E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo
nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano
che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la
storia, nè un'ipotesi probabile.
Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale,
perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi
e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi
quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente
idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o
molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista,
per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro
nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur
di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e
quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto
di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta
è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia
romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello
Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive,
i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una
certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati
processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei
quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in
virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti
narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura
impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un
tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma
bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori
possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro
una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare
dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi
realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non
giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de
Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_
divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di
cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La
bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran
maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più
noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.
Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza?
sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza
continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza
quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto
se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per
la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi
dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione,
immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali
e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti
intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto
degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più
idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo
non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo
ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè,
lo guidi, lo faccia vivere e muovere.
La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la
tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo;
anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone
un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza,
scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il
corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la
conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente
che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente,
ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di
giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso
i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge
al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come
la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo.
Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più
idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza
è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno
principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù
idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi
la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non
riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità.
Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi
all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è
veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non
da ignoranza, ma da scienza.
La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita
tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette
e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte,
nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se
l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa
direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare,
senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E
ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi
dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur
consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale
ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in
virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.
Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da
potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè
dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura
ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo,
e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente,
governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso
della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito
deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto
di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni
più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che
l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la
letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di
veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e
s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a
un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti
indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli
a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva
diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non
si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare
a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più
oscuri conforti.