CRICCA. Siamo stati doppiamente burlati dall'astrologo, e della
trasformazione e dell'argento; e or sará scampato via: e dubito che io
non sia piú veridico astrologo di lui.
LELIO. Come potremo chiarirci di questo? Mira come il mio povero padre
sta doloroso!
CRICCA. O vignarolo, o vignarolo!
VIGNAROLO. Mira questa bestia che mi conosce.
CRICCA. Rispondi, vignarolo.
VIGNAROLO. Cricca, tu vedi il vignarolo?
CRICCA. Che non ho gli occhi con quali possa vedere?
VIGNAROLO. E tu non vedi?
CRICCA. Sí, che ti vedo.
VIGNAROLO. Tu non mi vedi né mi conosci; ma ascolti parlare e mi
conosci alla voce: perché come vuoi conoscermi, se io son un altro?
CRICCA. Dico che sei quel che eri prima.
VIGNAROLO. Dunque tu mi vedi, Cricca?
CRICCA. Come non vuoi che ti veda? (O Lelio, ho indovinato: questo
vignarolo è un ignorante da bene, e si è un mezzo asino, l'altra metá
è una bestia; e se Pandolfo ha faticato gran pezza a persuaderlo che
voglia trasformarsi in Guglielmo, or bisogna faticar altrotanto a
fargli credere che sia quel che era prima). Chi sei dunque?
VIGNAROLO. Son Guglielmo e vo' entrare in casa mia, dar Artemisia al
mio padrone e Armellina al vignarolo.
CRICCA. E gli atti, il procedere e le parole mi fan ampia fede che tu
sei quel vignarolo che eri prima. Non ti vergogni a dire che sei
Guglielmo?
VIGNAROLO. Mi vergognarei facendo cosa cattiva, ma in entrando in casa
e disponendo delle mie cose non fo cosa cattiva.
CRICCA. Avverti bene che non sei Guglielmo.
VIGNAROLO. E se non son Guglielmo, che s'è fatto del vignarolo?
CRICCA. La prima bozza e lo stelo della tua persona era il vignarolo,
il color poi e la sembianza di sopra era di Guglielmo: è sparito via
quel colore e quella apparenza di Guglielmo, ed è restata la persona
del vignarolo che era prima.
VIGNAROLO. Basta basta, so che tu cerchi persuadermi che non sia
Guglielmo.
CRICCA. Vuoi che ti faccia conoscere chi sei?
VIGNAROLO. Te ne prego.
CRICCA. (O galea, che piangi senza costui!). To', togli questo!
VIGNAROLO. O canchero ti mangi! col pugno mi hai rovinato una spalla.
CRICCA. Hai sentito la botta, pezzazzo di bestia?
VIGNAROLO. Sentitissimo!
CRICCA. Donque sei il vignarolo: ché se tu fussi Guglielmo, l'avria
sentito Guglielmo e no il vignarolo.
VIGNAROLO. Anzi, però l'ho sentito io perché son Guglielmo; se fusse
il vignarolo, l'avria sentito il vignarolo e non Guglielmo.
CRICCA. Io ho dato al vignarolo e non a Guglielmo. Ma dimmi, chi è
innamorato di Armellina, il vignarolo o Guglielmo?
VIGNAROLO. Il vignarolo.
CRICCA. Dimmi, ami tu Armellina ora o no?
VIGNAROLO. L'amo e straamo.
CRICCA. Dunque tu sei il vignarolo, babuazzo, perché Guglielmo non ama
la sua massara.
VIGNAROLO. Giá mi comincia ad entrare.
CRICCA. Manigoldone, se Guglielmo è sommerso e morto o non è piú al
mondo, se tu fussi Guglielmo saresti morto overo una persona di vento
o d'aria; ma perché ti vedo e ti tocco, tu sei il vignarolo.
VIGNAROLO. Tu mi hai di sorte ingarbugliato il cervello che sto
dubbioso se sia Guglielmo o il vignarolo; ma se sono trasformato giá e
non sono Guglielmo, chi sono? sarò perduto e sarò qualche altro uomo o
qualche bestia.
CRICCA. Tu non sei divenuto una bestia perché sempre vi fusti.
