tiepido come ora. Entrate.
VIGNAROLO. Vi verrò dietro. (O felice Guglielmo, quanto eri felice; e
o felice me, che la godo in sua vece! Non è maggior piacere al mondo
che diventar un altro).
SCENA VII.
GRAMIGNA, BEVILONA, VIGNAROLO.
GRAMIGNA. (Giá il vignarolo deve esser su' baci: vo' sconciarlo e
gustar un poco del fatto suo). Tic toc.
BEVILONA. Olá, chi batte?
GRAMIGNA. Don Giovanni Termosiglia Caravaschal di Siviglia!
VIGNAROLO. (Oh quante genti!).
BEVILONA. (Non è altro che mio marito. Oh che sia venuto in mal
punto!).
VIGNAROLO. (Ha nominato tante persone).
BEVILONA. (Non ha tanti nomi quanti ha diavoli in corpo: o meschina
me! Signor Guglielmo, cercate salvarvi, saltate per quella finestra).
VIGNAROLO. (Apritemi l'uscio di dietro del giardino, ché mi sará piú
caro).
BEVILONA. (Non si può aprire, ché se ne porta le chiavi).
VIGNAROLO. (Che ho donque da far per scampar fuori?).
BEVILONA. (Salta per quella fenestra).
VIGNAROLO. (Dio me ne guardi! è troppo alta: volete che mi rompi una
gamba?).
BEVILONA. (Una gamba piú o meno poco importa).
GRAMIGNA. Mujer, perché mori tanto?
BEVILONA. Or or, marito mio.
VIGNAROLO. (Evvi alcuna altra via da fuggire?).
BEVILONA. (Niun'altra, meschina me!).
VIGNAROLO. Por cierto que deve star alcun innamorado, pues que non
abre presto.
BEVILONA. (Non posso piú tardare: bisogna aprire. Ci è una botte vòta,
che a mio modo posso porre e riporre il fondo).
GRAMIGNA. Se non mi abreis presto, enviaré esta puerta per tierra.
BEVILONA. È rotta la fune del saliscende: calo giú ad aprirne.
(Presto, Guglielmo caro!).
VIGNAROLO. (Fo quanto posso!).
GRAMIGNA. (Giá deve essere entrato nella botte: lo tratteneremo almeno
per due ore ché non vada a casa, e ci torremo spasso del fatto suo).
Viene ora. ¿Mujer, que haceis?
BEVILONA. Ecco aperta; ché tanta fretta, marito? non volermi dar tempo
di calar giú?
GRAMIGNA. Tengo pressa porque ho mercado una onza de vino: es menester
ora limpiarla donde es da ponerse, ché sará qui or ora. Piglia,
Bevilona, di fuora.
BEVILONA. Lasciamo far questo per oggi: lo faremo domani.
GRAMIGNA. Es menester hacerlo ora.
BEVILONA. Non ho tanta forza di portarla io qui fuora.
GRAMIGNA. Yo te ayudaré: abre la porta; non es menester tanta fuerza,
eccola desclavada. Quiero limpiarla.
BEVILONA. Andate voi per lo vino, ché io la laverò.
GRAMIGNA. Yo la limpiaré, ché ahora sará aquí lo vino. Trae aquí agua
bulliente per limpiarla.
BEVILONA. Dove è ora l'acqua calda per lavarla?
GRAMIGNA. Toma quella che sta nel fuego per limpiar los pez.
BEVILONA. Non posso ora, ché son stracca.
GRAMIGNA. Se yo ne tomaré un palo, te ne daré cinquanta.
VIGNAROLO. (Misero me, che farò? mi scotterò tutto?).
GRAMIGNA. Eres una mujer muy soberbia, non quere alzar algo sin palos.
BEVILONA. Eccovi l'acqua.
GRAMIGNA. Ponla por este aguiero, dalla qui, deja hacer á mi.
BEVILONA. Ecco fatto.
GRAMIGNA. Tomais vos de una parte, yo de la otra, y menealla un poco.
BEVILONA. Non piú non piú, ché non posso!
GRAMIGNA. Bien sta, ora lo quiero inviar alla marina.
SCENA VIII.
RONCA, GRAMIGNA, VIGNAROLO.
RONCA. Che volete da me, missere?
GRAMIGNA. Che me traes esta curba alla marina.
RONCA. La portarò dove volete, purché mi paghiate.
GRAMIGNA. Torna medio real.
