E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare
circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La
predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro
dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte,
a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non
mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel
presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo
d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano.
A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo
francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma,
certamente, non sarà tutta l'arte.
Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura
più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta
dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente
tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il
pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia
di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere,
e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento
che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve
oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua;
e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare
l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da
lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti
e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar
da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei,
indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa
critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa
e perplessa, ne dissecca le fonti.
Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano
quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire
una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione
mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che
non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando
divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio.
La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana
natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel
presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola
d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo
essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale
possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi
della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come
per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità
degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non
si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità
le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo,
tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita,
la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la
civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra
delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e
irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che
governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle
cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi
essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella
fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii
fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se
il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il
contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di
continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri
notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa
che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.
Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e
somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a
formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e
condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri
psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo
intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un
suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo
concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre
famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano
anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle
tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte
hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere
l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti,
è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità
per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando
di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la
critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più
se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio
d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità
nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e
questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.
La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà
tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza
dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come
più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che
la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi
e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale
divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di
letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto
concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel
tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti
in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere
se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò
che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò
solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte;
e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello
di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito
universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro
modo.
La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare
tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario
modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta
la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della
vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua
materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato,
nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e
impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa
sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà
chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno
spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta
di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva
e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe
congiuntamente.