AI PIEDI DEL CARSO.

_20 giugno._

Nel polverone denso, che incanutisce le siepi e incipria i pampini,

sulla strada bianca, affocata, accecante, uomini, cavalli, veicoli si

muovono come in una nebbia ardente, e sembrano ombre.

I soldati, già abbronzati dal sole, con quella fisionomia invigorita

e fiera che è data dalla sana fatica del campo, marciano in silenzio,

ordinati, un fazzoletto intorno al collo. Alt! Zaino a terra! Col peso

dello zaino pare che essi depositino la stanchezza; conversazioni e

risate si levano improvvise. È un vocìo allegro da scolaresca.

Largo! largo! — con uno scalpitìo serrato, con un rombo pesante di

ruote massicce, con un frastuono metallico, delle batterie passano

lentamente come in un fumo d'incendio. Al passo dei forti cavalli

normanni le grigie macchine da guerra, che non somigliano più che

vagamente agli antichi cannoni, procedono in una solennità formidabile.

La fine della colonna si perde nei nembi della polvere. Delle

automobili dello Stato Maggiore si aprono un varco fra tanti ostacoli,

e filano verso il fiume.

Là la strada cessa, il polverone si dissipa, e nell'aria tersa

si profilano lontano le pendici del Carso nude, grigiastre. Dalle

vegetazioni della piana emergono chiari e aguzzi i campanili dei

villaggi come fari sopra un mare.

Sulle passerelle che sostituiscono il ponte distrutto le colonne si

assottigliano e si sgranano, i cannoni ed i cassoni si spaziano per

superare con una galoppata l'ostacolo delle ghiaie. I conducenti

scendono di sella e corrono a piedi, schioccando la frusta, aggrampati

alle criniere.

Il cannoneggiamento è vicino. Si vedono scoppiare gli _shrapnells_ in

alto sugli alberi; e dal nord, da Gradisca, da Podgora, da Gorizia,

arrivano boati profondi di artiglierie pesanti.

Presso le rovine del ponte bruciato, dove l'antica strada, all'alto

della ripa, sembra mozzata da una lama e sporge sul fiume un moncone

fra parapetti spezzati, sono le ultime trincee austriache, intorno

alle quali il Genio ha accuratamente raccolto in enormi gomitoli il

filo di ferro dei reticolati spinosi. Ci sarà utile. In qualche angolo

inesplorato si rinvengono ancora certi ramponi di ferro a quattro

punte, dei quali gli austriaci si servono forse per ostacolare il

passaggio ai cavalli, o per armare fosse da lupo. In qualunque modo

si gettino, i ramponi rimangono con una punta eretta, aguzza come un

pugnale. Somigliano ai «triboli» che i soldati romani spargevano per

ostacolare l'assalto dei nemici, barbari a piedi nudi.

Sotto gli alberi, al bordo della trincea, una sedia, quella povera

sedia che compare melanconicamente su tutti i campi di battaglia, che

si rinviene abbandonata, sbilenca e triste, ovunque la guerra ha fatto

una sosta.

A difesa di questa regione del basso Isonzo gli austriaci hanno trovato

un alleato nell'acqua dei canali.

Ai piedi delle alture che sovrastano Gradisca e Monfalcone, scorre un

canale creato a scopi d'irrigazione e per usi industriali. Un'alta diga

maestosa, lunga quasi mezzo chilometro, chiude l'Isonzo presso il ponte

di Sagrado, sul quale passa la strada di Gradisca. L'acqua trattenuta

forma un vasto bacino che nutre il canale con una corrente di quasi

ventidue metri cubi al secondo. Il livello di questo corso artificiale

è più alto della pianura. Spezzando un argine gli austriaci hanno

potuto trasformare in paludi vaste plaghe al nord di Ronchi. L'altura

di Sant'Elia, che è al di qua del canale, è divenuta una penisoletta,

e, fortemente trincerata, ha costituito una posizione avanzata del

nemico.

Per alcuni giorni, la zona accessibile alla nostra offensiva si è

trovata sensibilmente ristretta dalle acque. Il bollettino ufficiale

ha narrato dell'ardimentosa azione di una batteria di obici che,

portatasi sulla linea della fanteria, ha battuto in breccia una diga.

Era la diga di Sagrado. Sfondata quella barriera, l'acqua non si

sarebbe più immessa nel canale e avrebbe ripreso il suo corso normale

nel letto dell'Isonzo. Ma prima che per questo audace bombardamento

l'inondazione, priva d'alimento, defluisse sgombrando il piano, il

nostro attacco si è gettato sulle terre rimaste asciutte, più al sud,

e per Monfalcone ha preso piede solidamente sulle prime pendici del

Carso, in vista del mare.

