GUGLIELMO. ... Pandolfo mio caro, siate piú tosto ragionevole che

ostinato, e non inquietate voi stesso e gli altri con i vostri

sproporzionati amori; e se ritornate in voi stesso, conoscerete che la

sentenza data da me è in vostro favore e piú a proposito per voi. Mi

raccomando.

PANDOLFO. O diavolo, o trenta diavoli, o traditore, o gaglioffo can

mastino, se non te ne farò patir la penitenza, possa morir squartato!

Me l'hai accoccata: giá il dolore e l'affanno è tanto che mi stringono

il cuore che non so come non muoia. O Amor traditore e maladetto, o

femine manigolde, o vecchiezza traditora! si è consertato mio

figliuolo con Lelio, con Cricca e col vignarolo, l'aranno subornato, e

mi hanno aggirato con le loro astuzie e inganni, ché tutti si sono

rivolti contro di me. Quando mi pensava aver acquistato il premio di

una famosa e illustre vittoria, mi trovo essere perditore. O cieli, o

stelle, o mondo iniquo, o fortuna disleale! ma perché debbo dolermi

del cielo e delle stelle, del mondo e della fortuna, se non di me

stesso che son stato ministro del mio male? ché una cosa di tanta

importanza non dovevo commettere in mano di un furfante, villano,

ignorante, traditore. Conosco l'errore quando non ho piú rimedio: non

mi è altro restato di conforto che la vendetta. Mi son lasciato

burlare, offendere e tradire da chi non è buono offendere e tradire

una formica. Queste mie braccia e queste mani mi siano tagliate se non

me ne vendicherò! se dovessi morire lo aspettarò, il trovarò, il

castigherò a mio modo!--Ma ecco che se ne vien il furfante di modo se

non avesse fatto nulla.

SCENA III.

VIGNAROLO, PANDOLFO.

VIGNAROLO. La fortuna mi è stata tutto oggi contraria.

PANDOLFO. Ed or piú che mai, manigoldo, gaglioffo, traditore,

assassino!

VIGNAROLO. O misero me e infelice, che volete fare?

PANDOLFO. Farte misero e infelice come hai tu fatto me misero e

infelice!

VIGNAROLO. Merito io questa ricompensa da voi?

PANDOLFO. Quella ricompensa che hai tu dato a me!

VIGNAROLO. Deh! non..., deh! non..., per amor....

PANDOLFO. Per amor del diavolo!

VIGNAROLO. Perché mi fate ingiuria?

PANDOLFO. Perché l'hai fatta tu a me: «l'ingiuria che si riceve, è

figlia dell'ingiuria che è stata fatta prima». Io ti fo ingiuria non

uccidendoti, e per non ingiuriarti ti vo' uccidere! E questo

desiderava io: che niuno si possa tramettere che io non ti tratti come

meriti.

VIGNAROLO. Oimè! oimè!

PANDOLFO. Ti dole forsi che non fo quanto meriti?

VIGNAROLO. Che ti ho fatto io?

PANDOLFO. Mi dimandi ancor che mi hai fatto?

VIGNAROLO. Perché mi volete uccidere?

PANDOLFO. Per trarti il cuor dal petto e bevermi il tuo sangue!

VIGNAROLO. La cagione?

PANDOLFO. Il voler renderti la cagione è un voler tramettere tempo per

ascoltar le tue scuse: la cagion è che vo' trarti le budella!

VIGNAROLO. Volete far esperienza di tutte le vostre forze contra di

me?

PANDOLFO. Perché non è uomo a cui con tutte le forze non cerchi far il

peggio che possa.

VIGNAROLO. Al vostro fattore?

PANDOLFO. Al mio disfattore. Né con queste parole scamperai la vita,

né il pentire né il cercare perdono ha piú luogo appresso me.

VIGNAROLO. Che vi ho fatto io?

PANDOLFO. Pur hai animo di parlar, traditore?

VIGNAROLO. Che tradimento vi feci io mai?

PANDOLFO. Lo nieghi ora, furfante?