VIGNAROLO. Io sono stato stimato Guglielmo da uno suo debitore, perché
mi diede dieci ducati che li doveva, e da una sua innamorata, e son
stato stimato da tutti Guglielmo; ma perché tu hai invidia della mia
felicitá e non vorresti che fussi meglio di te, ti affatichi con tante
ragioni a darmi ad intendere che non sia lui. Ma io sono Guglielmo a
tuo dispetto. L'invidia ti rode: crepa d'invidia a tuo modo, teh, teh!
Ma se pur n'hai tanta invidia, va' all'astrologo che ha trasformato
me, e fatti trasformar ancor tu.
CRICCA. Quanto può la forza dell'imaginativa!
VIGNAROLO. Non basta il mondo a tôrmi da cosí soave pensiero d'essere
Guglielmo: ci sono e ci voglio essere; e se non ci fossi, pur mi
parrebbe d'essere. Or me ne vo' a casa sua e allor conoscerò se sarò
stato Guglielmo o il vignarolo.
SCENA IX.
LELIO, CRICCA, GUGLIELMO.
CRICCA. (Signor Lelio, costui è di quella linea antica di Bartolomeo
Colione: persuaderlo che non sia Guglielmo è un perder tempo. Ma siate
certo che costui è vostro padre).
LELIO. (Quando lo scacciai da casa, sentiva nel cuore certo
rimordimento di quella ingiuria; ma io vo' dimandarli alcuna cosa per
assicurarmene meglio). Ditemi, signor Guglielmo, quando vi partiste
per Barberia, quanti danari vi portaste per commoditá del viaggio?
GUGLIELMO. Ducentocinquanta ducati, ché non potei complire trecento
ché Avareggio, nostro parente, ne venne meno della parola.
LELIO. (Questi è mio padre certissimo, ché altri non avrebbe potuto
saper questo). Perdonatemi, caro padre, se son stato tanto sciocco a
non accorgermi prima....
GUGLIELMO. Io non posso credere che cosí tosto crediate che sia vostro
padre, perché tanti contrari eventi di fortuna mi fan chiaramente
conoscere che mi conoscete per alcuni precedenti prodigi contro me.
LELIO. Del tutto ne è stato cagione un astrologo.
GUGLIELMO. Chi astrologo?
LELIO. Quando voi vi partisti da Napoli, promettesti Artemisia a
Pandolfo; venuta poi la nuova della vostra morte, mi richiese Pandolfo
della promessa fattali da voi. A tutti gli amici e parenti parea
disconvenevole che ad un uomo di tanta etá se li dovesse attendere la
promessa: ce la negai. Egli ha trovato un astrologo che gli ha
promesso trasformare il suo vignarolo nella vostra effigie, e sotto il
vostro nome entrar in casa e dargli la sposa promessagli; ma io
essendo stato avisato dell'inganno prima, credendo scacciar il
vignarolo ho scacciato voi.
GUGLIELMO. Però tutto oggi mi han dato per lo capo dell'«astrologo» e
del «vignarolo», e mi erano un'esca che mi accendevano il fuoco
dell'ira nel petto. Ben è vero che gli la promessi, ma me ne sono
pentito mille volte poi.
LELIO. Padre, che abbiate stimato Pandolfo cosí vecchio meritevole
marito di vostra figlia, nol debbo né lo posso credere; ma perché dite
che foste di tal parere, sarei di parer io che si desse ad Eugenio suo
figlio, che ne è piú meritevole assai.
GUGLIELMO. Figlio, fa' di Artemisia quello che ti piace, ché io in
nulla ti sarò contrario.
CRICCA. Se avete giudicato Eugenio degno di vostra figlia, sará ancor
degno il signor Lelio di Sulpizia sua figlia.
GUGLIELMO. Io di ogni vostro contento ne resto contentissimo: ho avuto
sempre desio di parentarmi con Pandolfo.
CRICCA. Voi con la vostra inopinata venuta sarete cagione di molto
contento. Persuader a Pandolfo lasciar Artemisia è un giuocare a
perdere; e si verrá seco a termini fastidiosi, perché è cosí pazzo che
manca poco a trar sassi. Io ho pensato un modo che con le sue proprie
mani si troncará la radice a' suoi poco onesti desidèri, e scioglia
con le sue mani quel nodo con il quale egli pensava allacciarci: se ne
volgeranno le saette contra l'arciero, e noi resteremo ricchi per la
sua perdita e felici per la sua disgrazia.
