All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben
Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto
l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò
a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè,
raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro.
Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una
mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come
disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte
della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi
sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte
superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai
crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio
nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso
ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto
commercio di Simonide.
Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e
gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad
esse, intenti al lavoro.
A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto
di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una
bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi
passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume,
dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra
della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del
palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva
fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo
fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto
assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza
dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo
di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò
equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità
commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò
che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si
trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato
un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda
appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava
così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso
compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente
colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli
batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti
i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non
gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta
egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di
sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli
avrebbe chiesto.
Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.
L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso
in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano
immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante,
vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe
e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì
lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci,
chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno
a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a
qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio
d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe
egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che
gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano —
menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel
negoziante.
Un uomo gli venne incontro e gli chiese:
— «Che cosa desiderate?» —
— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —
— «Favorite da questa parte.» —
Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle
di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra
il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di
Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza,
dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere
fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era
ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali
Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella
casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si
arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida
annunziò ad alta voce:
— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —
Una voce limpida rispose:
— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —
Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato _atrium_ da
un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui
sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di
commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di
sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno,
in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con
una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea,
che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza.
Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e
morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era
inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma,
stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale
alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla
seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben
Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si
inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo
vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al
suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo,
questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del
quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta,
che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio.
Entrambi lo guardavano attentamente.
— «Se siete Simonide, ed Ebreo» — Ben Hur esitò — «che la pace del Dio
di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» — Quest'ultima parte
era rivolta alla giovine.
— «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» — rispose l'altro con voce
chiara e sonora. — «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi
prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» —
Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide
un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di
seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa
di apparenza regale — la testa ideale d'un uomo di Stato o di un
conquistatore — una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed
ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare.
Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando
l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto
era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da
profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere
quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere,
un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano
ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto
meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a
un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A
lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace
nel tempo stesso che pace chiedeva.
— «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di
Hur, principe di Gerusalemme.» —
La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e
sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse
con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal
vecchio. Con voce calma egli disse:
— «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i
benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia
per questo giovane.» —
La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i
suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.
— «La pace del Signore sia con voi» — diss'ella modestamente — «sedete
e riposate.» —
Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà
della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più
delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo
intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che
il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto
in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile
offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.
— «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il
fiume appresi che egli conobbe mio padre.» —
— «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie
imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il
deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla
di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme;
è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di
Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del
Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che
il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di
Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» —
Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con
un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul
tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò
leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si
incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di
statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un
volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una
grande soavità. — «Essa è bella e buona» — mormorò Hur. — «E forse
Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» — Quindi a
voce alta:
— «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» —
— «Io sono Ester, figlia di Simonide» — rispose con dignità la
fanciulla.
— «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia
storia, non mi stimerà meno per aver esitato ad accettare questo suo
prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti
prego, rimani qui un istante ancora.» —
Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero
simultaneamente al negoziante: — «Simonide!» — esclamò con fermezza Ben
Hur — «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo
nome e mi si è detto che tu sei quello!» —
Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna
mano si chiuse.
— «Ester, Ester!» — tuonò la voce severa del vecchio — «Qui, vicino a
me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» —
La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il
calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre,
con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.
Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia
che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse
tranquillamente: — «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini —
invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho
appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio
d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a
parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi
è questa creatura, la quale» — qui avvicinò alle labbra la mano che
teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva
esservi dubbio — «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu
di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» —
Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.
— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso
dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una
intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula —
«purchè sapessi dove questa si trova.» —
Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: —
«Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —
Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò
il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con
freddezza:
— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore
a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col
principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze
sono atti scritti o persone viventi?» —
La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben
Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò
incalzandolo.
— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei
occhi.» —
Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora
per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni
trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la
sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia
e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui
appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il
peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne
provò tutta la gravezza.
Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo
guardò in silenzio.
— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia
storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino
al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —
— «Parla,» — fece Simonide, ora padrone della situazione. — «Parla,
ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la
persona che affermi d'essere.» —
Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente,
ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni
eloquenza.
Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in
compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo
racconto solo a partire da quel punto.
— «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo
colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con
magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma
può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di
nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual
figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio
meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri
verso il proprio padre. Egli voleva fare di me un'erudito. Nell'arte,
nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe
fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non
potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città
costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete
perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava
mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero
il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A
queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non
che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e
nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come
negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei
miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti
della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio
del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani.
Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma
per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella
campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.
Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle
cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il
console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre
la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti
bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro,
ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante
d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi
ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte,
delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi
più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide
era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle
crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» —
A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua
figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto
sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara
esclamò:
— «Sto ascoltando.» —
— «Oh, buon Simonide,» — replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo
nel volto la sua interna commozione. — «Io vedo che tu non sei convinto
e che ancora diffidi di me.» —
Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.
— «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» —
continuò Ben Hur. — «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma;
non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore
della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso
provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero
attestare sono tutti morti o scomparsi.» —
Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente
il calice che prima aveva respinto, gli disse: — «Il vino è della
patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» —
La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al
pozzo di Nahor.
Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:
— «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei
davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io
ti ringrazio.» —
Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:
— «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la
domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la
mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non
ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in
nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo
genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre,
s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna
principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga
della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo
Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai
dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per
anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione
e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» —
Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a
rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:
— «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver
udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore
che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di
tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo
che mi colpì della sua ira implacabile. Io ho fatto indagini per
scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase
traccia.» —
Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.
— «Un'altra speranza svanita!» — articolò con voce strozzata. — «Sono
abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi.
Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» —
Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro
ancora una volta e disse con semplicità commovente: — «Vi ringrazio
entrambi.» —
— «La pace sia con voi» — rispose il negoziante.
Ester non potè parlare per i singhiozzi.
E così si separarono.