RONCA. Non vo' men d'un carlino, se volete che la porti in testa; ma
se mi date meno, la portarò rotolando a vostro risico.
GRAMIGNA. Traela como quieres.
RONCA. La porterò rotolando.
GRAMIGNA. Camina, ché io vendré atrás.
VIGNAROLO. (O povero vignarolo, quanto era meglio per te star alla
villa nella tua forma che voler trasformarti in altro!).
ATTO IV.
SCENA I.
GUGLIELMO vecchio, solo.
GUGLIELMO. Ecco col favor del cielo da cosí crudel naufragio san pur
gionto salvo alla patria mia. O patria, quante lacrime ho sparte
ricordandomi di te! non so come sia vivo per il gran dolor che ci ho
patito, veggendomi lontano da te! Or quanto devo a' cieli, che pur
dopo tante lagrime mi è concesso di rivederti! Misero me, che, volendo
andar in Barbaria per saldar i conti con un mio corrispondente e
vivermi il restante della mia vita ocioso e felice, ebbi a far i conti
con la morte: ché, sendo vicino alle sirti, fieramente percosso da una
fiera tempesta e dato in quelli scogli di arena, s'aperse il legno in
mille parti e fui fatto schiavo de' mori; poi, riscattato, mi sono
ricovrato nella mia patria! Onde avendo passati innumerabili travagli,
posso innumerabilmente ringraziare il cielo che mi veggia salvo. Vo'
aviarmi verso la casa mia.
SCENA II.
CRICCA, GUGLIELMO.
CRICCA. (O Dio, che cosa veggio? or non è questo il vignarolo
transformato in Guglielmo, la cui figura cosí perfettamente
rappresenta il figurato che non saprei discernere s'egli fosse il
vignarolo o il vignarolo lui?).
GUGLIELMO. (Veggio uno che si maraviglia del mio ritorno: forsi che,
stimandomi morto, si maraviglia che cosí insperatamente gli comparisca
dinanzi).
CRICCA. (Oh mirabil possanza delle stelle, oh mirabil arte di
astrologia, or chi di questo non s'ingannasse? Guardatevi, mariti che
avete le donne belle, ché i loro innamorati sotto la vostra forma si
godono di loro; guardatevi, ricchi, perché possedete tanto oro,
argento, gioie e danari in casa, ché i ladri trasformandosi nella
vostra effigie vi aprono le casse e vi togliono i danari: or sí che
ogni uno può venire al sicuro ladro di quello che vuole).
GUGLIELMO. (Mi ricordo averlo visto e ragionato con lui piú volte; ma
non posso ricordarmi chi sia).
CRICCA. (Vorrei burlarlo un poco; ma mi par Guglielmo tanto naturale
che non ardisco).
GUGLIELMO. (Giá mi sovien chi sia). O Cricca, che tu sia il ben
trovato! Come sta Pandolfo mio amico?
CRICCA. Mi rallegro dell'accrescimento del vostro stato: che di padron
che vi sia Pandolfo, or vi sia divenuto amico.
GUGLIELMO. Che dice il mio caro Cricca?
CRICCA. Che siate il bentornato da lontano paese, ché giá sommerso nel
mare vi avevano pianto per morto!
GUGLIELMO. Posso dir che sia renato: fu tanto periglioso il mio
naufragio!
CRICCA. (Ah, ah, mira il goffo con quanta grazia e prosopopeia
ragiona: or che potrebbe piú dire o far l'istesso Guglielmo?). Oh che
il cancaro ti mangi!
GUGLIELMO. Or questo è un cattivo modo di procedere: tieni le mani a
te e parla con piú riverenza: con chi pensi trattare?
CRICCA. (Mira questo furfante, che in corpo, in anima si pensa essere
transformato in Guglielmo! fa sí come io non fossi consapevole
dell'inganno).
GUGLIELMO. (Io non posso imaginarmi come un servo ribaldo, come
costui, abbia preso tanta baldanza meco: come ride il furfante!).
CRICCA. (Mira come stringe le labra per non ridere il furfante, e per
il riso gli lampeggiano gli occhi!). Ah, ah, ah!
GUGLIELMO. Vorrei saper di che ridi; se non, ne farò risentimento col
tuo padrone.
CRICCA. Rido che tanto bene sei trasformato in altra forma.
