— «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» — esclamò uno di
loro.
« — Così dicono,» — replicò l'Ebreo; — «ripeto solo ciò che ho udito
dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già
agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per
proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne
il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone,
mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante
basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun
affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di
vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di
legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» —
— «E questo da quanto tempo dura?» —
— «Da più di dieci anni.» —
— «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» —
— «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del
principe che potè trovare pronti a soddisfare la sua rapacità, cioè
cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante
non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran
quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» —
— «Ma non per me» — interruppe con un sogghigno un passeggero.
— «Capisco quello che volete dire» — replicò l'Ebreo. — «Lo stesso
sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro
scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide.
Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè
due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla
tortura.» —
Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano
s'era aggrappato.
— «Si dice» — continuò il narratore — «che quell'uomo abbia tutte le
ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano
e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» —
— «Torturato fino a tal punto!» — esclamarono contemporaneamente alcuni
uditori.
— «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella
guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche
parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli
possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli
però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza
di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» —
— «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» —
— «Quelle navi sono sue» — proseguì l'Israelita, senza badare
all'interruzione. — «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano,
d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata
fortunata.» —
E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra
le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.
— «Come si chiamava il padrone del negoziante?» —
— «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» —
— «Che avvenne della famiglia del Principe?» —
— «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che
è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e
della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare.
Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano
le strade della Giudea.» —
Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egli era così
profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle
amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città
apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville
ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti
di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che
gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era
illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e
l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.
Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di
Dafne, visibile da un risvolto del fiume.