AL FRONTE.

_2 giugno 1915._

Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al

settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle

terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo

momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata.

L'opinione pubblica non interpreti l'allontanamento della stampa dai

campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il

dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci

trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere

per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra

abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono

molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui

bisogna celarle a tutti.

All'inizio delle ostilità ha persistito sulle zone di guerra la

libertà della pace, e prima che la circolazione in quelle regioni

venisse vietata, chiunque poteva recarvisi sotto un vago mandato di

giornalismo, o anche senza nessun mandato. Sono avvenuti incidenti

spiacevoli dovuti all'inesperienza e alla leggerezza di corrispondenti

di guerra improvvisati, giunti in folla dai più reconditi angoli di

provincia. Di fronte ai grandi benefici che la stampa può rendere in

un paese in guerra, dando all'anima nazionale un alimento di verità

illuminatrice, stanno i pericoli che possono scaturire da indiscrezioni

involontarie, inapparenti, celate talvolta in un innocente episodio.

Il servizio giornalistico sul campo di battaglia deve essere quindi

soggetto ad una disciplina, anche perchè la presenza non controllata

d'un numero illimitato di persone estranee all'esercito può generare

confusioni al movimento esatto della grande macchina militare. Ora,

i servizi di guerra sono organizzati nell'ordine della loro utilità;

conveniamo che lo Stato Maggiore ha, nel primo inizio della lotta,

delle cose più urgenti da fare. Il servizio della stampa verrà presto,

crediamo. Ma, per adesso, la proibizione assoluta doveva essere

logicamente una misura indispensabile.

Rientriamo dunque anche noi corrispondenti di guerra nella nazione

aspettante. Ma vi rientriamo con un ardore più grande di entusiasmo e

di confidenza che viene dalle cose vedute. Il Paese ha la fede: noi,

testimoni del magnifico principio, abbiamo la certezza. Sappiamo più di

ogni altro, forse, come la marcia alla vittoria sarà lenta, ponderata,

faticosa, dura, ma sappiamo pure che sarà irresistibile, sicura, e,

pensando all'avvenire, in fondo alle tormentose emozioni dell'attesa,

sentiamo come gonfiarsi in noi un palpito di gioia trionfale. Il

destino d'Italia è nelle mani dell'esercito come un ferro incandescente

nelle tenaglie del fabbro, e conosciamo quale forza vigorosa e sicura

lo forgia.

Perchè dunque, ridiscesi dalle posizioni irte d'armi italiane, ruggenti

di cannonate e festose d'entusiasmo, sentiamo qua e là nella folla un

soffio d'ansia? Nessuno meglio di chi arriva dalla guerra può conoscere

la falsità assoluta e ributtante di certe notizie che, giorno per

giorno, circolano misteriosamente, celandosi vergognose nel sussurrio

della calunnia.

Da dove vengono? C'è della gente che ha interesse a pungere così la

nostra sensibilità, per stancarci, per indebolirci. Essa sbaglia il

calcolo, e insistendo ci renderà il beneficio di guarirci di questa

eccessiva sensibilità che ci tortura. L'acciaio si tempra tuffandolo

caldo nell'acqua fredda. Scoprendo ogni giorno che il «si dice»

affannoso di ieri era un'ignobile bugia, che era un bagno freddo

offerto alla nostra anima ardente, ci tempereremo. Diventeremo saldi e

freddi come l'acciaio. Grazie, nemico.

Perchè c'è puzza di nemico nei «si dice».

Ricordiamoci che è un principio dell'ineffabile «Manuale di

Guerra» dello Stato Maggiore tedesco colpire le _risorse morali_

dell'avversario. La prima e più grande risorsa è la fiducia, la

compattezza, la serenità. La sicurezza nella vittoria è l'elemento

fondamentale della vittoria. E se v'è un popolo che deve sentirsi

sicuro del trionfo, questo popolo è il nostro. In guardia, italiani,

contro l'insidia della fandonia austriaca!

Il pessimismo è stato in Francia giustamente equiparato alla

diserzione. Chi dubita è involontariamente un disertore. Egli fa al

Paese lo stesso male che se passasse al nemico. Lavora per il nemico.

