LELIO. Saremo, Eugenio caro, tanto da poco in cose che i nostri padri

in cosí disconvenienti desidèri sappino piú di noi? e che vogliamo

lasciarci tôr le spose senza volerci aiutare? Destiamoci noi stessi:

pur chi s'annega, mena le braccia e le gambe per non lasciarsi morire;

però in questa tempesta d'amore meniamo le mani con i piedi per non

lasciarci peggio che morire e per non averci a doler poi della nostra

negligenza e non aver fatto quanto umanamente può farsi.

EUGENIO. Non credo sia maggior miseria di quella ove noi siamo, poiché

padre e figliuolo, tutti, mirano a un segno; né posso imaginarmi come

per tante ripulse che li avete dato, pur non si arresta di

chiederlavi.

LELIO. Ogni ora, ogni momento da diversi amici e parenti mi fa

parlare, sempre con nuove proposte o nuove offerte; né io posso darli

tante sconcie ripulse quanto egli con piú vantaggiosi partiti si

offerisce. Io non ho voluto con piú aspre parole ingiuriarlo e modi

disconvenevoli per non disconciar il fatto nostro.

EUGENIO. Ed è possibile che non abbiamo un amico, un parente che lo

facci accorto di questo suo amorazzo, che un uomo di ottantacinque

anni voglia per moglie una giovanetta di sedeci in diecisette anni?

LELIO. Non è per mancamento di amici o di parenti; ma niun vuole

intricarsi o trapporsi fra padri e figliuoli.

EUGENIO. Non sarebbe buon Cricca, di cui tanto si fida e ascolta i

consigli suoi?

LELIO. Bisognarebbe farli un salvacondotto per le spalle: ché egli sta

tanto impazzito in questa pazzia sua che, come entra a dissuaderlo,

egli entra in rabbia e gioca di bastonate, onde bisogna secondare li

suoi desidèri e promettere di aiutarlo; ma egli si avisa subito del

tutto.

EUGENIO. Ma sono tanto assassinato dalla sorte che vorrei incrudelirmi

contro me stesso; e se fosse altri che mio padre, con le mie mani me

lo torrei dinanzi.

LELIO. Vogliam perciò disperarci? bisogna ovviar con qualche rimedio.

EUGENIO. Cricca, speriamo in te: insegnaci ché siamo tuoi discepoli.

CRICCA. Non bisogna sperar se non nella fortuna, la qual suol trovar

modo di sollevar l'uomo ne' maggiori suoi travagli quando manco si

pensa, e abbassa chi sta piú al sicuro.

EUGENIO. Cricca, sopporti che la miglior perla cada in bocca al piú

tristo porco?

LELIO. O fatiche, o passi sparsi, e sparsi poi tanto amaramente!

EUGENIO. Che dici? che pensi? parla un poco.

CRICCA. Qui non bisogna pensar molto né parlar assai: la cosa istessa

ci apporta rimedio; e se son contrario al padron, mi perdoni, ché mi

par cosa fuor di servitú lasciar di servir i giovani che hanno a

vivere piú longo tempo, per servir vecchi che hanno a morire fra poco.

EUGENIO. Cavami da cosí gran pericolo.

CRICCA. Sarebbe veramente gran pericolo se non fussimo avisati; ma

sapendo il tutto, cessa il pericolo.

EUGENIO. E come?

CRICCA. Quando si vedrá venir Guglielmo in casa con parole umili e

piene di compassione, con dir che sia scampato dal naufragio e venuto

a casa, via, cacciarlo, e non volendosi partire, che giuochi a

bastone!

LELIO. Non saria meglio prenderlo e tenerlo in buona custodia; e come

è tornato nella sua forma, porlo in mano della giustizia e farlo

castigare?

CRICCA. No, ché il padrone stimarebbe che l'aviso fosse uscito da me,

ed io ne portarei la penitenza che giá questa mattina me l'ha

promessa. Non tanti consigli: avisate quei di casa che, volendo

Guglielmo entrare in casa, lo scaccino quanto prima.

LELIO. Cosí si fará: io andarò a casa ad avisar tutti del fatto; tu

partiti, ché non sii visto con noi ed entrino in sospetto.

EUGENIO. Cosí si faccia.

LELIO. Signor Eugenio, mi raccomando.

EUGENIO. Signor Lelio, servitor vostro.

SCENA VII.

EUGENIO, CRICCA, ARTEMISIA.

EUGENIO. Cricca, raccommandami ad Artemisia mia.

CRICCA. Raccommandatevegli voi stesso. Non vi sète accorto che mentre

avete ragionato col fratello, che v'ha vagheggiato dalla fenestra?

EUGENIO. Veggio scoprire il mio sole: e come il sole sorgendo la

mattina, vien il mondo a rischiararsi e farsi bello, che era dinanzi

tenebroso e pien di orrore; cosí apparendo voi, mio chiarissimo sole,

le tenebre e amaritudini del mio cuore tutte si fanno illustri, e mi

riempie il cuore di dolcezza.

ARTEMISIA. Siate il ben trovato, spirito dell'anima mia!

EUGENIO. Siate la benvenuta, dolcissimo sostegno della mia vita! Mi

par che siate di mala voglia.

ARTEMISIA. E disperata ancora, poiché in tanto tempo non veggo favilla

alcuna di luce con cui avvivi la speranza dell'esser vostra.

EUGENIO. Signora, il disperarsi è un tradire se stesso; però non

piangete se mi amate, ché con le vostre lacrime consumate la vita mia,

le quali, se non le rasciugate tosto, mi faran tosto venir meno.

ARTEMISIA. Deh! lasciatemi piangere e morir ancora, perché non è

persona tanto disperata che non abbia qualche speranza di sperare,

eccetto io che non ho che sperare se non nella morte come solo rimedio

de' miei mali.

EUGENIO. Ah, signora, avendovi conosciuta sempre d'alto cuore, di gran

fortezza e di eccelsa mente, come vi lasciate cosí vincere dal dolore?

ARTEMISIA. Anzi, se mi amate, dovete piangere meco, ché quando duo

amanti piangono le communi disaventure è uno sfogamento delle lor

passioni.

EUGENIO. Ma perché tanto affliggervi?

ARTEMISIA. Primieramente temo che non m'amate.

EUGENIO. Ahi, fiera stella, e come può cadere in voi cosí brutto

pensiero se sapete certo che vi amo da dovero e il nostro amore è

reciproco? E se potessi aprire il petto vedereste un tempio nel cui

altare arde sempre il mio cuore in sacrificio dinanzi l'idolo della

vostra bellezza, la qual è tale che fa stupire non solo il mondo ma

l'istessa natura che vi ha creato, ornata poi di tanti mezi d'onori e

di costumi, li quali gareggiano con la bellezza e giá si hanno

acquistato li titoli di magnificenza. I vostri meriti sono tali che

meritarebbono altro uomo che non sono io; ma perché conosco solo i

vostri meriti, per il grande amore che li porto, mi par che possa

meritarli.

ARTEMISIA. Se cosí è, perché scorgo in voi tanta tepidezza in

sollecitar le mie nozze? Voi sète d'accordo con Lelio mio fratello.

Non vedete che l'indugio vi potrebbe apportar qualche disturbo?

EUGENIO. Non considerate, signora, che ho un padre concorrente

nell'amor mio? e se ben mi veggio in tante difficoltá e rispetti di

mio padre, pur Amor non permette che cangi voglia. Il padre cerca

privarmi di quello che mi si deve per amore; io ne prego e riprego

vostro fratello, e dubito per la troppa importunitá di esserli

molesto: avemo sofferto tanto, soffriamo un altro poco. Non è cosa da

valoroso voler la corona e il trionfo prima che abbia combattuto:

soffriamo, ché Amor ci coronerá del nostro soffrire.

ARTEMISIA. Mio padre non vuol darmivi per sposa se egli non

conseguisce da voi Sulpizia: vuol comprar l'amor di vostra sorella col

mio riscatto e vuole che io sia il prezzo de' suoi desidèri. Vuol

servirsi di me per medicina del suo male, di me che sono inferma e ho

bisogno di medicina per me stessa nella mia infermitá; ed io, misera!

non so far altro che amaramente piangere, sospirare e consumarmi.

EUGENIO. Datevi pace, ché forse Amore vi consolará.

