VERSO L'ISONZO.

_19 giugno._

È per la strada maestra che questa volta mi avvicino alla guerra. Nelle

regioni della frontiera — diciamo dell'antica frontiera perchè la nuova

cammina — la ferrovia, tutta intenta a trasportare soldati e munizioni,

lascia i viaggiatori sui binarî morti. E ve li dimentica. Nelle piccole

linee i treni per il pubblico ritardano in media dodici ore nei primi

quaranta chilometri. Uno solo, che io sappia, è arrivato in perfetto

orario: partito da Udine si è trovato a San Giorgio di Nogaro all'ora

indicata. Ma era il giorno dopo. Così la strada maestra è ritornata in

onore.

Da quando fu inventata la locomotiva non aveva visto più tanto

traffico. Vi passa tutto il commercio della provincia, tutto il

movimento dei mercati e delle fiere. Perchè non un mercato è stato

sospeso, e a Treviso, a Portogruaro, a Latisana, a Oderzo, in piena

zona di guerra, le piazze antiche e pittoresche si affollano al

mattino di venditori e compratori venuti dalla campagna, i merciaiuoli

ambulanti erigono le loro baracche, e tutto si passa come in piena

pace.

Sulle magnifiche strade, che sembrano viali di parchi, ombrate da

vecchi platani rigogliosi allineati sui bordi, è un viavai di carri, di

carrette, di biroccini, che s'incontrano con lunghe file di autocarri

pesanti e grigi del servizio militare. Stupisce e rallegra la serena

attività del paese, la quieta normalità che permane anche nelle regioni

che odono il rombo del cannone.

La guerra non ha mutato nulla, non ha toccato nulla. Ricordo la tragica

sospensione di ogni vita negli altri paesi belligeranti quando il

grande conflitto s'iniziò. Si vedevano i segni del lavoro subitamente

interrotto sulla campagna francese divenuta deserta, si sentiva

l'allarmi, la paralisi, l'angoscia della nazione intera, i villaggi

solitari avevano un'espressione desolata, e, cessato ogni commercio, le

città costernate tacevano, con le vie quasi vuote fra i negozi chiusi.

Uno straniero che arrivasse fra noi ignaro (per un'ipotesi fantastica)

degli eventi, non sentirebbe la guerra nella vita intensa delle

nostre città e nella tranquilla operosità dei nostri campi, non si

accorgerebbe che stiamo combattendo la più grande lotta della nostra

esistenza nazionale.

La guerra ci ha trovati pronti, e niente altro che l'immutata

fisionomia della nazione, mentre milioni d'italiani si battono, è già

una grande prova di potenza.

Nei vigneti e nei frutteti si lavora, e dalla campagna luminosa, che

non è mai sembrata così bella, così folta di vigore, così promettente,

scolorata qua e là dal primo imbiondire delle messi, arrivano nella

serenità ardente del meriggio i canti dei contadini all'opera, le

antiche canzoni dei campi, semplici, larghe e solenni come preghiere.

L'automobile che mi porta fila nella immensa pianura friulana,

attraversa ponti custoditi da sentinelle, passa per stazioni di

tappa insediate nelle piccole città, affollate di carreggi, intorno

alle quali si allargano bivacchi nereggianti di cavalli e parchi

automobilistici.

Impossibile deviare dalla via buona. Oltre alle tabelle militari, che,

affisse ad ogni crocicchio, dicono ufficialmente la giusta direzione,

si trovano indicazioni di tutti i generi, consigli diversi sotto

forma di «vedi mano». L'entusiasmo degli abitanti ha spennellato sui

muri dei paesi delle grandi frecce accompagnate da diciture sommarie

e definitive: «Per Trieste!» — « — Di qui per Monfalcone, Trieste e

sempre avanti!» — e non si può sbagliare. Più di un paesello ha già

battezzato Via di Trieste, o Via della Vittoria, la strada principale.

