II.

E comincio con una negazione.

Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo

volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario

del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così

fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra,

in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà,

e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe

letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai

cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel

medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così

l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo

appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima,

non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non

abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo

contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più

lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del

suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni,

parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza

dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a

dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una

particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma

di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica,

rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per

un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son

nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte

poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la

incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale

incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte

che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di

descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi

derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando

in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni

generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua

produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni

più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale,

come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si

costituisce astraendo, e generalizzando si compie.

Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la

pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di

legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la

letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa,

è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni

giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei

due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza,

i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo

una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere

più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono

la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza

ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina;

e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une

enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini

scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il

medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero.

Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento

umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_,

data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa

sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza

lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la

misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte

di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i

procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia

gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo

pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa,

e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che

con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte.

Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la

scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa,

a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere

dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla

ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi

metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè

quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito,

a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione

del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei

massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi

egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto

si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica,

sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A

poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione,

che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si

distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione,

così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per

cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli

uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli

accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione,

il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la

scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia

agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia

al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale

delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo,

e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi,

nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare

intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la

risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza,

e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve

ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero,

ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto

l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto

dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di

noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza

del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non

è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può

dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di

sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere

ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è,

e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto

lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo

vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del

proprio nome, ha per radice un sofisma.

La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi

della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve

dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non

attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi

quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in

sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà

gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la

voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi

trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più

faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno

spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e

urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare

e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di

disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire

a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a

disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita,

l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era

nato.

Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione

necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in

piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione

del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato

dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo

spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i

proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente

dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo

primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è

incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo

nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione

dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco

a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il

soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini

si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza

quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo

continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto,

come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di

voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che

alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di

scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive.

E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella

letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da

esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di

esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere

quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è

venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a

ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo

anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia

combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a

quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe

lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla

letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la

libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la

debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia

di preconcetti.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 63 / 72 题