ARTEMISIA. Quel «forse» è una magra speranza. Di piú par che d'ora in

ora mi veggia comparir Guglielmo mio padre, che non sia morto e che

voglia ch'io mi sposi con Pandolfo: e questa notte me l'ho insognato

tornar sano e salvo dal naufragio, di che ne ho preso tanto spavento

che non sará bene di me per un anno. Però vi prego che vi affrettiate

e mi cacciate di tanta angoscia.

EUGENIO. Non bisogna, signora, aver téma de' sogni, che nascono in noi

da quelli effetti che sommamente temiamo e desideriamo. Se i sogni

riuscissero, io sarei felice: quante volte mi son sognato con voi e

non mi è riuscito? Piú tosto vorrei che riuscissero i miei che i

vostri sogni.

ARTEMISIA. Padron caro, dubito che non sopravenga mio padre. Dio sa

con che cuor vi lascio! Vi bacio le mani; e perché io non posso

baciarvi le mani, vi cerco un favore.

EUGENIO. Eccomi prontissimo a servirvi.

ARTEMISIA. Che mi doniate i vostri guanti; ché baciando quelli mi

parrá di baciare le vostre mani, e vestendone le mie mani parrammi che

tenga strette le vostre mani.

EUGENIO. Eccoli; e date a me i vostri in ricompensa, acciò io senta

quella medesima dolcezza de' vostri, che voi dite sentir de' miei.

ARTEMISIA. Eccoli: e piaccia a' cieli che come abbiamo scambiati i

guanti, cosí abbiamo scambiati i cuori, che come il mio è fatto suo,

cosí il suo sia fatto mio.

CRICCA. Finiamola, signor Eugenio, andiamo via.

EUGENIO. Ahi, che dura dipartita!

SCENA VIII.

ARTEMISIA, SULPIZIA giovane.

ARTEMISIA. Signora Sulpizia, vi bacio le mani.

SULPIZIA. O signora Artemisia, perdonatemi, ché non v'avea visto.

ARTEMISIA. Avete forse l'animo ingombrato di qualche travaglio, poiché

non vedete le persone che vi stan dinanzi?

SULPIZIA. Veramente è come dite; e stimo che li medesimi travagli, che

travagliano voi, travagliano ancor me: che ambedue ne affligga un

medesimo male.

ARTEMISIA. Misera me, che dispiacere feci a mio padre mai, che meriti

che mi dia quel vecchio cadavero e putrefatto di vostro padre per

marito? questo è il premio della ubidienza che li ho portata tanti

anni? Però non devrebbono maravigliarsi le genti quando odono che noi

poverelle facciamo qualche scappata, perché ne sono cagione i nostri

padri.

SULPIZIA. Certo che questi vecchi quanto vanno piú innanzi di etá

tanto manco vedono di cervello: il troppo vivere gli fa rimbambire e

non san quel che facciano. Misera e infelice la condizione di noi

povere donne; e con ragione si fa dirlo in quella casa dove nasce una

femina! Anzi dovrebbono le nostre madri, quando nascemo, affogarci,

nascendo al mondo per un ritratto di tutte le umane sciagure. Da che

nasciamo stiamo sempre ristrette fra quattro mura come in continue

prigioni, sotto le severe leggi e rigide minacce de' padri, madri,

fratelli e parenti, e massime quando stiamo innamorate; ché dove gli

uomini, conversando con le persone, trasviano quei vivaci pensieri che

gli fan star sempre vigilanti negli amori, a noi è forza sepelirgli

nel cuore, né meno sfogarli con un minimo sospiro, che non so come non

scoppiamo di doglia.

ARTEMISIA. Ed il peggio è che volendo maritarci ci voglian dar marito

a lor gusto, o per loro particolari interessi darci per marito uno,

col quale abbiamo a vivere fino alla morte, contro la nostra volontá,

con dir che avendoci vestite di queste membra è forza che siamo

ubidienti. E triste noi se una sola parola li rispondiamo in

contrario! siamo le presontuose, sfacciate e col capo pieno di grilli!

E cosí, non essendo il marito a nostra volontá, bisogna che stiamo

sempre in discordi voleri e in una perpetua guerra; e però non

dovrebbono dolersi, se ne togliemo uno a lor piacere, ce ne togliamo

uno a nostro gusto.

