Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del
fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto
cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del
colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva
al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro
gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano
abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel
punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale
del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo
sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva
ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle
sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza
ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non
impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando
un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava
Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.
Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti
splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza
principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da
fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata
descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.
L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala, pavimentata di
marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali
lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di
cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa
fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la
volta dipinta a vari colori — azzurro, verde, porpora di Siro ed oro.
Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di
scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e
sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.
Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni
per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester
dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume
e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri
innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che
abbiamo descritta.
Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo,
una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di
luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del
cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti
da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo
esaminare con una certa attenzione.
Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi
tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua
purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina;
cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio.
Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e le _lacernae_,
di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate
dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi
addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.
Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa,
o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni
prevale lo strepito secco dei dadi o _tesserae_, d'avorio, agitati nei
bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine, _hostes_,
mosse sullo scacchiere.
Di chi è formata la società?
— «Buon Flavio» — dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo —
«vedi tu quella _lucerna_ là sul divano? è appena uscita dalle mani del
sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» —
— «E poi?» — chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre
consimili. Che vuoi dire?» —
«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni
cosa.» —
— «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» —
— «Ecco, partita.» —
— «È vero per Giove! Ancora? —
— «Volentieri.» —
— «E la posta?»
— «Un sesterzio.» —
Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e
mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione
dell'amico:
— «Un uomo che sappia ogni cosa! _Hercle!_ gli oracoli morirebbero di
fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» —
— «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel
fiume.» —
— «E la domanda?» —
— «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il
console Massenzio.» —
— «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» —
— «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del
sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi
al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di
morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con
la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per
Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. — Ho perduto di nuovo, o cattiva
Fortuna!»
— «Ancora?» —
— «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» —
— «Sia.» —
I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva
cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.
Come la maggior parte della compagnia, essi erano degli _attachés_
militari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.
Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza,
e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.
I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a
banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.
Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava
come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva
fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo
volto, del più puro tipo Romano.
Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote;
gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto
il portamento della persona spirava un'aura regale.
Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo
a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima
noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò
chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido
altissimo:
— «Messala! Messala!» —
I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e
giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.
Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e
procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano
acquistata tanta popolarità.
— «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua
destra. — «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» —
Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di
giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.
— «Denarii, soltanto denarii, — la moneta dei carrettieri e dei
beccai!» — disse con un riso di disprezzo. — «Per l'ebbra Semele, come
è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna
che gli conceda di vincere un denario!» —
Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori
coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di:
«Messala, Messala!» —
— «Uomini del Tevere» — continuò Messala, — «strappando un bossolo di
dadi dalle mani di un giuocatore.» — «Chi è il più favorito dagli Dei?
Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per
diritto di spada, il padrone del mondo?» —
La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia
espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono
in coro:
— «Il Romano, il Romano!» —
— «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» —
Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con
ischerno:
— «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» —
— «Ercole!» esclamò uno.
— «Bacco!» — gridò un altro.
— «Giove, Giove!» — tuonò la folla.
— «No,» — disse Messala, — «parlo di uomini.» —
— «Il nome, il nome!» — essi chiesero.
— «Lo dirò,» disse: — «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto
la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa
sposare l'arte di godere.» —
— «_Per Pol!_ Dopo tutto egli è un Romano ancora!» — esclamò uno. Vi fu
uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:
— «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e
Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi
osa ciò che io oso?
Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di
chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» —
La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza
perdere il conquistato ascendente.
— «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone
le ricevute.» —
Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo,
proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della
sala.
— «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa
altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento.
Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, — uno
almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati!
La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte
contro il sacro Tevere!» —
Agitò i dadi, aspettando.
— «L'Oronte contro il Tevere» — ripetè con enfasi sprezzante.
Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo,
raccolse le sue ricevute.
— «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna
in Antiochia, Cecilio!» —
— «Son qui Messala!» — gridò un uomo dietro di lui. — «Sono qui, che
muoio fra la folla, cercando la elemosina di un _dramma_ pel barcaiuolo
d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo
fra tutti.» —
La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma
disse con gravità:
— «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di
portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti
di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola.
Spicciati.» —
Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.
— «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello
di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra
vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» — Raccolse il bossolo ed agitò
allegramente i dadi.
— «Per che posta giuochiamo?» —
Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.
— «Per le Ninfe, sì; accetto!» — esclamò ridendo.
— «Io giuocherò con te, Messala, — per un denario.» —
Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo
del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:
— «Chi sei?» — gli chiese.
Il giovine si ritrasse timidamente.
— «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un
segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» —
Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a
Messala.
— «Fermati, Messala, fermati!» — esclamò Druso. — «Io non so se porti
sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea
e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua
cintura.» —
— «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere
amorosa.» —
— «Ma la tua domanda. — Aspetta che getti, avvenga ciò che deve
avvenire. Così.» —
Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.