E comincio con una negazione.
Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo
volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario
del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così
fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra,
in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà,
e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe
letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai
cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel
medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così
l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo
appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima,
non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non
abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo
contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più
lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del
suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni,
parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza
dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a
dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una
particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma
di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica,
rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per
un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son
nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte
poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la
incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale
incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte
che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di
descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi
derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando
in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni
generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua
produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni
più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale,
come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si
costituisce astraendo, e generalizzando si compie.
Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la
pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di
legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la
letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa,
è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni
giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei
due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza,
i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo
una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere
più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono
la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza
ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina;
e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une
enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini
scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il
medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero.
Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento
umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_,
data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa
sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza
lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la
misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte
di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i
procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia
gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo
pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa,
e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che
con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte.
Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la
scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa,
a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere
dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla
ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi
metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè
quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito,
a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione
del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei
massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi
egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto
si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica,
sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A
poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione,
che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si
distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione,
così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per
cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli
uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli
accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione,
il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la
scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia
agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia
al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale
delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo,
e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi,
nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare
intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la
risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza,
e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve
ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero,
ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto
l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto
dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di
noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza
del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non
è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può
dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di
sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere
ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è,
e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto
lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo
vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del
proprio nome, ha per radice un sofisma.
La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi
della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve
dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non
attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi
quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in
sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà
gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la
voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi
trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più
faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno
spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e
urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare
e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di
disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire
a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a
disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita,
l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era
nato.
Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione
necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in
piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione
del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato
dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo
spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i
proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente
dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo
primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è
incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo
nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione
dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco
a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il
soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini
si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza
quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo
continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto,
come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di
voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che
alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di
scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive.
E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella
letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da
esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di
esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere
quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è
venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a
ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo
anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia
combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a
quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe
lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla
letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la
libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la
debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia
di preconcetti.