VIGNAROLO. Lo niego, perché non feci mai tradimento.

PANDOLFO. Or finge il balordo, perché con far il balordo mi hai sempre

ingannato.

VIGNAROLO. Non fingo il balordo né inganno, né è mio officio né a voi

si conviene.

PANDOLFO. Or me inganni e burli piú che mai.

VIGNAROLO. Non vi burlo, né volendo potrei farlo. Parlatemi

chiaramente né mi tenete il coltello tanto alla gola.

PANDOLFO. Or che diresti se non fosse stato in presenza a' testimoni?

VIGNAROLO. E perché vi fûr testimoni, però dico il vero.

PANDOLFO. Cosí tradirsi chi si confida nella tua fede?

VIGNAROLO. Vi son stato fedele in tutto quello che è stato commesso

alla mia fede.

PANDOLFO. Sei stato fedele a loro, non a me!

VIGNAROLO. In che vi ho mancato di fede?

PANDOLFO. E pur cerchi sapere in che mi sei stato infedele?

VIGNAROLO. La causa?

PANDOLFO. È perduta; e mi hai data contra la sentenza. Che avresti

potuto farmi peggio? mi hai fitto il coltello nel cuore, mi hai

ucciso; e per sí cattiva sentenza che t'hai fatto scappar di bocca,

peggior opre mi scapparanno dalle mani!

VIGNAROLO. Che «causa», che «sentenza» dite voi?

PANDOLFO. Di far mi perdere la mia sposa. E che vo' far della mia vita

senza lei?

VIGNAROLO. Quanto ho fatto tutto ho fatto per vostra sodisfazione.

PANDOLFO. Di quella sodisfazione che tu mi hai dato, te ne pagherò io

in castigarti come io fo; e se non ti uccido, è per mancamento di

forza, non di volontá.

VIGNAROLO. Non è stato per mia colpa ma per vostra sorte.

PANDOLFO. Quello che è stato per tuo cattivo animo non attribuirlo

alla sorte.

VIGNAROLO. Ho fatto quanto ho saputo; e se avessi piú saputo, piú

avrei fatto.

PANDOLFO. Sei stato piú tristo che non pensava; hai fatto tanto il

balordo meco, solo per ingannarmi: al fine poi la colpa è tutta tua.

VIGNAROLO. Frena un poco l'ira, ché possa dire le mie ragioni.

PANDOLFO. Di' ciò che vuoi.

VIGNAROLO. Vorrei sapere di che vi dolete di me, se mi son affaticato

tutto oggi per vostro bene?

PANDOLFO. Perché mi hai tu sentenziato contro in favor d'altri!

VIGNAROLO. Tacete voi ora: quando io fui giudice o consegliero che vi

avesse dato sentenza contro in favor di altri?

PANDOLFO. Taci or tu: «che Artemisia fosse sposata con mio figliuolo,

e Sulpizia con Lelio».

VIGNAROLO. Volete voi che io parli o non parli?

PANDOLFO. Vo' che parli tanto che crepi!

VIGNAROLO. Però tacete voi.

PANDOLFO. Ma taci tu, lassa parlare a me. Tu mi promettesti di entrare

in casa di Guglielmo e darmi Artemisia per sposa, e poi la desti ad

Eugenio. Tu ne hai fatta una a me, io un'altra a te: siamo patti

pagati e cassate le partite.

VIGNAROLO. Se non tacete voi non ci accordaremo mai.

PANDOLFO. Parla con il tuo malanno!

VIGNAROLO. Ed io vi rispondo che mai fui trasformato in Guglielmo

dall'astrologo; e quello con il quale avete parlato è il vero

Guglielmo, oggi tornato di Barbaria.

PANDOLFO. Oimè, che dici?

VIGNAROLO. Quanto è passato.

PANDOLFO. Dunque, non fosti tu che mi desti la sentenza?

VIGNAROLO. Non ho detto che mai fui piú di quello che sono ora?

PANDOLFO. Se cosí è perdonami, vignarolo mio!