GUGLIELMO. Che? questa è cosa degna di gran meraviglia, se i pericoli
della morte tanto vicina, l'affezion della servitú che ho sofferta
tra' mori e i disagi del viaggio avrebbono trasformato altra persona
della mia, che sono un povero vecchio e son piú tosto degno di pietá
che di riso?
CRICCA. (Mira che il vignarolo ha lasciato la bestialitá della villa e
divenuto savio di cittá!). Or va' a casa di Guglielmo a far l'effetto
che devi, ché ti fa certo che sarai ricevuto per l'istesso Guglielmo.
GUGLIELMO. E se nella mia casa non sarò ricevuto per l'istesso
Guglielmo, dove spero esser piú ricevuto?
CRICCA. (Ed è possibile che questa bestia non si avvegga che ancor è
quel vignarolo che era prima? come sta saldo, con che riputazione sta
il mariuolo!).
GUGLIELMO. (Io non so dove nasca questo suo riso e questo scherno di
me. Fa come se non m'avesse mai conosciuto per quel che sono e quel
che fui).
CRICCA. Mi par che tu non lo vuoi intendere: tu sei il vignarolo, ed
io lo so meglio che tu stesso non lo sai.
GUGLIELMO. Io non so quello che ti dica del vignarolo.
CRICCA. Non sei tu dunque il vignarolo?
GUGLIELMO. Non sono né ci fui mai.
CRICCA. Questo nieghi?
GUGLIELMO. Lo niego, perché è il falso.
CRICCA. E pur lo nieghi?
GUGLIELMO. E pur lo niego e straniego.
CRICCA. Non sei il vignarolo, col nome del diavolo?
GUGLIELMO. Son Guglielmo, col nome di cento diavoli!
CRICCA. Vo' chiamar il padrone, ché venga ancor egli a ridere un poco
meco e maravigliarsi.
SCENA III.
PANDOLFO, CRICCA, GUGLIELMO.
PANDOLFO. Io non so perché tanto gridi, o Cricca.
CRICCA. Non vedete il vostro vignarolo trasformato in Guglielmo, e
tanto trasformato in Guglielmo che il vero resta vinto dal falso,
perché il falso è piú vero del vero?
PANDOLFO. (O stupenda maraviglia! ed è possibile che l'astrologia
possa tanto? Veggio il simulacro e l'imagine di Guglielmo cosí
naturale che, se fosse fatto a stampa o dentro le forme, non potrebbe
essere piú simile. Proprio fatto a stampa, ché un scudo non è cosí
simile ad altro scudo come è costui a Guglielmo).
GUGLIELMO. O mio carissimo Pandolfo, cosí amato e desiderato di
vedere!
PANDOLFO. (Non mi dispiace il principio. Mira con che bel garbo
ragiona il furfante! oh come ha del naturale, come pompeggia in quelle
vesti: cosa da spanto!). Caro Guglielmo, come sète salvato da
naufragio?
GUGLIELMO. Sappiate che per andare in Barberia imbarcaimi su una nave
ragusea. Il padrone che la noleggiava era uomo di suo capo; e
quantunque fusse avisato da tutti li marinari non partisse in tal
tempo che minacciava tempesta, pur volse partirsi con la tempesta. La
nave diede su le sirti; e il padrone fu il primo in morire e in pagare
la pena della sua temeritá e ardimento....
PANDOLFO. (Che bella istoria s'ha inventata! con che bella maniera il
racconta il manigoldo!).
GUGLIELMO. ... Vennero i corsari e ne fer prigionieri; scampai e mi
presero un'altra volta; mi riscattai, sono arrivato a casa a
salvamento.
CRICCA. Andaste in Barberia per rader quel tuo debitore, e il mare
t'ebbe a rader la vita e tutte le tue robbe.
GUGLIELMO. Andai in Barbaria per riscuotere i miei crediti.
CRICCA. Andaste in Barberia per radere e fosti raso. (Lasciamo le
baie, dimandiamoli delli argenti e de' paramenti).
PANDOLFO. Ben, vignarolo mio, dove sono li argenti e i paramenti che
l'astrologo t'ha consegnato?
GUGLIELMO. Non so che vi dite.
PANDOLFO. Scherzi o dici da senno?
GUGLIELMO. Dal miglior che abbi. È tempo questo di scherzi?
PANDOLFO. Or questo è un altro conto. Dimmi, dove è l'argento?
GUGLIELMO. A me ne dimandate?