Mina la robustezza indomabile della fede, che è il metallo di cui si

foggia la volontà.

Diffidiamo del nostro spirito di obbiezione, di contraddizione, di

critica, che ci porta alla ricerca appassionata del lato sconfortante

d'ogni cosa, creandolo quando non c'è, immaginandolo dietro al silenzio

e dietro al segreto sacrosanto che deve circondare i particolari della

preparazione strategica.

Anche il popolo che resta a casa è combattente, esso appresta le armi,

facilita l'azione militare agevolando la circolazione libera, sicura e

rapida dell'immenso traffico su tutto il paese, disimpegna le truppe

adibite all'ordine pubblico e più utili alla frontiera, mantenendo

da sè stesso una quiete profonda, normale, inalterabile, esso dà alla

guerra tutte le risorse e tutte le forze, le dà il nutrimento e le dà

l'audacia. Ogni piccolo turbamento nella nazione può ripercuotersi nei

servizi della guerra e distogliere un'attenzione preziosa all'opera

militare. Le forze vive del Paese debbono tendere concordi alla

vittoria, pazientemente, instancabilmente. La vittoria sarà.

L'atteggiamento magnifico della Francia è avanti a noi. Silenzio nelle

file, avanti con un solo cuore e un solo pensiero, siamo tutti sotto le

armi! Ricordiamoci che si combatte per l'Italia fuori della battaglia,

lavorando, ubbidendo, tacendo, l'anima piena della nostra fede

incrollabile.

Si vorrebbe sapere più di quello che i bollettini militari ci dicono?

Lo sapremo a suo tempo, e sapremo anche come i bollettini siano

reticenti: ma reticenti su cose che ci farebbero gonfiare il petto di

orgoglio. In fondo dicono già molto i bollettini, con sobrietà; noi ne

siamo garanti perchè i nostri occhi vedevano; e la sobrietà nasconde

spesso verità magnifiche.

Non è ancora l'ora di narrare. Ma io che ho avuto la fortuna di seguire

in guerra varî eserciti, dal Giapponese al Bulgaro, dal Serbo al

Francese, dal Belga all'Inglese, posso dire di avere avuto in questi

giorni l'impressione d'un esercito magnifico che può reggere tutti i

paragoni: magnifico per i suoi uomini, per il suo spirito, per il suo

armamento, per i suoi servizî, per la sua disciplina e per la sua salda

e profonda fiducia nel Comando supremo.

Non è indiscrezione osservare che il nostro esercito — la cui compagine

organica era splendidamente approntata — compie in questo momento lo

sforzo più grande che un esercito moderno possa compiere: quello di

mobilizzare, adunare le truppe, e fare una guerra offensiva e vigorosa

nel medesimo tempo.

È come se si finisse di mettere insieme una macchina quando la macchina

è già in pieno movimento. Le unità grandi e piccole si spostano per

l'azione, e le forze integratrici le raggiungono senza errori, ed

i servizî, mentre si completano, mutano e allungano continuamente i

loro itinerarî, facendo fronte a tutti i bisogni. In questo periodo

preparatorio si compiono prodigi, si superano difficoltà enormi;

l'intelligenza, l'iniziativa, l'abnegazione di tutti risolvono problemi

giganteschi di logistica, e il profano non riesce neppure a sospettarli

avanti alla grandiosa visione dell'ordine, della puntualità,

dell'esattezza, che dànno all'immane movimento la regolarità prodigiosa

di un palpito.

Ebbene, questa regolarità nasce lontano dalla zona di guerra, e

noi vogliamo ora indicare alla riconoscenza nazionale, oltre agli

uomini che tengono nel pugno la formidabile e stupenda organizzazione

militare, un altro prezioso fattore di quest'ordine mirabile: i

ferrovieri. Essi, dai loro capi supremi all'ultimo manuale, sono al

di sopra di ogni elogio. Non hanno più orarî di lavoro, non conoscono

altra legge che la necessità, si dànno all'opera infaticabilmente, si

moltiplicano, pare che per le luccicanti rotaie si propaghi fino a loro

la febbre di attività combattiva delle truppe.

Non giudichiamo il servizio attuale delle ferrovie dal ritardo dei

treni viaggiatori. È già un miracolo che vi possano essere tanti treni

viaggiatori. Nei primi quattro mesi di guerra s'impiegavano tre giorni

per andare da Modane a Parigi. Noi riusciamo a mobilizzare le truppe

lasciando al commercio il suo movimento. I ferrovieri italiani sanno

stare al loro posto di combattimento.

Il traffico di certe linee è centuplicato. Delle reti ferroviarie

giudicate deficienti ai bisogni normali, sono portate ad un rendimento

tremendo, favoloso. Non un convoglio militare indugia sulle vie

ingombre, e sono centinaia e centinaia di convogli lunghissimi che

s'inseguono. I viaggiatori ritardano, ma essi debbono essere i primi

a non lagnarsi, perchè al di là delle tendine calate, nei loro vagoni

chiusi, essi odono il rombo perpetuo dei treni colmi di truppe, adorni

di verdure, dai quali si spandono sulla campagna cori formidabili e

guerrieri. E quelli arrivano in orario.

Dove hanno imparato i nostri soldati i loro canti di guerra? Come

risorgono queste antiche canzoni militari che accompagnarono le

battaglie della nostra Resurrezione? Chi ha inventato i nuovi inni

della nuova guerra? Questa musica rude e ingenua pare che sgorghi

spontaneamente dalle masse armate, come si leva l'ululato dalla

tempesta. Sono arie primitive rese fiere dalla bufera delle voci, sono

rozze strofe ma impetuose e solenni come un giuramento.

Andiamo in guerra

Tuona il cannone

Trema la terra

Ma il nostro sangue non tremerà!

ho udito cantare in una stazione, da un treno in partenza, mentre un

altro più lontano urlava:

Noi vogliam la libertà.

Noi vogliam la libertà!

E tutta questa gioia superba e gagliarda arriva alle prime linee,

arriva al combattimento. La lotta è apparsa subitamente come una non so

quale terribile e magnifica festa. Tutti vorrebbero essere avanti, più

avanti. Il rombo delle cannonate è una voce che chiama. Quelle unità

che entrano nell'azione, vanno come se non avessero mai fatto altro,

superbamente. L'anima vera delle varie genti italiche si rivela in un

fulgore nuovo. Un soffio d'eroismo l'ha accesa. È tutta la giovinezza

della Razza che ritorna e fiorisce come una primavera. Nell'alterna

vicenda della storia un grigio inverno è ora finito. Sono dimenticati

i lunghi geli e i gravi torpori. Il vigore trionfale d'Italia erompe,

pieno di una formidabile poesia. Lassù, fra le truppe, è una serenità

ardente.

Prima di prestare orecchio ad una voce velenosa, pensiamo ai nostri

soldati che vogliono e avranno la vittoria, pensiamo ai loro capi che

sanno prepararla e conseguirla, e crediamo fermamente in loro. Nessuna

speranza sembra troppo grande, nessuna mèta sembra troppo alta, per

chi ha visto il primo passo delle nostre truppe. A loro la nostra

confidenza illimitata.

Sappiamo aspettare e tacere. Facciamo della nostra certezza una

corazza. Un dubbio è un tradimento. Convinzione, ordine e calma sono

le armi del popolo nella grande guerra. Seguiamo l'esempio dei nostri

eroici alleati, noi che entriamo nel conflitto al loro fianco. Evitiamo

d'indovinare, evitiamo anche di discutere, una parola inutile può

essere una parola dannosa. La disciplina dei ranghi scenda fra noi.

Noi, popolo, siamo come gli equipaggi che nelle cieche stive della

corazzata nutrono i forni, caricano le munizioni negli ascensori, fanno

camminare, manovrare e combattere la nave, ma che non possono sapere

subito quello che avviene sopra, all'aria aperta, dove si combatte,

sui ponti e nelle torri blindate, e che ignorano le fasi attuali della

battaglia. Essi debbono essere tutti al loro lavoro, senza cercare

di capire, esatti, alacri, compresi della necessità di agire senza

esitazione e senza scoraggiamenti, sentendo quanta parte della vittoria

si appoggi sulla loro opera oscura e sulla fiducia da essi riposta nel

comando supremo e negli uomini che si battono.