VIGNAROLO. Cacasangue! dopo avermi pistato due ore,

dici:--Perdonami!--Il vostro perdono non mi entra in corpo: è un

toglier il dolore?

PANDOLFO. Se non vuoi perdonare tu a me, perdonarò io a te.

VIGNAROLO. Il vostro perdono non lo voglio, perché non lo merito.

PANDOLFO. Perdonami a me, ché lo merito io. Ma dove sono gli argenti e

i drappi che ti ha consegnato l'astrologo?

VIGNAROLO. Che argenti, che drappi?

PANDOLFO. Or questo sarebbe un altro diavolo!

VIGNAROLO. Quando disse che voleva trasformarmi, mi bendò gli occhi; e

quando mi tolse la benda, trovai la camera sgombrata.

PANDOLFO. Oimè! oimè! oimè!

VIGNAROLO. Di che piangete?

PANDOLFO. Della sposa che ho perduta, delli argenti e della perdita di

me stesso!

VIGNAROLO. A che vi giova il pianto? siate presto acciò l'indugio non

vi toglia il rimedio.

PANDOLFO. O infelice me piú di quanti uomini sono al mondo! vado a

trovar l'astrologo, benché l'impresa è da disperarsi. Tu entra e taci.

VIGNAROLO. Entro e taccio.

SCENA IV.

ASTROLOGO, GRAMIGNA, ARPIONE, RONCA.

ASTROLOGO. (Son stato al Cerriglio e non ho trovato l'apparecchio né i

miei furbacchi: dubito che non abbino furbacchiato ancor me. Certo che

non l'ho fatto da par mio: fidarmi de ladri! Ma eccoli). Voi siate i

benvenuti!

RONCA. Dubito che sarete il mal trovato.

ASTROLOGO. Buon giorno, discepoli miei cari, se lo meritate!

GRAMIGNA. Mal giorno e mal anno al nostro caro maestro, ché so che lo

meritate!

ASTROLOGO. Se non lo meritate, ve lo toglio e non ve lo dono.

RONCA. Noi saremo piú cortesi di te ché te lo diamo, e non lo potemo

togliere perché l'avemo giá dato.

ASTROLOGO. Che ne è di Sfrattacampagna?

RONCA. Ha rubato la parte sua e sfrattata la campagna.

ASTROLOGO. E la mia parte?

ARPIONE. Tutti abbiamo fatto il debito nostro: Ronca se l'ha

roncheggiata, Gramigna sgramignata ed io arpizzata; e ce andiamo verso

levante come uomini di quel paese.

ASTROLOGO. Non me la darete dunque?

RONCA. È fatta commune giá, non può tornarsi piú.

ASTROLOGO. Dubito che me la vogliano fare.

GRAMIGNA. Non bisogna dubitarne: e ve l'abbiamo fatta giá.

ARPIONE. E tu, che pensavi piantar lo stendardo su la torre di

Babilona, restarai piantato per ornamento di una berlina, per trofeo

di una forca e per ciambello di corde.

ASTROLOGO. Non mi volete dar dunque la parte mia?

RONCA. Non saressimo ladri se non sapessimo rubbar da te: siamo tuoi

discepoli, e tu ci hai addottorati.

ASTROLOGO. E l'amicizia?

ARPIONE. Che amicizia è tra ladri? par che da mò cominci a conoscerci?

ASTROLOGO. E la fede?

ARPIONE. Che cosa è fede? la prima cosa che tu ci insegnassi, fu che

sbandissimo da noi la fede; né mai l'abbiamo conosciuta che cosa sia.

ASTROLOGO. E la promessa?

RONCA. Se le promesse non si osservano fra uomini da bene, né con

tanti scritti, testimoni e instromenti, come cerchi la osservanza

della promessa tra ladri?

ASTROLOGO. Mi son affaticato tanto oggi per guadagnare....

RONCA. Un paro di forche! e non ti paia poco che ti doniamo la vita,

che non ti ammazziamo o ti diamo in poter della giustizia.

ASTROLOGO. Vi ringrazio.

ARPIONE. Non bisogna ringraziarci, se lo facciamo per ordinario.