GUGLIELMO. Dillo di grazia, ché io ti ho conosciuto sempre per uomo di
gran spirito.
CRICCA. Stimo che la vostra venuta quanto riesce a nostro beneficio
tanto fa bello il nostro inganno.
GUGLIELMO. Bello inganno è quello che è ordito con disegno e che
riesce poi.
CRICCA. Egli pensa certissimo che il vignarolo sia trasformato in voi,
e l'ha mandato a casa vostra a far l'effetto. Andarò a dargli la nuova
che è stato ricevuto dentro e che vuole darli Artemisia per moglie con
sodisfazione di tutti, purché si contentino star alla sua parola.
Onde, stimando certo che voi siate il vignarolo, accetterá la offerta;
e in presenzia di tutti faremo che giuri; e giurato, potrete dire che
sará piú convenevole dar Artemisia ad Eugenio e Sulpicia a Lelio, ché
a vecchi decrepiti non convengono mogli di sedici anni.
GUGLIELMO. Oh bel pensiero, veramente molto sottile e astuto!
LELIO. Non potria imaginarsi il piú bel tratto! togliete via ogni
tardanza.
CRICCA. Piano; «a chi è impaziente dell'indugio convien precipitare»;
ma se vogliamo che l'inganno riesca, non bisogna andar cinguettando
che Guglielmo sia tornato. E voi trattenete il vignarolo in casa, ché
non lo vegga Pandolfo insin a tanto che non avete fatto i matrimoni.
Qui sta la vittoria del fatto; e partiamoci ché non venga e ci veggia
ragionar insieme, perché sarebbe un dargli sospetto di qualche trama
ordita contra di lui. Io andarò a dargli nuova che il vignarolo è
entrato in casa e che Lelio è contento far il volere di suo padre: il
che crederá, come cosa che desidera, e verrá agevolmente al
giuramento.
LELIO. Come trattenerò io il vignarolo?
CRICCA. Egli verrá certissimo in casa vostra: serratelo in una camera
finché le spose sian fatte vostre.
LELIO. Vorrei che mentre l'avrem prigione facciam vendetta del
disgusto che ne ha dato.
CRICCA. Il piacer che pigliaremo del piacevole scherzo del vignarolo
sará la vendetta della sua ignoranza.
LELIO. Or che la fortuna seconda li nostri desidèri, andiam, padre, a
dar questa allegrezza ad Artemisia.
GUGLIELMO. Andiamo.
CRICCA. Ma ecco il vignarolo che se ne vien dritto a casa:
beffeggiamolo un poco.
LELIO. Lascia far a noi.
SCENA X.
VIGNAROLO, ARMELLINA.
VIGNAROLO. (Questo maladetto Cricca con le sue ragioni m'avea di sorte
frastornato il cervello con dire che era il vignarolo e non Guglielmo,
che poco men m'avea persuaso; ma io conosco la sua natura maliziosa e
furfanta. Allor sarò chiaro della veritá, se sarò ricevuto in casa di
Guglielmo per l'istesso o per il vignarolo). S'apre la porta e ne vien
fuori Armellina.
ARMELLINA. O Guglielmo, padron caro, sassata al benvenuto!
VIGNAROLO. O Armellina cara, quanto ho desiderato vederti! prego il
ciel che vi possa veder con un occhio, se non ho desiderato vederti!
Vorrei che mi vedeste il cuore aperto, ché conoscessi quanto t'amo.
ARMELLINA. Volesse il cielo, massime per mano del boia!
VIGNAROLO. Lascia almen che ti baci in fronte come figlia.
ARMELLINA. Basta la buona volontá; ma io vo' baciarti i piedi.
VIGNAROLO. Oh canchero! che mi hai fatto cadere, m'hai stroppiato!
ARMELLINA. Venite in casa a far collazione, ché sète stracco e ne
dovete aver bisogno. (Giá ha ricevuto l'antipasto della collazione).
VIGNAROLO. Sappi, Armellina mia, che d'ogni minima cosa mi doleva,
quando mi sommersi, di non aver a vederti mai.
