III.

Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il

simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura.

Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per

opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue

prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso

dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria,

e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato,

anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non

andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia,

non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi

che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza

addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì

l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente,

considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser

altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come

dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che

il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche

ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima

aveva combattuto e vinto.

Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il

simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che

considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna

per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni

le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le

materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo;

anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso

della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto

istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi

volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica,

e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a

trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che

s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio

alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito,

distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non

si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era

stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere,

non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una

dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna

opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti

rispondano i mezzi dell'arte.

Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici,

non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la

pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi

nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà

contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni

bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel

e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non

è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti

perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è

vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando

pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia?

Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si

contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente

l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che

coltivarono e accrebbero sì fatta poesia?

Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia

poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo,

e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di

presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale

avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un

termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in

qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente,

e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non

riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna

che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente,

evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente,

nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse

da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a

nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui,

anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali

han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il

leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san

tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo

di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a

raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti

per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa

una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte

dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente,

ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e

s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare

nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella

studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che

possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla

considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli

troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè

ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita.

Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del

simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente

al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la

inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che,

rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.

Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza.

Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero

dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le

détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique

et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont

mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi

il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste

testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può

però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla

rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune,

e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo,

non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come

avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la

Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo

la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso,

cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i

simbolisti quando agognò di levarsi a volo

Au ciel antérieur où fleurit la beauté:

ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso

stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che

aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di

forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto

a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al

corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati,

i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti,

ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del

brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica.

Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle

stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo:

certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno

di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni

realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le

usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà

di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare

come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti,

ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua

e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in

confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico,

e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per

l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo

medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un

tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che

noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo

moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli

merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per

cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi

rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo

libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare

invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno

dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio

evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi

alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo

_enorme et délicat_,

Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.

Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come

può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte

è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in

qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per

non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in

una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e

nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo.

Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può

dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai

preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che,

seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer,

dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto

più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di

belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della

spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi

integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte

le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò

come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti

comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa

de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di

esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati

i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo

e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non

si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce

meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà

dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi

di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è

consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che

i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se

alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica

crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non

si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò

diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica.

Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto

tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando

più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace

e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar

modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo

a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno

benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè

mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha

da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar

vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di

vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso

di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti

pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che

le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non

più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente

della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da

quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una

scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la

poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio,

può essere più che sicura.

Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad

occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi

come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa

manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati

nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i

confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non

pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre

delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire

Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des

litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie

inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île

heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas,

et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les

parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto

e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel

volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il

giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si

dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti

che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno

all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò,

e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e

quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente,

irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo

ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 55 / 72 题