Ma la vera, la grande arteria della guerra è la ferrovia. Treni vuoti

che tornano, treni pieni che vanno, passano in perpetua successione,

lunghi, ansimanti, e nelle stazioni piene d'ordine, custodite da

bravi territoriali, inflessibili come la loro enorme baionetta,

spesso le truppe che aspettano l'ora della partenza, durante lunghe

soste al sole, cantano a squarciagola. Ogni vagone ha la sua canzone,

indipendente dal vagone vicino, e il treno intero manda il più

spaventoso dei cori. Quando poi il convoglio si muove, il coro si

fonde in un tremendo evviva: «Evviva l'Italia!», «Vogliamo Trento e

Trieste!». E i gruppi di abitanti, che non mancano mai di affollarsi

alle barriere, rispondono.

I soldati salutano sempre con gioia ogni passo in avanti. Gremiscono

le aperture dei furgoni — che delle fronde, dei fiori, delle bandierine

adornano — e gesticolano, e ridono, e gridano, seduti alcuni sui bordi,

le gambe ciondoloni, mentre dietro agli uomini, nell'oscurità interna,

si profilano teste di cavalli, assonnate e gravi; e un'oscillazione

di zaini, di cinturini, di giberne, di tascapani, pende dal soffitto.

Sui vagoni a piattaforma i carriaggi si allineano, con le stanghe

in alto come braccia levate. Sotto a grandi copertoni di tela grigia

s'indovinano forme di cannoni.

Alla stazione di San Giorgio assisto all'arrivo d'un treno di feriti.

È un treno della Croce Rossa, tutto nuovo. Vestite di bianco, delle

dame di un comitato locale vanno premurose da un vagone all'altro

distribuendo bibite ghiacciate. Non si ode un lamento.

La prima cosa che i feriti domandano è d'essere informati della

guerra. Hanno sete di notizie. Portati via dall'azione, vogliono

sapere quel che è successo dopo, quello che succede altrove. Si direbbe

che soffrano più per il distacco dal combattimento che per le ferite

ricevute.

«Che cosa si sa oggi?» — chiedono prima di portare alla bocca il

bicchiere madido. «Buone nuove, Monfalcone è presa!». La voce passa

da una cuccetta all'altra. Tutti si sollevano sui gomiti, i meno

sofferenti balzano a sedere, è una agitazione sotto le lenzuola

candide, delle teste bendate sorgono dai cuscini: «Monfalcone è

presa!».

Dei dialoghi brevi s'intrecciano: «Ah, se fossi sicuro d'avere

ammazzato un austriaco, non me ne importerebbe della ferita!» — esclama

riadagiandosi cautamente uno che ha la spalla fasciata. Dalla cuccetta

sopra a lui una voce rauca scende: «Io uno almeno l'ho infilato!» — è

un fantaccino che è stato ferito di baionetta alla coscia durante un

assalto. Dopo un istante riprende: «Io uno, e lui (additando un altro

lettuccio) lui due!».

Qualche esclamazione d'incredulità, o d'invidia, si leva. «Due, due! —

ripete la voce. — Era vicino a me. Ci sono i testimoni. Due austriaci

si sono buttati addosso al capitano. Eravamo sulla trincea. Allora lui

l'ha spacciati tutti e due, ma ha preso una baionettata. È vero? tu,

parla!». — Ma l'eroe non può parlare, manda un mugolìo d'approvazione,

poi solleva il braccio nudo, un braccio nodoso, forte, bronzato,

che emerge dal biancore del letto e agita l'indice e il medio tesi

ripetendo col gesto ostinato: «Due, due, due....».

«Silenzio, ragazzi! — ammonisce dolcemente un infermiere che passa. —

Chi ha ancora sete?».

L'abnegazione del personale sanitario, tutto, è magnifica. Ad essa si

deve se i nostri feriti sono quasi tutti leggeri. La gravità d'una

ferita è spesso prodotta soltanto dal ritardo delle prime cure. Con

questo calore torrido, anche gl'infermieri, stanchi, debbono aver sete,

e pure essi rifiutano le bibite che vengono offerte anche a loro quando

tutti i feriti hanno bevuto.