ARMELLINA. Quando, padrone, vi sommergeste in mare, non vedesti alcun
pescespada che ti passa da un lato all'altro, e i pescirasoi che ti
tagliano la faccia, e le balene che ti inghiottono vivo?
VIGNAROLO. Se avessi incontrato questi, mi avrebbono ferito o morto.
Ma subito che son riposato un poco, vo' maritarti.
ARMELLINA. E chi mi volete dare? qualche bel giovane?
VIGNAROLO. Una persona che muor per te: è della simiglianza vostra, di
altezza e di fattezze come io, molto simile a me.
ARMELLINA. Sará dunque vecchio come voi. Dio me ne guardi! non vuo'
vecchio; se io mi accaso, lo fa per far figli come le altre.
VIGNAROLO. Non dico che sia vecchio come me, ma della mia statura, e
molto simile fuorché nella vecchiezza. Ti fará star sempre in villa;
mangiarai polli, piccioni, porchette, ricotte e frutti di ogni sorte.
ARMELLINA. Ditemi, è giovane?
VIGNAROLO. È giovane.
ARMELLINA. Ditemi chi è, presto.
VIGNAROLO. Il vignarolo.
ARMELLINA. Forsi quel vignarolo di Pandolfo? perché l'amo quanto la
vita e ne sarei contentissima.
VIGNAROLO. Quello è desso, quello son io.
ARMELLINA. Voi sète quello? se sète Guglielmo, come sète lui?
VIGNAROLO. O bestia!--dimmi. Quello, dico io; ma io son Guglielmo.
ARMELLINA. Io son innamorata di quel vignarolo e mi moro per lui.
VIGNAROLO. Desideri vederlo?
ARMELLINA. Quanto la vita.
VIGNAROLO. Che pagaresti a chi te lo facesse vedere?
ARMELLINA. Me stessa.
VIGNAROLO. Se vuoi tenermi segreto, io te lo farò veder mò.
ARMELLINA. Eccoti la fede.
VIGNAROLO. Io son il vignarolo.
ARMELLINA. Voi volete burlarmi; sète Guglielmo.
VIGNAROLO. Se non sono il vignarolo, mi possino mangiare lupi e sia
trovato in mezzo al bosco a suon di mosconi! Ma tu ridi?
ARMELLINA. Rido del desiderio che ho di vederlo.
VIGNAROLO. Ti dico che, vedendo me, tu vedi lui.
ARMELLINA. E pur io vi dico che, veggendo Guglielmo, veggio voi e non
il vignarolo.
VIGNAROLO. Oh sia maladetto quando mi trasformai! Io sono Guglielmo di
fuori ma di dentro sono il vignarolo, ché un certo astrologo mi ha
trasformato.
ARMELLINA. Voi volete far la burla.
VIGNAROLO. Mi è innodata tanto la lingua che non posso parlare. Vorrei
disfarmi e non posso, vorrei dar della testa nel muro per tornar
quello che era prima. Or sí che questa è una disgrazia mai piú veduta!
Ti dico, Armellina mia, che dentro sono il vignarolo.
ARMELLINA. Che bisogna adunque aspettar che Guglielmo partorisca e far
il vignarolo, o scorticarvi per cavarvelo fuori?
VIGNAROLO. Dammi campo franco in una camera, ché conoscerai quanto ti
dico.
ARMELLINA. Non vo' andare in camera con i padroni; io ci andarei con
il vignarolo, sí bene da solo a solo.
VIGNAROLO. O fortuna traditora, o astrologo traditore, o padrone
assassino, che mi avete fatto trasformare in un'altra persona; ché ora
vorrei esser quel di prima e non ci posso essere! Rifiuti quel che
desideri, e non conosci quel che hai: andiamo in camera e ci metteremo
soli fino a domani, finché ritorni alla mia figura.
ARMELLINA. Son contenta. Entrate innanzi, signor Guglielmo.
VIGNAROLO. Entro; seguimi, Armellina mia cara.
ARMELLINA. (Non so se Lelio averá accomodato lo scaglione per farlo
sdrucciolare per li piedi).
VIGNAROLO. Oimè, mi hai chiusa la porta sul volto, mi hai morto!
ARMELLINA. Perdonami di grazia, ché il vento me l'ha tolta di mano.