SULPIZIA. Che legge è questa d'aver fondato l'onore nelle azioni di

noi povere donnicciuole? dove gli uomini, per essere piú savi e di

maggior forza per fare resistenza a' loro appetiti, si sfogano le loro

amorose passioni, si procacciano sempre nuovi trastulli con diverse

donne, commettendo adultèri e stupri a lor modo; e se di noi meschine

s'avveggono di qualche cenno o ambasciata, subito:--Scanna, uccidi,

ammazza; spade, pugnali, coltelli!--Che legge maladetta è questa!

ARTEMISIA. Eh, sorella, queste leggi se le han fatte gli uomini a lor

modo; se toccasse a noi, ce le faressimo al nostro. Ma assai siamo noi

infelici per ora: senza che andiamo rammemorando le nostre sciagure,

ragioniamo di altro. Ditemi di grazia, se parlate mai di me col vostro

fratello.

SULPIZIA. Sempre di voi.

ARTEMISIA. Che dice su questo fatto?

SULPIZIA. Bestemmia la sua sorte crudele, i pazzi umori di suo padre,

e si consuma in lamenti, in dolori. Ma Lelio, quando li parlate di me,

che risponde?

ARTEMISIA. Lagrime e sospiri; e credo ben che se Amor non lo aiuta in

questo estremo punto, che saranno brevi i giorni suoi.

SULPIZIA. Di grazia, raccomandatemi a lui.

ARTEMISIA. Ed il medesmo vi prego che facciate di me al vostro.

ATTO III.

SCENA I.

PANDOLFO, CRICCA.

PANDOLFO. Or mentre l'astrologo sta trasformando il vignarolo, Cricca,

vo' dirti un mio pensiero.

CRICCA. Dite.

PANDOLFO. Non mi basta il core a donar all'astrologo la catena d'oro

che gli ho promesso.

CRICCA. Chi ha promesso attenda.

PANDOLFO. Confesso che fui troppo voluntaroso, e me ne pento.

CRICCA. Mi ho fatto gran meraviglia che, sendo cosí avaro, abbiate a

donare una volta cinquecento scudi.

PANDOLFO. S'io son avaro, son avaro per poter esser poi liberale

quando bisogna; ché chi è sempre liberale, all'ultimo non ha che dare.

Ma la voglia di posseder Artemisia mi avrebbe fatto dar la vita, non

che la robba.

CRICCA. Mi va un pensiero per la testa come con onor vostro ce la

possiate negare.

PANDOLFO. Dubito che ora non intenda quanto parliamo.

CRICCA. Che perdiamo a tentarlo? se riesce, guadagnaremo cinquecento

scudi.

PANDOLFO. Di' su, presto.

CRICCA. Quando egli verrá fuori per avisarci che il vignarolo è

trasformato, io lo tratterrò ragionando meco; voi entrate in camera e

nascondete alcuni vasi di argento, e poi venite fuori colerico e

irato, gridando che vi sono stati tolti gli argenti. Egli dirá che non

è vero, noi diremo di sí; al fin, dopo molto contrasto, direte che non

gli darete la catena se non vi restituisce i vasi, minacciandolo

ancora di accusarlo alla corte.

PANDOLFO. E se l'inganno si scoprisse?

CRICCA. Riversciaremo la colpa sul vignarolo che ha buone spalle.

PANDOLFO. Non mi dispiace il tuo pensiero e son disposto seguirlo.

CRICCA. Ma il punto sta e l'importanza del negozio in saper fingere il

colerico, la stizza e il disgusto, e gridar alto e terribile.

PANDOLFO. Lascia fingere a me, e se nol faccio naturale, mio danno,

cinquecento ducati. Cacasangue! mi farò uscir i gridi fin dalle

calcagne; ma bisogna che tu m'aiuti a dar ragione.

CRICCA. Non mancarò: nelle mani vostre sta il guadagnare e il perdere

cinquecento ducati se saprete ben fingere.

PANDOLFO. Non piú, ché non intenda quanto ragioniamo. Ma eccolo che

viene fuori.

SCENA II.

ALBUMAZAR, PANDOLFO, CRICCA.

ALBUMAZAR. Pandolfo, ecco, fra poco spazio avrete trasformato il

vignarolo.

CRICCA. Non è dunque trasformato del tutto?

ALBUMAZAR. È giá trasformato tutto il corpo, ma un solo piede e le

mani li mancano.