PANDOLFO. A chi vuoi che ne dimandi?
GUGLIELMO. Che argento dite voi?
PANDOLFO. Che ti ha consegnato l'astrologo dopo che fosti trasformato.
GUGLIELMO. Che astrologo, che trasformazione?
PANDOLFO. Or questo è un altro diavolo, duomila scudi d'argento:
sarebbe cosa da farmi arrabbiare!
CRICCA. Ah, ah, ah! mirate che ride! vuol scherzare con voi il
traditore.
PANDOLFO. Canchero! questi sono mali scherzi. E par che sia piú tosto
pallido divenuto.
CRICCA. Pensa il ladro che se or è trasformato in Guglielmo, che mai
piú abbi a divenire vignarolo e farci star in forsi dell'argento
ancora.
PANDOLFO. Non ha tanta malizia, è un bestiale.
CRICCA. Ed i bestiali sogliono essere maliziosi; ma sarei piú bestiale
di lui se mi lasciassi burlare da un par suo. Dimmi, non sei tu il
vignarolo?
GUGLIELMO. Dico che sono Guglielmo non il vignarolo.
PANDOLFO. Anzi tu sei l'uno e l'altro, il vignarolo e Guglielmo, cioè
il vignarolo mascherato in Guglielmo.
GUGLIELMO. Io non son altro che Guglielmo, e non è or carnevale che
vada in maschera. Non ho altra maschera di quella che mi fece la
natura.
CRICCA. Non posso credere che la soverchia bestialitá basti a far un
uomo savio.
PANDOLFO. Torniamo all'argento: che mi rispondi?
GUGLIELMO. Io non so che rispondervi, perché non so nulla di quello
che dite.
PANDOLFO. Io non vo' piú moglie. Torniamo all'astrologo, ché ti
ritorni in quel di prima e restituiscami l'argento.
CRICCA. (Fermatevi, padrone: s'apre la porta della casa di Guglielmo
e ne vien fuori Armellina la serva. Lasciamolo entrare in casa e
veggiamo che effetto fará; perché non può egli scapparne dalle mani, e
quel che volete far ora lo potrete far sempre che volete. Partiamoci
da lui, ché non diamo sospetto dell'inganno).
PANDOLFO. (Vo' attenermi al tuo consiglio).
CRICCA. Vignarolo, giá s'apre la porta della casa di Guglielmo. Non
vedi la tua innamorata Armellina e la sua figlia? orsú, entra in casa.
GUGLIELMO. Sian benedetti i cieli che mi vi tolsero dinanzi, ché mi
avevano stracco con non so che vignarolo o che argento!
SCENA IV.
ARTEMISIA, GUGLIELMO, ARMELLINA.
ARTEMISIA. (Veggio il vignarolo trasformato in Guglielmo, che se ne
viene dritto a casa. Oimè! che mi par l'istesso mio padre e vo' dargli
la baia un poco!).
GUGLIELMO. (Ben ne ringrazio i cieli che veggio la mia casa!). _Tic
toc_.
ARTEMISIA. Chi batte, olá?
GUGLIELMO. O Artemisia, figlia cara, aprimi, che sii tu benedetta!
ARTEMISIA. «Figlia cara», dice il furfante: ah, ah, ah!
GUGLIELMO. Non conosci il tuo padre Guglielmo?
ARTEMISIA. Chi Guglielmo?
GUGLIELMO. Chi Guglielmo? tuo padre.
ARTEMISIA. Fosti tu dove è Guglielmo mio padre?
GUGLIELMO. Dove è dunque tuo padre?
ARTEMISIA. È morto e sotto l'onde sommerso.
GUGLIELMO. Quel morto e sommerso son io!
ARTEMISIA. Ben, io non tratto con morti e con sommersi.
GUGLIELMO. Aprimi, figlia cara!
ARTEMISIA. Aprir io? me ne guarderò molto bene: sento tutta
incapricciarmi.
GUGLIELMO. E di che?
ARTEMISIA. Che un morto e sommerso parli e venga a casa.
GUGLIELMO. Apri, di grazia!
ARTEMISIA. Sarai or risolto dal mare o sei putrefatto, e ne sento fin
qui la puzza del tuo corpo, oibò, fiú!
GUGLIELMO. Apri, ché son vivo come prima!
ARTEMISIA. Come vivo, se abbiamo ragionato con tanti testimoni di
veduta, quando ti sommergesti con la nave e moristi?
