Fermiamoci alla porta, appena fuori di essa, dove la gente affluiva e
donde partiva; guardiamo ed ascoltiamo aprendo bene occhi ed orecchie.
Giungiamo proprio in tempo opportuno! Ecco due uomini ragguardevoli che
si avanzano in modo da esserci bene in vista.
— «Dio, come fa freddo!» — diceva uno di essi ch'era ricoperto d'una
gagliarda armatura e portava sul capo un elmo di rame e sul petto
una corazza lucente. — «Come fa freddo! ti ricordi, mio caro, quel
sotterraneo nel Comitium, che la storia dice servire d'entrata al mondo
intero? Per Plutone! Io potrei fermarmi lì questa mane, finchè mi sono
scaldato!» —
L'individuo interrogato lasciò cadere il cappuccio del suo mantello
militare, e, scoprendo il viso, rispose con un sorriso ironico: — «Gli
elmi delle legioni che vinsero Marco Antonio eran ricoperti di neve
Gallica; ma tu — mio povero amico — sei appena giunto dall'Egitto ed
hai ancor vivo il ricordo dell'estate.» —
Dette queste parole sparvero entrando in città. Quando anche non
avessero parlato, dall'armatura e dal passo pesante, si sarebbero
giudicati soldati romani. Dietro ad essi veniva un Ebreo, magro di
statura, dalle spalle ricurve, vestito d'una tonaca rossa; gli occhi e
il viso erano ombreggiati dalla lunga capigliatura scomposta. Egli era
solo. Quelli che l'incontravano ridevano, se non facevano di peggio,
perchè egli era un Nazzareno appartenente alla setta spregevole che
rifiutava i Libri di Mosè e si dedicava ai riti e non si tagliava i
capelli mentre duravano i voti. Mentre questa abbominevole figura
si allontanava, avveniva un improvviso tumulto nella folla che si
divideva prontamente a destra e a sinistra con pungenti esclamazioni.
Cagione di ciò era un individuo che lineamenti e costume rivelavano
Ebreo. Il suo mantello di tela bianca, era allacciato al collo con dei
cordoni di seta gialla svolazzanti liberamente sulle spalle; il suo
abito riccamente ricamato, una fusciacca rossa con frangie d'oro gli
girava parecchie volte intorno alla vita; la sua fisonomia era calma,
egli sorrideva anche a coloro che in modo rozzamente frettoloso, gli
facevano largo. Un lebbroso? No; egli era solo un Samaritano. La folla
che si allontanava, se interrogata, avrebbe risposto che egli era un
mulatto, un assiro; il solo contatto del suo abito era così ripugnante
che un Israelita, nemmeno se in agonia, avrebbe a prezzo di tale
contatto accettata la vita. Quando Davide pose sul monte Sion il suo
trono col solo aiuto di Giuda, le dieci tribù si stabilirono a Sheckem,
una città molto più vecchia e a quel tempo infinitamente più ricca
di sacre memorie. L'unione finale delle tribù non acquetò la disputa
cominciata. I Samaritani difendevano i loro tabernacoli per Gerizim
e mentre sostenevano superiore la loro santità, ridevano degli irati
dottori di Gerusalemme. Il tempo non mitigò il loro odio. Sotto Erode
la conversione alla fede era aperta a tutto il mondo eccetto che ai
Samaritani. A loro soli era proibita assolutamente, e per sempre, la
comunanza cogli Ebrei.
Mentre il Samaritano si incamminava sotto l'arco della porta di là
uscirono tre uomini così diversi da tutti quelli da noi finora veduti.
Essi erano di una statura straordinaria, e di una straordinaria
complessione; i loro occhi erano azzurri e la loro carnagione tanto
delicata che il loro sangue traspariva attraverso la pelle come azzurre
pennellate; i loro capelli pure chiari e corti, le teste piccole e
rotonde, riposavano ferme sui colli come tronchi d'albero, tuniche di
lana aperte sul petto, senza maniche, fermate con una larga cintura,
avvolgevano il loro corpo lasciando scoperte le braccia e le gambe
talmente forti che si sarebbero dette di gladiatori; e quando vi
aggiungessimo i loro modi trascurati, confidenziali ed insolenti,
non ci meraviglieremo che il popolo lasciasse loro il passo, si
fermasse e si voltasse addietro dopo che erano passati per dar loro
un'ultima occhiata. Erano giuocatori nell'arena, lottatori, corridori,
pugillatori, schermidori, professionisti sconosciuti nella Giudea prima
della venuta dei Romani, i quali, eccettuato il tempo che dedicavano
all'addestrarsi e al gironzolare pei giardini reali, si facevano vedere
seduti in compagnia delle guardie alla porta del palazzo, o forse erano
ospiti provenienti dalla Cesarea, Sebaste o Gerico, dove Erode, più
Greco che Ebreo, e con tutto l'amore di un Romano amante di giuochi e
di spettacoli sanguinosi, aveva fabbricato vasti teatri e vi teneva ora
delle scuole di scherma come quelle d'uso nelle provincie galliche, o
nelle tribù slave del Danubio.