Ebbene, i boccaporti sono chiusi, c'è combattimento sui ponti,

attenti ai comandi, o Genti delle stive! Non vi fermate, dominate

ogni curiosità e ogni ansia, una mano ferma, una mente luminosa, un

cuore leonino reggono le sorti della possente nave Italia, e dietro ai

cannoni vi sono petti che anelano alla vittoria!

E la vittoria sarà nostra.

«MORALE ALTISSIMO».

_5 giugno._

«Morale altissimo» — dicono i bollettini ufficiali. Lo Stato Maggiore,

laconico e pacato, non dedica che una parola all'anima dell'esercito.

Il Paese deve averne avuto un'impressione di baldanza. Ma nulla può

conferire il senso della realtà quale si è rivelata a noi, subitamente,

già nel primo giorno della guerra nel quale sentimmo passare sulle

nostre schiere un magico soffio di esultanza, la folata di vento d'un

colpo di ala immane, invisibile, favolosa.

No, la Nazione non sa ancora. Per dare un'idea dello spirito delle

nostre truppe, vorrei poter descrivere niente altro che la febbre

di quel 24 maggio nel quale si tracciò la prima parola della nuova e

gloriosa pagina della nostra storia. Quale giornata di luce, di gioia,

di ebbrezza!

Abbiamo la sensazione che essa abbia inciso profondamente la sua data

non nella nostra povera memoria d'uomini soltanto, ma nella memoria

della stirpe. La nostra emozione e il nostro entusiasmo avevano una

pienezza e una violenza che sorpassavano la misura della nostra anima

perchè erano sentimenti di una personalità più grande della nostra: la

Razza. Erano in noi, erano nell'esercito nostro, l'attesa e l'ansia

delle generazioni passate, nutrivamo tutti inconsapevolmente delle

speranze secolari, avevamo nel cuore l'eredità preziosa e dolorosa

del sogno patriottico dei nostri padri. Sì, i morti si levano, i morti

ritornano, essi sono nel nostro spirito e nel nostro sangue, il loro

palpito gonfia il nostro palpito, la loro forza è nel nostro slancio, e

per essi noi abbiamo provato l'immensa ebbrezza di un'ora nella quale

il loro voto si compiva. Sentivamo nel petto un confuso delirio di

moltitudini. Abbiamo avuto coscienza di un entusiasmo che echeggerà

nell'avvenire. Noi siamo gli eletti nei quali s'è impresso un fulgido

ricordo che sarà vivo nei figli nostri e nei figli dei loro figli,

sempre. L'eredità sacra si perpetua.

La giornata del 24 avrà forse un'importanza secondaria nel freddo

calcolo dell'azione militare. Ma per la Storia è la giornata in cui

l'Italia «ruppe gl'indugi». Essa ha una luce che non si estingue. Da

quella prima mossa divampò un calore che fuse le anime dell'esercito

in un metallo nuovo, compatto, puro, scintillante, ardente. Ne fummo

abbacinati e soggiogati.

Questa data ha già per noi un non so quale senso di solennità antica,

di imperitura santità, e la immaginiamo segnata come una festa

nei calendari del futuro. È stato il Natale della definitiva Unità

Italiana. Si passò la frontiera.

L'urlo delle truppe esultanti nel momento in cui, ad ogni varco,

mettevano il piede sulla Terra Irredenta passò irrefrenabile, profondo,

prodigioso, sovrumano. Si sentì dalle cittadine più prossime, si sentì

da Palmanova che issò il gonfalone sull'antenna veneta, si sentì da

Jalmicco, da Medeuzza, da San Giovanni di Manzano, si sentì da tutti i

paesi nella regione immediata dei confini.

Era un'acclamazione tuonante che si levava, si estingueva, risorgeva,

veniva da un lato, rispondeva dall'altro, serpeggiava nella pianura,

scendeva a ondate per la vallata; e più su, dalle vette boscose sorgeva

lontano, nella serenità calma e meravigliosa dell'alba purissima,

l'immane grido augurale dell'esercito, il poderoso grido di guerra che

l'Italia lanciava per la voce dei suoi figli, e pareva l'ululare remoto

d'una bufera.