CRICCA. Dimmi, signor astrologo, per quanto tempo durerá il vignarolo

nella figura di Guglielmo?

ALBUMAZAR. Per un giorno naturale.

CRICCA. E ci sono anco i giorni contra natura?

ALBUMAZAR. Il giorno naturale se intende di ventiquattro ore.

CRICCA. E quello contra la natura?

ALBUMAZAR. Quando il sol vien verso noi dinanzi e i giorni son grandi,

son naturali; quando vanno indietro e son brevi, vanno contro natura.

PANDOLFO. Oimè oimè oimè!

CRICCA. Oh che gran gridi!

PANDOLFO. A cosí gran botta non ho cagione di dar cosí gran gridi?

CRICCA. Che cosa avete, padrone?

PANDOLFO. Oimè, son morto, son rovinato del tutto!

CRICCA. E come? (Va bene il principio). Di che vi dolete?

PANDOLFO. La camera è tutta sgombra de' paramenti e delli argenti!

CRICCA. (Ben, benissimo! fingete assai del naturale).

PANDOLFO. Canchero, che non fingo, dico da dovero: mi è stata

sgombrata tutta la camera!

CRICCA. (Gridate piú forte ché ne siate meglio udito).

PANDOLFO. Non potrei gridar tanto quanto ne ho di bisogno: mi ha

rubato quanto aveva e non aveva!

CRICCA. (Ah, ah, ah! non posso tener le risa come finge bene!).

PANDOLFO. Mi è stato rubbato il mio e quel d'altri!

CRICCA. (Sforzatevi di gridare).

PANDOLFO. Non ho piú voce, diavolo! e mi manca la voce, il fiato e

l'anima.

CRICCA. (Ah, ah, ah, chi non ridesse?).

PANDOLFO. Con questo tuo ridere mi cresce la rabbia: la camera è

rimasta piú netta che un specchio!

CRICCA. (E dite da senno?).

PANDOLFO. Da maledetto senno! la fenestra verso levante è aperta e

scassata, e dubito che di lá sieno state levate le robbe.

CRICCA. (Questo era quel «levante» cosí inimico a voi: la porta da

ponente fu la vostra che vi poneste le robbe, e quella da levante vi

ha levate le robbe).

ALBUMAZAR. Pandolfo, che avete che gridate cosí alto?

PANDOLFO. Tutto l'apparecchio è stato tolto dalla camera!

ALBUMAZAR. Sperate bene.

PANDOLFO. Come posso sperare bene, veggendo male?

ALBUMAZAR. I panni e vasi di argento ho consignato al vignarolo, l'ho

chiusi in quell'altra camera vicina acciò siano ben guardati.

Fermatevi qui, ché fra poco lo vedrete comparire qui fuori trasformato

in Guglielmo e vi restituirá il tutto.

PANDOLFO. Or che faremo intanto?

ALBUMAZAR. Andaremo a spasso per mezza ora; poi tornate, aprite la

camera e trovarete il vostro vignarolo trasformato in tutto; e poi

verrò per la promessa per la catena.

PANDOLFO. Cosí faremo.

SCENA III.

ALBUMAZAR, RONCA, GRAMIGNA, ARPIONE.

ALBUMAZAR. Ronchilio, Gramigna, Arpione, uscite qui fuori.

RONCA. Eccoci, che volete?

ALBUMAZAR. Giá abbiamo conseguito quanto desiavamo: resta poca cosa a

complire. Tu, Ronchilio, aspetta qui il vignarolo che esce di camera,

fingi esser amico di Guglielmo, dágli questi dieci ducati con dir che

gli dovevi dar a lui, per fargli piú credere che sia Guglielmo.

RONCA. E volete che io perda i dieci ducati?

ALBUMAZAR. Quali? che asino! Tu, Arpione, con quel braccio contrafatto

toglili. Tu, Gramigna, trova Bevilona, quella puttana scaltrita: che

si finga una gentildonna innamorata di Guglielmo; lo chiami a mangiare

e a solazzarsi con lei; e ciò per fargli credere che sia quel

Guglielmo. E fatelo star allegro e trattenetelo per due ore.

RONCA. Perché due ore?

