VII.

Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi

esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o

simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?

Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere

umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la

contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è

possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica,

una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il

sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza

e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del

bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a

lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo

non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne

tengono un solo, il bello.

Rien n'est beau que le vrai,

lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e

disse:

Rien n'est vrai que le beau;

e il Verlaine soggiunge:

Le rare est le bon;

finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a

proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe,

si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto

più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è

il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova

religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade

ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando

ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.

Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non

sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente

svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un

certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in

modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi

avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino

ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto,

che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile

si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e

perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.

Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a

paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea

perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende

solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non

riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine;

e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli

uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre.

E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non

parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di

eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro

Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini

riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.

Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due

meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza

pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno

nè l'altro.

Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda

d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano:

quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto

di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si

dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento

il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non

s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel

generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione,

e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di

avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova

psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando

alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.

Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica

dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in

noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono,

ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e

simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più

dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere

come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il

quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente

geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle

linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento

di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti,

e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei

moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso

vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle

composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni

qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa

emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita,

della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si

può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della

vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo

della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente

nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè?

Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è

senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più

altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa

più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà

pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è

quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è

una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di

potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta

parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel

punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo

di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione,

in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di

molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in

tutto[531].

Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per

quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo

spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni

altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe

tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse

ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto

lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo

della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da

ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra

banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi

e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore,

la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_

l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle

associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in

determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso;

così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne

suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono

insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere;

ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali

che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in

noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per

quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo

con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee,

d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione

riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime

che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o

da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che

diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una

collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto

che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno

si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto

l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più

irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja

più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo

alle tarde.

Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la

legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri

dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli

altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non

così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono

a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così

posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù

di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte,

confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui

componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità

primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto

più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un

l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue

dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori;

ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere

immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine

il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza,

e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento

promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi

e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il

credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli

atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o

gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a

poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce,

e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale,

essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare

tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così

l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento

estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come

ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro

giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il

terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva

belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea

della felicità.

Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il

supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono

l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe

diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei

supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni,

da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il

che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero

di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per

altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto

lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano

e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la

preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello

spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda.

È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che

se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o

dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano

ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno

nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere,

malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare

angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi

disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò

che adorano.

Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto

dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e

tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa

in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol

dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale,

non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa

vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte

quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a

poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna

a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità

della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione

artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e

lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di

evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della

scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi

della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella

formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a

spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni

umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere

gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non

sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato

di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un

semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più

o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi

anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci

parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni

dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano

inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle,

sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar

la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe

risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non

un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non

ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta?

Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono

nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini

sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di

proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere

di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono

cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le

operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la

significazione loro.

La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più

che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto

del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi

sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da

tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni

dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e

tutta la vita.

Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi

indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti:

anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona,

tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle

singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge

l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e

funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella

qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la

integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di

turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo

sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate

ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno

meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e

quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al

fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento.

L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca

solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può

ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli

esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace,

e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere

conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello

spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi

con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a

tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o

schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito;

ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine

e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e

se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire

dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa

e cade nella impotenza e nel ridicolo.

La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte

di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte

per l'uomo_.

Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato

della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo;

un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della

purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia

di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita

in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria.

Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar

la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è

pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e

fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità,

d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo

dell'Huysmans.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 59 / 72 题