La dichiarazione di guerra era rimasta ignorata negli accampamenti, che

negli ultimi giorni s'erano fatti densi e vasti. Verso i confini, nella

campagna ubertosa, era tutto un brulicante grigiore di truppe. Verso i

lembi d'una ferita il corpo sano manda a pulsazioni serrate il sangue

più ardente a cicatrizzarla in una congestione dolorante, e così sulla

ferita delle nostre inique frontiere che tagliavano la carne viva della

Nazione era affluito il più bel sangue nostro, la forza fiammeggiante e

pura che chiuderà la piaga, tutta la gioventù d'Italia.

Il lavoro dei campi continuava intanto vicino alle trincee. Prevedendo

di essere chiamati alle armi, i contadini avevano anticipato la

zolfatura delle viti. La calma della popolazione era magnifica. Da

alcuni paeselli che potevano trovarsi sulla linea del fuoco, gli

abitanti avevano allontanato le donne e i bambini, poi gli uomini

validi erano tornati al lavoro. Avere la propria terra sconvolta da una

trincea era argomento di fierezza. L'esodo delle famiglie dai cascinali

più esposti non aveva nulla di doloroso e di triste. Le donne, con i

bimbi in braccio, inerpicate sui carri che i buoi trascinavano lenti,

salutavano festosamente i soldati: A rivederci, fateci tornar presto,

viva l'Italia!

Avanti a tutti, affossate a terra, le vedette. I battaglioni della

prima difesa aspettavano l'allarme, di ora in ora, con desiderio

rabbioso. Una impazienza di battaglia era in tutti. Aveva maturato

nell'esercito la coscienza d'una forza invincibile. Essa veniva dalla

fiducia illimitata nei capi, dall'ordine e dalla regolarità con la

quale la nostra gigantesca macchina di guerra si è apprestata, e veniva

sopra tutto dal sentimento dei nostri diritti, dalla santità della

nostra causa, dall'intima convinzione che la vittoria finale debba

essere per la Giustizia. L'odio verso il nemico antico, verso il nemico

tradizionale, ridivampava. La Storia non si distrugge.

Ma l'attesa pesava.

C'era ancora come una recondita e vaga paura di essere trattenuti.

Che cosa aspettiamo? — chiedevano i soldati, che sono semplicisti

e che ritengono tutte le preparazioni complete dal momento che loro

sono là. I campanili dei villaggi, le collinette che si levano come

isolotti nella pianura, gli antichi spalti veneziani di qualche vecchia

città, perfino l'alta spianata del Castello di Udine, erano sempre

gremiti di soldati che contemplavano le terre italiane da liberare.

Le contemplavano con amore, con passione, le prendevano con lo sguardo

pensando all'irruzione imminente e all'urto delle armi che li avrebbe

portati al possesso.

Si udivano esclamazioni ingenue e appassionate. Alcuni, ignari,

arrivati al fronte per dovere, si accendevano a quella vista. Essa era

come la visione materiale dell'ingiustizia. Quel profilo dell'orizzonte

aveva al loro cuore qualche cosa di dolente; sentivano la Patria del

di là, lacerata e oppressa. In quella linea azzurra di pianure che

sfumavano nel mare, in quelle creste di monti lontani e diafani, in

tutta quella terra dai nomi italiani e la fisionomia italiana, era

una non so quale espressione indicibile di chiamata e d'intesa. Fra i

soldati italiani che guardavano e l'Italia schiava, passava da anima ad

anima un dialogo prodigioso e muto: Venite! — Eccoci!

E l'ora suonò.

Nessuno l'avrebbe immaginata così bella.

Cominciò un movimento di stati maggiori nella notte. Un rombare di

automobili destò le città verso le tre del mattino. Uno scoppiettìo di

motociclette si disperse nelle tenebre verso mète ignote. Poi in tutti

gli accampamenti, nei villaggi, nei centri di deposito squillarono

segnali di tromba. L'allegro ritornello della sveglia chiamava e

rispondeva sulla campagna buia. Era la diana dell'Italia.

Fu un'onda di febbre e di gioia. L'aurora trovò l'esercito pronto.