ALBUMAZAR. Tra queste due ore tu, Gramigna, porta le robbe al Molo,

piglia una fregata e caricala di tutte le robbe. Poi, va' al Cerriglio

e fa' apparecchiar questi animali bene e questi liquori preziosi;

porta la Bevilona all'osteria, ché, dopo alzati ben i fiaschi,

possiamo godere il trionfo delle nostre furbarie. Poi, di notte

imbarcaremoci per Roma con tutto il bottino.

RONCA. Tu dove vai?

ALBUMAZAR. A tosare un'altra pecora che vuol fissar l'argento vivo con

sughi di erbe: accrescerá il numero de' burlati e il nostro bottino.

GRAMIGNA. Cosí faremo.

ALBUMAZAR. Usate le barbe adulterine, impiastri ed altri linguaggi,

ché non siate conosciuti per quelli istessi. Ma non vorrei che mentre

attendo all'utile commune di un altro guadagno, che mangiaste senza me

e mi rubbasti la parte mia, giaché sète ladri senza vergogna, senza

legge e senza fede, che arrobbaresti voi stessi quando non avesti

altri a chi rubbare.

GRAMIGNA. Sarebbe cosa nuova forse? non ce l'avete insegnato voi?

ALBUMAZAR. Con la misura tua misuri tutti gli altri: «la cosa andará

da zingano a giudeo».

GRAMIGNA. Fai ora come or ti avessi a conoscere. Orsú, andiamo.

SCENA IV.

VIGNAROLO, RONCA.

VIGNAROLO. (Oh bella cosa l'essere trasformato in un altro! Io pensava

che fosse trasformato tra la carne e la pelle; ma or come sono

trasformato di volto cosí ancora mi sento trasformato di cervello. Mi

par di esser diventato gentiluomo e smenticato affatto del villano:

non mi resta altro di vignarolo che l'appetito e l'essere innamorato

di Armellina. Son certo che niuno mi conoscerá, poiché io medesimo non

piú conosco me stesso. Oh che cosa mirabile! credo che per ogni buco

della mia persona sia un spirito. Vorrei andar a casa di Guglielmo per

servir il padrone; ma par che non mi assicuri).

RONCA. Oh, signor Guglielmo, voi siate il bentornato per mille volte!

Quanto tempo è che sète giunto in Napoli?

VIGNAROLO. Voi siate il ben trovato! Or giungo dal viaggio.

RONCA. Vi avemo giá pianto per morto.

VIGNAROLO. Son salvo e al vostro comando.

RONCA. Si ricorda Vostra Signoria, quando mi prestaste dieci ducati,

che i birri mi menavano in prigione?

VIGNAROLO. Signor sí, signor sí, me ne ricordo.

RONCA. Quando venni a casa vostra per restituirli, vi venne la nuova

del vostro naufragio: e non potendo restituirli a voi, avea

constituito conservargli al suo ritorno. Ma poiché sète tornato sano e

salvo, eccoli, ché dubito ne abbiate bisogno.

VIGNAROLO. Come, che ne avrò bisogno!

RONCA. Vi ringrazio della cortesia; mi raccomando a voi.

VIGNAROLO. Oh che sia benedetto quel punto nel quale mi trasformai in

Guglielmo, ché, non avendo in vita mia mai potuto accoppiare uno

carlino quando era vignarolo, or, essendo Guglielmo, in un punto ho

guadagnato dieci ducati!

SCENA V.

ARPIONE, VIGNAROLO.

ARPIONE. Vi ho visto sbarcare or ora dalla nave, signor Guglielmo, di

che ne ho tanta allegrezza che non posso contenermi di non

abbracciarvi e baciarvi.

VIGNAROLO. Ed io col medesimo effetto vi bacio molto amorevolmente. Ma

come vi chiamate?

ARPIONE. Non vi ricordate di Arpione che vi era tanto caro?

VIGNAROLO. Sí bene, or me ne ricordo, Arpione mio caro.

ARPIONE. Ringrazio la fortuna del mare che ne fe' grazia di rivederci.

VIGNAROLO. Come state?

ARPIONE. Sète forse divenuto medico, che mi dimandate come stia?

Comunque stia, son sempre al vostro comando. Perdonatemi, non posso

contenermi che non vi abbracci e baci di nuovo, e sento tanta

allegrezza che non ho lingua per esprimerla.

