La barba di uno spettro.
Uno spettro visitava da lungo tempo un castello della Sassonia, metteva
spavento in tutti coloro che ardivano prendervi alloggio, usando loro
malvessazioni indiscrete, talchè già da parecchi anni era inabitato;
un giovine animoso divisò di passarvi una notte, e prese seco all'uopo
provvisioni, lume ed armi. A mezza notte, mentr'era sul dormire, udì
da lunge un tintinnìo di catene, e dopo strascinate alcun tempo pei
corritoj, si girarono le chiavi, si aprì la porta della stanza ov'egli
ricovrava, e vide entrare un grande spettro pallido, macilento, colla
barba lunga e che recava un astuccio. Il giovane stette fermo, lo
spettro chiuse con diligenza la porta, ed accostatosi al letto fe'
segno all'ospite di levarsi, gli mise un accappatojo sulle spalle,
e gl'indicò colla mano un banco sul quale gli accennò di sedere. Il
giovine che già erasi alquanto impaurito, sbigottì fortemente quando
vide che il fantasma trasse dall'astuccio un piatto da barbiere, ed
un immane rasojo; tuttavia dopo si rinfrancò, e lasciò che l'altro
proseguisse. Allora lo spettro con tutta gravità, gl'insaponò il mento,
gli tonse con molta diligenza la barba e i capelli; e poi gli levò
l'accappatojo.
Sin qui nulla di nuovo; era noto al giovane che lo spirito tondeva in
questo modo tutti quelli che dormivano nel castello; ma si aggiungeva
innoltre che dopo averli rasi, malmenava a colpi del suo grosso e
scarno pugno. Il giovane sbarbato si levò dal seggio senza poter
soffocare un doppio spavento: fissò gli occhi allo scheletro per vedere
se non gli tempestava il resto sulle spalle; tuttavia, non perdendosi
affatto d'animo, si rinfrancò ancor meglio, vedendo che l'ombra si
poneva sul seggio al di lui posto, e gli accennava l'astuccio che
aveva deposto sur un tavolo. Tutti quelli che lo avevano preceduto nel
castello, furono presi da tanta paura che erano caduti in isvenimento,
mentre si tagliava loro la barba, e questa era la causa che ne fossero
malmenati a pugni. Il giovane notò la lunga barba del fantasma, e tosto
si accorse che dimandava lo stesso servigio che gli aveva reso; gli
fece una buona saponata, e con coraggio gli rase la barba ed i capelli.
Appena fu compiuto quest'ufficio, lo spettro che fino allora era stato
muto, parlò come persona viva, seppe cortesia al giovine come a proprio
liberatore, e narrò che nel buon tempo passato egli era feudatario del
paese, e che teneva il costume inospitale di tondere irremissibilmente
tutti i pellegrini che prendevano alloggio nel proprio castello;
sicchè per dargli castigo un pio levita, reduce di Palestina, lo
aveva condannato a tondere dopo la morte tutti gli ospiti, finchè non
capitasse uno tanto audace da radere lui pure. — Sono trecento anni che
dura la mia penitenza, e tu mi hai liberato — soggiunse lo spettro, e
dopo avergli rese di nuovo le maggiori grazie, partì.
Il giovane ardito, pienamente sicuro, dormì saporitamente; indi comperò
il castello per picciolo prezzo e vi passò molti anni beatamente con
forte maraviglia de' terrazzani, che lo spacciavano per un valente
incantatore.