Mai la rapidità e l'ordine furono così uniti. Le cavallerie in sella,

le fanterie schierate, le artiglierie attaccate, e, indietro, tutti

i servizi, tutti i convogli, le salmerie, le ambulanze, aspettavano

l'ordine d'avanzata. Ogni ufficiale conosceva il suo còmpito preciso,

ogni unità aveva il suo obbiettivo, la grande macchina stava per

muoversi, regolare e formidabile.

Le avanguardie partirono incontro all'aurora. Il sole sorgeva immane

e rosso, e tutto il mondo si tingeva di rosa. Drappelli di ciclisti

scivolavano lentamente in esplorazione sulle strade deserte della

pianura friulana in tutta la rete della frontiera. Altrove erano

pattuglie di cavalleria che inoltravano verso l'Isonzo. Alcune batterie

avevano preso posizione per forzare qualche passo che si supponeva

difeso. Si aspettava una resistenza fra il Monte Quarin, sopra a

Cormòns, e la collina di Medea, e, di fronte a queste posizioni,

le alture di Budrio erano irte di cannoni italiani. Le fanterie

infine spinsero avanti la loro prima linea spiegata in formazione di

combattimento.

Non si può apprezzare al giusto valore lo spirito meraviglioso della

truppa se non si tiene conto di questa circostanza: che muovendoci si

credeva alla battaglia immediata.

Si aspettava una resistenza. Le informazioni la facevano prevedere.

La natura delle posizioni la rendeva logica. La presenza di truppe

bosniache e di cavalleria ussara, avvistate dai nostri avamposti,

pareva confermare la probabilità di una opposizione.

La nostra fanteria inoltrando immaginava di andare all'attacco. E vi

andava con una volontà compatta e lieta. Guadò il Natisone, nel piano

verso la frontiera di Cormòns, e avanti, fra gli alberi folti, lungo

i margini verdi, nel profumo delle acacie fiorite, nello sfolgorìo

del più bel sole di maggio, in un'inebbriante atmosfera di primavera

italica. L'onda umana passava gonfia di gioia.

Giunse sulla sponda cespugliosa e fresca dello Judrio: il confine.

Allora fu una frenesia.

La valanga di uomini si precipitò, si avventò fra i roveti nell'acqua

per toccare subito l'altra riva. E l'urlo immenso si levò: Italia!

Savoia! Italia!

Ad uno ad uno i battaglioni che seguivano in colonne, per tutte le

strade, lanciavano sulla soglia dell'Italia Nuova il saluto fatidico.

Nessuna cerimonia può assurgere alla grandiosità di questa acclamazione

spontanea, formidabile, irresistibile. Ogni regione d'Italia univa

la sua voce al coro tremendo. È possibile che qualche cosa di quella

maschia, fiera, ardente emozione dell'esercito non sia giunta al popolo

che aspettava?

Sulla pianura soleggiata, un mare di verdure, si spandeva uno squillare

confuso e remoto di campane.

Cominciò Villanova a suonare a stormo. Le chiese di Manzano, di

Trivignano, di Palmanova risposero. Tutti i campanili si destavano,

successivamente. Era la voce del Paese, la voce della Terra, la voce

della Patria, che mandava alle truppe il suo saluto, l'inno antico

delle sue feste, la musica della sua tradizione. E lo scampanìo a

martello dava all'ora indimenticabile una augusta solennità religiosa.

Da quel momento l'Italia era più grande.

Lunghe nuvole di polvere sorgevano basse, a strisce, mettendo qua e

là dei veli sulle piantagioni, avvolgendo villaggi, dissipandosi per

risorgere più vicino: erano artiglierie in marcia, convogli a cavallo e

a motore, il cui rombo si spandeva sommesso e continuo, come un fremito

di tutta la piana.

L'antica, la vergognosa frontiera era cancellata.

Più faticosa, ma egualmente esatta fu l'avanzata sui monti. Fuori di

ogni strada, fuori d'ogni sentiero, portando nel pesante zaino viveri

e munizioni per lunghi giorni, portando sulle spalle anche la legna

per cuocere il rancio, anche la paglia per dormirvi sopra, i nostri

atletici alpini, coadiuvati in alcuni punti da bersaglieri, da militi

della Finanza, esploratori arditi e infaticabili, andarono avanti da

vetta a vetta.