L'attesa è lunga alla stazione; occorrono molte manovre per sgombrare

al treno la via, e nei vagoni chiari, odoranti di medicinali, si rifà

il silenzio. Alcuni feriti, che dal comitato delle dame hanno ricevuto

in dono delle cartoline militari e dei lapis, scrivono lentamente,

seduti sul letto. Uno fuma voluttuosamente una sigaretta e ne scaccia

il fumo facendo ventaglio della mano, perchè è proibito fumare. La

stazione sembra divenuta deserta. Sul marciapiede affocato passeggia il

territoriale di sentinella, solo. Fischiano le locomotive laggiù verso

i dischi, sui binarî abbacinanti, e il cannoneggiamento brontola dalla

parte del Carso.

Il desiderio di tornare al fronte è comune a quasi tutti i feriti. È in

loro la fede profonda e l'aspettativa della vittoria. Si rammaricano

di esser portati via «sul più bello». Sono presi dalla passione della

battaglia, dall'istinto della lotta, sentono ardentemente tutta la

grandezza e la giustizia sacrosanta della nostra guerra, ma sopra tutto

hanno come il sentimento che «si ha bisogno di loro», la preoccupazione

di un posto vuoto lasciato nelle file. È uno spirito straordinario di

solidarietà, è un senso altissimo del dovere, che rivelano nella razza

virtù guerriere d'una possanza insospettata.

All'ospedale di San Giorgio è ricoverato un soldato automobilista;

conducendo la sua macchina, per evitare due cavalleggeri che chiudevano

la strada ad una svolta, egli era andato a finire nel fossato,

ferendosi contro al volante. Correva incaricato di una missione: ora

il suo incubo è di compierla. Ha la febbre, non può muoversi dal letto,

ma prega, scongiura medici e infermieri: «Bisogna che io vada, credete,

è importante, lasciatemi andare, tornerò dopo...!». Questo senso di un

dovere assoluto, improrogabile, sacro, di un dovere che va compiuto ad

ogni costo finchè c'è un alito di vita, è diffuso nell'esercito ed ha

la profondità d'una convinzione religiosa.

Per tutto dove passo trovo degli esempi umili e magnifici di questa

nobile comprensione del dovere, anche fuori dei combattimenti,

nell'oscura fatica dei servizi. Ecco, in vicinanza del fronte, a

Medea, sulla via polverosa passano i cucinieri di un reggimento che

sono andati per l'acqua; sono sporchi, sono stanchi, non dormono che

tre o quattro ore per giorno, sul far dell'alba. Uno di essi, dagli

occhi febbricitanti, ha la mano destra fasciata, enorme, sollevata

e tremante. Porta il secchio sulla spalla sinistra. «Come stai?» —

gli domanda affettuosamente un ufficiale superiore. Il soldato, un

contadino calabrese piantato sull'attenti, risponde: «La mano mi fa

male ancora!». Quando si è allontanato, l'ufficiale mi spiega: «È

caduto, e cadendo si è immerso la mano nell'acqua bollente; il medico

gli ha ordinato di coricarsi sotto la tenda, di restare in riposo,

immobile, ma lui dice che c'è troppo da fare, ed ha pregato i superiori

di lasciarlo lavorare finchè Dio gli dà la forza di resistere».

Poco lontano, a Viscone, ad una tappa di carreggi, passa lungo i muri

del villaggio un sergente d'artiglieria zoppicante, col piede sinistro

fasciato. È stato ferito e mandato alla medicazione, ma egli afferma

che non è niente ed evita i posti sanitari perchè «lo portano via».

«Sono sicuro — mi dice — che riposandomi qui domani potrò rimettere la

scarpa e rimontare a cavallo; così ritrovo subito la batteria....».

Egli si è fermato a portata di voce, per dir così, della sua batteria,

e ne ascolta i colpi lontani, e li riconosce: «Ecco, è lei.... — e con

un sorriso soddisfatto — Come sona duro, eh?». Il profano non sente che

un confuso e formidabile rimbombare di tuoni verso Gorizia.

Avanti, gli avvenimenti ci chiamano con questo rombo tempestoso.

Andiamo verso l'Isonzo.

Come tutto prova l'iniquità della frontiera che abbiamo cancellato!

