Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può
bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.
Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati
e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo
assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i
sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte
loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande),
e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro
del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò
un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo
larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo
poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò
vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la
prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che
denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di
Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto
intellettuale e morale, ebbe a dire:
L'imagination inquiète et débile
Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.
I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_,
nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero;
ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero,
debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo
si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali,
sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e
parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono,
di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le
impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci
di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano
idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee,
detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza.
Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti
e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio
continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà,
e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la
vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente
non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi
d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è
in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente
consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti,
con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente
possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi,
respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti
dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta
mille care illusioni.
Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali:
credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò
ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè
immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità,
si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro
libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei
titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais
nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,
Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel
sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi
aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o
intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars
préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre
invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_
(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima
conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli
dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene,
molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta
classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della
eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja.
Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della
profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio
che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal
1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in
poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da
tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che
chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire,
detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel
pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che
da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo
Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio
smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di
pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della
parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla.
Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò
uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo
modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il
grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il
più grande dei poeti viventi e possibili.
Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano,
riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze
ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e
che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere.
Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne
ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra
quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà
bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si
son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa,
come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois
scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se
produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout
vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les
uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire;
ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet
qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même,
ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des
croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles
aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin
confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur,
prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais
qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi
romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè
l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai
procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che
Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e
Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura,
se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere
che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di
ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici
da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune
somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi
poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze
essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli
eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di
Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e
ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol
dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che
vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_,
che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol
dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il
montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di
meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso
suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro,
quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale
aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che
serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la
qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno
l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in
cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima
comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno,
originalissimi?
La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma
la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria
quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia
il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo
giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione
ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne
avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri
a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli
uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un
po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità
che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato
da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone.
Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la
potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola,
nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii
che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano
consentire gli spiriti.
I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla
_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli,
accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente
che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero
impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia
insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero
a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano
consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il
comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere
sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le
comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti,
e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile,
si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi
sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono
individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo
che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a
magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il
proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il
quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.
Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della
poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da
molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La
considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così
detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e
comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva
e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non
esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito
dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità
di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha:
il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente
e severo dei fatti.