— «Per Bacco! — esclamò uno di essi, portando il pugno all'altezza
della spalla — i cranî degli avversarî non hanno lo spessore di un
guscio d'ovo!» —
Lo sguardo brutale che accompagna quel gesto ci disgusta e noi siamo
lieti di rivolgerci a qualche cosa di più piacevole.
Di rimpetto a noi sta un banco di frutta. Il proprietario è calvo, ha
il viso lungo e un naso fatto a guisa del becco di un falco. È seduto
sopra un tappeto disteso sulla sabbia e volge le spalle al muro; sopra
la sua testa pende una misera tenda; intorno a lui, alla mano, disposti
sopra piccoli sgabelli, stanno scatole piene di mandorle, uva, fichi e
melegrane. Gli si avvicina un uomo che non possiamo a meno di guardare,
ma per ben altra ragione di quella che ci fece alzare gli occhi sui
gladiatori: egli è veramente bello, un bellissimo Greco. Una corona di
mirto alla quale sono ancora attaccati pallidi fiori e bacche mature,
gli tiene fermi i capelli e circonda le sue tempia. La sua tunica
scarlatta è fatta di una morbida stoffa di lana; sotto alla cintura di
cuoio di bufalo, allacciata davanti da una fibbia d'oro lucente, gli
cade la sottana fino alle ginocchia con profonde pieghe e guarnizioni
dello stesso metallo; una sciarpa, pure di lana, mista di bianco e di
giallo, gli circonda il collo. Le braccia e le gambe sono scoperte,
sono bianche come l'avorio, d'un candore che rivela l'uso continuo di
bagni, d'olio, di spazzole e di forbici. Il venditore, fermo al suo
posto, si piega in avanti, e alzando le mani, colle palme all'ingiù e
le dita distese.
— «Che hai questa mattina, o figlio di Pafo?» — gli domandò il giovane
Greco guardando più alle scatole che al Cipriotto. — «Io ho fame; che
hai da colazione?» —
— «Frutta genuine del Pedio, come ne fanno uso solo i cantanti di
Antiochia ogni mattina per rinforzare la loro voce» — rispose il
venditore in tono lento e nasale.
— «Non me ne importa un fico dei cantanti di Antiochia» — esclamò il
Greco. — «Tu sei, come sono io, un adoratore di Afrodite, quindi ti
assicuro che le loro voci sono fredde come il vento del Caspian. Vedi
tu questa cintura? è un regalo della grande Salomè.» —
— «La sorella del Re!» — esclamò il Cipriotto con un altro inchino.
— «È di un gusto regale e ammirevole. E perchè no? Essa è più greca del
Re. Ma... la mia colazione? Ecco il tuo danaro. Rame rosso di Cipro.
Dammi dell'uva e...» —
— «Non vuoi anche dei datteri?» —
— «Non sono arabo.» —
— «Neppure dei fichi?» —
— «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva
desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» —
Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è
una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci
al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra
meraviglia.
Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli,
rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può
trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo
il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata;
un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli
del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal
suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno
a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una
setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve
tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle
porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da
alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se
ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo
di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri
e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito
riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e
portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo
d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle
piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo
facevano col massimo rispetto.
Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un
filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una
lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossi
_tarbooshes_; sopra i loro _abas_, avviluppanti la spalla sinistra ed
il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare
perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il
loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava
parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità;
ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi.
Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo
noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi
reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della
città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che
passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro.
E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante
corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno
intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele,
di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e
frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la
plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle
d'Erode e dei Cesari suoi successori.
In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle
sacre profezie, — la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era
abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della
valle — non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane,
una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti
sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un
lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio
di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una
stanza vuota, e di Dio non una vestigia.