VIGNAROLO. Tien la porta aperta mentre saglio, ché le scale sono
oscure.
ARMELLINA. Tengo. Eccolo dirupato.
VIGNAROLO. Oimè oimè! son morto!
ARMELLINA. Che avete, padron mio caro?
VIGNAROLO. Mi è venuto meno un scaglione e ho sdrucciolato con tutti i
piedi e mi ho infranta una spalla!
ARMELLINA. Entrate, ché vi ungeremo con un poco di grasso di
querciuolo.
VIGNAROLO. Oimè! oimè!
ARMELLINA. Giá avete avuta la cena, ora si prepara il retropasto di un
cavallo su le spalle di cinquanta bastonate.
ATTO V.
SCENA I.
CRICCA, PANDOLFO.
CRICCA. (Andarò al padrone e li darò la buona nuova; mi sforzerò di
fargliela credere, benché sia certo che durerò poca fatica, ché egli
avrá piú voglia di crederla che io di farglila credere).
PANDOLFO. Averei desiderio sapere che ha fatto il vignarolo.
CRICCA. (Farò vista di non vederlo e farò vista desiderar di trovarlo
per fargliela entrare piú bene). Oimè, che mai si trova quel che si
cerca e si incontra sempre chi si ischiva: non posso trovare il mio
padrone per dargli cosí buona novella!
PANDOLFO. Veggio Cricca; parmi intendere che mi voglia dare una buona
novella: l'ho per un prodigio del mio bene.
CRICCA. Ho caminato in tanta fretta per trovarlo che appena posso trar
il fiato; le scarpe ne hanno fatto la penitenza che sono tutte rotte.
PANDOLFO. Lo dice con voce alta, con bocca larga e allegra: segno di
cosa allegra. Certo il vignarolo sará stato ricevuto per Guglielmo e
mi avrá concesso Artemisia per isposa. Lo vo' intender meglio: o
Cricca, o Cricca!
CRICCA. Non è in casa né in piazza né in loco alcuno dove soglia
pratticare.
PANDOLFO. Cricca, volgeti qua, non mi vedi?
CRICCA. Padrone, è tanta l'allegrezza che non vi potea vedere: ho
cercato ogni buco per trovarvi.
PANDOLFO. Che? sono un granchio o un topo che cerchi per i buchi per
trovarmi? Dimmi presto, che buona nuova mi rechi?
CRICCA. Vo' dartela a poco a poco acciò non scemiate per allegrezza.
Il vignarolo...
PANDOLFO. Che cosa?
CRICCA. ... è giá fatto padron della casa;...
PANDOLFO. Oh che allegrezza! parla presto.
CRICCA. ... e vi manda a dire...
PANDOLFO. Che cosa? non mi far morire.
CRICCA. ... che veniate con Eugenio vostro figliuolo....
PANDOLFO. E poi?
CRICCA. ... accioché egli consenta al vostro matrimonio.
PANDOLFO. Ben bene! me ne vo ora con Eugenio mio figliuolo.
CRICCA. Padrone, voi non mostrate tanta allegrezza quanto io stimava.
PANDOLFO. Se ben taccio con la bocca grido con il cuore: l'allegrezza
mi ha talmente occupato i sentimenti che non so dove mi sia. Camina,
corri, vola!
CRICCA. Ho tanto caminato, corso e volato per darvi la buona nuova,
che avrei vinto il pallio; ma dove volete che corra, camini e voli?
PANDOLFO. Trova Eugenio; e tu, che sai l'umor suo, disponilo ché
contenti il voler di Guglielmo.
CRICCA. Oh come gli amanti son presti a seguir i loro desidèri!
PANDOLFO. Su presto, che fai? mena le mani.
CRICCA. Bisogna menar i piedi, non le mani.
PANDOLFO. Mi sento venir meno.
CRICCA. Vi perdete nella felicitá.
PANDOLFO. Pensando che ho da incontrarmi con Artemisia io moro.
CRICCA. Che fareste se aveste ad affrontarvi con un toro, se avendo ad
affrontarvi con una vacca morite?