GUGLIELMO. Deh, apri e non tante parole!
ARMELLINA. (Padrona, lasciate burlare un poco a me). Chi è lá giú? che
dimandi?
GUGLIELMO. Apri, Armellina mia.
ARMELLINA. Se vieni da casa calda, hai bisogno di qualche
rinfrescamento.
GUGLIELMO. Ho bisogno del malanno che Dio ti dia!
ARMELLINA. Buone parole in casa d'altri!
GUGLIELMO. Mi avete mosso la còlera; e se non mi aprite, buttarò le
porte per terra.
ARMELLINA. Con un poco di acqua ti rinfrescaremo la còlera.
GUGLIELMO. Quando sarò entrato ti spezzarò le braccia con un bastone.
ARMELLINA. Togli questo rinfrescamento!
GUGLIELMO. Ah, lorda, rognosa, pidocchiosa!
ARMELLINA. T'ho lavato il capo della lordura, tigna e pidocchi.
GUGLIELMO. Se non te ne pagherò, possa sommergermi un'altra volta! non
so che mi tenga che non rompa e spezzi le porte e non ti uccida di
bastonate.
SCENA V.
LELIO, ARMELLINA, GUGLIELMO.
LELIO. (Non so con chi ragiona Armellina: mi pare forastiero). Con chi
parli?
ARMELLINA. Con l'anima di vostro padre, che vuol entrare per forza in
casa nostra.
LELIO. Veggio l'aspetto di mio padre. Oh quanto se gli assomiglia! Se
Cricca non me ne avesse avisato prima, chi bastarebbe a farmi credere
che fosse il vignarolo? Certo sará qualche spirito dell'inferno che ha
costretto l'astrologo a venire in cotal forma.
GUGLIELMO. (Costoro mi faranno venir tanta rabbia col vignarolo e con
l'astrologo che mi farebbero sommergere un'altra volta nel mare da me
stesso! Da chi spero essere riconosciuto se l'istesso mio figliuolo
non mi conosce?).
LELIO. Oh possanza delle scienze! quanto son grandi! Or chi bastarebbe
a credere che i potenti influssi delle stelle partorissero tanta
varietá? Mutar un uomo in un'altra forma! Lo vorrei schernire e
burlarlo, ma mi par tanto simile a mio padre che la riverenza del suo
aspetto mi ritiene.
GUGLIELMO. (Oh almeno avessi un altro capo per battere questo in un
muro!). O figlio, se non conosci l'aspetto di tuo padre, considera che
l'ardore del sole mi ha fatto un poco nera la pelle e crespa, e gli
occhi ficcati nella fronte per il disagio del viaggio e del paese; e
ancorché siano mutati i lineamenti del viso, considera l'aria del
sembiante che non si può perdere: almeno considera la ferita della
mano che gli anni adietro tu mi aiutasti a medicarla.
LELIO. Colui, che ha trasformato il vignarolo in Guglielmo, ha
trasformata la persona del vignarolo con quella ferita istessa che
avea Guglielmo; ché altrimenti non saria trasformato.
GUGLIELMO. Figlio, non so che altra certezza possa darti che sia tuo
padre.
LELIO. (Mi ha mosso a compassione, né so perché). Orsú, vattene con
queste tue novelle; e un'altra volta non aver ardire con queste tue
trasformazioni venir in casa degli uomini da bene: per la prima volta
ti sii perdonato. Noi ben sappiamo chi tu sei e a che proposito qui
venuto; e se ben avea proposto nell'animo bastoneggiarti molto bene,
la riverenza che porto alla sembianza del mio carissimo padre me lo
vieta. Vattene per i fatti tuoi, che io, per non essere importunato
dalla importunitá tua, fossi forzato a farti quanto ti ho detto; ché
se l'astrologo che ti ha trasformato ti avesse predetto che dovevi
ricevere delle bòtte, forsi un'altra volta ti avrebbe il vero
pronosticato. E poiché non vuoi partirtene tu, partiromene io.
GUGLIELMO. Mi vuo' partir ancor io e cedere all'iniqua fortuna!
SCENA VI.
VIGNAROLO solo.
