Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno;
il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di
gioia chiamò:
— «Ester, Ester! Presto!» —
Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati
del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi
davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.
— «Malluch, — qui — più vicino!» — disse in tono di comando il
negoziante. — «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare
quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta
in questo istante scendendo nel magazzino. — Alto, di bell'aspetto,
vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo,
ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi
pratica.
Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto.
Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare
atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai
capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo
e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli
quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che
tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» — L'uomo s'inchinò
nuovamente e sparì.
Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.
— «Che giorno è questo, figliuola?» — esclamò interrompendosi nella
sua manifestazione d'allegria. — «Che giorno è? Desidero ricordarmene
come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo,
Ester.» —
Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per
distorvelo rispose melanconicamente: — «Pur troppo, padre, non mi
sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» —
Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed
il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne
floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.
— «Vero, verissimo, figlia mia!» — esclamò senza alzare gli occhi. —
«Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno,
cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a
casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa
era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del
favo! — L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba
scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad
illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è
diventato il sole della mia vita.» —
Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. — «Buon Dio, io
ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta
Rachele!» —
Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da
un'idea. — «Il tempo è sereno?» —
— «Così era, prima che entrasse il giovane.» —
— «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa
vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester,
il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua
mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei
monti.» —
In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane
spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera,
sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino.
Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti
dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il
fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico
sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.
Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano
affatto come non li disturbava il movimento sul ponte che era quasi al
disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono
come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro
davanti.
Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della
comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta
calma:
— «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli
ti piacesse.» —
Essa rispose abbassando gli occhi:
— «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» —
— «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» —
— «S'egli non lo fosse....» — si fermò esitando.
— «S'egli non lo fosse?» — ripetè Simonide.
— «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì,
e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con
ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora
ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai
con tanta abilità indossata la veste della verità.» —
— «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione.
Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» —
— «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che
aveva udito dire.» —
Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le
navi sottostanti. Poi disse:
— «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il
nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza
forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti
narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della
nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.
Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion.
I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti,
degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima
giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui
raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco
di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria
d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel
settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» —
Ester battè leggermente le mani:
— «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» —
— «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei
chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di
coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti
alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte
le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa,
quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo
ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con
documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» —
— «E mia madre?» — chiese Ester.
— «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai
come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al
finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua.
Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a
servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come
Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione
d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa
e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia
mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al
principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe
stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un
giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando
un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi
tua madre, e la amai.
Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi
disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe
affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio
amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e
rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano.
Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi
suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la
sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva
che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da
lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio
fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» —
E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio
sinistro.
— «Vedi la cicatrice della lesina?» —
— «La vedo» — disse Ester — «e vedo pure a qual punto tu amasti mia
madre!» —
— «Amarla, Ester! — Essa era per me più della Sulamita per il Re
Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del
Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici
davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa,
e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso
nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita.
Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il
mio?» —
Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla
tomba che aveva troncato quel grande amore.
— «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura»
— continuò il negoziante. — «Il lutto della sua famiglia fu lutto
mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami,
Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua
amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo
puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.
Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova
ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli
affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi
venne la catastrofe di cui il giovine parlò — l'accidente, com'egli
disse, toccato al procuratore Grato. — Il Romano invece lo chiamò un
tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di
confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei
figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza
egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto
la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu
condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state
sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri
per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare
le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure
sappiamo se veramente sono morte.» —
Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.
— «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego
Iddio che non gli tocchi un simile destino — d'essere calpestato dagli
spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: — Andai a Gerusalemme per
soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato
e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la
cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della
casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che
io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose
di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le
terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni,
meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi
del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la
richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè
dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e
ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia
anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come
prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono
nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre
anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato
per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la
confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato
feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di
dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita.
Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in
ogni paese del mondo. Oggi — sia lodato l'Altissimo! — oggi, Ester, la
mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» —
Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della
fanciulla.
— «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» — chiese,
interpretando i suoi pensieri.
— «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla
il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua
schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge
prescrive?» —
Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.
— «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la
sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha
prodigato.» —
Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.
— «Ascoltami,» — proseguì — «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando
il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre
ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli
incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie
fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del
mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di
prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli:
— «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover
mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» — E così
avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto
tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva:
Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli
è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole
sua, — mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi
di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano
a semi di maledizioni.» — La voce gli si fece stridula, e sostò un
momento, accasciato da questa riflessione. — «Ester pensa ai patimenti
inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori
dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti
Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie
membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella
tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor
vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia,
e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di
tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta
è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini
nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi
guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge — occhio per
occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho
sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular
le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante.
Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per
castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel
maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo
definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo,
o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la
forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il
giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» —
Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.
— «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» —
— «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà
pronto.» —
— «E quando lo sarà, o padre? —
— «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua
identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di
riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» —
— «Sua madre?» —
— «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci
protegga. Chiama Abimelech.» —
Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.