Il Castello degli spiriti.
Però il genio Malarbetto non è sempre paziente come avvenne con
Riccardo: se la passò un po' male un Olandese, che, come narra una
cronaca d'Utrecht, volle penetrare un castello incantato, rôcca levata
in deserta landa, cinta di fosse, torri e merli anneriti dal tempo e
dai licheni. Erano chiuse sempre le porte, nessuno poteva penetrarvi;
narravansi meraviglie; vedersi solo di notte mostri, donne, demoni,
giungere a volo per l'aria ed entrare per la parte del tetto; ivi fare
i loro congressi le streghe, celebrarsi il Sabbath. Tutti passavano
tremando presso il castello, guardavano con terrore, e non osavano
accostarvisi.
Un giovine di belle forme, ardito, udì quelle maraviglie, e fu punto
dalla curiosità di visitarlo: chiamò a suo ajuto un mago possente nella
propria arte e negli scongiuri, condusse seco due valletti armati,
penetrò nel castello. Era silenzio nella corte, e sotto le vôlte
de' grandi porticati, che rispondevano cupamente con un roco risuono
all'alternare dei passi del profano. Appena pose piede nell'atrio,
eccogli una vecchia che gli attraversa la via; una mano invisibile
respinge il viaggiatore. Questi chiamò il soccorso del mago, che alza
la bacchetta e scongiura; la vecchia fugge tramutata in nibbio, ma per
farne vendetta prende i due scudieri pel naso, e se li porta a volo
come se fossero pulcini.
L'audace giovane non ismarrisce, inoltra in una sala deserta,
silenziosa, ove in mezzo eran ossa disfatte e in polvere. Quella vista
lo atterrisce, ma il mago lo rinfranca ponendogli al collo un amuleto,
e innanzi; ed ecco sbucare dalla soglia un orso e muovere contro il
profano: questi trasse la spada, ma si ruppe al toccare della belva;
venne a soccorrerlo il mago, e l'orso fu stretto fuggire. Poco dopo
diruppe una pioggia di sangue e un fragore di lamenti; il giovane mosse
alla stanza onde venivano, e trovò uno scheletro incatenato, il quale
aveva il cuore che batteva e gli occhi che giravano nelle occhiaje.
A sì strani portenti già il viaggiatore perdeva la ragione, ma il mago
abbruciò dei mirti verdi, e tosto mutò scena: apparvero tappezzerie
e fiori, una mensa e vivande servite da mani invisibili, e gli ospiti
audaci si posero al desco e si rifocillarono.
Non durò a lungo quella fortuna: quando si servirono le frutta, venne
bujo, tuoni, saette, un rimbombo in tutte le parti del castello: cadde
la folgore sulla mensa, e la distrusse, s'infiammò la stanza, s'aprì la
vôlta e grandinò una falange di mostri che ingrandivano, ingigantivano,
altri coll'ale, altri di fuoco, uccelli, rettili con teste umane,
insomma si aprì il Sabbath. Una strega portò un fanciullo neonato, lo
si uccise e si pose allo spiedo pel banchetto: cadde un'ampolla nera,
tutti s'inchinarono, ne escì il presidente del congresso e se gli
intrecciò intorno una danza.
Intanto che maestro Leonardo si godeva quel tripudio, vide i
due profani, sebbene si fossero avvolti da una nebbia e celati
all'assemblea; diede un grido, furono scoperti; si sciolse l'infernale
congrega e tornò il bujo.
Restati soli, il mago invitò il coraggioso amico a prendere riposo,
e si adagiarono sul letto ov'era lo spettro; ma poco dopo questi si
alza, impreca sul loro capo perchè turbassero il riposo de' morti,
e leva la mano per strangolarli. Il mago lo scongiura a sospendere
e a manifestare la propria sorte, solleva la bacchetta del comando e
minaccia toccarlo. Lo spettro fu preso da timore, rispose:
— Perchè mi sforzi a rompere il silenzio che serbo da cento anni? Io
mi chiamo Lenderbonne: il fondatore di questo castello mi prese al suo
servizio nella mia gioventù. Non era maritato: una sera si bagnava al
chiarore di luna, vide una giovane che annegava, la salvò, e siccome
era bella, la sposò e venne con lei ad abitare questo castello. La
sposa gli partorì un figlio, ma appena nato sparve colla madre. I
saggi, consultati in proposito, risposero che il mio padrone aveva
sposato un demone succubo, e indovinarono. Un giorno ch'io percorreva
la foresta col padrone, essendomi dilungato da lui e postomi dietro una
macchia frondosa, ei mi scambiò con un lupo e mi mandò all'altro mondo.
Vi trovai sua moglie. — Lenderbonne, mi disse, torna sulla terra: vi
ho lasciato uno sposo che mi fu infedele, e lo scopersi coll'arte mia;
dagli la morte. — Fui forzato ubbidire. Dopo quel delitto, costretto
a restare nel castello, ho strangolati i mortali che hanno osato
penetrarvi. Quantunque io non sia colpevole che per forza, sostengo
ancora la punizione de' miei omicidj; il sacrificio di una gallina nera
consumato da una mano innocente, può solo mettere un termine al mio
supplicio. —
Allora il mago commosso, promise allo spettro di liberarlo da quella
pena, se gli restituiva i due scudieri che aveva rapiti. Apparvero
tosto, e i quattro compagni uscirono dal castello, e all'indomani
liberarono lo spettro col sacrificio della gallina nera.
Queste credenze di spettri condannati a correre una penitenza
sulla terra erano popolari, e vediamo anche Boccaccio immaginarne
una novella, i poeti alemanni farne argomento a que' loro racconti
tetri e melanconici di morti e di ombre. Ne leverò ancora due dalla
_Spectriana_, che sono piuttosto comici.