Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta
di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via;
nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente
diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla
parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava
di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in
mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava
fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo
abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che
aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla
testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna,
era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei
giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina
d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera.
Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un
forestiere od un provinciale.
L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi
era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo
si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo
dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana
scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo
le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di
vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma
così poco che il volto non restava del tutto visibile.
Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese:
— «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» —
Chi lo interrogava gli stava proprio vicino.
— «Così mi chiamo — rispose Giuseppe voltandosi con gravità. — E voi?
Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» —
— «Lo stesso v'auguro anch'io». —
Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse:
— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —
Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno
di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo
abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il
Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle
labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò
la propria, portando poi le palme alla fronte.
— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi,
famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa
città dei nostri padri.
— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a
Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e
ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —
— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a
Joppa spero». —
— «No, terminerà a Betlemme». —
Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e
minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come
di consueto.
— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate
con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come
ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto:
solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i
possenti!» —
Giuseppe rispose senza scomporsi:
— «La donna non è mia figlia». —
Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la
spiegazione:
— «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» —
— «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio — disse Giuseppe
prudentemente. — La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio
non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non
trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti».
— «Ma voi siete un Ebreo» — disse con serietà il Rabbi — e siete
un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar
piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico
costume a Jeova?» —
Giuseppe si mantenne calmo.
— «Io non mi lamento» — continuò l'altro — dell'aumento della tassa.
Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa.
Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi:
è vero che Giuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi
seguaci.» —
— «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» —
Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo
volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero
in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da
uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le
sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei
curiosi.
Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito.
— «Vostra figlia è avvenente» — disse parlando quasi fra sè.
— «Non è mia figlia» — replicò Giuseppe.
La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si
affrettò a soggiungere.
— «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete
almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» —
«Sì, — rimarcò il Rabbi rispettoso — ne ho udito parlare. Erano
discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» —
— «Ebbene ora sono morti» — procedette il Nazareno. «Morirono a
Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da
dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due
figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a
sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» —
— «E voi eravate suo parente?» —
— «Ero suo zio.» —
— «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi
obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone
tassabili.» —
Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando:
— «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» —
Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino,
osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente:
— «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più
feroce.» —
Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire
e si affacendò a raccogliere il fascio d'erba che l'asino aveva
sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando.
Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi
a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della
valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là,
di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno
camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio
del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion,
sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle
ripide colline che formavano i confini della valle.
Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole
rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio
adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al
luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo
Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di
Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della
famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro
il velo e scoprì il capo.
Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo
da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi
un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella
non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei,
ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è
stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono
delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e
bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su
quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato,
pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri
Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono
all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere
che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non
essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno
bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del
biondo re che fu così bello.
Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e
i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo.
Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara
che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano
rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli
occhi erano celesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe
ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro,
tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per
la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed
il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare
in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti
di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili
bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica
può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere
toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava
i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava,
le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava
il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni
tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a
guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce,
dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando,
continuava a camminare.
Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine
raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle,
ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe
indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono
ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di
Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe
ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua
compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo
egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di
Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone
che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla
porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a
un crocicchio di strade.