CAPITOLO XIII.

Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per

viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e

primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama

fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente

noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era

infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni

genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro

orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare

della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno

splendido _dovar_, formato da tre grandi padiglioni, — uno per sè, uno

per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, — e da una

diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri

della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio

della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.

A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun

pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le

abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il

sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della

sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto del

_dovar_.

Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua

vita nell'Orto delle Palme era un'esatta riproduzione di quelli delle

antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.

Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il

suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che

prenda possesso della terra conquistata, dicendo: — «Qui piantate la

mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi

alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» —

A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno

dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del

suo figliuolo favorito.

Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: —

«Alt! Qui piantate le tende!» — Dove la lancia era stata conficcata, fu

affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali

furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi

furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio

dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano

esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in

filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare

tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma

che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e

grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità

furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini

coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto — ultima

pietra usata dall'architettura del deserto — con quale muta ansietà

l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo!

Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la

direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani

aveva esclamato: — «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa

sera _arrak_ e miele e carne di capretto allieteranno le nostre

mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i

cammelli. Andate!» —

Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della

tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo

la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro

pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare

conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.

Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra

le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone, la cui

lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata

l'impugnatura.

Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e

le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.

Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano

indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e

fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che

prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le

brocche e appesero le otri di _arrak_ a portata di mano.

Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua

dolce nell'Orto delle Palme.

Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne

uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.

— «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» — disse il padrone di

casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: —

«Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» — continuò Ilderim, passando le

dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon

appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» —

— «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo

affamato» — rispose Ben Hur.

— «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero

boccone del gregge.» —

Ilderim battè le mani.

— «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io,

Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle

acque.» — Il servitore si inchinò.

— «Digli ancora» — continuò lo sceicco, — «che ho condotto un amico, e

che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà

per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» —

Il servitore uscì.

— «Ed ora riposiamoci.» —

Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi

chiese con gravità: — «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio

sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» —

— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo

scrutatore dell'altro, — «non credere che io voglia scherzare con la

tua giusta richiesta, ma dimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita

in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un

delitto?» —

— «Per lo splendore di Salomone, sì» — rispose Ilderim. — «Il tradire

se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria

tribù.» —

— «Io ti ringrazio buon sceicco!» — esclamò Ben Hur. — «La tua risposta

mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto,

e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» —

Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:

— «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe

indicare.» —

Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno

con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.

— «In secondo luogo» — continuò Ben Hur, — «io sono Ebreo, della tribù

di Giuda.» —

La sceicco alzò un poco le ciglia.

— «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto

un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» —

Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi

sembravano chiusi.

— «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio

strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco,

l'oro e la gloria saranno interamente per te.» —

Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione

gli si leggeva in ogni tratto del volto.

— «Basta!» — egli disse. — «Se nelle parole dette dalla tua lingua

si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io

credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da

vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla

tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i

cavalli — puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti

amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E

poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar

loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo?

Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di

Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva

guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi! Io non parlo di quei

bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi,

avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione,

— ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio

rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni,

che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei

loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra

intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè

provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo;

eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» —

Un servitore si presentò.

— «Fate venire i miei Arabi.» —

L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo

di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che

l'invito era fatto sul serio.

— «Venite!» — disse Ilderim. — «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io

posseggo non è vostro? Venite, dico!» —

Essi si avvicinarono lentamente.

— «Figlio d'Israele,» — disse lo sceicco, — «il tuo Mosè era un

grand'uomo, ma — ah! ah! — io devo ridere quando penso ch'egli diede ai

tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere

cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto

quello là, e questo — e questo?» —

Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito

orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.

— «Non è vero, sceicco, non è vero!» — esclamò Ben Hur con calore. —

«Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e

come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» —

Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come

quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie

piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e

muovendo il labbro superiore. — «Chi sei tu?» — parve chiedere, come se

avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro

corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli

tese il palmo della mano.

— «Vi diranno, i calunniatori! — siano brevi i loro giorni!» — esclamò

lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. — «Vi diranno,

dico, che i nostri migliori cavalli vengono dai pascoli Nesei, nella

Persia.» — È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa

di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e

gli disse: — «Ecco il tuo paese!» — E quando il pover'uomo si lamentò,

l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: — «Rallegrati! Io

ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» — L'arabo udì,

e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò

i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del

deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola

verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare

una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li

accolse e li tenne cari — essi erano i doni di Dio. E da quell'isola

verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati

Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non

dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora

ti mostrerò le prove.» —

Battè le mani. — «Portami gli annali della tribù,» — ordinò a un

servitore.

Mentre aspettava, lo sceicco scherzava coi cavalli, passando le sue

dita attraverso le loro criniere, palpando e accarezzandone il collo e

la fronte. Di lì a poco comparvero sei uomini trascinando alcune casse

di cedro rinforzate da spranghe di ferro.

— «No» — disse Ilderim, quando furono deposte per terra. — «Non fa

bisogno di tutte, solo dei registri dei cavalli — aprite quella lì, e

riportate indietro le altre.» —

La cassa fu aperta, rivelando una serie di tavolette d'avorio, infilate

in anelli d'argento; e siccome lo spessore delle tavolette era come

quello d'un ostia, ogni anello ne contava centinaia.

— «Io so,» — disse Ilderim, prendendo in mano gli anelli. — «Io so con

quanta cura e zelo, mio figlio, i sacerdoti del Tempio della tua città

tengono nota di ogni neonato della tua nazione, cosicchè ogni figlio

d'Israele può seguire l'ordine dei suoi maggiori sino ai tempi dei

patriarchi. I miei padri — la loro memoria sia florida in eterno, —

non credettero peccaminoso di applicare quell'idea anche ai loro muti

servitori, guarda!» —

Ben Hur prese gli anelli, e separando le tavolette, vide che portavano

l'impronta di rozzi geroglifici arabi, disegnati nell'avorio con la

punta di un ferro rovente.

— «Puoi leggerli, figlio d'Israele?» —

— «No, spiegami il loro significato.» —

— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro

sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme

al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —

Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile.

Tutte erano gialle per gli anni.

— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza

di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la

tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli

addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro

mani la misura d'avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio

d'Israele, mi crederai, quando dichiaro, che, come io sono il Re del

deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come

l'ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto.

Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da

questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, —

aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo

mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu

ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed

ora parliamo di te.» —

— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l'Arabo ama i suoi

cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i

primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non

dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci;

lascia ch'io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —

Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.

— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «Lascia ch'io

continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che

verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti

dico che questi figli del deserto, quand'anche abbiano ciascuno da sè

la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se

non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti,

o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e

mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori

imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l'auriga non potè

farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso

risultato, ma se è così, tu stesso lo vedrai. Se invece mi riesce di

far correre i quattro come un solo cavallo, docili alla mia volontà,

ti giuro che tu avrai i tuoi sesterzii e la corona: io la mia vendetta.

Che ne dici?» —

Ilderim ascoltò, lisciandosi la barba. Poi disse ridendo: — «Io ti

credo, figlio di Israele. Noi abbiamo un proverbio del deserto che

dice: Se vorrai condire la cena con parole, io ti prometto un oceano di

burro. Domani proverai i cavalli.» —

In questo momento si udirono dei passi fuori dalla tenda.

— «La cena — eccola! Ed ecco pure il mio amico Balthasar, che ti

farò conoscere. Egli sa raccontare una storia che un Israelita non si

stancherà mai d'ascoltare.» —

E ai servitori disse:

— «Portate via i registri e riconduci i miei gioielli nel loro

appartamento.» —

Gli ordini furono eseguiti.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 66 / 155 题