VIGNAROLO. (Mentre costui mi ave abbracciato mi ho sentito dare una

scossa alla borsa. Le mani e le braccia me le sentiva al collo: se

alcun da dietro non me l'ha tolta, non potrei saper chi fosse. Ma qui

non è altri).

ARPIONE. Avete patito gran disagi nel viaggio, Guglielmo caro?

VIGNAROLO. Molti, Arpione mio carissimo. (Io veggio pur le mani di

costui fuori, e pur mi sento levar la borsa).

ARPIONE. Orsú, me vi raccomando. A rivederci, ringrazio la vostra

liberalitá.

VIGNAROLO. Ed io vi bacio le mani. (Io non li ho dato nulla e dice che

ringrazia la mia liberalitá!). Oimè oimè, la mia borsa! oimè, i miei

danari, o messer Arpione!

ARPIONE. Eccomi, che volete?

VIGNAROLO. Mostrami la mano.

ARPIONE. Eccola.

VIGNAROLO. Dove è l'altra?

ARPIONE. Eccola.

VIGNAROLO. Dove è l'altra?

ARPIONE. Che volete che abbia cento mani?

VIGNAROLO. Quale è la destra?

ARPIONE. Ecco la destra.

VIGNAROLO. La sinistra?

ARPIONE. Ecco la sinistra.

VIGNAROLO. Dove son le due mani?

ARPIONE. Quante volte volete vederle? forse i pericoli del viaggio vi

fanno ferneticare?

VIGNAROLO. Oh, fermati! o ladro, o tagliaborse, o Arpione, proprio

Arpione, ché come un arpione hai arpizato! Oh come è sparito! Ma come

costui avrá potuto cosí stendere le membra e torcer le braccia, come i

bagatellieri che fanno vedere e stravedere? o forse me l'ha tolta con

i piedi? Or conosco che son un asino: non ha detto che si chiamava

Arpione e che mi voleva arpizar la borsa? Perché lasciarmi arpizarla?

Certo, che devo essere il vignarolo e non Guglielmo!

ARPIONE. Signor Guglielmo, che avete?

VIGNAROLO. Un truffatore mi ha tolto una borsa con dieci ducati.

ARPIONE. Mi dispiace non poter aiutarvi per mia disgrazia!

VIGNAROLO. Anzi per mia, per me solo!

ARPIONE. Come stava fatto?

VIGNAROLO. Con una ciera di ladro proprio come la tua; ma teneva un

empiastro agli occhi come quelli che si pongono su le pannocchie. Che

il cancaro si mangi tal razza di uomini!

ARPIONE. A voi mi raccomando.

SCENA VI.

BEVILONA cortigiana, VIGNAROLO.

BEVILONA. O vita, o contento, o metà dell'anima mia! Signor Guglielmo,

che siate il bentornato per mille volte!

VIGNAROLO. Con chi ragionate, bella giovane?

BEVILONA. Con il signor padrone della mia persona, della mia vita,

d'ogni mio bene!

VIGNAROLO. Che ho io a far teco?

BEVILONA. Quel che a voi piace di fare; e se mi comandate che vi

faccia un tantino di piacere, ve ne farò un tantone.

VIGNAROLO. (Costei deve essere qualche mercadantessa che tiene fondaco

aperto delle sue mercanzie. È qualche innamorata di Guglielmo: poiché

gli rassembro Guglielmo, mi prende per scambio. Vo' entrare con lei:

che ci posso perdere? le comprarò una collazionetta o qualche

cosellina. Ho fatto error a dire che non la conosceva: l'emendarò come

posso). Signora mia, ho voluto cosí un poco scherzar con voi, per

vedere se v'eravate smenticata di me per la mia partenza.

BEVILONA. Io smenticarmi di voi, che dopo la vostra partenza sète

restato piú vivo nell'anima mia che non ci era essa stessa? né per

nuova della vostra morte si poté smorzar giamai una di quelle faville

che s'accesero per man di Amore nel mio petto?

VIGNAROLO. Ed io per amor vostro son stato veramente molto travagliato

di fantasia. Son gionto ora in Napoli, e prima che andasse a casa mia,

m'era aviato alla vostra. Donque, avete marito?

BEVILONA. E voi non lo sapete? quel bravaccio tanto vostro amico.

VIGNAROLO. Sí sí, lo conosco bene; e se tornasse fratanto?

Le commedie - lo astrologo · 第 2 / 5 段