VI.

Il Castello degli spiriti.

Però il genio Malarbetto non è sempre paziente come avvenne con

Riccardo: se la passò un po' male un Olandese, che, come narra una

cronaca d'Utrecht, volle penetrare un castello incantato, rôcca levata

in deserta landa, cinta di fosse, torri e merli anneriti dal tempo e

dai licheni. Erano chiuse sempre le porte, nessuno poteva penetrarvi;

narravansi meraviglie; vedersi solo di notte mostri, donne, demoni,

giungere a volo per l'aria ed entrare per la parte del tetto; ivi fare

i loro congressi le streghe, celebrarsi il Sabbath. Tutti passavano

tremando presso il castello, guardavano con terrore, e non osavano

accostarvisi.

Un giovine di belle forme, ardito, udì quelle maraviglie, e fu punto

dalla curiosità di visitarlo: chiamò a suo ajuto un mago possente nella

propria arte e negli scongiuri, condusse seco due valletti armati,

penetrò nel castello. Era silenzio nella corte, e sotto le vôlte

de' grandi porticati, che rispondevano cupamente con un roco risuono

all'alternare dei passi del profano. Appena pose piede nell'atrio,

eccogli una vecchia che gli attraversa la via; una mano invisibile

respinge il viaggiatore. Questi chiamò il soccorso del mago, che alza

la bacchetta e scongiura; la vecchia fugge tramutata in nibbio, ma per

farne vendetta prende i due scudieri pel naso, e se li porta a volo

come se fossero pulcini.

L'audace giovane non ismarrisce, inoltra in una sala deserta,

silenziosa, ove in mezzo eran ossa disfatte e in polvere. Quella vista

lo atterrisce, ma il mago lo rinfranca ponendogli al collo un amuleto,

e innanzi; ed ecco sbucare dalla soglia un orso e muovere contro il

profano: questi trasse la spada, ma si ruppe al toccare della belva;

venne a soccorrerlo il mago, e l'orso fu stretto fuggire. Poco dopo

diruppe una pioggia di sangue e un fragore di lamenti; il giovane mosse

alla stanza onde venivano, e trovò uno scheletro incatenato, il quale

aveva il cuore che batteva e gli occhi che giravano nelle occhiaje.

A sì strani portenti già il viaggiatore perdeva la ragione, ma il mago

abbruciò dei mirti verdi, e tosto mutò scena: apparvero tappezzerie

e fiori, una mensa e vivande servite da mani invisibili, e gli ospiti

audaci si posero al desco e si rifocillarono.

Non durò a lungo quella fortuna: quando si servirono le frutta, venne

bujo, tuoni, saette, un rimbombo in tutte le parti del castello: cadde

la folgore sulla mensa, e la distrusse, s'infiammò la stanza, s'aprì la

vôlta e grandinò una falange di mostri che ingrandivano, ingigantivano,

altri coll'ale, altri di fuoco, uccelli, rettili con teste umane,

insomma si aprì il Sabbath. Una strega portò un fanciullo neonato, lo

si uccise e si pose allo spiedo pel banchetto: cadde un'ampolla nera,

tutti s'inchinarono, ne escì il presidente del congresso e se gli

intrecciò intorno una danza.

Intanto che maestro Leonardo si godeva quel tripudio, vide i

due profani, sebbene si fossero avvolti da una nebbia e celati

all'assemblea; diede un grido, furono scoperti; si sciolse l'infernale

congrega e tornò il bujo.

Restati soli, il mago invitò il coraggioso amico a prendere riposo,

e si adagiarono sul letto ov'era lo spettro; ma poco dopo questi si

alza, impreca sul loro capo perchè turbassero il riposo de' morti,

e leva la mano per strangolarli. Il mago lo scongiura a sospendere

e a manifestare la propria sorte, solleva la bacchetta del comando e

minaccia toccarlo. Lo spettro fu preso da timore, rispose:

— Perchè mi sforzi a rompere il silenzio che serbo da cento anni? Io

mi chiamo Lenderbonne: il fondatore di questo castello mi prese al suo

servizio nella mia gioventù. Non era maritato: una sera si bagnava al

chiarore di luna, vide una giovane che annegava, la salvò, e siccome

era bella, la sposò e venne con lei ad abitare questo castello. La

sposa gli partorì un figlio, ma appena nato sparve colla madre. I

saggi, consultati in proposito, risposero che il mio padrone aveva

sposato un demone succubo, e indovinarono. Un giorno ch'io percorreva

la foresta col padrone, essendomi dilungato da lui e postomi dietro una

macchia frondosa, ei mi scambiò con un lupo e mi mandò all'altro mondo.

Vi trovai sua moglie. — Lenderbonne, mi disse, torna sulla terra: vi

ho lasciato uno sposo che mi fu infedele, e lo scopersi coll'arte mia;

dagli la morte. — Fui forzato ubbidire. Dopo quel delitto, costretto

a restare nel castello, ho strangolati i mortali che hanno osato

penetrarvi. Quantunque io non sia colpevole che per forza, sostengo

ancora la punizione de' miei omicidj; il sacrificio di una gallina nera

consumato da una mano innocente, può solo mettere un termine al mio

supplicio. —

Allora il mago commosso, promise allo spettro di liberarlo da quella

pena, se gli restituiva i due scudieri che aveva rapiti. Apparvero

tosto, e i quattro compagni uscirono dal castello, e all'indomani

liberarono lo spettro col sacrificio della gallina nera.

Queste credenze di spettri condannati a correre una penitenza

sulla terra erano popolari, e vediamo anche Boccaccio immaginarne

una novella, i poeti alemanni farne argomento a que' loro racconti

tetri e melanconici di morti e di ombre. Ne leverò ancora due dalla

_Spectriana_, che sono piuttosto comici.

Le streghe dono del folletto alle signore · 第 63 / 104 题