ASTROLOGO. La vostra sufficienza me lo fa credere; ma voi discepoli

non dovreste far questo al vostro maestro.

RONCA. Questa volta i discepoli hanno saputo piú che il maestro: noi

giovani t'insegniamo a te che sei vecchio d'anni e d'inganni.

ASTROLOGO. Mi date licenza che vi dica una parola?

RONCA. Dinne cento, ché noi siamo piú tuoi che tu del diavolo.

ASTROLOGO. Questa vostra impietá mi fará divenir uomo da bene.

ARPIONE. Non può essere che tu facci tanto torto alla forca che ti

aspetta.

ASTROLOGO. Ah, ciel traditore!

ARPIONE. A te, che sei astrologo, ti hanno ingannato i cieli.

ASTROLOGO. Ed è il peggio: ingannato da voi.

ARPIONE. Or te ne avvedi: dovevi pensarci prima.

ASTROLOGO. O Dio, o Dio! anzi, che tardi mi accorgo chi sète voi.

RONCA. Siamo stati tanto tempo teco e non ne hai conosciuti?

ASTROLOGO. Ma io ve ne farò pentire, vi accusarò; e non mi curo esser

appiccato per far esser appiccati voi.

RONCA. Abbiamo avuto l'indulto per noi e accusatone te: e avemo

testimoniato contro di te di tante furfantarie che la millesima parte

basterebbe di farti esser appiccato, squartato e abbruciato. Mille

pendono dalle forche che non han fatti tanti malefici come tu; tutti

li abbiamo caricati sopra di te.

ASTROLOGO. Ed io posso sopportar tal carico?

RONCA. Lo sopportarai maggiore quando il boia ti caricará sopra le

spalle!

ASTROLOGO. A te, a te! E non mi volete dar almeno qualche cosa?

RONCA. Ma, per essere stato nostro maestro, vogliamo farti una caritá,

darti tanto che compri un braccio di fune per strangolarti; over ponti

la via tra piedi e scampa.

ASTROLOGO. Bisogna pur che io me ne vada con Dio.

ARPIONE. Se non ti par poco, va' con il diavolo ancora.

ASTROLOGO. Ricordatevi della burla che mi avete fatto.

RONCA. Ricordatene pur tu a cui si appartiene. Fuggi presto, scampa la

forca che ti sta al presente innanzi agli occhi e non la vedi: ogni

cosa è birri e pregione e manigoldo per te, e guai a te se non voli!

SCENA V.

CRICCA, PANDOLFO.

CRICCA. (Ma dove trovarò il padrone per dargli questa buona nuova, che

l'argento è ricuperato dall'astrologo? Vo' cercargli la mancia. Ma

eccolo, che viene). Padrone, allegrezza allegrezza!

PANDOLFO. Le allegrezze non ponno capir in me ripieno di tante

calamitá, ché la maladetta fortuna mi ha colmato di tante miserie.

CRICCA. Non offendete la vostra buona fortuna con queste maledizioni,

ma concorrete meco in allegrezza, ché col soffio della buona nuova

sparirá da voi la cattiva fortuna.

PANDOLFO. Lo farò se averò tanto potere. (Certo costui mi portará

nuova che si sian ritratti dalla sentenza e non averli concessa

Artemisia). Dimmi, che allegrezza è questa?

CRICCA. La maggior desiderata da voi.

PANDOLFO. Orsú, raccontami tanta allegrezza: forsi si sono mutati di

parere e me la vogliono restituire?

CRICCA. Vi restituiranno quanto avete perduto.

PANDOLFO. La restituiranno?

CRICCA. Restituiranno.

PANDOLFO. Perché dunque avean negato darmela?

CRICCA. Per tôrsela per loro; ma non è piaciuto la godessero, ed al

fin sará pur vostra.

PANDOLFO. Quando dunque me la restituiranno?

CRICCA. Or ora, quando voi vorrete.

PANDOLFO. Perché non andiamo volando? perché trattenermi in parole?

