V.

E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare

circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La

predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro

dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte,

a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non

mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel

presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo

d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano.

A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo

francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma,

certamente, non sarà tutta l'arte.

Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura

più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta

dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente

tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il

pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia

di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere,

e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento

che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve

oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua;

e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare

l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da

lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti

e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar

da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei,

indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa

critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa

e perplessa, ne dissecca le fonti.

Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano

quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire

una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione

mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che

non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando

divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio.

La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana

natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel

presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola

d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo

essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale

possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi

della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come

per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità

degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non

si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità

le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo,

tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita,

la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la

civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra

delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e

irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che

governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle

cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi

essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella

fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii

fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se

il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il

contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di

continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri

notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa

che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.

Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e

somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a

formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e

condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri

psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo

intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un

suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo

concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre

famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano

anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle

tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte

hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere

l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti,

è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità

per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando

di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la

critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più

se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio

d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità

nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e

questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.

La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà

tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza

dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come

più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che

la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi

e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale

divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di

letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto

concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel

tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti

in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere

se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò

che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò

solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte;

e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello

di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito

universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro

modo.

La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare

tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario

modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta

la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della

vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua

materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato,

nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e

impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa

sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà

chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno

spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta

di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva

e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe

congiuntamente.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 66 / 72 题