IV.

Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, e, mi

si passi il vocabolo, la musicalità.

Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone

principalissimo d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi

non ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere

l'inintelligibile con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza

e perplessità del segno la prova della grandezza e profondità del

significato. Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha

chiare le idee; ma può, senza troppa fatica, far credere di averle

talmente poderose e vaste che le parole non le possano esprimere se non

a mezzo, e forse neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui

ci fu sempre poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero

potuta far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o

d'intendersi fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in

pace; ma non è però la sola.

I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in noi un

pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato,

nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e tanto

arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra[521].

Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, e

la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di

loro, riusciti così tenebrosi e _deliquescenti_ che non v'è uomo che

li possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del

Mallarmé:

Et tu fis la blancheur sanglotante des lys,

Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure,

A travers l'encens bleu des horizons pâlis,

Monte rêveusement vers la lune qui pleure;

o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être,

agglomération de résistance opposée par mon toucher servi de ses

frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut;

initiation de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle,

la courbe». O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare

che Renato Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere

gl'intendimenti dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa

attinge la inspirazione:

Une moire de vains soupirs pleure sous les

Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés,

Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses.

Advenu rêve par vitraux pleins de demains,

Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses,

Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains.

Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare

senza dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti,

hanno tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali _elevazioni_ e

_trasfigurazioni d'anime_ sieno celie di capi scarichi, può darsi,

anzi, pel caso di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non

tutte sono; e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la

chiarezza non è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non

furono più così timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto

grosso, difetto triviale, e capital nemico della poesia. Parlando di

Ernesto Jaubert, autore di una raccolta di versi intitolata _Poèmes

stellaires_, Carlo Maurice, espositore dei principii e banditore delle

glorie dell'arte nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et

maintenant, comme tous les artistes significatifs de cette heure,

le désir de tout dire l'a dissuadé de rien préciser, de rien trop

détailler pour la gloire de l'effet total à suggérer, de laisser les

choses s'envaguer doucement, d'indiquer l'idée par l'émotion picturale

et musicale des sentiments et des sensations»[522]. Proprio il

contrario di quanto insegnarono e praticarono i parnassiani, l'un de'

quali, il Coppée, espresse uno dei principii fondamentali di tutta la

scuola quando disse che la poesia richiede

Un style clair comme l'aurore.

I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale

importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto

nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio,

il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle _Arti poetiche_;

non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare,

e più e meno, secondo i casi e le convenienze. _Le secret d'être

ennuyeux_, lasciò scritto il Voltaire, _c'est de tout dire_. Lo

Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito:

«Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi

che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e

suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il

secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le

espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee

sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza

di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è

sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e

la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione

soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle

parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non

solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la

conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu

opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere,

specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della

suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la

provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che

quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non

accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto

più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è,

nello stesso tempo, il più preciso dei poeti.

I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del

_verso evocatore_; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e

meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise,

le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle

parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii

si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge _L'Infinito_ del

Leopardi. Abbiamo qui un _ermo colle_, una _siepe_ che cela all'occhio

molta parte dell'orizzonte, un _vento_ che fa stormire, in passando,

alcune _piante_; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la

menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio.

La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che

non descriva; ma il _colle_ è un colle, la _siepe_ è una siepe, il

_vento_ è un vento, le _piante_ son piante; e questi nomi suscitano nei

lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno,

e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e

riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si

leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso

lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo

infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla

si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e

come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione

di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia

che il Longfellow intitolò _Il vecchio oriuolo sulla scala_, dove la

descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo

un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno

certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e

della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e

certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente

veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un

accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una

scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte,

possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e

infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio

mal discerna i contorni, ma alle _vaghe stelle dell'Orsa_, e alle

_luci_ che sono ad esse _compagne_, volgeva Giacomo Leopardi il famoso

saluto delle _Ricordanze_, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan

suscitate nell'animo[524].

Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel

raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia

debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare,

affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non

perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, è fatto

di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano

le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e

degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto

l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti

non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era

stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una

seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o

una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso

componimento cui pose titolo _Art poétique_, col precetto seguente:

De la musique avant toute chose,

Et pour cela préfère l'impair,

Plus vague et plus soluble dans l'air,

Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;

e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui

viene tanta attrattiva alla _chanson grise_, e raccomandato di preferir

sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette,

soggiunge:

De la musique encore et toujours!

Que ton vers soit la chose envolée

Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée

Vers d'autres cieux à d'autres amours.

I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro,

e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a

considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di

suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già

con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente

musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora

qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran

segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel

suo _Traité du verbe_, il proprio colore degli strumenti musicali,

così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde:

«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont

les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les

paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges;

le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des

lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se

ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo

e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso tutta una

orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto

al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà

sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della

così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta

tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si

produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà,

all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che

per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio

nè un espediente dell'arte[525].

Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior

musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia

risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico

accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti

dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia

che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono

avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota,

anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo

rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica,

più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero

ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più

fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti

ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione

loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti,

la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e

chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia

dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di

costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio

con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia

tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che,

magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta

pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta:

Oh! qui dira les torts de la Rime?

Quel enfant sourd ou quel nègre fou

Nous a forgé ce bijou d'un sou

Qui sonne creux et faux sous la lime?

I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla _rime opulente et

pittoresque_, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini

di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza,

che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri

bandirono la rima affatto, creando finalmente quel _vers blanc_, da

noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta

insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei

romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio

verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe,

accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli

così?) di diciasette sillabe, inventando i _versi senza misura_,

mescolando col verso la prosa, e magari la _prosa libera_; e quando non

trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono

la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa

dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle

armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine.

Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso

della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono

vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non

breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo.

Nel secolo scorso i _versiscioltai_ più arrabbiati la vollero morta,

ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità

delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea

e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione

sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non

si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la

rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le

forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca

assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di

quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero

che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai

concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che

nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che

cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva;

e tocca al poeta sapersi giovare di tal guadagno. Ci sarebbe anche

parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando

in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della

strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e

armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio

ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse

entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite

poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser

loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a

togliere al _Dies irae_ il formidabile rinterzo delle sue rime o cupe

o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa

e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere

moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima

può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche

conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione

ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria,

l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta

a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza

ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così

dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce.

Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi,

altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto

versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento

del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la

inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più

propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito,

almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il

concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima

vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e

che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital

nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questa

_remora_ della rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il

male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che,

almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di

giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e

d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà

far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro

il giovamento.

Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna

entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di uscirne

e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva

nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo

si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che

colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero

i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare

le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far

l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo

rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor

più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di

cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto

quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi

sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si

dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e

di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono

imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella

stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può

essere la musica.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 56 / 72 题