CRICCA. Non ve ne trattarò se prima non mi promettete la mancia.

PANDOLFO. Siati promesso quanto saprai chiedermi, e di straordinario

ancora.

CRICCA. Voi vedete la mia cappa che ha solamente perduto il pelo, che

tutta l'acqua del legno santo e della salsapariglia del Perú non

bastaranno a restituircelo.

PANDOLFO. Arai cappe, calze e calzoni, e quanto saprai chiedermi.

CRICCA. Ma bisogna che vi tratti prima in che modo l'abbi ricuperata.

PANDOLFO. Non mi curo del modo: bastami solo che sia mia.

CRICCA. Partito che fui da voi, me ne andava per la piazza dell'Olmo.

Per la via m'incontro in un uomo d'una ciera assai traditora: egli

mirava me ed io mirava lui, ed egli pur mirava me....

PANDOLFO. Che ha da far qui l'allegrezza che vuoi darmi?

CRICCA. Ascolta pure.... Io mi fermo ed egli si ferma, io fingo di

partirmi e lui si ficca dentro una bottega. Passo inanti per conoscere

chi sia e veggio una moltitudine ivi dentro. M'accosto piú vicino. Vi

veggio un uomo con una notabil barba che lo tenevano legato molte

persone, e tutti gridavano:--Birri, birri!...

PANDOLFO. Ed è possibil che questi birri vadano al proposito mio?

CRICCA. ... Vengo fuori per trovar altri birri, e per tutto Napoli non

posso incontrarne un solo. E quando li fuggo l'incontro per ogni

passo....

PANDOLFO. Lasciamo il ragionar de birri, ché ne hai detto a bastanza.

CRICCA. ... Non potendo trovar birri, ritorno al luogo e veggio che

colui che avea questo, era l'astrologo....

PANDOLFO. Che astrologo? di che parli tu?

CRICCA. Dell'astrologo che ci rubbò li argenti.

PANDOLFO. Io stavo col pensiero ad Artemisia e pensava che ragionasse

di lei! Che cosa mi volevano restituire?

CRICCA. L'argentaria.

PANDOLFO. Cancaro mangia te e l'argentaria!

CRICCA. Non vi basta l'aver perdute tante robbe; ed è il peggio, della

burla che vi è stata fatta: e pur col pensiero ad Artemisia? Or non

avete promesso con giuramento darla a vostro figlio?

PANDOLFO. Passa inanzi.

CRICCA. Io non vo inanti né indietro, ché l'inganno è vostro.... E

cosí i drappi e i paramenti e le robbe stan consegnate in poter di un

uomo da bene, finché vegnate voi a riconoscerle e riceverle.

PANDOLFO. Che si fará dell'astrologo? non bisogna vendicarmene,

alterarmene?

CRICCA. Disacerbare la vendetta nell'acquisto delle robbe e ricevere

in burla la sua forfantaria come l'han presa quasi tutti: ti basta non

aver perso nulla, e questa volta aver avuto piú ventura che senno.

PANDOLFO. Perdendo quelle, era ruinato del tutto; e poiché la ragion

mi ha tolto quel velo dagli occhi che mi rendeva cieco, conosco quanto

mal fa colui che è servo de' suoi appetiti: e conosco veramente piú

convenire al mio figlio che a me. Non vo' piú moglie; e giá bandisco

da me tutte le speranze del mondo, e mi restará per penitenza del mio

sproporzionato desiderio, che ne arrossirò ogni volta che ne sentirò

parlare.

CRICCA. Andiamo, padrone, ché la tardanza non vi offenda.

PANDOLFO. Andiamo presto a ricuperare le robbe e poi attenderemo a'

sponsalizi de' figli. Tu, licenza costoro.

CRICCA. Spettatori, la favola è finita: fate il solito applauso che

avete fatto all'altre tre sorelle.

FINE DEL VOLUME SECONDO.

INDICE

L'Olimpia pag. 1

La Cintia » 91

Gli duoi fratelli rivali » 195

Lo astrologo. » 303

Le commedie - lo astrologo · 第 5 / 5 段