice strumento per l'espandersi vittorioso del nome
Giudeo.
Ritornando a Ben Hur, dobbiamo osservare che due circostanze della sua
vita lo avevano tenuto relativamente immune dagli effetti di questa
audace religione predicata dai suoi compaesani Separatisti.
In primo luogo suo padre apparteneva alla setta dei Sadducei, che
si potrebbero chiamare i Liberali del loro tempo. Essi rispettavano
rigorosamente i libri della legge tramandati da Mosè, ma tenevano
in alto disprezzo le aggiunte e i commenti della scienza Rabbinica.
Quantunque formassero una setta, la loro religione era più una dottrina
filosofica che non una fede; non fuggivano i piaceri della vita e
sapevano ammirare le bellezze artistiche e letterarie delle razze
pagane. In politica erano gli avversari più tenaci dei Separatisti.
Questi principî paterni erano discesi nel figlio, quantunque la
catastrofe che lo aveva raggiunto in giovine età, avesse impedito la
loro consolidazione. Ma qui si fece sentire la seconda delle influenze
a cui abbiamo fatto allusione.
Cinque anni di soggiorno in Roma avevano lasciato una profonda
impressione nell'animo di Ben Hur. Roma era allora all'apogeo della
sua gloria se non della sua potenza, il ritrovo politico e commerciale
di tutte le nazioni. Intorno all'aurea pietra miliare del Foro — oggi
così deserto — si incontravano tutte le correnti dell'attività umana.
Le raffinatezze sociali, le opere dell'ingegno, la gloria delle imprese
militari e civili non avrebbero potuto lasciare indifferente il figlio
di Arrio, che, dalla sua magnifica villa di Miseno, passava nel palazzo
di Cesare, in mezzo alla folla di Re, principi, ambasciatori, ostaggi,
delegati, clienti, convenuti da ogni parte del mondo, ed aspettanti
ansiosi la risposta di un uomo. Certo, le feste di Pasqua raccoglievano
a Gerusalemme assemblee non meno splendide e non meno numerose; ma
quando egli sedeva sotto il purpureo velario del Circo Massimo, uno dei
trecentocinquantamila spettatori, era impossibile che non gli balenasse
il pensiero che, forse, nella grande famiglia umana esistevano dei
rami non meno degni, per le loro sofferenze e per la loro pazienza nel
sopportarle, d'esser fatti segno della pietà divina e di dividere col
piccolo popolo d'Israele la gloria promessa.
Ma se questo pensiero gli era venuto, egli non poteva certo dimenticare
un'importante considerazione. La miseria delle masse, l'abbiettezza
del loro stato, non avevano alcuna relazione con la religione; i loro
lamenti non derivavano certo da mancanza di Dei. Nei querceti della
Britannia predicavano i Druidi; Odino e Freia tenevano inconcusso
dominio nelle Gallie e in Germania; l'Egitto si accontentava dei suoi
coccodrilli e dei suoi gatti; i Persiani erano devoti ad Ormuzd e
Arimane, tenendoli in pari onore; la speranza del Nirvana sorreggeva
ancora l'Indiano sopra l'arido cammino di Brama; la bellissima anima
Greca quando non disputava di filosofia, cantava gli Dei e gli eroi
d'Omero; mentre, in Roma, nulla era più comune o a miglior mercato
degli Dei. Secondo il capriccio dei momento questi padroni del mondo
portavano la loro adorazione e i loro sacrifici ora a questo ora a
quell'altare, rallegrandosi e deridendo il caos che avevano creato.
Dopo aver usurpate tutte le divinità del mondo, deificavano i loro
Cesari, davan loro altari e sacerdoti. No, la infelicità dei tempi
non era cagionata dalla religione, ma dal mal governo, dalle infinite
angherie e delle usurpazioni dei tiranni. Il baratro acheronteo in
cui gli uomini erano caduti e da cui imploravano un uomo liberatore,
derivava da cause politiche soltanto. La preghiera, uguale dappertutto,
a Londra, al Alessandria, ad Atene, a Gerusalemme, era per un Re
liberatore e vittorioso, non per un Dio da adorarsi.
Studiando quell'epoca dopo il lasso di duemil'anni, noi vediamo e
riconosciamo che, solo sul terreno religioso, solo per l'avvento del
vero Dio potevano diradarsi le tenebre e la confusione di quell'età, ma
gli uomini d'allora, anche le menti più acute e serene, non scorgevano
altra salvezza fuorchè nella rovina, nell'umiliazione di Roma; con
la caduta del tiranno tutto sarebbe mutato; da ciò le preghiere, le
congiure, le rivolte, i sacrifici, le morti, le lacrime ed il sangue
invano prodigati.
Ben Hur conveniva perfettamente con l'opinione prevalente fra i suoi
contemporanei non Romani.
I cinque anni trascorsi nella metropoli gli avevano offerto modo di
studiare da vicino le sventure degli oppressi, e lo avevano persuaso
che i mali che affliggevano il mondo erano essenzialmente d'ordine
politico e potevano essere guariti soltanto con la spada. Con questo
intento, per potere un giorno applicare al mondo questo rimedio eroico,
era venuto in Oriente.
Nelle palestre di Roma s'era reso famigliare con l'uso delle armi; ma
l'arte della guerra ha bisogno di altre scuole, dove l'intelligenza si
acuisce e si addestra non meno del corpo.
Il compito del duce, il più arduo di tutti, non poteva essere studiato
che sui campi di battaglia.
Questo disegno inoltre abbracciava anche i minori propositi di vendetta
ch'egli covava.
Egli pensava, e non senza ragione, che i suoi torti individuali
sarebbero più sicuramente vendicati in guerra che in pace.
I sentimenti coi quali ascoltò la narrazione di Balthasar potranno ora
essere facilmente intesi.
Il racconto toccava i tasti più sensibili dell'animo suo. Il suo cuore
palpitò; una gioia profonda, quasi feroce lo prese pensando che quel
fanciullo così meravigliosamente trovato era il Messia.
Pieno di stupore che Israele fosse restato così indifferente davanti
alla rivelazione di un tanto evento e ch'egli medesimo non ne avesse
udito parlare prima d'allora, due domande gli si presentarono, nelle
quali si concentrava per il momento tutta l'importanza del fatto:
Dove era il fanciullo?
Qual'era la sua missione?
Ben Hur si rivolse a Balthasar.