CAPITOLO II.

Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla

perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.

— «Il fiume, qui, scorre verso occidente» — spiegava l'Ebreo

dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. — «Io mi rammento

quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi

romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi

tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume

è occupata da moli e da cantieri. Là — accennando verso mezzogiorno — è

il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna

d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra

loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere

dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per

inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di

uccelli e di belve.» —

— «Ov'è il lago?» — chiese qualcuno.

— «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o

meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.

— «Il boschetto di Dafne» — disse in risposta ad un terzo

interrogatore, — «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a

termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno

sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la

spiegazione:

— «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser

l'ospite d'un Re.» —

— «Allora mi consigliate di starne lontano?» —

— «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani,

donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi

un consiglio. Non alloggiate in città — sarebbe una perdita di tempo;

andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il

cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti

del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei

sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini,

in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco,

sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» —

Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.

— «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso

di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla

quale riposa.» —

L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si

curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.

— «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un

serbatoio d'acqua» — continuò l'Ebreo. — «State attenti e vedrete al di

là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette

le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio

su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una

legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove,

ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza,

contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio

di scirocco.» —

Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in

queste parole: — «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete

fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere.

Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia,

segna il limite della nostra navigazione.

Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di

cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico

costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti

così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna

traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città

principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordo d'averla

veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» —

Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al

molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo

lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto.

Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era

compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.

— «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» —

L'altro acconsentì con un inchino.

— «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il

suo nome è Simonide non è vero?» —

— «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» —

— «Dove lo si può trovare?» —

L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere,

poi disse: — «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta

danaro.» —

— «Nè io ne voglio a prestito» — rispose Ben Hur, cui la perspicacia

del compagno strappò un sorriso.

Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.

— «Si dovrebbe ritenere» — riprese l'Ebreo — «che il più ricco

negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza,

ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume

fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie

di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte

all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci

che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete

sbagliare.» —

— «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» —

— «La pace dei nostri padri vi accompagni.» —

— «E accompagni voi pure.» —

Così dicendo si separarono.

Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i

suoi ordini.

— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che

egli avesse relazioni militari.

Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in

quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a

capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero

camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da

Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada.

Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi

doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di

pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo,

rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente

quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto

all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie,

superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso

dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse

ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi

al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva

ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda

primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il

quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte

Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso

pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò

notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono

ancora al mondo saprò trovarle!» —

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 53 / 155 题