PANDOLFO. Oimè, l'astrologo ha saputo trovare il felice punto per
transformare il vignarolo! E perché cosí fedelmente s'è portato meco,
lo farò felice per tutto il tempo della sua vita, cosí come io viverò
con la mia desiderata Artemisia. Ma ecco il vignarolo inguglielmato
overo Guglielmo invignarolato: se non vi será alcuno, suo figlio stima
che sia suo padre.
SCENA II.
GUGLIELMO, PANDOLFO, LELIO, EUGENIO, ARTEMISIA, SULPIZIA.
GUGLIELMO. Sia ben trovato il mio caro Pandolfo!
PANDOLFO. E voi benvenuto, mio desideratissimo Guglielmo! Come il
medesimo desiderio ha spronato l'uno e l'altro, voi a partire ed io a
desiderare il vostro ritorno; cosí la fortuna ave oprato che di nuovo
ci rivediamo con sommo contento dell'uno e dell'altro, se ben che voi
m'avete fatto aspettare, eh?
GUGLIELMO. Eh, fratello, ho patito tanti disaggi che volendoli
raccontare mi moverei a compassione; ma perché son qua salvo, son
pronto e volontaroso adoprarmi ne' vostri servizi piú che mai.
PANDOLFO. Ed io prontissimo ubbidir a tutto quello che mi viene
commandato da voi. Ma dove è Eugenio mio figliolo?
GUGLIELMO. Sará qui fra poco, ché l'ho inviato a chiamare. Eccolo che
viene.
EUGENIO. Voi siate il benvenuto, signor Guglielmo!
GUGLIELMO. Voi ben trovato, Eugenio, mio caro figliolo! Ma perché
siamo qui tutti in pronto, è ben che vengano ancora le nostre
figliuole, accioché siano elleno ancor contente di quanto abbiamo a
fare.
PANDOLFO. Oh come dite benissimo! Eugenio, va' su e chiama Sulpizia.
GUGLIELMO. E tu, Lelio, figliol mio, chiama Artemisia.
PANDOLFO. (O buon vignarolo, con che bel prologo ha cominciato! Sará
maggior l'obligo che avrò all'astrologo, che l'ha trasformato de
volto, l'ha megliorato d'intelletto).
GUGLIELMO. Eccoci qua in pronto.
LELIO. E noi altri pur a tempo.
GUGLIELMO. Caro Pandolfo e voi carissimi figlioli, volendosi trattar
cose di matrimoni, i quali si terminano con la vita, e gli errori che
si commettono in quelli sono irremediabili, è ben di ragione che si
trattino con il consenso di tutte le parti e che ognuno dica il suo
parere libero e aperto, ché non si dica doppo il fatto:--Dovea dir
cosí, dovea far cosí....
PANDOLFO. Benissimo, caro Guglielmo.
GUGLIELMO. ... E però non ho voluto trattare di matrimoni se non in
presenza e col consenso di nostri figlioli e figliole, li quali doppo
le nostre morti avranno a succedere alle nostre facultadi; accioché
doppo le nostre morti non abbino a dire male di noi e maledirci, come
veggiamo fare alla maggior parte de' figlioli quando sentono alcuno
disgusto per cagione de' loro padri. Però voglio che prestino il
libero consenso a questa mia sentenza e mi dia ciascuno di voi
auttoritá in particolare di poter determinarlo; ché altrimente non son
per dire parola in questo fatto.
EUGENIO. Io per me, signor Guglielmo, vi delibero potestá di
determinare di questi matrimoni come vi piace, e starò pazientissimo
ad ogni sua sentenza comunque si sia; e cosí afferma Sulpizia mia
sorella.
SULPIZIA. Io confermo tutto quello che dice mio fratello.
LELIO. Ed io, padre mio caro, come vi son stato ubidientissimo in
tutta la vita, cosí vi sarò in questo e in qualsivoglia altra cosa che
mi commandarete; e il medesimo vi promette Artemisia mia sorella.
ARTEMISIA. Mi contento di tutto quello di che si contenta mio padre e
mio fratello.
GUGLIELMO. E voi, signor Pandolfo?
PANDOLFO. Ed io prima di tutti. E per maggior sicurezza della mia
voluntá, sapendo quanto gli animi giovanili siano pronti e leggieri a
promettere e poi a pentirsi, vuo' che le promesse si confermino, ché
non abbiamo a rampognar poi e a litigare:--Non la intendeva cosí, non
mi pensava cosí.
