Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il
simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura.
Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per
opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue
prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso
dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria,
e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato,
anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non
andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia,
non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi
che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza
addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì
l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente,
considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser
altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come
dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che
il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche
ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima
aveva combattuto e vinto.
Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il
simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che
considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna
per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni
le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le
materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo;
anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso
della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto
istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi
volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica,
e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a
trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che
s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio
alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito,
distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non
si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era
stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere,
non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una
dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna
opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti
rispondano i mezzi dell'arte.
Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici,
non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la
pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi
nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà
contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni
bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel
e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non
è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti
perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è
vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando
pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia?
Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si
contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente
l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che
coltivarono e accrebbero sì fatta poesia?
Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia
poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo,
e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di
presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale
avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un
termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in
qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente,
e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non
riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna
che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente,
evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente,
nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse
da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a
nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui,
anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali
han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il
leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san
tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo
di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a
raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti
per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa
una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte
dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente,
ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e
s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare
nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella
studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che
possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla
considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli
troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè
ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita.
Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del
simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente
al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la
inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che,
rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.
Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza.
Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero
dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le
détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique
et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont
mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi
il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste
testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può
però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla
rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune,
e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo,
non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come
avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la
Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo
la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso,
cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i
simbolisti quando agognò di levarsi a volo
Au ciel antérieur où fleurit la beauté:
ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso
stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che
aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di
forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto
a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al
corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati,
i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti,
ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del
brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica.
Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle
stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo:
certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno
di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni
realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le
usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà
di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare
come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti,
ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua
e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in
confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico,
e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per
l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo
medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un
tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che
noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo
moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli
merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per
cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi
rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo
libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare
invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno
dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio
evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi
alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo
_enorme et délicat_,
Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.
Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come
può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte
è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in
qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per
non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in
una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e
nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo.
Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può
dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai
preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che,
seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer,
dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto
più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di
belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della
spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi
integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte
le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò
come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti
comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa
de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di
esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati
i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo
e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non
si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce
meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà
dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi
di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è
consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che
i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se
alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica
crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non
si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò
diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica.
Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto
tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando
più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace
e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar
modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo
a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno
benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè
mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha
da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar
vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di
vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso
di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti
pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che
le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non
più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente
della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da
quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una
scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la
poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio,
può essere più che sicura.
Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad
occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi
come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa
manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati
nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i
confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non
pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre
delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire
Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des
litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie
inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île
heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas,
et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les
parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto
e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel
volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il
giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si
dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti
che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno
all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò,
e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e
quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente,
irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo
ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo.