V.

Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può

bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.

Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati

e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo

assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i

sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte

loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande),

e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro

del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò

un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo

larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo

poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò

vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la

prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che

denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di

Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto

intellettuale e morale, ebbe a dire:

L'imagination inquiète et débile

Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.

I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_,

nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero;

ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero,

debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo

si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali,

sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e

parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono,

di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le

impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci

di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano

idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee,

detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza.

Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti

e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio

continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà,

e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la

vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente

non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi

d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è

in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente

consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti,

con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente

possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi,

respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti

dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta

mille care illusioni.

Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali:

credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò

ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè

immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità,

si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro

libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei

titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais

nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,

Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel

sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi

aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o

intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars

préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre

invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_

(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima

conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli

dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene,

molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta

classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della

eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja.

Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della

profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio

che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal

1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in

poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da

tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che

chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire,

detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel

pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che

da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo

Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio

smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di

pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della

parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla.

Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò

uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo

modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il

grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il

più grande dei poeti viventi e possibili.

Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano,

riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze

ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e

che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere.

Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne

ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra

quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà

bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si

son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa,

come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois

scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se

produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout

vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les

uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire;

ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet

qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même,

ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des

croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles

aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin

confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur,

prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais

qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi

romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè

l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai

procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che

Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e

Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura,

se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere

che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di

ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici

da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune

somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi

poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze

essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli

eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di

Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e

ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol

dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che

vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_,

che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol

dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il

montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di

meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso

suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro,

quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale

aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che

serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la

qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno

l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in

cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima

comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno,

originalissimi?

La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma

la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria

quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia

il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo

giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione

ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne

avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri

a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli

uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un

po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità

che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato

da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone.

Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la

potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola,

nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii

che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano

consentire gli spiriti.

I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla

_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli,

accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente

che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero

impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia

insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero

a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano

consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il

comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere

sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le

comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti,

e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile,

si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi

sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono

individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo

che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a

magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il

proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il

quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.

Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della

poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da

molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La

considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così

detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e

comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva

e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non

esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito

dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità

di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha:

il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente

e severo dei fatti.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 57 / 72 题