Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per
viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e
primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama
fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente
noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era
infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni
genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro
orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare
della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno
splendido _dovar_, formato da tre grandi padiglioni, — uno per sè, uno
per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, — e da una
diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri
della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio
della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.
A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun
pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le
abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il
sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della
sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto del
_dovar_.
Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua
vita nell'Orto delle Palme era un'esatta riproduzione di quelli delle
antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.
Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il
suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che
prenda possesso della terra conquistata, dicendo: — «Qui piantate la
mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi
alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» —
A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno
dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del
suo figliuolo favorito.
Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: —
«Alt! Qui piantate le tende!» — Dove la lancia era stata conficcata, fu
affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali
furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi
furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio
dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano
esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in
filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare
tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma
che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e
grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità
furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini
coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto — ultima
pietra usata dall'architettura del deserto — con quale muta ansietà
l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo!
Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la
direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani
aveva esclamato: — «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa
sera _arrak_ e miele e carne di capretto allieteranno le nostre
mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i
cammelli. Andate!» —
Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della
tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo
la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro
pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare
conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.
Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra
le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone, la cui
lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata
l'impugnatura.
Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e
le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.
Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano
indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e
fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che
prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le
brocche e appesero le otri di _arrak_ a portata di mano.
Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua
dolce nell'Orto delle Palme.
Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne
uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.
— «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» — disse il padrone di
casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: —
«Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» — continuò Ilderim, passando le
dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon
appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» —
— «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo
affamato» — rispose Ben Hur.
— «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero
boccone del gregge.» —
Ilderim battè le mani.
— «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io,
Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle
acque.» — Il servitore si inchinò.
— «Digli ancora» — continuò lo sceicco, — «che ho condotto un amico, e
che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà
per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» —
Il servitore uscì.
— «Ed ora riposiamoci.» —
Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi
chiese con gravità: — «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio
sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» —
— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo
scrutatore dell'altro, — «non credere che io voglia scherzare con la
tua giusta richiesta, ma dimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita
in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un
delitto?» —
— «Per lo splendore di Salomone, sì» — rispose Ilderim. — «Il tradire
se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria
tribù.» —
— «Io ti ringrazio buon sceicco!» — esclamò Ben Hur. — «La tua risposta
mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto,
e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» —
Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:
— «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe
indicare.» —
Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno
con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.
— «In secondo luogo» — continuò Ben Hur, — «io sono Ebreo, della tribù
di Giuda.» —
La sceicco alzò un poco le ciglia.
— «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto
un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» —
Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi
sembravano chiusi.
— «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio
strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco,
l'oro e la gloria saranno interamente per te.» —
Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione
gli si leggeva in ogni tratto del volto.
— «Basta!» — egli disse. — «Se nelle parole dette dalla tua lingua
si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io
credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da
vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla
tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i
cavalli — puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti
amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E
poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar
loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo?
Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di
Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva
guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi! Io non parlo di quei
bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi,
avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione,
— ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio
rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni,
che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei
loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra
intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè
provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo;
eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» —
Un servitore si presentò.
— «Fate venire i miei Arabi.» —
L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo
di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che
l'invito era fatto sul serio.
— «Venite!» — disse Ilderim. — «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io
posseggo non è vostro? Venite, dico!» —
Essi si avvicinarono lentamente.
— «Figlio d'Israele,» — disse lo sceicco, — «il tuo Mosè era un
grand'uomo, ma — ah! ah! — io devo ridere quando penso ch'egli diede ai
tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere
cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto
quello là, e questo — e questo?» —
Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito
orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.
— «Non è vero, sceicco, non è vero!» — esclamò Ben Hur con calore. —
«Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e
come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» —
Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come
quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie
piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e
muovendo il labbro superiore. — «Chi sei tu?» — parve chiedere, come se
avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro
corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli
tese il palmo della mano.
— «Vi diranno, i calunniatori! — siano brevi i loro giorni!» — esclamò
lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. — «Vi diranno,
dico, che i nostri migliori cavalli vengono dai pascoli Nesei, nella
Persia.» — È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa
di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e
gli disse: — «Ecco il tuo paese!» — E quando il pover'uomo si lamentò,
l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: — «Rallegrati! Io
ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» — L'arabo udì,
e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò
i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del
deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola
verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare
una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li
accolse e li tenne cari — essi erano i doni di Dio. E da quell'isola
verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati
Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non
dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora
ti mostrerò le prove.» —
Battè le mani. — «Portami gli annali della tribù,» — ordinò a un
servitore.
Mentre aspettava, lo sceicco scherzava coi cavalli, passando le sue
dita attraverso le loro criniere, palpando e accarezzandone il collo e
la fronte. Di lì a poco comparvero sei uomini trascinando alcune casse
di cedro rinforzate da spranghe di ferro.
— «No» — disse Ilderim, quando furono deposte per terra. — «Non fa
bisogno di tutte, solo dei registri dei cavalli — aprite quella lì, e
riportate indietro le altre.» —
La cassa fu aperta, rivelando una serie di tavolette d'avorio, infilate
in anelli d'argento; e siccome lo spessore delle tavolette era come
quello d'un ostia, ogni anello ne contava centinaia.
— «Io so,» — disse Ilderim, prendendo in mano gli anelli. — «Io so con
quanta cura e zelo, mio figlio, i sacerdoti del Tempio della tua città
tengono nota di ogni neonato della tua nazione, cosicchè ogni figlio
d'Israele può seguire l'ordine dei suoi maggiori sino ai tempi dei
patriarchi. I miei padri — la loro memoria sia florida in eterno, —
non credettero peccaminoso di applicare quell'idea anche ai loro muti
servitori, guarda!» —
Ben Hur prese gli anelli, e separando le tavolette, vide che portavano
l'impronta di rozzi geroglifici arabi, disegnati nell'avorio con la
punta di un ferro rovente.
— «Puoi leggerli, figlio d'Israele?» —
— «No, spiegami il loro significato.» —
— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro
sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme
al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —
Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile.
Tutte erano gialle per gli anni.
— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza
di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la
tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli
addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro
mani la misura d'avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio
d'Israele, mi crederai, quando dichiaro, che, come io sono il Re del
deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come
l'ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto.
Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da
questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, —
aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo
mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu
ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed
ora parliamo di te.» —
— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l'Arabo ama i suoi
cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i
primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non
dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci;
lascia ch'io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —
Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.
— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «Lascia ch'io
continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che
verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti
dico che questi figli del deserto, quand'anche abbiano ciascuno da sè
la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se
non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti,
o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e
mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori
imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l'auriga non potè
farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso
risultato, ma se è così, tu stesso lo vedrai. Se invece mi riesce di
far correre i quattro come un solo cavallo, docili alla mia volontà,
ti giuro che tu avrai i tuoi sesterzii e la corona: io la mia vendetta.
Che ne dici?» —
Ilderim ascoltò, lisciandosi la barba. Poi disse ridendo: — «Io ti
credo, figlio di Israele. Noi abbiamo un proverbio del deserto che
dice: Se vorrai condire la cena con parole, io ti prometto un oceano di
burro. Domani proverai i cavalli.» —
In questo momento si udirono dei passi fuori dalla tenda.
— «La cena — eccola! Ed ecco pure il mio amico Balthasar, che ti
farò conoscere. Egli sa raccontare una storia che un Israelita non si
stancherà mai d'ascoltare.» —
E ai servitori disse:
— «Portate via i registri e riconduci i miei gioielli nel loro
appartamento.» —
Gli ordini furono eseguiti.