Come ogni cosa è italiana al di là! Vi è l'impronta nostrana sulla

terra, nel paesaggio, nella natura. Le vegetazioni come gli uomini

gridano la loro italianità. Presso antiche ville, che hanno nomi

legati alla nostra storia, vecchi cipressi muscolosi ergono la loro

mole gigantesca, oscura, solenne, che sembra un'affermazione vigorosa

e superba di nazionalità; si direbbero il simbolo caratteristico del

nostro suolo; le coltivazioni, i parchi, i giardini, tutta questa

campagna meravigliosa, prodigano forme e colori che sono unicamente

della nostra patria. Viaggiando sulle regioni conquistate s'intuisce

una unità più profonda ancora di quella della razza, dei costumi, della

lingua, un'unità perenne, inalterabile alle emigrazioni e ai dominî,

eguale sotto alle correnti e alle tempeste umane, una unità eterna:

quella della terra.

La strada bianca corre ancora nell'ombra dei platani, e di tanto in

tanto qualcuno di questi giganti, tagliato per formare una barricata

austriaca, giace abbattuto, rovesciato nel fosso o sul bordo erboso.

Barricate e trincee chiudevano la via ad ogni svolto, ad ogni

ponticello. Ma nessuno le ha difese. Fino a Cervignano, per avanzare

non s'è avuta che la fatica di rimuovere gli ostacoli. A Cervignano

pochi colpi di fucile. Un ponte di ferro, all'entrata del paese, era

barrato da un terrapieno e da un'abbattuta d'alberi. Una cannonata, che

ha lasciato il segno sull'armatura del parapetto, è bastata a mettere

in fuga i difensori.

Il paese ha ripreso un'aria tranquilla e sonnolenta, e i convogli

militari passano con frastuono per le strade antiche, anguste ed

affocate, fiorite di bandiere. Al di là, verso l'Isonzo, un polverone

denso annebbia la pianura. Il cannoneggiamento è più vicino. Nell'aria

limpida, chiaro, metallico, diafano, un pallone frenato si libra.

Ancora pochi minuti, e ci troviamo fra le truppe. Dei reparti passano

il fiume. Sulle alture di Monfalcone la battaglia rugge.

La nostra prima avanzata, che qui giunse d'un balzo a pochi chilometri

dall'Isonzo, non fece in tempo a salvare i ponti. La loro distruzione

era forse inevitabile.

Il ponte della strada carrozzabile, lungo più di cinquecento metri,

tutto di legno, ma largo e solido, ha bruciato completamente. Vedevamo

da Palmanova e da Cormòns, il giorno 24, le colonne turbinose di fumo

di questo incendio lontano, e pareva che una città ardesse. Si credette

anzi, al primo momento, che gli austriaci avessero appiccato il fuoco a

dei paesi, per vendetta.

Dei piloni, formati da fasci di travi, non rimangono che alcuni

mozziconi carbonizzati, emergenti ad intervalli regolari dall'acqua

azzurrognola e dalla ghiaia bianca, sull'immensa spianata del vasto

letto. Tutto il resto è scomparso. Le piene ne hanno cancellato ogni

vestigio.

Il ponte della ferrovia, poco discosto, è stato minato, e l'armatura

d'acciaio, ricaduta sulle macerie dei piloni crollati, disegna sullo

sfondo luminoso del fiume come una trina nera, a larghe centine,

spezzata nel mezzo, lacerata e scomposta. Queste rovine dànno la prima

sensazione profonda di un paesaggio di guerra.

Gli austriaci avevano cominciato a preparare delle forti difese sulla

riva destra. Non si trattava più di barricate frettolose. Lunghe,

solide, massicce trincee, dei larghi terrapieni che sembrano dighe,

i quali emergono freschi, del colore di terra smossa, al di qua della

boscaglia che fiancheggia il fiume e gli fa come una scorta di verde,

indicano l'intenzione di fortificare solidamente il passaggio, di

creare anche lì una testa di ponte. La rapidità della nostra mossa

iniziale ha ricacciato il nemico sull'altra sponda. Ritirandosi, gli

austriaci hanno anche distrutto, con delle mine, un pezzo di strada,

all'approccio del ponte.

