Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve
ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle
dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel
modo più semplice; erano recinti chiusi, senza casa o tetto, spesso
privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a
seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger
acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in
Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene
delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie
quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed
Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei
Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa
od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali,
egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei
loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed
abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i
viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi
alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè
ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta.
Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava
che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li
comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto
e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione
eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era
gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti
schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro
attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più.
Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si
fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto
primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale;
cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano,
col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con
una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o
facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva
per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo
sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad
un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra
calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole,
cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come
Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere
più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver
a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella
città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere
lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano
conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo
così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile.
Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante,
cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di
non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà,
perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con
gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e
giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne.
Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla
che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo
com'era, sembrava già pieno.
— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo
parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò
che è accaduto.» —
La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.
L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un
che di interessante.
Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro
che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente
il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane
solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di
là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a
cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano
dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano
pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente
a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel
medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per
esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si
accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo,
o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi
del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che
tramontava.
Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla
e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il
Nazareno gli chiese:
— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di
Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —
Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di
Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo
discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:
— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi
risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta
era la terra della tribù di Dan.» —
— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —
— «Oh voi siete stato in Beth-Dagon — disse l'uomo raddolcendo sempre
più il suo viso. — Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di
Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo — il vecchio Ephrath
come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso
l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse
nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui,
Rabbi.» —
Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò:
— «Io pure venni per questo con mia moglie.» —
Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in
alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso
rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse
corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza
sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che
siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di
ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e
lo rese immortale.» —
— «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che
allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai
poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla
profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano,
fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute —
Gedor qua — Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là — che, quando ero
ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni
— io con Rachele, mia moglie — e Deborah e Micol le nostre rose di
Sharon.» —
L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo
guardava e lo ascoltava.
Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?
La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della
strada.
Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che
il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —
La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto;
egli esitò ma rispose:
«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo
a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno
subito.» —
E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla
rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta.
Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era
accovacciato vicino, sul ceppo.
— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente,
affrontando il portinaio.
— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte
volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente,
però senza muoversi.
— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi
sarebbe posto per me?» —
— «Non ce n'è più.» —
— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la
casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —
Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi
ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti
sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione
della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa
maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero.
Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era
divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre,
calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole
fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli
Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se
non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della
gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono
la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si
recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così
avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza
poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del
Khan di Betlemme.
Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» —
era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa
ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale
eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa
in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa
che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove
Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza
che rinculavano innanzi ai Babilonesi.
Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e
appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto:
— «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per
dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto
questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo
quando non vi era posto per dargli da riposare.
Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno
della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere
che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle
camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso
chiedervi quando siete arrivato?» —
— «Proprio ora.» —
Il guardiano sorrise.
— «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu
l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» —
Giuseppe era silenzioso.
— «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per
la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» —
Giuseppe si mantenne sempre calmo.
— E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno
aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» —
— «Chi è tutta questa gente? — domandò Giuseppe additando la folla. — E
perchè è qui a quest'ora?» —
— «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi;
pel decreto di Cesare — e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo
al Nazareno poi continuò: — tale motivo portò la maggior parte di
coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damasco
all'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a
quella carovana, uomini e cammelli.» —
Giuseppe persisteva.
— «La corte è grande» — disse.
— «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e
di ogni qualità d'oggetti.» —
Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua
passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli
disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è
fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia
moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in
città?» —
— «Questa gente — il guardiano fece un cenno colla mano additando la
folla davanti alla porta — ha investigato la città in tutti i sensi e
trovò ogni casa piena.» —
Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè:
— «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo
l'ucciderebbe!»
Poi parlò di nuovo al guardiano:
— «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e
Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da
Davide.» —
— «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero
giovane.» —
Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per
riflettere. Ad un tratto alzò il capo:
— «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi,
farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra
carovana?» —
Giuseppe esitò un po' e poi rispose:
— «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da
Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in
sei.» —
— «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate
presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la
notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» —
— «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite
seguirà.» —
Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di
Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne
cavalcavano degli asini.
La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlie eran imagine di ciò
che essa doveva esser stata in gioventù.
Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista
per gente di condizione mediocre.
— «Questa è colei della quale vi parlai — disse il Nazareno — e questi
sono i nostri amici.» —
Il velo di Maria, si rialzò.
— «Occhi celesti e capelli d'oro» — mormorò il guardiano tra sè non
osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare
davanti a Saulle.» —
Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:
— «Pace a voi, o figli di Davide, — poi rivolgendosi agli altri: — Pace
a voi tutti! — poi a Giuseppe: — Rabbi, seguitemi.» —
La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale
entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe
stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si
offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte.
Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio
simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla
casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati
a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di
paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente.
Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile
affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto
originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio
promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.
— «Andiamo nella grotta» — disse Giuseppe laconicamente.
La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.
— «La grotta alla quale noi andiamo — egli le disse — deve essere
stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi
e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per
sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per
riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono
ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì
lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi
alla grotta!» —
Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazione
all'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito
era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente
semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran
Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località
abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di
abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna
offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era
stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una
razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi
padroni le abitazioni ed i viaggi.
Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano
tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono
volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran
curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li
interessava.
L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente
dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata
v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta
ocracea.
Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran
appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;
— «Entrate!» —
Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la
casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una
caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di
altezza e dodici o quindici di larghezza.
La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale,
piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di
masserizie che occupavano il centro della caverna.
Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore,
e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi
erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie
ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani
ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela
sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto
può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio.
Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una
caverna, non una stalla.
— «Entrate — disse la guida. — Questi mucchi di paglia che son per
terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui
come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» —
Poi si rivolse a Maria.
— «Credete di poter riposare qui?» —
— «Il sito è santificato» — ella rispose.» —
— «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» —
Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna
abitabile.