Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi
esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o
simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?
Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere
umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la
contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è
possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica,
una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il
sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza
e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del
bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a
lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo
non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne
tengono un solo, il bello.
Rien n'est beau que le vrai,
lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e
disse:
Rien n'est vrai que le beau;
e il Verlaine soggiunge:
Le rare est le bon;
finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a
proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe,
si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto
più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è
il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova
religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade
ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando
ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non
sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente
svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un
certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in
modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi
avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino
ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto,
che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile
si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e
perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a
paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea
perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende
solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non
riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine;
e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli
uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre.
E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non
parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di
eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro
Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini
riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.
Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due
meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza
pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno
nè l'altro.
Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda
d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano:
quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto
di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si
dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento
il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non
s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel
generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione,
e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di
avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova
psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando
alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica
dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in
noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono,
ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e
simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più
dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere
come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il
quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente
geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle
linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento
di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti,
e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei
moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso
vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle
composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni
qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa
emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita,
della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si
può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della
vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo
della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente
nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè?
Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è
senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più
altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa
più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà
pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è
quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è
una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di
potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta
parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel
punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo
di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione,
in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di
molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in
tutto[531].
Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per
quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo
spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni
altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe
tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse
ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto
lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo
della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da
ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra
banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi
e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore,
la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_
l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle
associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in
determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso;
così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne
suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono
insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere;
ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali
che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in
noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per
quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo
con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee,
d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione
riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime
che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o
da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che
diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una
collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto
che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno
si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto
l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più
irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja
più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo
alle tarde.
Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la
legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri
dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli
altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non
così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono
a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così
posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù
di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte,
confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui
componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità
primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto
più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un
l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue
dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori;
ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere
immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine
il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza,
e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento
promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi
e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il
credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli
atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o
gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a
poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce,
e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale,
essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare
tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così
l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento
estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come
ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro
giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il
terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva
belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea
della felicità.
Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il
supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono
l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe
diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei
supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni,
da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il
che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero
di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per
altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto
lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano
e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la
preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello
spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda.
È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che
se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o
dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano
ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno
nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere,
malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare
angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi
disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò
che adorano.
Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto
dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e
tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa
in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol
dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale,
non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa
vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte
quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a
poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna
a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità
della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione
artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e
lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di
evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della
scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi
della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella
formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a
spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni
umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere
gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non
sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato
di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un
semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più
o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi
anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci
parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni
dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano
inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle,
sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar
la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe
risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non
un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non
ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta?
Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono
nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini
sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di
proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere
di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono
cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le
operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la
significazione loro.
La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più
che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto
del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi
sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da
tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni
dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e
tutta la vita.
Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi
indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti:
anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona,
tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle
singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge
l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e
funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella
qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la
integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di
turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo
sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate
ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno
meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e
quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al
fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento.
L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca
solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può
ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli
esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace,
e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere
conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello
spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi
con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a
tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o
schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito;
ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine
e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e
se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire
dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa
e cade nella impotenza e nel ridicolo.
La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte
di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte
per l'uomo_.
Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato
della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo;
un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della
purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia
di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita
in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria.
Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar
la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è
pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e
fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità,
d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo
dell'Huysmans.