Urbano Grandier.
Di questo modo andò il processo di Urbano Grandier, che fu pubblicato
sotto il titolo di _Storia dei diavoli di Loudon_, e accennato in
quelle _dei fantasmi_ di Gabriella P., da cui estraggo parte.
Le conclusioni, il delirio degli indemoniati si apprese alle Orsoline
di Loudon: i nemici del parroco Urbano Grandier, lo accusarono di
stregonerìa, di averle ammaliate. Le donne ogni dì facevano nuove
stranezze, la superiora, che era bellissima, aveva in corpo varj
spiriti, tra i quali Astarotte: diversi folletti maligni possedevano
le altre monache, fra quali Zabaclon aveva presa casa da una laica. I
nemici di Grandier, cioè il procuratore del re, e Mignon inquisitore,
coi giudici andarono nel collegio. Appena si accostarono alla
superiora, la cominciò a contorcersi, a mandare grugniti: allora il
giudice Mignon mise un dito in bocca alla donna e imprese a interrogare
in latino Astarotte che la possedeva.
— Con quai mezzi sei tu entrato in corpo a questa monaca?
— Con delle rose.
— Chi le ha mandate?
Dopo un momento di silenzio: — Urbano.
— Qual'è l'altro suo nome?
— Grandier.
— La sua qualità?
— Parrocco.
— Di qual chiesa?
— Di san Pietro di Loudon.
— Chi ha portate le rose?
— Uno spirito trasformato. —
Si tornò altre volte alle interrogazioni della monaca e d'una laica, e
sempre Astarotte per bocca di costoro nominò Grandier come stregone.
Lo sgraziato fu preso; si rinnovarono i processi alle donne, e
uscirono le accuse più strane contro Grandier: si mostra, e lo ho
recato altrove, fino il patto ch'egli aveva colle potenze d'averno,
e fattele parlare sovente per la bocca delle indemoniate, sulla loro
testimonianza, si condannò l'innocente ad essere arso, e gittate le
ceneri al vento.
Fatta la condanna si mandò un chirurgo nella prigione di Grandier
con ordine di radergli la testa, il viso e il resto del corpo per
vedere se portava qualche marchio, e strappargli le unghie. Dopo fu
vestito d'un cattivo abito e condotto in quello stato al palazzo di
Loudon, ove si trovavano radunati tutti i giudici con una folla di
spettatori. Lactance e un altro suo collega scongiurarono l'aria, la
terra, il reo stesso e ordinarono agli spiriti di lasciare la persona
del fattucchiero. Quindi Grandier si pose in ginocchio ed ascoltò
la lettura della sua sentenza con una costanza che meravigliò tutti
gli astanti: egli però non aveva confessato, fu posto alla più fiera
tortura; inutilmente: non proferì parola, non si salvò.
Venne al dì statuito condotto al supplizio. Se gli era promesso di
lasciargli parlare al popolo, e di strozzarlo per sollevargli il
martirio del fuoco: non lo si fece: ogni volta che apriva bocca, gli
esorcisti gli gittavano sul viso tant'acqua che era soffocato. Mentre
si apparecchiava il laccio, alcuni lo rannodarono in modo che non
valesse, altri diedero fuoco al rogo innanzi tempo: il misero Grandier
disse al suo esorcista:
— Ah! questa non è la promessa: vi è un Dio che sarà il mio e il tuo
giudice, e ti stabilisce a comparire innanzi a lui un mese. —
Ma la fiamma tutto distruggeva. Uno stuolo di colombe errava intorno a
quel rogo; i tristi dissero ch'erano demoni che cercavano di soccorrere
il mago; una mosca volò intorno alla testa di Grandier, e dissero che
era il demone che veniva a raccoglierne l'anima.
L'infelice cadde, e molti perirono al par di lui per varj secoli
nello stesso modo, miserando esempio della tristizia degli uomini e
dell'ignoranza dei tempi.