Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a
mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in
più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con
predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e
i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar
sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione
e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo,
è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in
virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo
negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto
quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta
l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura,
contrario al vero.
In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo
nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente)
si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al
par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi
_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda
in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso
è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto
più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente
coscienza dei bruti.
La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion
diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito,
della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza
di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in
ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non
c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è
vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso
processo armonico di evoluzione.
La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni
più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi
esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di
relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti,
ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia;
e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione
del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle
specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure
miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa,
una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti
poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che,
mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle
osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina
uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato
della parola, un uomo di altissima fantasia.
So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di
poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato,
confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente,
un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento
è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità,
nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di
meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso,
per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce
essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una
certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia.
Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso
mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che
da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù
fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da
una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello
spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più
diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il
moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni
loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci
associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non
vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.
Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir
meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore,
il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e
i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti
dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende
del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una
notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia
che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera
nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre,
di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi
immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere
una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con
certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati
ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni
immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò
senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione,
all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia,
reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a
dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non
in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.
Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha
raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se
tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude
già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole
e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna
esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non
soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento
che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli
ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso
così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa
e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è
doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella
libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica
sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi
stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi
della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.
Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso
allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi
disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato
ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose
immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo
destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano
destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori
angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante,
è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e
ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè
gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini
di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne
serenamente la sovrana bellezza.
Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si
afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito,
e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento
delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire
a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare
gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini
privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione,
o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della
mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor
natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il
dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi,
gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario
cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è
veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto,
che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con
la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro
rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe
leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi
assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del
realismo, spogliare.
Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie
più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte?
E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il
modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra?
Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero
esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer
suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti
non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere,
dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura,
morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un
fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia
lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo,
nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una
melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua,
in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta?
E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà
vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di
ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto
possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro
che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in
tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione
che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto,
a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci
fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men
legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.