CAPITOLO XII.

Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del

fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto

cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del

colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva

al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro

gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano

abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel

punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale

del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo

sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva

ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle

sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza

ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non

impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando

un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava

Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.

Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti

splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza

principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da

fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata

descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.

L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala, pavimentata di

marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali

lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di

cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa

fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la

volta dipinta a vari colori — azzurro, verde, porpora di Siro ed oro.

Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di

scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e

sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.

Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni

per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester

dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume

e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri

innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che

abbiamo descritta.

Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo,

una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di

luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del

cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti

da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo

esaminare con una certa attenzione.

Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi

tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua

purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina;

cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio.

Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e le _lacernae_,

di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate

dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi

addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.

Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa,

o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni

prevale lo strepito secco dei dadi o _tesserae_, d'avorio, agitati nei

bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine, _hostes_,

mosse sullo scacchiere.

Di chi è formata la società?

— «Buon Flavio» — dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo —

«vedi tu quella _lucerna_ là sul divano? è appena uscita dalle mani del

sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» —

— «E poi?» — chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre

consimili. Che vuoi dire?» —

«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni

cosa.» —

— «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» —

— «Ecco, partita.» —

— «È vero per Giove! Ancora? —

— «Volentieri.» —

— «E la posta?»

— «Un sesterzio.» —

Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e

mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione

dell'amico:

— «Un uomo che sappia ogni cosa! _Hercle!_ gli oracoli morirebbero di

fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» —

— «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel

fiume.» —

— «E la domanda?» —

— «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il

console Massenzio.» —

— «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» —

— «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del

sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi

al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di

morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con

la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per

Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. — Ho perduto di nuovo, o cattiva

Fortuna!»

— «Ancora?» —

— «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» —

— «Sia.» —

I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva

cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.

Come la maggior parte della compagnia, essi erano degli _attachés_

militari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.

Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza,

e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.

I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a

banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.

Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava

come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva

fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo

volto, del più puro tipo Romano.

Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote;

gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto

il portamento della persona spirava un'aura regale.

Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo

a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima

noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò

chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido

altissimo:

— «Messala! Messala!» —

I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e

giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.

Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e

procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano

acquistata tanta popolarità.

— «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua

destra. — «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» —

Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di

giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.

— «Denarii, soltanto denarii, — la moneta dei carrettieri e dei

beccai!» — disse con un riso di disprezzo. — «Per l'ebbra Semele, come

è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna

che gli conceda di vincere un denario!» —

Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori

coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di:

«Messala, Messala!» —

— «Uomini del Tevere» — continuò Messala, — «strappando un bossolo di

dadi dalle mani di un giuocatore.» — «Chi è il più favorito dagli Dei?

Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per

diritto di spada, il padrone del mondo?» —

La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia

espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono

in coro:

— «Il Romano, il Romano!» —

— «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» —

Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con

ischerno:

— «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» —

— «Ercole!» esclamò uno.

— «Bacco!» — gridò un altro.

— «Giove, Giove!» — tuonò la folla.

— «No,» — disse Messala, — «parlo di uomini.» —

— «Il nome, il nome!» — essi chiesero.

— «Lo dirò,» disse: — «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto

la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa

sposare l'arte di godere.» —

— «_Per Pol!_ Dopo tutto egli è un Romano ancora!» — esclamò uno. Vi fu

uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:

— «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e

Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi

osa ciò che io oso?

Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di

chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» —

La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza

perdere il conquistato ascendente.

— «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone

le ricevute.» —

Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo,

proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della

sala.

— «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa

altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento.

Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, — uno

almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati!

La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte

contro il sacro Tevere!» —

Agitò i dadi, aspettando.

— «L'Oronte contro il Tevere» — ripetè con enfasi sprezzante.

Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo,

raccolse le sue ricevute.

— «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna

in Antiochia, Cecilio!» —

— «Son qui Messala!» — gridò un uomo dietro di lui. — «Sono qui, che

muoio fra la folla, cercando la elemosina di un _dramma_ pel barcaiuolo

d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo

fra tutti.» —

La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma

disse con gravità:

— «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di

portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti

di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola.

Spicciati.» —

Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.

— «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello

di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra

vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» — Raccolse il bossolo ed agitò

allegramente i dadi.

— «Per che posta giuochiamo?» —

Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.

— «Per le Ninfe, sì; accetto!» — esclamò ridendo.

— «Io giuocherò con te, Messala, — per un denario.» —

Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo

del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:

— «Chi sei?» — gli chiese.

Il giovine si ritrasse timidamente.

— «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un

segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» —

Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a

Messala.

— «Fermati, Messala, fermati!» — esclamò Druso. — «Io non so se porti

sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea

e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua

cintura.» —

— «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere

amorosa.» —

— «Ma la tua domanda. — Aspetta che getti, avvenga ciò che deve

avvenire. Così.» —

Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 63 / 155 题