I.

Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non

bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana,

dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni

che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo

stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno,

più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella

qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra

natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un

andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta,

lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son

pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di

quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa

apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data

la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta

sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo

aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta

di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di

repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato

inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni

colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto

che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione,

ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un

male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che

nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una

appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra

di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite

ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata

volta per volta e caso per caso.

La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è

anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi

antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario,

che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più

si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più

si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità

degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni

principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla

sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono,

si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come

più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme

e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che

nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti

che in questa nostra età si misurano a lustri.

La reazione letteraria presente si esercita in più special modo contro

il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, che fu

come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui

quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di

due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi

principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo

designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine

notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo hanno,

insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e tendenze

somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, di cui

l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più l'abuso del

particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto plasticismo

e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan vampo di uno sdegnoso

e nobile individualismo: entrambi si dicono e sono idealisti, si

separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, risuscitano come

possono il medio evo, e più alta e perfetta stiman quell'arte che

chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più partecipa della visione

e del sogno. La reazione contro il realismo non potrebb'essere più

risoluta di così; ma non è poi altrettanto nuova quant'è risoluta,

sebbene coloro che in vario modo la menano, o ne sono menati, la

stimino cosa novissima e senza esempio. Per non dilungarci troppo

nella ricerca dei casi consimili, e guardando a una sola delle molte

specie letterarie, basterà ricordare come in questa nostra Europa

moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella italiana, insieme con

le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, sia stata soppiantata

dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; questo dal romanzo

picaresco degli Spagnuoli e dal realistico degl'Inglesi; entrambi

questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale dei romantici, a cui

sottentrò il romanzo naturalistico, che incalzato e sopraffatto a sua

volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. Onesta lotta è, in fondo,

la lotta di due principii nemici che si sopraffanno a vicenda, il

principio realistico e il principio idealistico.

Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si

rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi

d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si

rattristano non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza

curarsi di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che

anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il

buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità che

nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, certa

misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, dico,

non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, e

questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può essere

consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione

per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti o alle

nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali non sempre

sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, non si sa dove

menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi che questa

reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo,

il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini del

sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee e le

intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà

questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai volte,

nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali l'uomo

non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, de' quali

l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese a

spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica,

come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora non

si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio

dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto che

l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente

fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente,

ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il medesimo

alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il tempo dei primi

conati e delle prove avventurose non può essere quello dei capilavori;

e che quanto si dice dei novatori di adesso fu pur detto, per citare

un esempio, di quei romantici che lasciarono sì più di un'opera grande,

ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere per un pezzo di non sapere

nè che si facessero nè che si volessero. Da altra banda il critico

esaminerà con libero intelletto il moto presente, distinguendo ciò che

in esso ha sembianza di sano da ciò che non l'ha; cercando se abbia

veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; e se dia segno di

voler vincere durevolmente (non già pei secoli, si intende), o cedere

in brev'ora a contrasti solo momentaneamente rimossi: nè dimenticherà

che la ciarlataneria, la scimunitaggine, la pazzia sono cose umane e

comuni; che la passione è un fuoco inestinguibile; che la moda è un

vento mutevole; che l'esempio trascina e che l'illusione è regina del

mondo: nè dimenticherà che la critica è fatta più per interpretare che

per guidar l'arte; che il suo compito è il più delicato dei compiti; e

che i giudizii suoi sono soggetti a rivedimento in perpetuo.

Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la natura

del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio sul

valore della reazione esercitata in lor nome.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 53 / 72 题