III.

Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a

mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in

più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con

predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e

i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar

sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione

e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo,

è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in

virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo

negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto

quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta

l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura,

contrario al vero.

In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo

nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente)

si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al

par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi

_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda

in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso

è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto

più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente

coscienza dei bruti.

La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion

diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito,

della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza

di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in

ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non

c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è

vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso

processo armonico di evoluzione.

La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni

più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi

esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di

relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti,

ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia;

e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione

del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle

specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure

miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa,

una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti

poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che,

mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle

osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina

uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato

della parola, un uomo di altissima fantasia.

So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di

poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato,

confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente,

un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento

è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità,

nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di

meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso,

per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce

essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una

certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia.

Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso

mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che

da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù

fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da

una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello

spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più

diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il

moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni

loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci

associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non

vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.

Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir

meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore,

il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e

i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti

dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende

del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una

notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia

che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera

nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre,

di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi

immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere

una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con

certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati

ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni

immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò

senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione,

all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia,

reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a

dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non

in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.

Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha

raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se

tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude

già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole

e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna

esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non

soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento

che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli

ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso

così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa

e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è

doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella

libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica

sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi

stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi

della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.

Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso

allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi

disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato

ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose

immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo

destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano

destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori

angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante,

è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e

ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè

gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini

di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne

serenamente la sovrana bellezza.

Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si

afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito,

e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento

delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire

a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare

gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini

privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione,

o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della

mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor

natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il

dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi,

gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario

cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è

veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto,

che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con

la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro

rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe

leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi

assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del

realismo, spogliare.

Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie

più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte?

E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il

modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra?

Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero

esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer

suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti

non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere,

dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura,

morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un

fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia

lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo,

nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una

melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua,

in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta?

E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà

vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di

ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto

possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro

che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in

tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione

che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto,

a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci

fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men

legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 64 / 72 题