Ma bisognava passare, e siamo passati.

Le riparazioni della strada, i preparativi per il varco del fiume, sono

stati compiuti sotto ad un fuoco intermittente di artiglieria, al quale

rispondevano i nostri cannoni appostati sulla pianura. Qui, la truppa

di questo settore fece la prima conoscenza col bombardamento nemico.

Il bombardamento nemico fu accolto con una indifferenza umiliante.

La fanteria, inoperosa nelle sue trincee, conversava sotto gli

_shrapnells_, e il chiacchierìo si sentiva da lontano. Sul bordo d'un

fosso, file di soldati inginocchiati lavavano la loro biancheria,

cantando a squarciagola.

Una sera, quando tutto è stato pronto, è scoppiato un inferno.

Dopo il tramonto, ad un tratto centinaia di cannoni nostri hanno aperto

improvvisamente un fuoco serrato sulla riva sinistra dell'Isonzo,

spazzandola a tiri progressivi. Ogni batteria aveva la sua zona da

coprire di proiettili. Gli _shrapnells_ arrivavano a stormi sul bordo

dell'acqua, sulle sabbie della sponda, sui roveti, sulla boscaglia

di salici e di pioppi entro la quale la fanteria austriaca veniva

ad annidarsi di notte schioppettando a intermittenza, e più in là

l'uragano di acciaio e di piombo batteva i vigneti, tempestava le

strade, esplorava la pianura in ogni ripiego. Era uno spettacolo

terribile. I balenii dei colpi e delle esplosioni illuminavano la

notte di una tremula luce violastra, e sulle nostre truppe la veemente

moltitudine delle traiettorie formava una vôlta sonora, una vôlta

ululante.

Alle nove precise, silenzio.

L'Isonzo ha qui due corsi d'acqua, vicini alle due rive, e nel

mezzo, fra l'uno e l'altro, la vasta distesa di ghiaia. Durante

il bombardamento che immobilizzava il nemico, il ramo più vicino

fu rapidamente passato a guado: è basso e con poca corrente. Nel

lampeggiamento delle cannonate si vide un formicolìo nero e silenzioso

di truppe traversare la spianata sassosa del letto e portarsi sul corso

più profondo trasportando il materiale necessario alla costruzione di

zattere.

Quando l'artiglieria tacque, all'ora stabilita, nella quiete

improvvisa pesava l'emozione di una grande attesa. Zattere piene di

soldati vogavano nel buio. Le prime compagnie si gettavano sulla

sponda sinistra occupandola. Altre forze si aggiungevano a loro.

L'occupazione si allargava. Si formava solidamente una testa di ponte.

Per il passaggio del grosso, intanto, il Genio lavorava alacremente

a costruire solide passerelle. Una ordinata e febbrile attività da

cantiere attraversava il fiume.

Ogni tanto due, tre lampi vividi, delle esplosioni: cannonate

austriache. La fucileria crepitava ad intervalli, dominata dallo

scoppiettìo regolare delle mitragliatrici: era la linea della nostra

occupazione che avanzava, sloggiando piccoli reparti austriaci dalle

loro trincee. Se si ostinavano, era l'assalto.

Si udiva allora echeggiare alto, intenso, entusiasmante, l'urlo

trionfale: Savoia! Passava nella notte il grido tempestoso che

faceva battere i cuori dell'esercito in attesa. S'indovinavano

gli episodi dell'occupazione nel risveglio del fuoco e nel levarsi

delle voci. Verso la metà della notte si è capito che gli austriaci

contrattaccavano. Ma si è pure capito subito che erano ricacciati.

L'oscurità è stata per un istante tutta piena di un eloquente vocìo di

vittoria.

Pochissimi feriti. Dei soldati sono tornati indietro con le mani

lacerate dai fili di ferro dei reticolati che essi avevano strappati.

All'alba le nostre colonne passavano serrate l'Isonzo sui tavolati

nuovi e risuonanti, e i tentacoli delle avanguardie avanzavano già

verso le alture di Monfalcone.

Sono le riserve che passano adesso.

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 7 / 34 题