ARTEMISIA. Oh come dice bene!
LELIO. Anzi benissimo!
PANDOLFO. Io voglio essere il primo a giurare. E giuro la sentenza,
che uscirá dalla bocca vostra, averla sempre per rata e ferma e
osservarla in ogni modo.
EUGENIO. Ed io ne arcigiuro.
LELIO. Ed io ne stragiuro.
SULPIZIA. Io giuro osservare tutto quello mi vien comandato da mio
padre.
ARTEMISIA. E vo' medesimamente osservarlo, piú che se fosse mio padre.
PANDOLFO. Orsú, Guglielmo caro, ognun pende dalla vostra bocca, non
s'aspetta altro che la vostra sentenza: voi sète il giudice, la ruota
e tutto il tribunale, e il vostro decreto sará inappellabile.
GUGLIELMO. Signor Pandolfo, voi non sète come i giovani, i quali come
bestie non mirano piú oltre che cavarsi li loro sensuali appetiti; ma
in quella etá che i calori della concupiscenza son giá spenti, né si
devono destar con invigorirli con novi incendi di sozzi e disonesti
pensieri ma mortificando la concupiscenza. Risvegliatevi da questo
amor terreno in cui gran tempo dormito avete, e aprite gli occhi alla
luce della veritá; e se non potete con la propria virtú, innamoratevi
della gloria che vi solleverá, ché la madre della vera gloria è la
propria virtú. Raccordatevi de' vostri maggiori, delle loro grandezze,
e cercate d'imitargli con tutti i vostri studi; di vostro padre che fu
uno ritratto e una imagine del ben vivere, e con quanti degni e onesti
costumi vi ave allevato: e che questa vita è molto indegna della
gravitá e prudenza di che avete dato tanto presagio nelli anni
giovanili, onde l'onor passato vi dovrebbe spronare a piú alti gradi
di onore....
PANDOLFO. Che ha da fare questa prattica con la sentenza che avete a
dare?
GUGLIELMO. ... E ben sapete che le principali cose che si ricercano
nel matrimonio sono le conformitá delle etadi e de' costumi; né si
devono violentare i figliuoli o le figliuole a tôr chi noi vogliamo.
Or considerate che conformitá di etade è fra te e mia figliuola, ché
ella è di sedici anni e tu di ottanta, che vi potrebbe essere due
volte nipote. Considerate che diranno le genti, che un gentiluomo pari
vostro, ben nato, ornato di saggi fregi di onore e vivuto con tal
splendidezza di vita, e poi all'ultima vecchiezza volersi ammogliare:
o che siate vecchio rimbambito o che il cervello vada a spasso, e
altre ingiurie piú vituperose. Considerate che naturalmente i giovani
odiano i vecchi; e che un uomo stracco dal tempo non possa star al
martello con una giovanetta, se non per altro, almeno per la disonestá
del fatto e per l'esempio, che si dá a' giovani, di poca modestia....
PANDOLFO. Finiamola di grazia.
GUGLIELMO. ... Io vo' che Artemisia mia figliuola sia moglie di
Eugenio vostro figliuolo; e Sulpizia vostra figliuola, avendola prima
giudicata degna di me, sia moglie di Lelio mio figliuolo: l'una perché
ambedue sono ne' primi fiori della loro giovanezza, l'altra perché
gran tempo fra loro si sono amati modestissimamente, e non facciam
cosí gran torto a' loro onestissimi amori. E voi, signor Pandolfo,
abbracciate la pazienza e sposatela!...
PANDOLFO. Vi ringrazio che con tante lodi medicate le ferite che
piovono sangue. (Ah, vignarolo traditore, per buon rispetto ritengo le
mani e la lingua in presenza di costoro!).
GUGLIELMO. ... E ricordandovi i tradimenti della prima moglie
dovereste abborrir la seconda; ché non dican le genti che sète cavallo
di dura bocca, ché non avendone domata la prima cercate la seconda. So
bene che non tantosto sarebbe a casa che ve ne pentireste; onde,
avendo a pentirvene, sará meglio che non la togliate....
PANDOLFO. (Se non ti faccio pentire! presto finiranno queste
ventiquattro ore e tornerai quel di prima).