VIGNAROLO. La nostra vita è proprio come le fette del presciutto: un
poco di magro e un poco di grasso, un poco di piacere e un poco di
dispiacere. Quando stava in villa, mi pensava che la vita de'
gentiluomini tutta fusse felicitá; ma or ho provato che ancor eglino
hanno i loro cancheri e cacasangui. Era tutto allegro che avea
guadagnato dieci ducati e chiamato da quella signora in scambio di
Guglielmo; ma i dieci ducati mi fûr tolti e la signora mi costò molto,
ché con fatica sono scampato dalle mani di quel spagnuolo. Or prima
che mi accada qualche altra disaventura, me ne vo' andar a casa di
Guglielmo; e subito entrato, farò che Armellina sia promessa per
moglie al vignarolo e fare gli instrumenti, accioché, quando lascio di
esser Guglielmo, me la toglia per moglie. Oh, cancaro! io temo di
esser scoperto da altri per vignarolo, e or scopro me stesso; e quel
che con tanta diligenza vuo' nascondere lo paleso a tutti. Son solo e
parlo come fosse accompagnato.--Ascolta, vignarolo, e fa' come ti dico
io.--Ben, che dici? che vuoi che faccia?--Va' in casa di Guglielmo ed
entraci con riputazione; poi comincia a far prima i fatti tuoi, poi i
fatti del padrone: che Armellina si sposi con il vignarolo e poi
Artemisia col padrone. Ma se non lo volessero fare, che farai tu? Io
ne torrò Armellina per forza e di Artemisia facci il padrone.--Ah,
traditora Armellina, or ti renderò le parole che mi dicesti questa
mattina! Vo' andare a battere alla porta e non trattenermi piú, ché
non passi il tempo e tornasse il vignarolo senza far nulla.
SCENA VII.
GUGLIELMO, VIGNAROLO.
GUGLIELMO. (Misero me, che debbo fare, ché, venuto nella mia patria
con tante fatiche, non posso entrare in casa mia? Ma veggio uno che
cerca entrarvi: sará qualche amico; mi raccomandarò a lui).
VIGNAROLO. _Tic, toc, toc_.
GUGLIELMO. Gentiluomo, sète voi di casa?
VIGNAROLO. (Mi chiama «gentiluomo», mi onora: poiché paro ben vestito
si pensa che sia gentiluomo. Bella cosa è l'essere ricco: ogniuno ti
onora, ti saluta, ti tocca la mano, si ferma a ragionare con te, ti
compagna sino a casa e ti dimanda come stai. Mi chiama «gentiluomo»,
che né a me né a niuno della mia schiatta conviene tal nome).
GUGLIELMO. Gentiluomo, chi sei che batti a cotesta porta?
VIGNAROLO. Rispondi a me tu prima: chi sei che me ne dimandi?
GUGLIELMO. Padron mio caro, non entrate in còlera: di grazia dite voi,
chi sète?
VIGNAROLO. Non ho da render conto ad un uomo vile come tu sei; ma tu
che vuoi saper chi sia, tu chi sei?
GUGLIELMO. Il padron di questa casa!
VIGNAROLO. Tu menti che ne sii padrone, ché il padrone ne son io.
GUGLIELMO. (Forse mio figlio l'avrá venduta a costui). Quanto è che ne
sète padrone?
VIGNAROLO. Io ne son padrone da quel tempo che ne fu padrone
Guglielmo.
GUGLIELMO. Chi Guglielmo?
VIGNAROLO. Degli Anastasi.
GUGLIELMO. Guglielmo Anastasio? quello che andò in Barbaria per saldar
la ragione con quel suo compagno e si sommerse nel golfo?
VIGNAROLO. Quello che tu dici.
GUGLIELMO. Or se Guglielmo si sommerse in quel golfo, come or si trova
vivo nella cittade?
VIGNAROLO. Goffo! perché mi salvai nuotando.
GUGLIELMO. (Che dice costui?).
VIGNAROLO. Ed io avea promesso Artemisia a Pandolfo per moglie, ed
egli a me Sulpizia sua figlia.
GUGLIELMO. (Cancaro! questo è ancor me: e dice tutto quello che son io
e sa tutti i miei secreti, sí come avesse la mia persona e lo mio
spirito). Ma avèrti, giovane, che io son Guglielmo, e son colui che
andai in Barbaria per saldar le ragioni con quel mio compagno, ed io
promisi la mia figlia a Pandolfo; ma se io non sono né posso essere
altro che io, e tu non sei né puoi essere altro che Guglielmo, tutti
duo saremo Guglielmo e tutti duo saremo uno.