L'acqua ci è stata nemica, per tutto. Le piene, fra le gole del medio

Isonzo, ci portavano via i ponti; a valle l'inondazione artificiale

creava avanti a noi dei laghi, e il canale, che con le sue diramazioni

si va ora essiccando, forniva intanto la forza motrice di impianti

elettrici dai quali gli austriaci derivavano correnti per rendere

fulminatori certi reticolati di trincea.

Ma gli austriaci avevano dimenticato che la magnifica opera idraulica

dei canali di Monfalcone è italiana, studiata e compita dalla Società

Italiana per le condotte d'acqua, di Milano. La perfetta conoscenza dei

lavori ci ha permesso di correre subito ai ripari e di ricondurre le

acque ad un contegno più patriottico.

Passiamo l'Isonzo.

Una casa sfondata, un _hangar_ demolito, dei muri bucherellati da

schegge di granata: si è già nell'atmosfera del campo di battaglia. Ma

nessuna battaglia è passata di qui.

Dei cannoni austriaci di mezzo calibro, nascosti sulle alture di

Doberdò, tirano sulla strada, e sui villaggi, e sui ponti. Otto o dieci

colpi per volta, poi, per due o tre ore non si fanno più vivi. Non

combattono, stanno lassù in agguato, e quando vedono in una scìa di

polverone un convoglio di munizioni che si avvicina, o un reparto di

truppa che si sposta, o un'automobile che corre, giù un po' di grossi

_shrapnells_ o di granate, che arrivano con quel loro rombo di motore

mal regolato e scoppiano fragorosamente sulla pianura quieta. Tirano

persino sulle motociclette col _side-car_, nella speranza di accoppare

qualche generale.

Ma hanno paura di essere scoperti. Non insistono mai, e non è facile

individuarli. Conoscono così bene la regione, che il loro tiro è

giusto, sebbene inefficace. Percorrendo la strada con dei carreggi si

ha la probabilità di assistere allo scoppio di una granata a sessanta

passi di distanza. I soldati non ci badano.

No, i nostri soldati sono meravigliosi. Appena una granata scoppia,

si vedono i soldati correre, ma verso lo scoppio. Vanno a vedere il

buco. Hanno una curiosità da ragazzi per i fuochi d'artificio. _Compà,

sente mò_ — grida allegramente un soldato di guardia al ponte ad un

compaesano mentre tuona una raffica — _pare 'a festa d'a Madonna!_

— Gli sembra di sentire i mortaretti delle solennità campagnole.

Ed il cratere slabbrato, nero, fumante, che le esplosioni scavano

al suolo, è per loro uno spettacolo curioso che li attira. Sono là

intorno, aggruppati allo scoperto, incuranti del nemico che li vede,

disputandosi le schegge che scottano ancora. Ogni soldato ne ha una in

tasca.

Sulla strada così esposta il movimento continua regolarmente. I

territoriali divenuti carrettieri e bovari, passano anche loro con i

birocci e le mandrie.

Nessuno esita, nessuno si ferma, nessuno devia.

Un distaccamento di bersaglieri ciclisti riposa all'ombra delle

casupole, all'entrata di un villaggio: Begliano. Appoggiate ai muri,

le biciclette intrecciano ruote e telai in una confusione sottile

e geometrica di circoli e di linee; qualche motociclista prova

attentamente il motore, che strepita sul cavalletto; i soldati,

accoccolati a gruppi sui macigni, conversano placidamente, fumano,

fischiettano, e sulle loro teste l'alito caldo e lieve del meriggio

fa correre un fremito di piume nere. Gli ufficiali, che hanno trovato

delle sedie in una osteria abbandonata, siedono fuori della porta,

sotto a degli alberi. Aspettano ordini. Vi è una serenità, una

tranquillità da riposo durante la manovra. Non si direbbe mai che

questi soldati si sono battuti di notte e di giorno, che hanno preso

delle trincee alla baionetta, sopraffacendo gli austriaci con le mani

alla gola.

Il centro della strada è deserto. Da lì si vedono le colline rocciose

di Doberdò così vicine che sembrano a portata di voce. «Tra poco

ricomincia la musica!» — osserva un ufficiale guardando l'orologio al

polso, e appoggiata la spalliera della sedia al muro incrocia le gambe,

beatamente, soggiungendo: «Ci fosse almeno un giornale da leggere!».

La musica lì si ripete ad intervalli regolari. Il villaggio è

bombardato a orario. Le ultime granate hanno ferito qualche soldato,

uno è morto. Da un giardinetto sbuca un bersagliere che ha composto

un mazzo di fiori, adorno di una foglia di palma di San Pietro, la

palma del nord. Lo mostra ai compagni, che approvano, e scompare in un

recinto. È per ornarne la croce sulla tomba nuova.

