All'ora in cui due terzi della popolazione d'Antiochia riposava
dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l'aria
rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone
ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio
terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia
che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull'acqua fino
a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito
rumore dell'andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva
dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie
leggiere come ostie, un po' di miele ed una tazza di latte nella quale
Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.
— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il
pensiero che lo preoccupava.
— «Credi tu ch'egli verrà?» — chiese Ester.
— «A meno ch'egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del
deserto, verrà.» —
Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.
— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.
— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse
accorto di non poter ritornare e poichè non m'ha avvertito sono certo
che verrà.» —
— «Speriamolo» — sospirò la giovine.
V'era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa
parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi
sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto
leggiera, a tutte le fibre dell'albero, e l'organismo umano non è meno
sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.
— «Tu desideri ch'egli ritorni, Ester?» —
— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.
— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.
— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e
qui di nuovo si fermò.
— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —
— «Sì.» —
— «E tu sei sempre d'avviso ch'io non dovrei lasciarlo partire senza
dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto —
capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli
schiavi e del credito potente, che è un mantello d'oro e d'argento
tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il
Successo!» —
Essa non rispose.
— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta
d'amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto
terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta
squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima
— no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della
morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù
cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d'ora il
pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno
costate nulla, non un momento d'angoscia, non una stilla di sudore,
neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr'egli è nel fior
degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo
sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch'egli andrà inoltre al
possesso di ciò che tutto l'oro del mondo non potrebbe dargli; parlo
di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della
mia perduta Rachele.» —
L'attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno
per la povera morta.
— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse
la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una
migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —
— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com'io ad essi mi affidi
ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di
qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono
solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a
non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un'anima
che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana,
più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa
scoprire l'oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le
navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» —
qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma
non sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo
quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso
Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch'io posseggo quella facoltà
più preziosa d'un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della
volontà, dell'esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi
sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto,
la facoltà d'aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli
fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in
legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle
mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d'oneste fatiche;
così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» —
qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» —
Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per
te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il
quale non ha dimenticato il ramingo gregge d'Israele, ch'esse siano
confortanti.» —
Malluch si presentò.
— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed
anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —
Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile
come quello d'un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle
sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura
fossero i suoi rapporti cogli altri due.
Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in
argomento.
— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —
I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con
tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui
immobilità non fu scossa un solo istante.
— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito.
— «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla
nazionalità del giovane?» —
— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —
— «Ne sei sicuro?» —
— «Certissimo.» —
— «Eppure pare ch'egli non t'abbia narrato gran che della sua
vita.» —
— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dire diffidente. Egli
eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla
fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —
— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —
— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi
vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch'egli non
s'interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il
tempio, e chiese solamente s'esso era Greco. A dirti il vero quel
giovane ha un dolore ch'egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di
Dafne per dimenticarlo.» —
— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più
forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; —
i poveri s'impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi
s'atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel
giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o
d'Israele?» —
— «Nulla affatto.» —
— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl'incentivi
alle gozzoviglie, egli non può a meno d'averti fatto qualche offerta
di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua
gioventù.» —
— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —
— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l'idea dominante in
lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna
questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa
puoi dirmi in proposito?» —
— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta
sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua
madre e sua sorella; — poi v'è della ruggine fra lui e Roma e, siccome
vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente
è di umiliarlo. L'incontro alla fontana gliene porse l'occasione ma non
volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —
— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —
— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —
— «Ebbene?» —
— «Il figlio d'Arrio vincerà.» —
— «Come lo sai tu?» —
Malluch sorrise.
— «Giudico dalle sue parole.» —
— «Da null'altro?» —
— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo
anima».
— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende
essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli
anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il
sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito
d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta,
se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di
sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che
da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si
nutre.» —
Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione,
parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.
— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi
convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità
del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale,
visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il
Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì
dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim
riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e
dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato
Re dei Giudei?» —
Simonide trasalì e chiese avidamente:
— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole,
ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di
lui.» —
— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata
la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da
un'apparente differenza nelle due espressioni.» —
Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.
— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d'Ilderim, e
cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed
il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi
domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio
di Roma?» —
— «Che voleva egli dire?» —
— «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo
regno.» —
Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi
galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta,
Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle
Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge.
Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia
soggiunse come parlando a se stesso, — «può darsi ch'io pure mi rechi
al Circo.» —
Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato,
Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi
poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a
riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.
— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con
fervore; — «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma
qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara,
e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia
speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero
per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa
così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita.
Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di
tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità,
figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —
Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento
della mente.
— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest'ora deve aver raggiunto
il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in
grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. —
Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette
anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella
sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto
tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d'Israele,
quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura
crollanti e lo strepito dell'universale rovina — si, e il gaudio degli
uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma,
il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che
Roma non è più», — qui s'arrestò per l'eccesso della gioia esultante e
che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia
— «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione
dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di
lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo
momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata
attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora,
però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari
e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e
pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro
gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo
di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane
nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi,
e poi....» — qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione
nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse
baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua
madre!» —
Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della
diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa
di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. — La
sua compagna non era che una fanciulla.
— «A che pensi Ester?» — le chiese riprendendo il tono di voce che
gli era abituale. — «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè
è ancora in mia facoltà di appagarlo — il potere nostro lo sai, è
incostante. Domani può essere troppo tardi.» —
Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:
— «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo
andare al Circo!» —
— «Ah!» — sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume
ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta
dietro il monte Sulpio.
Dobbiamo dirlo, lettore? Un'acre gelosia rodeva Simonide. Ch'essa già
amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell'era troppo
giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell'idea che
continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava
bene. L'ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel
quartiere ov'era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova
nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel
giorno. Eppure in questo momento il ricordo dell'età lo sorprese come
una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo
in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo
invecchiando, e, più terribile ancora, l'idea che dobbiamo morire. Fu
appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e
gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua
idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio
della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva
l'infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone!
Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie,
ben di rado s'accontenta di fare le cose per metà. Nell'amarezza del
momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del
suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con
calma apparente:
«Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» —
— «Perchè non è quello il luogo per un figlio d'Israele, padre.» —
— «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» —
Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della
fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: sì sentì
indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di
benessere.
— «Quel giovane deve avere le ricchezze» — fece Simonide prendendole la
mano parlandole con crescente tenerezza — «egli deve avere le navi, i
denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei
rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto,
che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia
mia, dovrà egli avere anche quello?» —
Essa si chinò su di lui e tacque.
— «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch'io lo
sappia.» —
Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: —
«Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand'anche io avessi ad
amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» —
E chinandosi sopra di lui, lo baciò.
— «Sì» — ella continuò. — «Egli parve bello ai miei occhi; la sua
voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che
un pericolo, lo minaccia. Lo rivedrei volentieri. Ma, padre, l'amore
che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con
pazienza, ricordandomi ch'io sono figlia tua e di mia madre.» —
— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi
renderebbe ricco, quand'anche tutta la mia fortuna andasse perduta.
Iddio ti protegga o mia figlia.» —
Un po' più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua
poltrona nuovamente nella stanza, dov'egli restò a lungo nella penombra
crepuscolare pensando all'avvento del Re, mentre essa si ritirò nella
sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.