VIGNAROLO. Se tu dici piú simili parole, ti batterò con una pertica
come si battono le noci. Che asinitá! se siamo duo, io e tu, come
siamo un solo?
GUGLIELMO. Almeno dimmi se io sia diventato te e tu me.
VIGNAROLO. E pur lá! taci e fai meglio per te.
GUGLIELMO. Puoi far tu che non sia quel che sono? e non sia Guglielmo?
VIGNAROLO. Orsú, togli, Guglielmo; ricevi, Guglielmo!
GUGLIELMO. Oh oh! dispiacemi che per li travagli del viaggio io sia sí
fievole e cagionevole della persona che non possa difendermi.
VIGNAROLO. Or dimmi se sei Guglielmo! poiché non posso con le buone
parole far che tu non sia, lo farò con i legni.
GUGLIELMO. Volessero i cieli che non fossi Guglielmo o che non fossi
mai stato, e che io fossi te e tu me, che io dessi e tu ricevessi le
pugna!
VIGNAROLO. Dimmi or, chi sei?
GUGLIELMO. Son quello che tu vuoi che sia: Pietro, Giovanni, Martino.
VIGNAROLO. E perché dicevi poco dianzi che tu eri Guglielmo?
GUGLIELMO. Avea bevuto in un'osteria e stava ubriaco.
VIGNAROLO. Poiché non sei piú Guglielmo, chi sei?
GUGLIELMO. Tuo schiavo, tuo servitore.
VIGNAROLO. Io non ti vidi né conobbi mai, né sei mio schiavo né mio
servitore.
GUGLIELMO. Ma di grazia parliamo a ragione: se non son Guglielmo, chi
sono?
VIGNAROLO. Se non lo sai tu chi sei, manco lo so io: sei un cavallo,
un bue, un asino.
GUGLIELMO. Messer sí, se fussimo nel tempo di Pitagora, direi che
quando mi sommersi morii e l'anima mia entrò in un altro corpo e son
un altro. Vorrei saper chi sono.
VIGNAROLO. Sei un tartufo!
GUGLIELMO. Sto fresco: questa veramente è una gran cosa; a me par
essere pur quel Guglielmo di prima. Io non son morto: vedo, parlo, mi
muovo; o forsi quando mi sommersi, per la gran paura che ebbi quando
mi vidi la morte cosí vicina, fossi divenuto un altro, e mi bisogna
trovar un'altra persona per essere alcuno?
VIGNAROLO. Non piú parole: o va' via o fa' meco questione!
GUGLIELMO. Non farò questione io teco.
VIGNAROLO. Partiti e non dir piú che sei Guglielmo.
GUGLIELMO. Oh disgrazia grande e non mai piú intesa, che un uomo abbia
perduto se stesso e non sappia chi sia! E mi par questa disgrazia
maggior della prima; e accioché il tempo non possa dar fine alla mia
miseria, fa che sia scacciato da casa mia con dire che sia un altro, e
poi trovar un altro che dica esser me. O voi tutti miseri e
disgraziati che sète al mondo, correte a vedere la mia disgrazia, ché
tutte le vostre vi pareranno nulle! O catene, o prigioni, o sferzate
ricevute da' mori, quanto veramente mi eravate piú dolci; o perigli di
mare, quanto mi eravate piú soavi; o mare, mio nemico capitale, perché
mi lasciasti vivo, mi hai posto in questi travagli! Andai in Barbaria
per acquistare danari, e perdei me stesso; per far conti col mio
compagno, vi lasciai la persona. Meglio era perdere la robba e salvar
me medesimo: da me solo mi difendei dal mare e non seppi difendermi da
chi mi rubbò da me stesso!
SCENA VIII.
LELIO, CRICCA, VIGNAROLO.
LELIO. Oimè, che veggio? che è quel che raffiguro?
CRICCA. Che cagione avete di tanta maraviglia?
LELIO. Non vedi mio padre e il vignarolo, il vero e il falso
Guglielmo?
CRICCA. Sí, che li veggio.
LELIO. Non mi hai avisato che il vignarolo sia trasformato nel mio
padre? e io dando credito alle tue parole ho scacciato mio padre da
casa, pensando che fosse il vignarolo. Ecco qui l'uno e l'altro: non
so se quel Guglielmo che riguardo sia il vero o falso Guglielmo.
CRICCA. Cosí è veramente; ed io rimango piú maravigliato di voi.