Ecco, un rimbombo, un urlo apocalittico che solca la serenità del

cielo, una esplosione potente, uno scrosciare di tegole e di macerie.

La musica.

I bersaglieri, senza scomporsi, guardano in aria. «Dev'essere cascata

sulla chiesa!» — dice uno. «Tireranno al campanile!» — osserva un

altro. «Questa è cascata qui dietro». — «Ha tremato il muro».... Ma un

comando interrompe i dialoghi. Un ordine è arrivato. Si parte.

In un batter d'occhio tutti sono pronti, appoggiati alle biciclette. Si

fa rapidamente l'appello. Manca uno. Era là adesso. Chiamatelo. Eccolo

che arriva, di corsa, tutto sporco di calcinaccio. «Signor tenente —

esclama — è morta la capretta!». C'era una capretta abbandonata nel

villaggio, alla quale i soldati avevano munto una bella gamella di

latte. «È stata l'ultima bomba — informa il soldato — ero lì vicino,

povera bestia! — e dopo un istante di riflessione: — Peccato che sia

troppo dura a mangiarsi!».

Via! Con un volteggio elegante ogni soldato inforca la sua macchina e

sospeso sul sottile scorcio delle ruote fila nel candore della strada

sollevando una bassa scìa di polvere. La compagnia scorre ordinata,

silenziosa, veloce, tutta grigia, nella direzione del nemico.

I fucili a bandoliera ergono sullo svolazzamento delle piume come un

tratteggio inclinato.

Una folta e confusa massa di gente si avvicina. Viene dalla fronte.

Nel polverone che solleva, s'intravvedono dei carri gremiti di persone,

tirati da buoi. È un formichìo oscuro, lento, taciturno, nel gran sole

ardente. L'emigrazione.

Sono abitanti che il bombardamento austriaco scaccia da ogni paese,

da ogni villaggio, da ogni casolare. L'esercito nostro li aiuta, li

protegge, li nutre, e disciplina l'esodo. Dei soldati marciano in testa

alle colonne e le fiancheggiano.

Il fuoco è cessato, e quando la carovana arriva nell'ombra delle

case si ferma e si riposa. «Avanti, coraggio brava gente — avvertono

i soldati — ancora un poco, poi vi ristorerete: qui può succedervi

qualche disgrazia!» Delle invettive contro gli austriaci si levano

dalla folla. Voci di donna gridano, nell'espressivo dialetto veneto:

«_Anca qua i ne copa!_» — «_No i vede che semo poareti?_» — «_Tuto i

n'ha tolto, anca i toseti, e adesso i ne buta zò le case!_».

«Calma, calma — ammoniscono bonariamente i soldati. — Tornerete

presto a casa!» — «_Che el Signor ve scolta!_» — rispondono le voci.

— «_Benedeti vualtri e le mare che v'ha fato!_» — E la moltitudine

riprende la marcia.

Sono donne, bambini e vecchi, tutto quello che è rimasto del popolo,

irredento. Carrette di ogni genere trasportano i loro umili bagagli, e

sui cumuli dei fagotti e dei sacchi, facendosi ombra con delle vecchie

ombrelle aperte, si accalcano i bimbi, gli stanchi, i deboli, in un

groviglio multicolore che oscilla alle scosse dei veicoli. Tutti gli

altri marciano, gli uomini a parte, due per due, muti, quasi ubbidendo

istintivamente alla disciplina militare che li circonda.

Qualche donna conduce dietro di sè la mucca, l'unica ricchezza rimasta

alla famiglia, e tira faticosamente sulla cavezza per indurre la povera

bestia, stupefatta ma placida, ad allungare il passo. Si vedono dei

bambini feriti, sui quali delle fasciature fresche e ben fatte indicano

la cura dei nostri posti sanitarî.

La carovana continua il cammino, lentamente, verso l'Isonzo. Un'altra

si avvicina, ma ben diversa. Questa è composta di uomini validi.

Dopo che l'Austria, con la leva in massa, ha portato via da questi

paesi tutti i maschi dai diciassette ai cinquant'anni, dopo la fuga

di tutte le persone notoriamente irredentiste, dopo l'arresto e

l'internamento di tutte quelle altre persone che erano semplicemente

sospette d'irredentismo, ogni uomo valido che s'incontra è un individuo

sospetto. Nove volte su dieci non è nemmeno italiano. Lo dice la sua

faccia, lo dice la sua maniera di mettersi sull'attenti per affermare:

_Son taliano!_

Nei primi momenti dell'occupazione non ci si è fatto caso. Ma non

abbiamo tardato ad accorgerci che eravamo circondati da spie. Le nostre

ricognizioni sorprendevano sventolamenti di bandierine nell'alto dei

villaggi. Il passaggio di truppe in alcuni nodi di strade combinava

stranamente con l'incendio di un mucchio di paglia o con la caduta

d'un alto albero. Alla notte, dietro certe nostre batterie, sul

dorso dei colli, palpitavano luci di lanterne cieche. Chi sventolava

le bandiere? chi bruciava la paglia? chi abbatteva gli alberi? chi

faceva brillare quelle luci? Si trattava di segnali, chiari, precisi,

seguìti infallibilmente da un fuoco austriaco che cadeva dritto sugli

esploratori, o sulla truppa in marcia, o sulle batterie. Ma non si

trovavano i colpevoli, che si mescolavano alla popolazione campestre,

troppo atterrita da loro per denunciarli.

Ho visto io stesso, alla notte, scintillare misteriose segnalazioni

sulle colline, e eliografi nemici, durante il giorno, parlare a

lampeggi con qualcuno che era dietro alle nostre file. Lo Stato

maggiore d'una nostra divisione arrivava in un villaggio, e un minuto

dopo delle granate piombavano sul suo quartiere generale. Accampamenti

ben celati, invisibili al nemico, erano bombardati appena formati.

Le nostre batterie si vedevano scoperte talvolta prima di far fuoco.

Prendevano posizione, spesso nel cuore della notte, e subito il tiro

nemico le cercava senza incertezze.

Noi abbiamo una lealtà militare, una cavalleria istintiva, una

schiettezza e una nobiltà di razza, che c'inducono sempre a supporre

nel nemico le stesse virtù, anche se il nemico è turco, anche se

il nemico è austriaco. I fatti ci hanno subito disilluso. Abbiamo

constatato che una vasta e minuziosa organizzazione di tradimento

ci cingeva, e non abbiamo perso tempo. In quasi tutti i casi di

spionaggio, le ricerche immediate ci hanno portato a scoprire nel

raggio delle segnalazioni la presenza di qualche uomo valido alle armi.

Qualcuno era vestito da prete.

Gli atti alle armi sono arrestati. Si tratta quasi sempre di militari

austriaci. Molti confessano.

La carovana che passa è composta di questi prigionieri.

Come sbagliarsi? Sotto i travestimenti più eterocliti, il soldato

austriaco si rivela. Baffi biondastri e ritorti, basette lunghe, tipi

magiari, tipi tedeschi, portamento stecchito, fisionomie chiuse e dure,

sguardo nemico.

Perchè non fuggano sono uniti a due a due per le braccia. Pochi

fantaccini li scortano, con la baionetta inastata. I soldati che

incontrano non dicono niente, guardano con disprezzo la processione

sinistra e proseguono il loro cammino. Ma un conducente romano non

resiste, e dall'alto del suo cavallo interpella un prigioniero che ha

una faccia da _feldwebel_ classico: _Hai finito de fa la guerra cor

lanternino?_

Ha finito, sì, e alle spie che non sono state ancora acciuffate

l'esasperata vigilanza dei soldati rende molto difficile il còmpito.

Ma ve ne sono ancora, rese audaci dai lauti compensi pagati, e dai

più lauti promessi. E in parte anche dalla nostra magnanimità che

rifugge dalla giustizia sommaria e ci lega a procedure fra le quali lo

spionaggio scivola. Ci si era teso ogni sorta di tranello.

Le semplici popolazioni della campagna erano state terrorizzate con

i racconti della nostra ferocia, per indurle a fare una difesa da

siepe a siepe, e in qualche centro delle armi erano state distribuite.

Le sciagure che quella povera gente da undici mesi sopporta erano

addebitate all'Italia. L'Italia, questa stracciona, era responsabile

della guerra europea, della leva in massa, delle requisizioni; delle

contribuzioni, del pane K, della carestia. La molla più possente

nell'anima campagnola, il sentimento religioso, non veniva trascurata:

gl'italiani erano gli alleati del demonio, gli scomunicati, i dannati,

senza fede e senza morale. I nostri soldati, miserabili e delinquenti,

avrebbero profanato, rubato, massacrato.

Nelle cittadine ci ha accolto qualche volta l'entusiasmo schietto e

vivo delle popolazioni liberate, e la voce del sangue ha finito per

parlare anche alle genti più disperse e ignoranti della campagna.

La carità, la bontà, la generosità dei soldati hanno fugato ogni

prevenzione, se una prevenzione rimaneva in qualche anima oppressa dal

terrore abituale della servitù.

Le macchinazioni sleali del nemico si vanno sventando. Ma sta il fatto

che l'Austria ha cercato di usare come armi di guerra, oltre allo

spionaggio e al tradimento, la paura di povere donne e di poveri vecchi

contadini e la loro fede cristiana.

Tutto è buono quando serve: _Kriegsbrauch im Landkriege_....

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 8 / 34 题