Hanno la tattica dell'aquila. Vanno da una cima all'altra, da una punta

all'altra. Si annidano sulle sommità, e non c'è forza che potrebbe

sloggiarli. Non temono l'isolamento. Fanno di ogni vetta occupata una

fortezza inespugnabile. S'inerpicano, s'insediano, si trincerano, e per

le valli che essi dominano il grosso marcia al sicuro e si sgrana come

un formicaio.

Si videro le cime austriache coronate da loro, una dopo l'altra: il

Monte Corada, il Monte Cuk sulle creste del Colovrat. Sul profilo

di posizioni altissime, che si supponevano fortemente protette, al

di sopra della gran coltre dei boschi, si scorse dopo mezzogiorno

il brulicare delle nostre avanguardie. Subito, al primo giorno, ci

insediammo in faccia alle fortificazioni nemiche.

Avanzando sulla pianura, le nostre truppe scacciarono avanti a

loro i piccoli nuclei austriaci, che abbandonarono in fuga i loro

barricamenti, le trincee di arresto, le abbattute d'alberi, tutte

le difese preparate all'entrata dei villaggi e ai punti favorevoli.

Ritirandosi il nemico faceva saltare i ponti. Le avanguardie italiane

vedevano brillare le mine, una vampa, un getto di macerie, una colonna

di fumo e di polvere, e le detonazioni spandevano il loro rombo

sinistro. Anche un ponte dei più importanti per l'azione era minato,

quello sullo Judrio, ma il precipitarsi dei nostri esploratori lo

salvò. Era il ponte di confine.

È un ponte di legno, pittoresco, angusto e lungo, che le sponde alte

sovrastano chiudendolo come fra due muri di verdura. Per risalire

facilmente la riva, le batterie lo passavano al galoppo. I cavalli

sferzati si slanciavano, e in un grido impetuoso di «Viva l'Italia!»,

in uno scalpitìo pesante sul tavolato che tremava tutto, in un tuonare

di ruote, in un frastuono d'acciaio, i cannoni sì avventavano.

Passate le prime truppe i segni della frontiera scomparvero. Una forza

sovrumana divelse i pali gialli e neri, saldati a macigni, spezzò le

aquile di ferro che in cima ad ogni palo aprivano le loro ali araldiche

e biforcavano la loro duplice testa coronata. Non c'è più niente. Dei

frammenti calpestati e informi. Un furore d'uragano è passato. Nulla lo

avrebbe trattenuto.

In varie zone montuose, come sull'altipiano di Asiago, le nostre

truppe avanzarono, in quel primo giorno, sotto al fuoco di grosse

artiglierie da fortezza. Non si vide un'esitazione. Quei soldati nuovi

al combattimento salutavano le esplosioni con esclamazioni ironiche. E

andavano avanti.

Le operazioni di quel primo giorno, i bollettini dello Stato Maggiore

l'hanno detto, non furono che una correzione di fronte, la quale,

contrariamente al senso del linguaggio ufficiale dei nostri nemici, si

operava in avanti. Ma il fuoco che allora si accese nell'anima italiana

non si estingue più, perchè non è un fuoco nuovo. C'è stato sempre,

noi ne sentivamo il tepore sotto la cenere. Un soffio sublime ha

dissipato le scorie e la gran fiamma s'è levata e ondeggia alta. Tutta

la frontiera ne divampa. Abbiamo una troppo grande eredità di eroismo

e di gloria per non ritrovarla intera nell'ora inebbriante della nostra

lotta più santa contro l'eterno oppressore.

No, eterno no! Lo scampanìo delle chiese friulane suonava i primi

rintocchi del suo funerale.

Ho narrato del primo giorno, del primo slancio, perchè il resto

deve rimanere ancora segreto. Ma v'è lo stesso cuore di quell'ora di

delirio. Con lo stesso lieto entusiasmo il nostro esercito schiaccia i

forti corazzati del nemico, assalta e conquista di colpo delle ridotte

avanzate, si spinge con felice sapienza, con audacia paziente, fin

sopra a delle trincee blindate.

Dove non si va con quest'anima?

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 6 / 34 题