Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà,
credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa
quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che
contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente
fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse
fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si
propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non
riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che
si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno
della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi
alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra,
e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro
estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo
il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero
restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia
nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie
di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie
d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati
e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso
dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non,
ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che
vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della
natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un
artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato.
Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni
nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli
animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci;
a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più
intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi
ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite!
E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori
di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare
qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a
dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a
spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far
nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così
pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e
a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso,
o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma
non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia
stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed
Emanuele Signoret, nella rassegna _La Plume_, parla di una novissima
e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio
i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie
della repubblica letteraria.
Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il
simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal
quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la
interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il
realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, simile a
liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che
li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà
stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato
alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di
qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata.